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Discussione: Domanda scema...

  1. #41
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    Allora rivoluzione mondiale (che era il termine usato da Lenin) non siginfica che la rivoluzione debba scoppiare, previa sincronizzazione di orologio, in ogni paese contemporaneamente. Diversi sono i tempi, le modalità, le peculiarità nazionali. Significa che i vari partiti comunisti devono lavorare coordinandosi attraverso strutture sovranazionali dato che gli interessi dei lavoratori del Venezuela non sono diversi da quelli dei lavoratori del Sud Africa. La salvezza di Cuba ad esempio è strettamente collegata all'avanzamento del processo rivoluzionario che coinvolge tutto il continente latinoamericano, allo scambio di risorse, tecnologie, uomini, integrazione dei mercati.
    Pero' la rivoluzione cubana non nacque in seno al partito comunista e gli elementi propedeutici del processo rivoluzionario non furono, nella fase propulsiva di caratterizzazione, quelli propri del marxismo-leninismo ma derivavano da altre istanze (che sebbene fossero compatibili col marxismo-leninismo, non venivano coniugate con esso).

    Poi, come sappiamo, tali istanze hanno caratterizzato sempre piu' la rivoluzione, il partito comunista cubano è diventato il difensore della libertà rivoluzionaria del popolo cubano e, fino al crollo del blocco, i rapporti tra URSS e Cuba erano permanenti e fortissimi.

    Come si pone un trozkysta di fronte a cio'?

    Come valuta, concettualmente, il marxismo-leninismo nato da un processo rivoluzionario non caratterizzato originariamente dal marxismo-leninismo?

    Non siamo, proprio in questo caso, concettualmente ed empiricamente distanti da un processo di rivoluzione permanente?

    E Cuba non è caduta insieme al muro.



    Che poi l'alleanza con la borghesia e la piccolaborghesia debba essere solo 'tattica' e limitata ad alcune precise circostanze (lotta contro la monarchia, guerre di liberazione nazionale, ecc.) è acquisizione non solo di Lenin e Tortsky ma di qualsiasi marxista.
    E allora, compagno, perchè porre il rapporto col PD come tema centrale e prioritario rispetto a quello dei contenuti strategici ed identitari?



    In un altro thread mi sembrava che tu agganciassi in maniera indissolubile tale tema a quello della nostra ricostruzione.

    Ciò non toglie che la Russia sovietica, pur diventata grazie alla pianificazione economica seconda superpotenza mondiale, non salvò se stessa dal crollo finale uscendo sconfitta dal confronto mondiale con l'imperialismo...
    Compagno proprio in questo periodo dobbiamo ricordarcelo?




    Posso concludere dicendo che tra il trotzkismo e lo stalinismo, scelgo il comunismo?

  2. #42
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    Citazione Originariamente Scritto da Lev Davidovic Visualizza Messaggio
    Certo la Russia socialista sconfisse la fame con ricette (i piani industriali e la collettivizzazione dell'agricoltura) che erano state indicate da Trotsky e dall'Oppposizione di sinistra molto prima della loro realizzazione.
    E' verissimo, tanto che indicarono queste ricette proprio quando erano inattuabili (ossia già prima del NEP, che per l'opposizione di sinistra stava a significare qualcosa tipo "Nuovo Esproprio ai Proletari") e assieme ad altre proposte assurde o suicide (come l'abolizione dei sindacati e la militarizzazione della forza lavoro nelle fabbriche). Ma in quei tempi di fervore rivoluzionario si fecero tante proposte di ogni tipo.

    Per fortuna, già da allora fu inaugurata la tradizione che prevede la perdita di consenso degli estremisti. Collettivizzazione e industrializzazione tornarono all'ordine del giorno, opportunamente pianificate e integrate, quando il NEP, dopo aver aumentato la produzione e istruito tecnici e politici sovietici, non fu più in grado di garantire lo sviluppo accelerato che l'URSS avrebbe richiesto in previsione della guerra mondiale.

