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Discussione: Il Natale di Roma

  1. #11
    INSORGERE E' GIUSTO!
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    Citazione Originariamente Scritto da Harm Wulf Visualizza Messaggio
    Il Natale di Roma
    Tra Mitologia, Storia, Reminescenze e Speranze



    Duilio Cambellotti, Acca Larentia, xilografia, 1949
    tratta da http://www.galleria.thule-italia.com/cambelotti.html

    di Alberto B. Mariantoni


    Il 21 Aprile 2008 – XI (undecimum) Kalendas Maias, Nefastus Publicus (NP), Parilia, Sol in Taurus, MMDCCLXI ab Urbe condita (a.U.c.) – ricorre il 2761° anniversario della Fondazione di Roma. Per intenderci, il celebre Natalis Urbis (il Natale dell’Urbe) che fu ufficialmente istituito, per laprima volta a Roma, dall’Imperatore Tiberius Claudius Caesar Augustus Germanicus o Tiberio Claudio Druso o Claudio (-10/54), nel 47 dell’era volgare.

    Questo, naturalmente, se – per il giorno della Fondazione di Roma – si tiene conto della tradizionale data del 21 Aprile -753 che ci è stata trasmessa da Marcus Terentius Varro Reatinus o Marco Terenzio Varrone (-116/-27) e che fu successivamente condivisa da Caius Plinius Secundus o Plinio (23/79), Publius Cornelius Tacitus o Tacito (55/120) e Cassius Dio Correianus o Dione Cassio (155/235).

    Altri autori classici, invece, per la Fondazione di Roma, preferiscono prendere riferimento da altre date:

    -875 : Quintus Aennius o Quinto Ennio (-239/-169);
    -814 : Timeos o Timeo di Tauromenio (-358/-262 // -346/-250);
    -755/4 : Titus Pomponius Atticus o Pomponio Attico (-110/-32);
    -752/1 : Marcus Porcius Cato o Catone il Censore (-234/-149) ;
    -752/1 : Dionýsios o Dionigi/Dionisio d’Alicarnasso (-58/8) ;
    -751 : Polybios o Polibio di Megapoli (-200/-125);
    -751 : Diodoros Sikeliotes o Diodoro Siculo (-90/-20);
    -751 : Cornelius Nepos o Cornelio Nepote (-100/-27);
    -751 : Eratosthenès o Eratostene di Cirene (-276/-194);
    -751 : Apollodoros o Apollodoro di Damasco (60/129);
    -750 : Titus Livius o Tito Livio (-64/-10);
    -748/7 : Quintus Fabius Pictor o Quinto Fabio Pittore (-254/-201);
    -729 : Lucius Cincius Alimentus o Lucio Cincio Alimento (-240/-190);

    In tutti i casi, la data del 21 Aprile del -753, anche se è senz’altro da considerarsi convenzionale, non venne affatto scelta a caso dai nostri antenati.

    Essa fu fissata e tramandata nella Storia, come abbiamo già visto, da Marco Terenzio Varrone (il celebre autore del De Lingua Latina), su precisa indicazione – come lasciano chiaramente intendere Cicerone (De Divinatione, II, 46, 49) e Plutarco (Bíoi Parállêloi o Vite Parallele, Romulus, 12) – di un suo fraterno amico di Fermo (nella attuali Marche): l’allora filosofo e matematico Lucius Tarutius (Lucio Taruzio).

    Quest’ultimo, infatti, tenendo conto delle leggi dell’astrologia, avrebbe calcolato che il concepimento di Romolo era avvenuto nel Primo anno della Seconda Olimpiade (-771) e, di conseguenza, la Fondazione di Roma non poteva essersi svolta che il 9 del mese di Pahrmuthì. Un antico mese che corrispondeva all’Undecimum Kalendas Maias DCCLIII a.U.c. (21 Aprile del -753) dell’allora calendario romano.

    Moderni ricercatori pensano, invece, che Varrone avrebbe scelto la data del 21° giorno di Aprile del -753, in quanto quest’ultima avrebbe coinciso con il Secondo anno lunare dopo la Sesta Olimpiade: una data che potrebbe all’incirca corrispondere al 22 anno (lunare) dopo la Prima Olimpiade o, se si preferisce, a 731 anni prima dell'uccisione (15 Marzo del -44) di Caius Iulius Caesar o Giulio Cesare (-100/-44) che era contemporaneo di Varrone.

    Una Roma da non dimenticare

    Questi, in ogni caso, i dati essenziali che riguardano quella data.

    Come sottolinea Cicerone (De Senectute VII, 21), però, “memoria minuitur, nisi eam exerceas” (la memoria diminuisce se non la tieni in esercizio).

    Allora, per tentare di poter continuare a mantenerla nelle migliori condizioni e non dovere rischiare, in qualche modo, di dimenticare chi siamo e da dove veniamo, mi permetterò di rievocare – per coloro che ne fossero interessati – alcuni stralci di Mitologia e di Storia che sono all’origine dell’atto di Fondazione di quella che, più tardi, diventerà l’Urbe (Urbs), la Civitas, la Città… (in senso determinativo!) e la Capitale del Mondo (Caput Orbis o Caput Mundi) per antonomasia. In altre parole, la Roma eterna ed immortale che ancora oggi – nonostante i suoi quasi 3000 anni di vita e la triste e deplorevole deliquescenza nella quale, negli ultimi 64 anni, è stata volontariamente ed irresponsabilmente precipitata – continua fieramente ad inalberare, con i suoi poderosi ed imperituri monumenti, i segni indelebili della sua sempre fresca, palpabile ed ineguagliabile grandezza.

