Kim Jong Il è effettivamente un inetto, cosa ben diversa era Kim Il Sung, un dittatore spietato come pochi, ma non certo un idiota....
Miles Insulae


Kim Jong Il è effettivamente un inetto, cosa ben diversa era Kim Il Sung, un dittatore spietato come pochi, ma non certo un idiota....
Miles Insulae


Beh, tanto inetto non è un personaggio che è riuscito a tenere in vita fino ad ora un sistema del genere.Deng non digeriva il padre e neanche lui (a fasi alterne si è sempre temuto un sostegno delle potenze di turno alla Corea Del Sud)....Si inimicarono anche i russi in quanto sostennero Pavlov.Kim Chong riuscì persino a farsi versare del denaro da Koizumi! (in cambio della mai poco chiarita questione dei giapponesi rapiti...).Ha reso il suo regime intoccabile: se crollasse a perderne sarebbero i cinesi (per uno stato cuscinetto di comodo), i giapponesi (che da sempre temono una corea unita e forte) ed i sud coreani (che dovrebbero accollarsi spese insostenibili per stabilizzare la riunificazione....meglio investirvi piuttosto che riunire).Se poi cessasse la questione del nucleare, che senso avrebbe più la presenza militare in Corea del Sud??I cinesi non lo accetterebbero mai.E Kim, inetto o meno, i suoi calcoli li ha fatti bene. E come mi disse un cinese benestante, quel paese non è come lo descrivono a noi occidentali....Ultimamente i vertici del partito vietnamita sono andati a investirvi...Tutto di guadagnato insomma.
Che venga descritto come un maniaco sessuale è un altro discorso.


Il merito di aver costruito un paese solido come la Corea del Nord, con una società(folle se vogliamo), ma estremamente ordinata ed unita è merito di Kim Il Sung il dittatore più longevo della storia(ben 46 anni) ed un uomo capace. Kim Jong Il non aggiunto nulla, non si è mai fatto vedere e sentire, non è mai uscito dal suo paese, non ha nemmeno preso la carica del padre che nel 1998(due anni dopo la morte) è stato nominato presidente eterno. Kim Jong Il è si è fatto portatore di una sola iniziativa la realizzazione dell'arma atomica, compito che gli fu affidato dal padre nel 1984.
Lorenzo
Miles Insulae


Ma come, non ti ricordi il mitico viaggio in treno da Putin, con tanto di sosta sul Lago Bajkal contornata da una sorta di rituale sciamanico?
Guarda che belli...Ha pure terrore dell'aereo...
Comunque se proprio vogliamo dirla tutta, sul padre, semplice uomo di fiducia dell'NKVD e per nulla eroe anti-giapponese, sono state create ad arte tante leggende.Il figlio è sopravvissuto nella fase più difficile riuscendo a portare avanti i fatti propri.


E' vero il mitico viaggio in treno con l'incontro di 14 minuti![]()
Miles Insulae


I gusti sono gusti...
Scherzi a parte, se tutti quelli che si definiscono marxisti lo fossero davvero... Quando il marxismo nasconde una forma di nazionalismo (cioè l'esatto opposto del marxismo), mi va benissimo. Se poi addirittura si tratta di razzismo, ancora meglio.
Il razzismo è una concezione organica, non è come il tifo per la propria squadra di calcio. Ogni popolo deve difendere la sua razza dall'ibridazione con altre e il suo territorio dalla contaminazione di razze non autoctone, non importa se questo è a discapito di una razza classificata come apparentata con la mia (ritenere gli anglosassoni appartenenti alla mia stessa razza italica è un oltraggio a quest'ultima: gli anglosassoni ci sono parenti quanto potrebbero esserlo gli ebrei, che infatti sono bianchi anche loro, il che dimostra che la razza è qualcosa di immensamente superiore a un dato cromatico e riguarda tutta una serie di caratteristiche somatiche, antropometriche e, importantissimo, morali e spirituali).
Io almeno la vedo così.


Beh, però ammetterai che in un paese così accerchiato dalla comunità internazionale il fatto stesso di mantenere in piedi per anni un regime politico, sia pure costruito da altri, ma attaccato da tutti i fronti, richiede qualche capacità, non è che ci riesce il primo imbecille.
Si può creare una struttura solida finché si vuole, ma i tempi cambiano, la storia procede e niente si mantiene per pura inerzia: costruire è difficile, ma a volte è ancora più difficile mantenere.
Devo dire che mi trovo molto d'accordo con Ulver81 in questa discussione.