    I risultati di collettivizzazione e industrializzazione, tra l'altro, smentirono completamente i vaticini di Trotsky, che riteneva i contadini una classe barbarica e inaffidabile, che avrebbe rovesciato la rivoluzione sovietica se essa non si fosse espansa al più presto in altri Paesi industrializzati. Nel 1906, proprio nel descrivere la sua teoria di "Rivoluzione permanente", Trotsky scriveva:

    Tratto da: http://www.marxists.org/archive/trot...1/tpr/rp06.htm

    Though the absence of accumulated bourgeois-individualistic traditions and anti-proletarian prejudices among the peasantry and intellectuals will assist the proletariat to come into power, it is necessary on the other hand to bear in mind that this absence of prejudices is due not to political consciousness but to political barbarism, social formlessness, primitiveness and lack of character. None of these features can in any way create a reliable basis for a consistent, active proletarian policy.
    Da qui la necessità di esportare al più presto la rivoluzione:

    Tratto da: http://www.marxists.org/archive/trot...1/tpr/rp09.htm

    Left to its own resource, the working class of Russia will inevitably be crushed by the counter-revolution the moment the peasantry turns its back on it. It will have no alternative but to link the fate of its political rule, and, hence, the fate of the whole Russian revolution, with the fate of the socialist revolution in Europe. That colossal state-political power given it by a temporary conjuncture of circumstances in the Russian bourgeois revolution will cast it into the scales of the class struggle of the entire capitalist world.
    Trotsky ne era ancora convinto nel 1922, cioé a 5 anni dalla rivoluzione!

    Tratto da: http://www.marxists.org/archive/trot...7/1905/pre.htm

    It was precisely in the interval between January 9 and the October strike of 1905 that those views which came to be called the theory of “permanent revolution” were formed in the author’s mind. This rather high-flown expression defines the thought that the Russian revolution, although directly concerned with bourgeois aims, could not stop short at those aims; the revolution could not solve its immediate, bourgeois tasks except by putting the proletariat into power. And the proletariat, once having power in its hands, would not be able to remain confined within the bourgeois framework of the revolution. On the contrary, precisely in order to guarantee its victory, the proletarian vanguard in the very earliest stages of its rule would have to make extremely deep inroads not only into feudal but also into bourgeois property relations. While doing so it would enter into hostile conflict, not only with all those bourgeois groups which had supported it during the first stages of its revolutionary struggle, but also with the broad masses of the peasantry, with whose collaboration it – the proletariat – had come into power.
    Anche per questo, secondo Trotsky, era indispensabile esportare violentemente la rivoluzione in Europa: per battere sul tempo gli infidi contadini! E Trotsky, come altri all'epoca, parla esplicitamente di esportazione violenta della rivoluzione attraverso la guerra:

    Tratto da: http://www.marxists.org/archive/trot...1/tpr/rp09.htm

    If the Russian proletariat, having temporarily obtained power, does not on its own initiative carry the revolution on to European soil, it will be compelled to do so by the forces of European feudal-bourgeois reaction. Of course it would be idle at this moment to determine the methods by which the Russian revolution will throw itself against old capitalist Europe. These methods may reveal themselves quite unexpectedly.

    [Seguono scenari in stile Risiko in cui i sovietici fanno la guerra rivoluzionaria a destra e a manca.]
    E invece (guarda un po') le idee avventuriste di Trotsky (e non solo) finirono in minoranza. E l'Unione Sovietica non solo non crollò, ma anzi si unì in un grandioso processo di sviluppo. E riuscì a distruggere l'esercito nazista grazie alla mobilitazione dell'intera popolazione, inclusi quegli infidi contadini che, dopo aver costruito il proprio Stato, non avevano alcuna intenzione di perderlo.

    Tutto questo grazie agli sforzi di Lenin e Stalin, che promossero e praticarono realmente l'unità tra operai e contadini simboleggiata da falce e martello incrociati.

  3. #43
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    Citazione Originariamente Scritto da EL ROJO Visualizza Messaggio
    Poi, come sappiamo, tali istanze hanno caratterizzato sempre piu' la rivoluzione, il partito comunista cubano è diventato il difensore della libertà rivoluzionaria del popolo cubano e, fino al crollo del blocco, i rapporti tra URSS e Cuba erano permanenti e fortissimi.

    Come si pone un trozkysta di fronte a cio'?

    Come valuta, concettualmente, il marxismo-leninismo nato da un processo rivoluzionario non caratterizzato originariamente dal marxismo-leninismo?

    Non siamo, proprio in questo caso, concettualmente ed empiricamente distanti da un processo di rivoluzione permanente?

    E Cuba non è caduta insieme al muro.