    Sto parlando, naturalmente, di quell’intramontabile ed incomparabile grandezza che fu poeticamente ambita e cantata da Quintus Horatius Flaccus o Quinto Orazio Flacco (-65/-8), nel suo Carmen Saeculare (11-12): Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem nasceris, possis nihil Urbe Roma visere maius (Sole fecondo, che col carro ardente porti e nascondi il giorno, e nuovo e antico rinasci, possa mai tu vedere nulla di più grande di Roma). Grandezza che fu, più tardi, confermata ed esaltata, da Fausto Salvatori (parole) e Giacomo Puccini (musica), nel loro indimenticabile e sempre attuale ‘Inno a Roma’: Sole che sorgi libero e giocondo sul colle nostro i tuoi cavalli doma; tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma…

    La Mitologia

    Prima di parlare di “reminescenze, però, vediamo che cosa ci racconta la Mitologia, a proposito della Fondazione di Roma?

    Come sappiamo, è grazie al poeta Publius Vergilius Maro o Publio Virgilio Marone (-70/-19) ed alla sua Eneide, che ancora oggi, tutti, siamo in grado di rammentarci i principali protagonisti del Mito fondatore della Città Eterna. Un Mito che già a partire dall’età di Augusto (I° sec.), Virgilio aveva largamente contribuito ad imprimere nella memoria collettiva delle generazioni del suo tempo ed a proiettarne i contenuti verso il futuro, come una naturale ed epica continuazione e completamento (palesemente ad usum delphini…) delle già conosciute, esaltanti e stimate imprese degli Eroi Achei che erano state precedentemente raccontate e diffuse dall’Iliade e dall’Odissea di Omero.

    Virgilio, infatti, nella sua Eneide, per cercare di nobilitare ancora di più le ormai già gloriose e consolidate strutture dell’Impero romano, non esitò – nella ricostruzione degli aspetti mitologici che erano legati alla Fondazione di Roma – a riallacciarsi alle ultime battute della Guerra di Troia, nonché a centrare l’essenziale del suo poema, sulla elettrizzante figura del leggendario Enea: l’Eroe dardano-troiano, figlio di Anchise e di Afrodite (la latina Venus/Venere), già celebrato da Omero (canti III°, V° e XX° dell’Iliade) come il più valoroso dei guerrieri troiani dopo Ettore, ed a cui il Dio Poseidone (il nostro Neptunus/Nettuno) – figlio di Cronos/Saturnus/Saturno e fratello di Zeus/Iupiter/Giove, oltre che Dio del mare, dei cavali e dei terremoti – aveva simultaneamente profetizzato, sia la sua salvezza fisica al momento della distruzione della città di Troia che il suo futuro ed immancabile avvenire regale, unitamente alla certezza di potersi trasformare nel capostipite di una successiva, eroica e prolifica progenie.

    Il racconto virgiliano sul Mito fondatore della città di Roma, dunque, ci presenta il lungo e periglioso viaggio intrapreso, all’interno del bacino Mediterraneo, con 22 navi iniziali, da questo particolare protagonista, in compagnia del vecchio padre Anchise e del figlioletto Ascanio (chiamato Iulio da Virgilio – da cui, la Gens Iulia – e che Enea aveva avuto dalla moglie Creusa, figlia del Re Priamo, inspiegabilmente scomparsa, al momento della loro congiunta e precipitosa fuga da Ilio/Troia), del nocchiere Palinuro e della nutrita e raggranellata schiera di profughi Troiani o Teucri che lo avevano seguito.

    Quel medesimo racconto, ci presenta ugualmente la breve permanenza di Enea e dei suoi compagni di viaggio, a Cartagine, presso la Regina Didone, ed il rifiuto dell’Eroe dardano-troiano di unirsi in matrimonio con quest’ultima; la morte del padre Anchise, in Sicilia; il tragico destino del suo fedele timoniere Palinuro, in Campania; la discesa di Enea nel Regno di Ade (Averno), in compagnia della Sibilla Cumana, ed il suo celebre ed emozionante incontro con l’ombra di un certo numero di personaggi del suo recente o remoto passato. Tra cui, la sagoma spettrale ed impalpabile del padre Anchise che gli annuncia – per mezzo dei versi di Vigilio (Eneide, T. I°, libro VI°, versi 851-853) – l’invidiabile ed incomparabile “arte” a cui è destinata la sua futura stirpe: “Tu regere imperio populos, Romanae, memento. Hae tibi erunt artes, pacisque imponere morem, parcere subjectis et debellare superbos” (Tu, Romano, ricordati di governare i popoli sotto il tuo impero: le tue arti saranno d’imporre le condizioni della pace, di risparmiare i vinti e di domare i superbi).

    L’identico racconto, ci presenta inoltre l’approdo di Enea, con sole 5 navi e pochi superstiti, sulle sponde del Lazio ed il suo primo incontro con il Re Latino e la figlia di quest’ultimo, Lavinia. Ci presenta altresì il duello di Enea con il Re dei Rutuli, Turno; la morte di quest’ultimo e la vittoria di Enea; le nozze di Enea con Lavinia; la nascita, dalla loro unione, di Silvius/Silvio, il fratellastro di Ascanio/Iulio. Il tutto, senza contare la scomparsa di Enea, tra lampi e fulmini (identico scenario della futura scomparsa del suo presupposto discendente, Romolo!), dopo quattro anni di regno, e la sua assunzione in cielo tra gli Dei dell’Olimpo, nel corso di una battaglia contro un esercito etrusco, nei pressi del fiume Numico (in realtà, il fosso di Pratica di Mare…), cantato ugualmente da Aulus Albius Tibullus o Albio Tibullo (-54/-19): “Là sarai consacrato, quando l'onda venerabile del Numico t'avrà assegnato al cielo, Dio della tua nazione” (Tibullo, A Febo, in onore di Messalino, II, 5).

