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Discussione: l'invidia sarda

  1. #21
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    Citazione Originariamente Scritto da Davide Nurra Visualizza Messaggio
    In Spagna per esempio l'invidia è lo sport nazionale e unisce tutti, andalusi, catalani, madrileni e baschi.

    si, non banaliziamo forse tutto il mondo e paese.
    quà stiamo facendo analisi, giuste o sbagliate, non lo so, sono un po' stanco con questa "l'invidia c'è ovunque, non banalizziamo", se volete confutare le analisi fatte, benissimo, ma uscirne fuori con queste frasette fatte...questo si che è banalizzare una discussione seria!

  2. #22
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    Vero, Perdu!
    Siamo partiti parlando dell'invidia, come si manifesta a superfice, poi ognuno da il suo punto di vista sulle ragioni. Io ho enfatizzato che secondo me è dovuta alla frammentazione e a un identità che legata esclusivamente all'aspetto locale ma difetta della presenza di uno spirito comunitario totalmente e integralmente isolano, come in Corsica per fare un esempio a noi vicino.
    Anni fa vidi un intervista di una rete locale , ambientata a Mammoiada durante il Carnevale, ebbene mi colpì una cosa. L'intervistatore faceva le classiche domande di routine ad un mamuthone ... L'intervistatore continuava a sottilineare che tale festività fosse un patrimonio di tutta l'isola, di tutta la gente Sarda, l'intervistato, anche un pò infastidito ci teneva a sottolineare che si trattava di orgoglio e patrimonio innanzi tutto di Mammoiada. E' ovviamente un esempio, ma la stessa cosa si potrebbe riscontrare a Tempio cun lu Carasciali, a Sassari con li Candareri ecc ecc, volevo sottolineare come anche la paura che il nostro vicino ci freghi anche la festa di paese non sia dissimile dal sentimento dell'invidia, la stessa matrice è la paura, il timore. LA paura storica . Che si legge in tanti aspetti della vita in Sardegna. Un tempo eravamo un popolo del mare, fiero e combattivo, in giro in lungo e in largo per i mari... guardiamo invece il tipico carattere chiuso e continentale (nel senso di terra ferma) con cui si caratterizza tanta gente in Sardegna oggi.
    Un tempo solcavamo i mari, ed eravamo un popolo di marinai, ora ci facciamo scorrazzare nel mediterraneo dai napoletani, ma siamo contenti perchè le cose stanno cambiando: c'è ryan air!!! c'è poco da minimizzare, è ora di auto-critica.
    Dovremmo riacquistare il nostro spirito isolano. L'isolanità conferisce forza, orgoglio, giusta chiusura e fede, basta guardare le civiltà isolane in Europa... non parlo di politica, ma di spirito. Dovremmo guardare a noi stessi e alla nostra comunità con orgoglio e senza odiare nessuno, nè noi stessi nè gli altri.

  3. #23
    meglio soru
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    Citazione Originariamente Scritto da Federalista Visualizza Messaggio
    Vero, Perdu!
    Siamo partiti parlando dell'invidia, come si manifesta a superfice, poi ognuno da il suo punto di vista sulle ragioni. Io ho enfatizzato che secondo me è dovuta alla frammentazione e a un identità che legata esclusivamente all'aspetto locale ma difetta della presenza di uno spirito comunitario totalmente e integralmente isolano, come in Corsica per fare un esempio a noi vicino.
    Anni fa vidi un intervista di una rete locale , ambientata a Mammoiada durante il Carnevale, ebbene mi colpì una cosa. L'intervistatore faceva le classiche domande di routine ad un mamuthone ... L'intervistatore continuava a sottilineare che tale festività fosse un patrimonio di tutta l'isola, di tutta la gente Sarda, l'intervistato, anche un pò infastidito ci teneva a sottolineare che si trattava di orgoglio e patrimonio innanzi tutto di Mammoiada. E' ovviamente un esempio, ma la stessa cosa si potrebbe riscontrare a Tempio cun lu Carasciali, a Sassari con li Candareri ecc ecc, volevo sottolineare come anche la paura che il nostro vicino ci freghi anche la festa di paese non sia dissimile dal sentimento dell'invidia, la stessa matrice è la paura, il timore. LA paura storica . Che si legge in tanti aspetti della vita in Sardegna. Un tempo eravamo un popolo del mare, fiero e combattivo, in giro in lungo e in largo per i mari... guardiamo invece il tipico carattere chiuso e continentale (nel senso di terra ferma) con cui si caratterizza tanta gente in Sardegna oggi.
    Un tempo solcavamo i mari, ed eravamo un popolo di marinai, ora ci facciamo scorrazzare nel mediterraneo dai napoletani, ma siamo contenti perchè le cose stanno cambiando: c'è ryan air!!! c'è poco da minimizzare, è ora di auto-critica.
    Dovremmo riacquistare il nostro spirito isolano. L'isolanità conferisce forza, orgoglio, giusta chiusura e fede, basta guardare le civiltà isolane in Europa... non parlo di politica, ma di spirito. Dovremmo guardare a noi stessi e alla nostra comunità con orgoglio e senza odiare nessuno, nè noi stessi nè gli altri.
    esattamente: ricreare quello spirito di comunità che è stato scardinato nel tempo dai dominatori di turno e che ci hanno ridotti a individui isolati, chiusi in se stessi e che si guardano in cagnesco tra loro.
    divide et impera, dicevano i latini. ebbene, sono riusciti a dividerci e adesso ci dominano facilmente.