    Non vedo contraddizione con le mie precedenti affermazioni nè ho mai detto che i processi rivoluzionari si sviluppano ovunque allo stesso modo. Nel caso di Cuba l'avvicinamento progressivo all'Urss fu da un lato incentivato dagli Usa e dal loro atteggiamento arrogante verso quello che consideravano il loro cortile di casa, dall'altro inevitabile dato che l'Urss era il maggiore punto di riferimento dei Paesi in via di decolinizzazione del terzomnondo. Cuba non è caduta - e speriamo che resista in eterno - ma, se il processo rivoluzionario latinoamericano dovesse rallentare - l'invasione dei capitali stranieri e la conseguente messa all'asta delle conquiste rivoluzionarie sarà difficilmente rinviabile.

    E allora, compagno, perchè porre il rapporto col PD come tema centrale e prioritario rispetto a quello dei contenuti strategici ed identitari?

    In un altro thread mi sembrava che tu agganciassi in maniera indissolubile tale tema a quello della nostra ricostruzione.
    Certo, le due questioni sono strettamente intrecciate. I simboli di per sè non sono un elemento strategico, lo diventano se si concretizzano in una strategia conseguente. Altrimenti restano manifestazioni di folklore nazionale. Che differenza c'è tra una Sinistra arcobaleno e un Partito comunista unitario che fanno entrambi accordi separati con la borghesia liberale? Che uno 'manovra' meglio dell'altro? Abbiamo visto con quale perizia abbiano manovrato fino ad oggi i compagni del PdCI.

    Non è forse la subalternità all'egemonia politica (l'idea di una borghesia illuminata che sia 'guida' di ogni processo progressivo) e culturale (l'approccio empirico, il nuovismo e la deideologizzazione) della borghesia che ci ha ridotti in questo stato penoso? E' o non è, per un partito comunista, il rapporto con la borghesia liberale un nodo strategico dirimente?

    Non mi sembra peraltro che ci troviamo di fornte alla necessità di un fronte comune militare contro il fascismo, quantunque alcuni compagni si ostinano a vedere nel berlusconismo il fascismo del XXI sec.

    Posso concludere dicendo che tra il trotzkismo e lo stalinismo, scelgo il comunismo?
    Questa è un'ottima conclusione che sottoscrivo pienamente. Il dibattito trotskismo-stalinismo riveste oggi un interesse tutt'al più culturale dato che all'ordine del giorno non è la presa e la gestione del potere ma la salvezza della specie dall'estinzione.

  4. #44
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    Citazione Originariamente Scritto da Egemonia Visualizza Messaggio
    E invece (guarda un po') le idee avventuriste di Trotsky (e non solo) finirono in minoranza. E l'Unione Sovietica non solo non crollò, ma anzi si unì in un grandioso processo di sviluppo. E riuscì a distruggere l'esercito nazista grazie alla mobilitazione dell'intera popolazione, inclusi quegli infidi contadini che, dopo aver costruito il proprio Stato, non avevano alcuna intenzione di perderlo.

    Tutto questo grazie agli sforzi di Lenin e Stalin, che promossero e praticarono realmente l'unità tra operai e contadini simboleggiata da falce e martello incrociati.
    Questa appare come una conclusione più retorica che realistica. La questione contadina, e in generale il rapporto tra produzione industriale e produzione agricola, tra città e campagna, è stata una costante spina nel fianco del governo sovietico, che non ha mai trovato una soluzione definitiva, neanche dopo la collettivizzazione.

    Quanto all'unità di operai e contadini sotto Stalin (non mi risulta che Trotsky volesse annientare come classe i contadini nè che non si ponesse il problema dell'alleanza tra operai e contadini, a cui ha dedicato ampio spazio nella sua 'Rivoluzione permanente'), il zigzagare tra la difesa della classe dei kulaki al girdo di "contadini, arricchitevi!" (e la conseguente alleanza con Bucharin), e la liquidazione dei kulaki (e di Bucharin) come classe non mi sembra un fulgido esempio di fronte sociale.

  5. #45
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    Cmq 'sto thread, che stava per andare in vacca, sta offrendo interessanti suggestioni analitiche.





    p.s. suggestioni analitiche mi e' uscito dopo un paio di calici di rose'.

  6. #46
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    [quote=Lev Davidovic;7725552]Questa appare come una conclusione più retorica che realistica. La questione contadina, e in generale il rapporto tra produzione industriale e produzione agricola, tra città e campagna, è stata una costante spina nel fianco del governo sovietico, che non ha mai trovato una soluzione definitiva, neanche dopo la collettivizzazione.

    le spine nel fianco erano i grandi proprietari terrieri che pur di non perdere le loro amate terre, combatterono contro l'esercito sovietico con fucili e zappe .
    ma la resistenza fu piegata.