    Il resto lo conosciamo…

    Dalle successive discendenze di Ascanio/Iulio (fondatore e primo Re di Albalonga) e di Silvius/Silvio (il secondo Re) e, più precisamente, dal dodicesimo e leggendario Re di Albalonga, Silvius Procas, nasceranno i fratelli Numitor/Numitore (il Re) ed Amulius/Amulio (il futuro usurpatore del trono di Numitore). Da Numitore, nascerà Rea Silvia che Amulio, dopo aver spodestato il fratello, obbligherà a rimanere vergine ed a diventare sacerdotessa di Vesta (Divinità del caratteristico ed inestinguibile Focolare domestico e Dea della Casa e della Patria). Da Rea Silvia ed il Dio Marte (l’Ares dei Greci), nasceranno i gemelli Romolo e Remo. Questi ultimi – destinati, da Amulio, ad essere uccisi – saranno invece abbandonati, dal servo incaricato di quell’omicidio, all’interno di una cesta, sulle rive del Tevere.

    Qualche tempo dopo, Romolo e Remo saranno rinvenuti dal pastore Faustulus, nei pressi della palude del Velabro (tra il colle del Palatino ed il Campidoglio). E dopo averli sottratti ad una lupa che li stava allattando, li affiderà a sua moglie Acca Larentia o Laurentia.

    Diventati adulti e conosciuta la loro origine, Romolo e Remo uccideranno Amulio e ristabiliranno sul trono di Albalonga, il vecchio nonno Numitore.

    Entrambi, in seguito, decideranno di fondare una nuova città: Romolo avrebbe voluto chiamarla Roma; Remo, invece, Remuria. Da cui, i primi dissidi…

    Altro disaccordo di fondo, il luogo: Romolo avrebbe voluto edificare la nuova città sul Palatino; Remo, sull’Aventino.

    Ragione per cui, per poterla realmente fondare, i due gemelli si affideranno al volere degli Dei e cercheranno di interpretare i loro eventuali e rivelatori segni augurali (auspicia).

    Come sappiamo, sull’Aventino incominceranno a roteare sei avvoltoi; sul Palatino, dodici.

    Sarà sul Palatino, dunque, che la nuova città sarà innalzata.

    Romolo, con un aratro, traccerà il solco perimetrale sacro (pomerium) della città e la battezzerà Roma.

    Suo fratello Remo, forse per gioco (ma probabilmente interpretato, da Romolo, come un aperto segno di sfida), prendera la libertà di scavalcare quel solco. Ed, allora, Romolo, accecato dall’ira, lo ucciderà e prenderà, da solo, le redini della nascente Urbe.

    Fin qui, il racconto di Virgilio, nell’Eneide.

    Altre Mitologie

    Quello che molti ignorano, però, è che la trama finale dell’Eneide, non nacque affatto dal nulla, né tanto meno tese a scaturire da una sola, assodata ed univoca origine mitica.

    Al contrario, dopo una lunga e travagliata gestazione storica durata almeno 6 o 7 secoli, il Mito fondatore che conosciamo riuscì a materializzarsi nell’Eneide, a partire da decine e decine di altri miti e leggende che, fino ad allora, avevano singolarmente e disgiuntamente continuato a propagarsi tra le numerose ed eterogenee popolazioni dell’Area mediterranea. Sempre avendo, come “tela di fondo”, gli avventurosi e rocamboleschi viaggi e le tragiche o accattivanti peripezie dei diversi e variegati supersiti della Guerra di Troia.

    Insomma, se vogliamo, nella maggioranza delle leggende che avevano direttamente o indirettamente a che fare con il Mito della Fondazione di Roma, la distruzione della città di Troia – che secondo Tucidide (Perì tu Peloponnēsìu polèmu o Storia della Guerra del Peloponneso, I, 9-12), sarebbe avvenuta nel -1196; secondo Erotodo (Istorie, II, 145), nel -1250; secondo Marcus Velleius Paterculus o Marco Velleio Patercolo (Historiae romanae ad M. Vinicium libri duo, VIII, 5), nel -1182; secondo Diodoro di Sicilia (I, 5, 1), nel -1184; secondo l’archeologo tedesco Heinrich Schliemann (1822/1890), tra il -1194 ed il -1184 o tra il -1210 ed il -1150 – non è mai estranea.

    In altre parole – sia che si parlasse di Enea, come semplice personaggio o come principale protagonista di una particolare saga; sia che si raccontasse di Rhome o Rome, la donna troiana che sarebbe giunta insieme ad Enea sulle coste del Lazio e che, dopo aver sposato il re Latino (a sua volta, figlio di Telemaco, il figlio di Ulisse, e della maga Circe), avrebbe messo al mondo tre figli: Romolo, Remo e Telegono; sia che si facesse riferimento a delle comuni donne troiane, schiave di Achei o compagne di fuga di Enea, che approdano sulle spiagge tirreniche dell’Italia; ecc. – restava il fatto che il dopoguerra di Troia era sempre e comunque presente, come il basilare elemento innescante o scatenante dell’insieme di quelle leggende.

    E la conferma, ci viene da una miriade di autori di quel tempo. Tra questi:

    - Arctino di Mileto (-VIII° secolo) che per primo – in aggiunta all’opera di Omero – nel suo Ilioupersis (Distruzione di Ilio o Troia), farà riferimento alle temerarie peregrinazioni marittime di Enea, dopo la distruzione della sua città;

    - L’Anonimo autore dell’Inno omerico ad Afrodite (fine -VII° secolo) che ci parlerà ugualmente di Enea, dopo l’incendio di Troia;

    - Stesicoro di Imera (-632/629 -556/553) che – senza specificare dove l’Eroe troiano sarebbe approdato – si riferirà ad Enea ed ai suoi numerosi viaggi, in cerca di una nuova Patria;

    - Ellanico di Lesbo o da Mitilene (-V°/-IV° secolo) che per primo – secondo Dionigi o Dionisio d’Alicarnasso – incomincerà a diffondere l’informazione secondo la quale Enea, dopo il suo movimentato e presupposto peregrinare nel Mediterraneo, sarebbe sbarcato sulle coste del Lazio;