Zimbabwe, una storia africana
Maurizio Blondet
08 maggio 2008
Almeno settemila morti ammazzati, case e capanne incendiate, migliaia di persone in fuga: «un’orgia di violenza attuata dalle forze di sicurezza di Stato, cui si sono uniti veterani di guerra, miliziani giovanili e fanatici dello Zanu-Patriotic Front», il partito del presidente Mugabe.
«Il regime di Mugabe si accanisce sull’indifeso popolo dello Zimbabwe per punirlo di aver votato per cambiare», dice Winfred Mhanda. «Eppure questo Mhanda non è uno impressionabile: è stato uno dei comandanti della ‘guerra della savana’ negli anni ‘70, a fianco di Mugabe stesso, quando - con il nome di guerra di Dzinashe Machingura - ammazzava i coloni bianchi» (1).
Uomini in uniforme compiono gli eccidi per smantellare le sedi rurali del partito d’opposizione, il Movimento per il Cambiamento Democratico, colpevole di aver vinto il primo turno elettorale con il 47,9%, il che lasciava a Mugabe (43,2%) la prospettiva di abbandonare il potere dopo 26 anni. Benchè abbia accumulato immense ricchezze, la prospettiva non gli piace. Così s’è fatto arrivare dalla Cina un carico di 3 milioni di proiettili per kalashhnikov, 1500 RPG, e 3 mila bombe da mortaio, per dare una lezione al suo ingrato popolo.
Pechino s’è affrettata a dar corso agli ordinativi: un nuovo mercato per il suo export competitivo. La nave cinese con questi rifornimenti, la «An Yue Jiang», era stata a tutta prima bloccata. Ma Emerson Mnangagwa, il comandante dell’operazione-terrore, è poi andato in Angola a convincere il presidente di laggiù, Eduardo Dos Santos, a lasciar sbarcare il carico (2). Non è stato difficile convincerlo, i dittatori africani non mancano di darsi una mano a vicenda. Anche il capo del Sudafrica, Mbeki, tiene discretamente bordone.
E pensare che Mugabe è stato popolarissimo fra la sua gente. Fin dal principio aveva promesso di «risolvere il problema della terra», sostenendo che i coloni bianchi (gente nata lì, nella ex-Rhodesia), l’1% della popolazione, avevano accaparrato il 70% dei terreni coltivabili. Raggiunse l’apice della popolarità nel 2000, quando decretò l’esproprio forzato di 4 mila e passa coltivatori bianchi, e la redistribuzione forzosa delle loro terre alla gente nera: per lo più suoi fedelissimi, ma non conta. Ci furono scene di giubilo, esplosioni di gioia, mentre migliaia di coltivatori neri prendevano possesso dei campi, fra abusi e violenze, condonate dai tribunali.
Mugabe definiva i bianchi «i nostri nemici», e nel 2002 vietò persino loro di mietere: ben fatto!, applaudiva il popolo zimba. Via gli sfruttatori d’altra razza, quei razzisti! Finalmente padroni in casa nostra.
Fatto sta che l’agricoltura, la prima voce di esportazione per lo Zimbabwe - specie tabacco - sotto le cure degli agricoltori neri è crollata. Non solo mancano i prodotti da vendere, ma anche quelli per mangiare. Secondo le agenzie dell’ONU, da anni lo Zimbabwe soffre una crisi umanitaria con pochi paragoni. La speranza di vita per i maschi, che toccava i 60 anni nel 1990, è scesa a 37 anni, e a 34 per le donne, la più bassa del mondo. La mortalità infantile è salita da 53 ad 81 ogni mille nati vivi.
Quasi due milioni di zimbaweani hanno l’AIDS. E 3,4 milioni (su 12 di popolazione totale) sono riparati all’estero.
Oggi persino l’attività mineraria e il turismo hanno superato l’agricoltura come fonti di valuta estera; ed è tutto dire, dato che, sotto la libertà di Mugabe, il turismo (1,9 milioni di turisti nel 1999) è crollato del 75%. Solo il 20% delle camere di albergo sono occupate, ciò che ha messo sul lastrico migliaia di disoccupati, nonostante le attrazioni locali, dalle Cascate Victoria al fiume Zambesi ai safari. Del resto, quali safari?
Il 60% dei selvatici sono morti dal 2000, apparentemente per indipendenza dagli sfruttatori bianchi razzisti. La deforestazione ha proceduto con pari intensità, e così l’inquinamento di acque e fiumi con metalli pesanti a causa di tecnologie di estrazione mineraria indipendenti. Poche le attrattive rimaste, per cui valga la pena di visitare il Paese.
Fra queste, un’inflazione salita dal 32% nel 1998 al 100.58% a gennaio 2008 (secondo i dati del governo), e del 150 mila% non ufficiale. Oppure la nuova moneta introdotta nel 2006, il dollaro zimbabweano pesante, pari a 100 dollari zimbabweani di prima: sul mercato parallelo, nel giugno 2007, ce ne volevano 120 mila per comprare un dollaro USA.
L’attrazione più pittoresca però è certamente lui, il presidente Mugabe. Quest’uomo calunniato da Amnesty International, che lo accusa di violare la libertà di residenza, di riunione, di negare aggressioni a giornali, oppositori politici e attivisti sociali, ha organizzato per il suo popolo, nel 2005, la «Operation Murambatsvina»: ossia ha raso al suolo le bidonvilles che si affollano attorno alle città, e con l’occasione ha stroncato i mercatini «illegali» con cui la gente sopravviveva all’iperinflazione. Lo scopo proclamato era di dare alloggi decenti a tutti quei baraccati. Naturalmente non s’è visto un solo alloggio nuovo costruito, e 560 mila ex-baraccati sono diventati senzatetto.
Il fatto è che il Paese, che dipende totalmente dall’estero per l’energia, non ha abbastanza dollari USA con cui comprare il petrolio, perchè le sue esportazioni agricole sono praticamente a zero. Questa sarebbe una delle cause della iperinflazione, insieme alla corruzione del regime o - come accusa il regime - alle sanzioni imposte da Europa ed USA per le suddette calunnie (violazioni dei diritti umani).
La crisi valutaria ha indotto Mugabe, nel 2005, a mettere al governo Gideon Gono, il banchiere centrale. Costui ha riaperto ai coloni bianchi, chiedendo loro di tornare a riprendere a coltivare i campi; nel 2007, il governo ha persino concesso a qualche bianco (4 o 500 coraggiosi) ad affittare le terre con contratti a lungo termine.
Ma poi, Mugabe ha cambiato idea: ha preso a minacciarli di nuovo. L’ordine è stato chiaro: via dal Paese, altrimenti in galera. I 400 coraggiosi se ne sono andati. Senza troppi rimpianti: le terre che erano state confiscate, sotto le cure dei coltivatori afro, ormai non erano più produttive. Irrecuperabili (3).
Poi le elezioni, che hanno dato una vittoria agli oppositori. Una vittoria misurata: evidentemente, il padre della patria ha ancora molti sostenitori e clienti. La loro Casta, si può dire. La speranza di liberarsi di Mugabe sta affondando nel sangue e nel terrore. E’ una storia africana.
Ma riguarda un pochino anche noi: vedete com’è difficile liberarsi dalla Casta parassitaria, una volta che ha piantato i suoi artigli sulla schiena del popolo.
http://www.effedieffe.com/content/view/3108/168/