  7. #47
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    Citazione Originariamente Scritto da EL ROJO Visualizza Messaggio
    Se l'analisi marxista (sociale e di classe) è datata ed obsoleta, non lo dovrebbe essere ancor di piu' (almeno dal punto di vista storico, visto che parti da qui) quella relativa all'apologetica cristiana (che tra l'altro ha sempre avuto priorità "altre" e piu' "alte" rispetto a quelle proprie dell'analisi dei rapporti sociali)?
    Non mi riferivo al marxismo in particolare, quanto a una evidente difficoltà per tutti i pensieri politici di intepretare la realtà, che presuppone evidentemente di saperla prima riconoscere.
    Quanto all'analisi marxista direi che se sicuramente esiste ancora il "corpo sociale" ho seri dubbi che esista ancora la "classe sociale".

  8. #48
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    Citazione Originariamente Scritto da Grifo Visualizza Messaggio
    Quanto all'analisi marxista direi che se sicuramente esiste ancora il "corpo sociale" ho seri dubbi che esista ancora la "classe sociale".
    Cito Bertinotti (e non puoi immaginare quanto mi costa! ).

    Quando si parla di conflitto di classe non si può ridurre banalmente al conflitto tra operai e imprese, il conflitto di classe è un'interpretazione della storia millenaria, che si è ridefinita con la nascita del capitalismo. C'è chi ha scritto che la lotta di classe è la lotta di civiltà.
    Il conflitto di lavoro non è solo quello del lavoro operaio, ma anche di quello impiegatizio, di quello pubblico; un'idea di lavoro che comprende anche parti importanti e crescenti di lavoratori autonomi, che sono autonomi dal punto di vista del rapporto di lavoro, e dipendenti dal punto di vista del funzionamento economico.
    Il lavoro subordinato include categorie ampie, oggi più che in passato quando si va verso ciò che i sociologi chiamano l'economia della conoscenza. Il fatto è che la precarietà diventa la condizione tendenzialmente prevalente di un'intera generazione, la malattia sociale del nostro tempo corrispondente a quella che fu la parcellizzazione nel ciclo fordista-taylorista dello sviluppo capitalistico.
    Il conflitto di classe è il tema della liberazione del lavoro

    http://www.corriere.it/politica/08_m...ba99c667.shtml

    E poi...come negare che gli interessi del padronato siano di fatto in conflitto con quelli dei lavoratori?
    A prescindere dall'attuale annacquamento dei rapporti tra sindacati e Confindustria, come non prendere atto che le aspettative di miglioramento della situazione reale dei lavoratori siano troppo spesso confliggenti con quelle proprie del padronato?

    Se le prime, ad esempio, richiamano l'attenzione sul flagello della precarietà, le seconde sono indissolubilmente legate alla massimizzazione del margine....sacrificando troppo spesso variabili importantissime, quali la sicurezza sul lavoro e i diritti, a fianco di quelle meramente economiche.

    Rielaborare l'analisi di classe è un conto, accantonare e superare il conflitto di classe (relegandolo ai libri di storia o ad immagini in bianco e nero) sarebbe, in un'ottica comunista, la resa definitiva.

    E noi, nonostante tutto, non ci arrendiamo.

  9. #49
    Ribelle senza gloria
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    Citazione Originariamente Scritto da EL ROJO Visualizza Messaggio
    Cito Bertinotti (e non puoi immaginare quanto mi costa! ).

    Quando si parla di conflitto di classe non si può ridurre banalmente al conflitto tra operai e imprese, il conflitto di classe è un'interpretazione della storia millenaria, che si è ridefinita con la nascita del capitalismo. C'è chi ha scritto che la lotta di classe è la lotta di civiltà.
    Il conflitto di lavoro non è solo quello del lavoro operaio, ma anche di quello impiegatizio, di quello pubblico; un'idea di lavoro che comprende anche parti importanti e crescenti di lavoratori autonomi, che sono autonomi dal punto di vista del rapporto di lavoro, e dipendenti dal punto di vista del funzionamento economico.
    Il lavoro subordinato include categorie ampie, oggi più che in passato quando si va verso ciò che i sociologi chiamano l'economia della conoscenza. Il fatto è che la precarietà diventa la condizione tendenzialmente prevalente di un'intera generazione, la malattia sociale del nostro tempo corrispondente a quella che fu la parcellizzazione nel ciclo fordista-taylorista dello sviluppo capitalistico.
    Il conflitto di classe è il tema della liberazione del lavoro

    http://www.corriere.it/politica/08_m...ba99c667.shtml

    E poi...come negare che gli interessi del padronato siano di fatto in conflitto con quelli dei lavoratori?
    A prescindere dall'attuale annacquamento dei rapporti tra sindacati e Confindustria, come non prendere atto che le aspettative di miglioramento della situazione reale dei lavoratori siano troppo spesso confliggenti con quelle del padronato?