    - Callia di Siracusa (-IV /-III secolo) che – come primizia ad altre simili leggende – lascerà intendere che Enea e/o la donna troiana di nome Rhome o Rome che era al suo seguito, sarebbe/sarebbero stati tra i progenitori degli abitanti dell’Urbs;

    - Diocles o Diocle di Peparethus o Pepareto (-III° secolo) che per primo – nel contesto di un’altra leggenda sulla Fondazione di Roma – evocherà l’episodio dei due gemelli, Romolo e Remo, che dopo essere scampati alla morte, sarebbero stati amorevolmente allattati da una lupa, sotto ad un fico, alle falde del Palatino;

    - Timeos o Timeo di Tauromenio (-358/-262 // -346/-250) che formulerà un primo accoppiamento tra il Mito troiano e quello dell’origine di Roma, attestando, tra l’altro, l'origine troiana dei Penati (Spiriti Protettori di una famiglia e della sua casa) che erano custoditi in un santuario della città di Lavinium/Lavinio (l'odierna Pratica di Mare);

    - Appianus o Appiano (-II° secolo) che – sfruttando altre dicerie – metterà in correlazione l’Eroe acheo Diomede (un supersite della Guerra di Troia) e gli scampati troiani di Enea sulle coste italiche, nel contesto della città di Lavinum/Lavinio, la cui fondazione è semplicemente attribuita a Diomede invece che ad Enea;

    - Eratosthenès o Eratostene di Cirene (-276/-194) che – a partire dalla leggenda di un Enea fondatore della città di Lavinium/Lavinio – combinerà invece quel mito con quello di Romolo e Remo e si impiegherà ad ideare la successiva dinastia regale di Albalonga;

    - Gneus Nevius o Gneo Nevio (-275/-201) che – nel contesto di una sua soggettiva interpretazione del medesimo Mito della Fondazione di Roma – collegherà direttamente la caduta di Troia con il Mito dell’arrivo di Enea nel Lazio, favorendo la credibilità della sua figura, come possibile iniziatrice della stirpe romana;

    - Quintus Ennius o Quinto Ennio (-239/-169) che – in un frammento del Libro I° dei suoi Annales – parlerà di Ilia, figlia di Enea e di una sua sposa latina, come concepibile progenitrice, con il concorso di Marte, dei gemelli Romolo e Remo:

    - Marcus Porcio Cato o Marco Porcio Catone (-234/-149) che – nella sua personale interpretazione della mitologia romana – incomincerà a rendere plausibile la leggenda della Fondazione di Roma, in correlazione con il Mito troiano, così come, più tardi, ci verrà presentato da Virglio, nell’Eneide;

    - Titus Livius o Tito Livio (-59/17), in fine, che – nel suo Ab Urbe condita libri I (Libri dalla fondazione di Roma – libro I°) – seguendo le orme di Catone il Censore, tenterà di storicizzare il Mito della venuta di Enea nel Lazio, facendo apparire il suo ruolo, come quello di un possibili o ammissibile antesignano del lignaggio romano.

    Certo, ci sarebbero altri autori da citare, ma fermiamoci qui.

    Accontentiamoci, per il momento – per quanto riguarda il Mito fondatore della Città per eccellenza – di continuare ad onorare il poeta Publius Vergilius Maro o Virgilio per la geniale ed appassionante sintesi che seppe operare, nel suo tempo, all’interno del suddetto groviglio di miti e di leggende, limitandosi semplicemente ad escogitare ed aggiungere la particolare novità del passionale e tragico episodio di Enea e Didone, a Cartagine.

    L’Archeologia e la Storia

    Oltre la Mitologia, che cosa hanno da dirci l’Archeologia e la Storia, a proposito della Fondazione di Roma?

    Nella regione che più tardi sarà occupata dalla futura popolazione romana, gli insediamenti umani sembrano risalire alla notte dei tempi.

    Come precisa il sito http://www.romecity.it/Storiadiroma.htm, “le prime tracce di vita umana nel territorio risalgono a circa 650.000 anni fa, mentre a circa 250.000 anni risalgono tracce consistenti concentrate a Ovest, a venti chilometri sulla Via Aurelia, nella zona dove allora scorreva il Tevere”.

    Tra l’anno -1500 ed il -1000, all’interno del medesimo territorio, erano insediati – come ci confermano alcuni reperti di ceramica recentemente portati alla luce nel Foro Boario – degli abitanti che potremmo classificare come appartenenti alla ‘Civiltà Appenninica’.

    Tra il -900 ed il -801, come ci viene confermato dal ritrovamento di alcuni residui di capanne sul Palatino circondate da un terrapieno, il medesimo spazio geografico era occupato da una popolazione proto-storica che potremmo definire ‘Villanoviana’. Per la maggior parte, di origine Etrusca.

    Quel gruppo umano, però, sarà ben presto integrato da due etnie di origine Indoeuropea. In particolare, quella dei Latini che provenivano dalla Valle del fiume Sacco (la cosiddetta Vallis Lata, da cui il nome Latini) che discende dai monti Ernici ed Albani, e quella dei Sabini che erano insediati al Nord-Est del futuro territorio della Roma quadrata, tra l'alto Tevere, il fiume Nera e l'Appennino marchigiano.

    I primi territori ad essere occupati – sempre nel contesto della futura regione romana – saranno il Palatino, seguito, a breve, da altri insediamenti sull'Esquilino e sul Quirinale.