Dall'inizio di maggio è caccia ai disperati provenienti da Zimbabwe e Malawi
Neri contro neri. Mandela: "Ricordatevi da quali orrori veniamo"
Sud Africa, caccia agli immigrati
Scontri etnci: dodici morti
di CRISTINA NADOTTI
IN SUDAFRICA sembrano tornati i tempi dell'apartheid, ma questa volta a fare violenza sui neri sono altri neri. Le township, dove una volta i bianchi avevano segregato la popolazione di colore, sono ora abitate dai tanti immigrati che arrivano dallo Zimbabwe, da Malawi, Mozambico e Somalia. Dall'inizio di maggio, contro questi poveri disperati che fuggono da carestie e tumulti politici si è scatenata la rabbia dei sudafricani. Al grido di "cacciamo gli stranieri" anche ieri una folla inferocita ha razziato uno dei sobborghi di baracche alla periferia di Johannesburg: 12 persone sono state uccise, bruciate vive o bastonate fino alla morte, le donne sono state stuprate e le catapecchie date alle fiamme; almeno 50 sono i ricoverati in ospedale. Sono arrivati i blindati, che una volta il regime bianco mandava a disperdere le sommosse nelle township in rivolta contro l'apartheid, i poliziotti hanno cercato di mettere in fuga le gang armate di pistole e machete con i gas lacrimogeni e hanno arrestato centinaia di persone, ma soprattutto hanno cercato di portare via gli immigrati terrorizzati.
LE IMMAGINI DEI LINCIAGGI
Già una settimana fa disordini simili erano scoppiati nella township di Alexandra e due uomini erano rimasti uccisi. Il Nobel per la pace Nelson Mandela, il leader della lotta contro l'apartheid, figura carismatica nel Paese, ha lanciato un appello: "Ricordate da quali orrori veniamo, non dimenticate mai la grandezza di un Paese che ha sconfitto le sue divisioni. Non ripiombiamo in una lotta distruttiva".
Il presidente Thabo Mbeki ieri ha condannato le violenze e annunciato una commissione di esperti per far luce su quanto sta accadendo, ma secondo la Bbc, che cita fonti della polizia, le forze dell'ordine non sono in grado di arginare gli attacchi agli immigrati.
Dalla fine dell'apartheid, 14 anni fa, il Sudafrica ha visto un costante ed enorme flusso migratorio dagli Stati confinanti, calcolato in circa 5 milioni di persone. Negli ultimi anni tuttavia l'economia, prima in costante crescita, ha cominciato a stagnare, sono cresciute disoccupazione e inflazione. I più poveri tra i sudafricani hanno visto negli immigrati la causa della perdita di posti di lavoro e ci sono stati attacchi xenofobi già nel 2005 e 2006. Nell'ultimo mese la situazione è peggiorata con l'arrivo dallo Zimbabwe di oltre 3000 persone in fuga dalle violenze seguite alle elezioni presidenziali.
(19 maggio 2008) http://www.repubblica.it/2008/05/sez...ud-africa.html