    Se le prime, ad esempio, richiamano l'attenzione sul flagello della precarietà, le seconde sono indissolubilmente legate alla massimizzazione del margine....sacrificando troppo spesso variabili importantissime, quali la sicurezza sul lavoro e i diritti, a fianco di quelle meramente economiche.

    Rielaborare l'analisi di classe è un conto, accantonare e superare il conflitto di classe sarebbe, in un'ottica comunista, la resa definitiva.
    pienamente d'accordo con quanto hai detto...non cadiamo nei giochetti sporchi di chi vole farci morire facendoci sembrare obsoleti...il conflitto di classe esiste...e solo chi non lo vive può negarlo

  10. #50
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    Citazione Originariamente Scritto da Lev Davidovic Visualizza Messaggio
    Questa appare come una conclusione più retorica che realistica. La questione contadina, e in generale il rapporto tra produzione industriale e produzione agricola, tra città e campagna, è stata una costante spina nel fianco del governo sovietico, che non ha mai trovato una soluzione definitiva, neanche dopo la collettivizzazione.
    Questo é verissimo. Il comunismo é un continuo processo di apprendimento, e la parabola dell'Unione Sovietica contiene in sé numerosi esempi di successi e fallimenti.

    Riguardo la questione contadina, posso aggiungere che il fattore centrale che decretò il successo della collettivizzazione fu la scelta di investire verso i kolkhoz (cooperative agricole nate dalla condivisione volontaria delle terre e dei mezzi dei piccoli contadini) anziché i sovkhoz (industrie agricole in cui mezzi e terre appartengono allo Stato, e i contadini sono stipendiati come operai). Questa scelta fu tutt'altro che scontata: lo stesso Lenin partecipò al dibattito, che durò molti anni, sostenendo la peculiarità della forma cooperativa in uno Stato socialista, in polemica con chi la considerava un semplice rottame capitalistico da estinguere al più presto.

    Alla fine fu raggiunta una posizione "intermedia": incoraggiare la creazione di kolkhoz, anche espropriando le terre dei kulak (contadini ricchi), ma prevedendo che gran parte dei kolkhoz si sarebbe via via convertita in sovkhoz attratta dagli evidenti vantaggi (stipendio più alto, mezzi più avanzati, ecc).

    Su questa linea, il processo di collettivizzazione si rivelò un successo clamoroso, con adesioni nell'ordine di milioni di contadini in poche settimane. Il governo sovietico fu persino costretto a frenare gli eccessi dei funzionari e dei gruppi estremisti, che di fronte al trionfo cercarono di forzare la mano. Come scrive lo stesso Stalin in "Vertigine dei successi" (sulla Pravda, 1930):