    All’interno della medesima area geografica, insomma, si erano ritrovate a coesistere tre tipi di popolazione: quella Etrusca (che era stanziata, per lo più – oltre che sul litorale tirreno – sulla riva destra del Tevere ed era dedita, in maggioranza, al commercio), quella Latina (che era insediata sulla riva sinistra del Tevere e consacrata principalmente alla pastorizia), quella Sabina che era essenzialmente acquartierata al Nord-Est degli attuali colli del Quirinale, del Viminale e dell’Esquilino, con particolare predisposizione per l’agricoltura. Con un punto di incontro obbligato: il guado che esisteva a valle dell’Isola Tiberina e dove, più tardi, sarà edificato il più antico ponte di Roma, il Ponte Sublicio.

    A partire dal IX°/VIII° secolo – sempre nella medesima regione – inizierà un vero e proprio processo di unificazione/fusione delle popolazioni e delle culture che erano presenti su quel territorio. Processo che si concluderà – molto probabilmente verso la metà dell’VIII° secolo – con la costituzione di un concreto e rimarchevole agglomerato urbano: quello che la leggenda – ufficialmente veicolata nel loro tempo, in termini molto più mitologici, da Terenzio Varrone e da Virgilio – ci aveva già proposto con il nome di Roma reale.

    Il successivo incontro/scontro con le Civiltà italica, greca, cartaginese e celtica aggiungeranno dei corroboranti “enzimi” al già fremente ed esuberante “lievito” della società romana di allora.

    Conosciamo le tappe che portarono la Roma primitiva, a trasformarsi, dapprima, in Roma repubblicana ed, in seguito, in Roma Imperiale. Conosciamo ugualmente il lungo cammino che Roma intraprese fino alla sua massima estensione territoriale: dall’Armenia al Vallo d’Adriano in Inghilterra, dai confini dell’attuale Mauritania all’attuale Egitto-Sudan, dall’Arabia Felix all’antica Tracia, dalla Mesopotamia al Mar Nero, al Mar d’Azov, ecc.

    La profezia raccontata da Virgilio, nell’Eneide (libro I°, 287-288), si era avverata: His ego nec metas rerum nec tempora pono, Imperium sine fine dedi (a costoro non limite di spazio io metterò, non limite di tempo, l’Impero che lor diedi è senza fine).

    Poi, conosciamo parimenti il resto della sua Storia.

    Conosciamo, in particolare, le prime avvisaglie del suo futuro ed inevitabile decadimento, come – ad esempio – l’annientamento delle Legioni (la XVIIª, la XVIIIª e la XIXª, nonché 6 coorti di fanti e 3 ali cavalleria ausiliaria) di Quintilio Varo nella selva di Teutoburgo, nell’anno 9, ad opera di un’agguerrita coalizione di tribù germaniche guidate da Arminio, il capo indiscusso dei Cheruschi. Conosciamo altresì, più tardi, le disfatte militari contro i Parti (II°/III° secolo) ed, in conclusione, le irresistibili e successive invasioni barbariche e la fine: la deposizione dell’ultimo Imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo, nel 476 della nostra era.

    La Stirpe Romana, con il suo Impero d’Occidente, aveva regnato sul Mondo allora conosciuto, la bazzecola di all’incirca 1229 anni. Mentre con il suo Impero d’Oriente, continuerà a prolungare la sua potenza, per ancora 977 anni. In tutto, insomma, la “breve” parentesi di all’incirca 2206 anni!

    Reminescenze storiche
    Quattordici secoli, purtroppo, dovranno trascorrere dal 476 della nostra era, prima di rivedere risorgere dal nulla e circolare di nuovo per le strade e le piazze d’Italia, le Insegne di Roma immortale. Ed ancora 17 anni aggiuntivi, per vedere ugualmente riapparire le glorie dell’Impero, sui 7 Colli fatali.

    Il Fascismo, infatti, memore della Storia Patria, nella sua quotidiana e spontanea esaltazione dei valori romani, non dimenticò nemmeno la convenzionale data del 21 Aprile.

    Infatti, già qualche mese dopo il suo insediamento al potere (31 Ottobre 1922), il 23 Gennaio 1923, istituì la sua Festa del Lavoro, che incominciò ad essere regolarmente celebrata, appunto, il giorno del Natale di Roma (il 21 Aprile) di ogni anno.

    Il resto, è semplice cronaca :

    Il 21 Aprile 1925, avvenne la presentazione, a Bologna, del Manifesto degli intellettuali fascisti, da parte del filosofo Giovanni Gentile.

    Il 21 Aprile 1927 – Gazzetta Ufficiale del 30.04.1927, n. 100 – venne promulgata la Carta Nazionale del Lavoro; per la prima volta nella storia dell’Umanità, il celebre apologo (delle membra e dello stomaco…) di Menenio Agrippa (-V secolo) sulla giustizia sociale, trovava la sua attuazione pratica nell’Italia di Mussolini ; in altri termini, la Carta in questione fu la prima codificazione del mondo, a proposito dei diritti e dei doveri tra capitale e lavoro; senza contare l’enunciazione e l’enumerazione dei principi basilari sulla tutela dei diritti dei lavoratori (diritto alle ferie annuali pagate, diritto alla liquidazione o all’indennizzo di fine rapporto lavorativo, diritto al pagamento del lavoro straordinario, protezione giuridica gratuita nelle controversie con i datori di lavoro, ecc.).

    Il 21 Aprile 1932, veniva inaugurata la Stazione radio di Firenze I .

    Il 21 Aprile 1934, veniva inaugurata la nuova città di Sabaudia, nell’Agro pontino bonificato.

    21 Aprile, nel 1935, sarà il nome che porterà orgogliosa una delle più conosciute ed agguerrite Divisioni di Camicie Nere in Africa Orientale, comandata dal Generale di Divisione Giacomo Appiotti.

    Il 21 Aprile del 1942, verrà messo in vigore il nuovo Codice Civile Italiano che segnerà l'unificazione del diritto privato.

    Potrei continuare…

    Ma poniamoci questa domanda: tutto ciò, fu semplicemente un caso ?

    Sappiamo che non lo fu.