    Tratto da: http://www.bibliotecamarxista.org/st...i_successi.htm

    I successi della nostra politica di collettivizzazione agricola si spiegano, tra l'altro, col fatto che questa politica si fonda sulla volontarietà del movimento di collettivizzazione e tiene conto delle differenti condizioni delle diverse regioni dell'U.R.S.S. Non si possono impiantare i colcos per forza. Sarebbe stupido e reazionario. Il movimento di collettivizzazione agricola deve poggiare sul sostegno attivo delle masse fondamentali dei contadini. Non si possono trapiantare meccanicamente nelle regioni meno sviluppate le forme di collettivizzazione delle regioni sviluppate. Sarebbe stupido e reazionario. Una simile «politica» discrediterebbe di colpo l'idea della collettivizzazione. E’ necessario, nel determinare il ritmo e i metodi della collettivizzazione, valutare con grande cura le differenti condizioni nelle diverse regioni dell'U.R.S.S.
    [...]
    A chi profittano queste degenerazioni, questa collettivizzazione per decreto, queste minacce indegne contro i contadini? A nessuno, eccetto che ai nostri nemici!
    A che cosa possono portare queste deformazioni? A rafforzare i nostri nemici e a discreditare l'idea della collettivizzazione.
    [...]
    L'anello principale del movimento colcosiano, la sua forma predominante nel momento attuale, la forma a cui ci si deve aggrappare ora, è l'artel agricolo.
    Nell'artel agricolo vengono collettivizzati i principali mezzi di produzione, soprattutto quelli per la produzione del grano: il lavoro, la coltivazione della terra, le macchine e il rimanente inventario agricolo, il bestiame da lavoro, gli edifici agricoli. Non sono invece collettivizzati: il terreno attinente alla casa (piccoli orti e giardini), gli edifici a uso di abitazione, una parte del bestiame da latte, il bestiame minuto, il pollame da cortile, ecc. L'artel è l'anello principale del movimento di collettivizzazione perché è la forma più adatta alla soluzione del problema del grano, e il problema del grano è a sua volta l'anello principale nel sistema di tutta l'agricoltura, perché se non si risolve il problema del grano non è possibile risolvere né il problema dell'allevamento del bestiame (minuto e grande), né il problema delle culture industriali e speciali, che forniscono le materie prime fondamentali per l'industria. Ecco perché l'artel agricolo è in questo momento l'anello principale nel sistema del movimento colcosiano.
    Questo scritto (che rappresentava la posizione di tutto il Comitato Centrale) rappresenta un esempio concreto di politica di l'unità tra operai e contadini. Non si tratta di semplice retorica.

    E per chiarire la difficoltà del processo in corso, aggiungo che, nonostante le previsioni iniziali, già negli ultimi anni del governo Stalin emerse chiaramente che i kolkhoz erano molto più efficienti dei sovkhoz: perché le piccole proprietà private agricole, pur in regime socialista e controllato, incentivavano gli investimenti e l'innovazione. Inizialmente i mercati in cui erano venduti i prodotti agricoli "privati" erano risibili, ma col tempo crebbero enormemente, tanto da diventare essenziali per il completamento dei piani quinquennali a partire dagli anni '60.

    Citazione Originariamente Scritto da Lev Davidovic Visualizza Messaggio
    Quanto all'unità di operai e contadini sotto Stalin (non mi risulta che Trotsky volesse annientare come classe i contadini nè che non si ponesse il problema dell'alleanza tra operai e contadini, a cui ha dedicato ampio spazio nella sua 'Rivoluzione permanente'), il zigzagare tra la difesa della classe dei kulaki al girdo di "contadini, arricchitevi!" (e la conseguente alleanza con Bucharin), e la liquidazione dei kulaki (e di Bucharin) come classe non mi sembra un fulgido esempio di fronte sociale.
    Trotsky si poneva (ovviamente, lo facevano tutti...) il problema dell'alleanza operai-contadini, ma sempre nei termini di sfiducia e sospetto verso questi ultimi, tanto da ritenere inevitabile lo scontro tra operai e contadini con il procedere della rivoluzione (come dimostrano i passaggi che ho citato). Questa linea portava agli eccessi della "collettivizzazione per decreto" denunciata dal governo Stalin, o all'idea disfattista secondo cui non era possibile conservare il potere sovietico senza una rivoluzione mondiale.

    Quanto allo "zigzagare", esso riflette le posizioni del governo sovietico, che non giunse monoliticamente e di punto in bianco a definire la "strada giusta" che portava dalla NEP alla collettivizzazione.

    In particolare, lo slogan Buchariniano che citi risale al 1925 (cioé tre anni prima dell'inizio della collettivizzazione), e non era condiviso da tutta la dirigenza del partito: Stalin, in particolare, in una lettera a Bucharin descrisse come "sbagliata" l'idea dell'arricchimento, mentre sarebbe stato giusto parlare di "accumulazione socialista". Bucharin, tuttavia, mantenne la stessa posizione anche in seguito, in accordo con l'opinione degli economisti borghesi fuori dal partito, o chiamati come consulenti durante la NEP. Ma a partire dal 1927 si ritrovò in minoranza: la sua linea lo portò a sostenere i kulak, che speculavano sul prezzo del grano approfittando di una serie di raccolti estremamente poveri. A quel punto la collettivizzazione, e la liquidazione dei kulak "in quanto classe", divennero inevitabili: l'unica alternativa sarebbe stata l'aumento dei prezzi, il rallentamento dell'industrializzazione e l'acquisto di prodotti agricoli dall'estero (cosa peraltro suggerita dallo stesso Bucharin, nel Comitato Centrale dell'aprile 1929). La maggioranza del partito e del governo decise altrimenti.

 

 
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