    Oggi, ricordando il significato ed il senso del Natale di Roma, tendiamo a tramandare e proiettare verso l’avvenire la medesima speranza, la medesima attesa che fu remotamente e recentemente ambita dai nostri avi: quella dell’indispensabile realizzazione di un'Europa Unita e di una Patria comune per tutti i figli di questo nostro calpestato Continente. E questo: da Gibilterra agli Urali e dalle tormentate e spumose scogliere di Thulè ai lontani Dardanelli!

    Quel nostro sogno comune, ho spesso tendenza a paragonarlo al naturale e maestoso volo di un'aquila. Un'aquila, a cui, però, ogni volta, per impedirle di librarsi nei cieli, vengono puntualmente e criminalmente tarpate le ali!

    Quell'aquila che già fu di Roma, da 64 anni ormai, continua a mordere il “freno” impaziente.

    Essa, a mio avviso, non aspetta altro che la rude e vivificante brezza mattutina delle nostre ritrovate coscienze di uomini liberi e fieri, ed i primi sprazzi annunciatori dell'immancabile e radioso risveglio del nostro ancora morfinizzato Popolo-Nazione, per ritornare a volare…

    Per ritornare, cioè, ancora una volta, a volteggiare e dominare libera, incontrastata e rispettata, su quegli immensi ed incoercibili Limes che nessuno può eternamente sperare di continuare a confiscarci, nell'illusoria e mendace speranza che si possa un giorno dimenticare, sia la nostra Storia che la nostra unica, originale e trimillenaria Civiltà.
    Grande Alberto

  2. #12
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    Individuato il Lupercale, dove nel mito la lupa ha allattato i gemelli
    E' vicino alla casa di Augusto sotto le pendici del Palatino

    Roma, la leggenda diventa realtà
    Trovata la grotta di Romolo e Remo

    Le prime foto mostrano una volta con marmi colorati e una grande aquila bianca




    ROMA - La leggenda si fa storia: il luogo più celebre del mito della storia di Roma, cercato per secoli, è apparso. Il Lupercale, ovvero il luogo dove la lupa avrebbe allattato i gemelli Romolo e Remo, è stato trovato: è vicino alle mura della dimora di Augusto, in un avvallamento sotto le pendici del Palatino e in un'area mai esplorata finora tra il Tempio di Apollo e la Chiesa di Sant'Anastasia, a 16 metri di profondità. A dare oggi l'annuncio dell'incredibile scoperta, il ministro per i Beni e le attività culturali Francesco Rutelli.

    "Nel corso dell'esplorazione di questi giorni del Palatino, nella parte che dà verso il Circo Massimo, una sonda a 16 metri di profondità ha trovato qualcosa di veramente strabiliante", ha detto il ministro illustrando i dettagli della scoperta. La struttura a forma di ninfeo sembra essere una grotta in parte naturale e in parte artificiale, alta circa 9 metri e con un diametro di 7,5.

    La microtelecamera della sonda ha mostrato una volta decorata a cassettoni, che riquadrano motivi geometrici non figurativi realizzati a mosaico con tessere di marmo policromo, ed è impreziosita ulteriormente da filari di conchiglie bianche e dall'aquila bianca di Augusto al centro della volta stessa. A quanto pare, edificando la sua dimora proprio in quel luogo, l'imperatore volle annettere alle sua villa quel luogo altamente simbolico della storia di Roma.



    Una visione mozzafiato che è stata ottenuta dalla soprintendenza, che ancora non ha messo piede nella grotta, solo alla fine di luglio scorso. "Una vivacità policroma impressionante che sembra a prima vista un unicum nel complesso della Casa di Augusto", commenta l'archeologa Irene Iacopi che ha diretto lo scavo. Con lei, il soprintendente archeologico Angelo Bottini, il professor Giorgio Croci curatore del supporto scientifico ai lavori di scavo sul Palatino e il noto archeologo Andrea Carandini.

    "La grotta è ancora quasi interamente riempita di terra di riporto - dice Bottini - ma con la sonda siamo arrivati fino al pavimento che è di cocciopesto per approssimare le dimensioni di 7,5 metri d'altezza e 6 di diametro. La struttura ipogea, che ha le sembianze di un ninfeo, dove alle pareti abbiamo riconosciuto una nicchia, è alla base della collina, allo stesso livello del Circo Massimo, ed è stata inglobata in un complesso di strutture che l'hanno rispettata e decorata secondo la moda del tempo. Lo scavo sarà, quindi, complesso. Partiremo dall'alto per scendere verso il basso". "Dallo scavo, che coinvolgerà una struttura iniziale di circa 700 metri quadrati, ci aspettiamo di conoscere le connessioni tra il Lupercale e il Tempio della Casa di Augusto che aveva l'ingresso monumentale su questo versante del colle".



    Il culto del Lupercale, ha spiegato Andrea Carandini, era ancora vivo nel quinto secolo dopo Cristo. Cosa che suscitò le ire del papa Gelasio I: il Pontefice proibì ai romani di praticare il rituale legato alla grotta, ovvero correre intorno al Palatino, il sacro colle, appunto, frustando le donne per renderle fertili.

    Ora si dovrà cercare un varco per entrare nella grotta, costruire un cantiere in sicurezza, e svuotare del terriccio. "Gli studiosi - ha spiegato Rutelli - lavoreranno per anni sui dettagli di questa struttura. Si tratta di un luogo di culto, un santuario che Augusto trasformò in uno dei punti centrali della sua casa. Per secoli era stato cercato ed ora finalmente è sotto gli occhi di tutti".


    20 novembre 2007
    http://www.repubblica.it

  3. #13
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  4. #14
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    Citazione Originariamente Scritto da GIM VALERI Visualizza Messaggio
    cè solo un natale......questa la chiamerei ricorrenza incerta di fondazione ........
    ma chi se ne frega se è incerta?
    il Natale di Roma è un simbolo, non una data scientifica, ne tantomeno storiografica.

  5. #15
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    Citazione Originariamente Scritto da GIM VALERI Visualizza Messaggio
    cè solo un natale
    Sì, c'è il Dies Natalis Solis Invicti, che però non esclude il Dies Natalis Urbis Romae.

  6. #16
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    Citazione Originariamente Scritto da Mogun Visualizza Messaggio
    ma chi se ne frega se è incerta?
    il Natale di Roma è un simbolo, non una data scientifica, ne tantomeno storiografica.


    penso che nessuno abbia mai creduto che fosse una data vera.......

  7. #17
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    Citazione Originariamente Scritto da Civis Romanus Visualizza Messaggio
    Sì, c'è il Dies Natalis Solis Invicti, che però non esclude il Dies Natalis Urbis Romae.

    non intendevo questi "natali".....ritenta sarai piu fortunato......

  8. #18
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    Citazione Originariamente Scritto da GIM VALERI Visualizza Messaggio
    penso che nessuno abbia mai creduto che fosse una data vera.......
    perchè invece l'altro Natale è venerato in quanto data vera?

  9. #19
    lupo della sila
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  10. #20
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    Natale di Roma e balle di natale
    Di Fabio Calabrese

    Il nostro Harmwulf ha tempestivamente postato il 21 aprile 2008 sul sito Politica on line un bell'articolo del grande Alberto B. Mariantoni sul natale di Roma, uno scritto veramente ammirevole per l'erudizione che dimostra, ma assai più per l'illuminante senso di fede e speranza nella resurrezione di questa nostra stirpe romana-italica che ha un bisogno così profondo di ritrovare la comunione con la sua anima più profonda (vogliamo dire “i suoi dei”?), di ritrovarsi come stirpe e come comunità, senza di che non c'è popolo, non c'è nazione, ma solo una massa di sbandati che va incontro miope ad un incerto destino. Rispetto a ciò, il 21 aprile è soprattutto un simbolo, che non va valutato con i parametri della storicità, ma con il metro del mito.
    Riguardo all'articolo di Mariantoni non avrei altro da dire, se non esprimere il mio pieno, incondizionato apprezzamento.
    Ciò a cui invece mi sento in dovere di obiettare, è l'osservazione di un altro forumista, Gim Valeri, che risponde:
    “C'è un solo natale, questa la chiamerei ricorrenza incerta di fondazione”.
    Non sono d'accordo, i natali sono due, il natale di Roma, la cui ricorrenza di fondazione non va valutata con il metro dell'esattezza storica, ma in base al valore simbolico, ed il 25dicembre, Dies Natalis Solis Invicti.
    Quello che mi preme evidenziare, è che né l'uno né l'altro hanno nulla a che fare con la stucchevole favola del bambinello nato in una stalla e messo in una mangiatoia per essere riscaldato dal fiato di un asinello e di un bue, questa si una favola e non un mito (tanto meno una verità storica).
    Qualsiasi valutazione in proposito non può prescidere dal fatto che i presunti seguaci del mite bambinello si sono rivelati una delle forze più devastanti e calamitose della storia umana.
    Io trovo che esista un'incompatibilità di fondo fra l'essere italiano e l'essere cristiano, ed a maggior ragione, cattolico.
    E' un fatto che l'affermazione del cristianesimo nel mondo antico ha coinciso con la messa in liquidazione dell'imperium romanum. C'è un nesso chiaro e preciso fra la presa del potere da parte del filo-cristiano Costantino (la questione se egli fosse o non fosse battezzato, o se lo sia stato in punto di morte, è a parer mio assolutamente irrilevante) e la demolizione dell'impero, di cui Roma cessa di essere la capitale che viene spostata in Oriente, in Asia, a Bisanzio che diventa Costantinopoli. Il disegno di Costantino era palesemente quello di creare in Oriente una tirannide sacrale sul modello ellenistico (ma che in realtà si rifaceva ad un'antichissima tradizione di oppressione ammantata di religione sorta insieme alle piramidi ed alle ziggurath) basata sul cristianesimo, mentre l'Occidente diventava una terra di rapina a cui succhiare risorse per costruire il più ristretto e solido stato orientale.
    Questa cancellazione dello spirito romano ed europeo è stata poi portata avanti da un altro tristo figuro, Teodosio, che ha imposto con estrema brutalità, con persecuzioni atroci di cui oggi gli storici fanno finta di non sapere nulla, la soppressione della religione pagana, rendendo legalmente un delitto passibile di morte il continuare ad adorare gli dei patrii, facendo distruggere i templi e le statue degli dei e massacrare migliaia di persone; i suoi inquisitori, i “miti agnelli cristiani” che rivelarono la loro vera natura di belve, arrivarono al punto di “giustiziare” bambini colpevoli di aver giocato con i frammenti delle statue abbattute degli dei.
    Distrutta l'anima dell'impero, ai barbari germani non restò altro che impadronirsi di un cadavere. In questa spartizione delle spoglie, la Chiesa cattolica, il papato insediato a Roma come un parassita o un tumore maligno, si prese la sua parte.
    Per l'Italia, la presenza in riva al Tevere della “vergogna dei chercuti re”, come la chiamò efficacemente Carducci, ha significato quindici secoli di disunione politica, di dominazioni straniere, di umiliazioni, con i papi sempre pronti a richiamare nuovi invasori stranieri se qualcuno minacciava di unificare la Penisola, di ridare all'Italia dignità di nazione, di sottrarre loro il loro beneamato potere temporale: da Carlo Magno a Carlo d'Angiò, a Napoleone III.
    Le stimmate della nostra lunga storia di divisione, di dominio straniero, di assenza dello stato nazionale, sono ancora oggi ben visibili. Nella mitologia giudaico-cristiana c'è il Popolo Eletto; evidentemente ci deve essere anche il Popolo Sfigato, e il Popolo Sfigato siamo noi, gli Italiani. Io sono di Trieste, e so bene che c'è voluta la nascita della Jugoslavia comunista perché il clero dalle nostre parti smettesse di avere un atteggiamento prima filo-austriaco (fino al 1918), poi filo-sloveno, sempre e comunque anti-italiano.
    Tutto ciò, però, si trova “in nuce”, ed è questo il dato importante al di là delle contingenze storiche, già nei vangeli. Come è noto, fra le altre cose, essi profetizzano la Guerra Giudaica e la distruzione di Gerusalemme ad opera delle legioni romane di Tito; profezia piuttosto facile, perché anche se ambientati prima, furono scritti dopo di essa, e Gesù Cristo profetizza che “La cosa disgustante” ossia le insegne romane sarebbero entrate nel tempio di Gerusalemme. Bisogna leggerli, i vangeli (cosa che la Chiesa cattolica furbescamente sconsiglia), ed allora ci si rende conto che Gesù Cristo non si presenta per nulla come redentore universale ma si inserisce semplicemente nel solco del profetismo ebraico. C'è un passo memorabile nel quale egli rifiuta di predicare ai Romani dicendo che “Non bisogna buttare ai cani il pane per i figli”.
    Bene, il disgusto è reciproco, perché se per l'ebraismo, il cristianesimo, il giudeo-cristianesimo, quello che volete, le insegne di Roma sono disgustose, noi eredi della tradizione romana proviamo altrettanto disgusto per tutto ciò che puzza di giudeo-cristianesimo.
    La religione ebraica, poi quella cristiana e poi ancora quella islamica, le religioni “del libro” hanno rifiutato il legame con il mito su cui si fondano tutte le altre, ed hanno la pretesa di fondarsi su di una presunta storicità, e poiché hanno scelto da sole l'albero a cui impiccarsi, è proprio all'assoluta mancanza di basi storiche che possono essere inchiodate.
    La favoletta cristiana del “natale” è esemplare in questo senso; a parte la data del 25 dicembre, scelta arbitrariamente a secoli di distanza per farla coincidere con la celebrazione pagana del Dies Natalis, tutta la stucchevole storiella con il parto nella stalla, la mangiatoia, l'asino, il bue, i pastorelli e tutti gli insopportabili ammeniccoli kitsch del presepe, è stata inventata per far nascere a posteriori Gesù, universalmente noto come “di Nazareth” a Betlemme per farla coincidere con una profezia veterotestamentaria, commettendo tra l'altro due falsi storici grossolani, perché i Romani usavano censire la popolazione nel luogo di residenza (come normalmente si fa) e non in quello d'origine, e perché nell'anno della presunta nascita di Cristo non vi furono censimenti, ve ne erano stati due, nell'anno 6 e nell'anno 4 ante E. V.
    Qualche tempo fa, ha provocato un po' di scompiglio nel mondo cattolico (non troppo, costoro sono ormai ben corazzati contro la verità storica, scientifica e logica, o forse solo troppo fossilizzati per essere capaci di ricredersi, anche davanti all'evidenza) il bel libro di Piergiorgio Oddifreddi Perché non possiamo essere cristiani, e meno che mai cattolici, scritto con ammirevole verve, di piacevole lettura, ed assolutamente accettabile almeno riguardo alla sua pars destruens.
    Commentando questo libro sul sito della effedieffe, Maurizio Blondet, intellettuale “di destra” ma sempre cattolico, si è lasciato scappare un'osservazione sorprendentemente ingenua per un navigato esperto del mondo dell'informazione come lui.
    Blondet nota che Oddifreddi mette in luce il fatto, ben noto, che di fonti storiche antiche che parlino di Gesù al di fuori dei vangeli, praticamente non c'è traccia, salvo alcuni brevi passi che sono probabilmente delle interpolazioni posteriori, e questo è veramente strano: possibile che nessuno tranne i suoi adepti avesse notato che in Palestina a quel tempo c'era un uomo in grado di fare miracoli, di camminare sulle acque, di moltiplicare i pani e i pesci, di sanare all'istante ogni genere di infermità, di resuscitare i morti?
    E' chiaro che questa assenza di riscontri storici basta da sola ad intaccare gravemente la credibilità dei vangeli. Tuttavia, Blondet si consola o si congratula osservando che ad Oddifreddi non è venuto in mente di adottare un analogo criterio per l'Antico Testamento, perché, cosa ben nota ai biblisti, abbiamo a che fare con un'analoga mancanza di riscontri che pone tutta la bibbia in un analogo dubbio che ne mina la credibilità. Nella bibbia l'antico Israele è dipinto come una grande potenza dell'area mediorientale, soprattutto in certi momenti, come il regno di Salomone. Possibile che i suoi vicini non ne sapessero nulla? Israele non è mai nominato nelle tavolette mesopotamiche, né negli archivi assiri né in quelli babilonesi se ne fa menzione una volta; vi sarebbe un solo accenno su di esso in un papiro egizio, a fronte delle centinaia di volte in cui l'Egitto è menzionato nella bibbia.
    Come i poteri taumaturgici, ed addirittura la resurrezione di Gesù, così la “storia” veterotestamentaria è probabilmente tutta un'invenzione, gli antichi Ebrei non erano altro, con tutta probabilità, che una tribù beduina di pastori e caprai che cercavano di darsi importanza ai propri stessi occhi.
    Questo ci dà esattamente la misura di che cosa è la bibbia, sia l'Antico, sia il Nuovo Testamento: una raccolta di favole, né più né meno (e soprattutto nulla di più).
    Ed allora scusatemi tanto, ma fra le favole giudeo-cristiane ed i miti pagani, romani, italici, europei che esprimono la nostra identità, il nostro persistere nella storia, riecheggiano un passato glorioso, ci promettono forse un avvenire, preferisco mille volte questi ultimi.

 

 
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