    l'esempio del carrasecare mamoiadino mi ha fatto ricordare un particolare: a mamoiada ci sono 2 gruppi di mamuthones tra cui corre un'aspra rivalità. ecco che allora la festa che dovrebbe essere patrimonio dei sardi (di tutti! perchè io, ma non solo io, sono fiero di quella festa così come della sartiglia e di altre feste sarde, perchè quelle maschere siamo noi, il nostro spirito, lo spirito di quelli che sono venuti prima di noi) quella festa, dicevo, non solo viene "negata" agli altri sardi, ma diventa motivo di divisione tra la stessa comunità mamoiadina.
    siamo al punto più basso di disunione e dobbiamo con tutte le nostre forze risalire la china e tornare ad essere un popolo, una vera comunità nazionale.

  4. #24
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  5. #25
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    potresti illustrare preventivamente il contenuto del link che hai postato, grazie ?

  6. #26
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    Dicono in quel link:

    Il codice barbaricino
    Per comprendere cosa rappresenta e dove si sviluppa il codice barbaricino
    occorre in primo luogo effettuare una riflessione sui sardi e sul contesto storico
    nel quale ha avuto origine.
    Secondo uno scrittore isolano i sardi sono "armati l'uno contro l'altro come
    granchi in una cesta".
    Questo a significare che i sardi fanno a gara a non capirsi tra loro cosicchè tra
    un cagliaritano ed un nuorese c'è la stessa differenza che corre tra un abitante
    della Barbagia ed un abitante della Costa Smeralda.
    Il carattere isolano è quello di un popolo poco incline ai patti diplomatici tra gli
    stessi residenti .
    Frattura ancor più grande esiste ed è sempre esistita con gli italiani
    continentali.
    La diffidenza dei sardi ha del resto origini storiche.
    Arabi, Visigoti, Catalani, Aragonesi e Piemontesi si mostrarono in veste di
    esattori di tasse che venivano pagate e che non si traducevano in un
    miglioramento delle opere pubbliche, di commissari di leva che portavano via i
    figli minori a combattere altrove, di forze di polizia particolarmente dure nelle
    repressioni, di amministratori di giustizia poco imparziali.
    Nel 1861 con l'unificazione del Regno, la Sardegna divenne italiana.
    L'unità politica non portò sostanziali cambiamenti.
    La Sardegna era in forte ritardo rispetto alle altre regioni italiane, anche alle più
    povere. In più c'era l'handicap del mare acuito dal fatto che i trasporti marittimi
    erano insufficienti e costosi.
    Le comunità rurali e le fasce di popolazione più povere furono ulteriormente
    danneggiate dalle scelte del governo nazionale relative ai terreni.
    Questi terreni sfruttati dai contadini e dai pastori per far legna e raccogliere
    ghiande, furono concessi ad imprese per lo sfruttamento delle risorse del bosco
    con l'Editto delle Chiudende, in poche parole ne fu privatizzato l'utilizzo.
    La tensione raggiunse il suo culmine con i moti di Nuoro del 26/4/1868 definiti "
    Torramus a su connottu" cioè "torniamo al conosciuto".
    In quella occasione i rivoltosi diedero alle fiamme il simbolo del potere ossia il
    palazzo del municipio di Nuoro chiedendo di tornare al conosciuto ossia alla
    tradizione dell'utilizzo comune dei terreni.
    E' in questo clima di malumore diffuso, di sfiducia nei confronti dello stato che
    in una precisa zona della Sardegna denominata Barbagia, che abbraccia il
    nuorese ed il massiccio del Gennargentu, si è sviluppato un codice di tradizione
    orale costituente un ordinamento giuridico di fatto il cosiddetto codice
    barbaricino.
    Il codice barbaricino è un codice culturale che nacque nell'entroterra sardo
    della Barbagia, ove vigeva una cultura agro - pastorale.
    Nacque come azione di tutela giuridica derivante da una sfiducia nei confronti
    del sistema giudiziario dello stato ritenuto inadeguato a far fronte a qualsiasi
    tipo di contesa privata.
    Nel codice d'onore barbaricino quando viene subita un'offesa ci si deve
    vendicare. Un uomo d'onore non si può sottrarre alla vendetta.
    Solo l' uomo d'onore ossia il balente può e deve riscattare le offese subite dal
    suo gruppo famigliare.
    Secondo la concezione barbaricina solo il balente è dotato di quella forza fisica
    e morale che gli consente di dominare la sorte perché l'obbiettivo della
    vendetta deve essere quello di finire il nemico e sopravvivere alla sua morte.
    Alla figura del balente si contrappone quella del guastu che designa in barbagia
    una persona affetta da menomazioni fisiche che non può compiere azioni di
    vendetta perché non dotato della forza necessaria.
    Quindi il codice barbaricino è fondato sulla figura del balente e ciò riflette
    l'immagine di una società ordinata e forte dove la fierezza rappresenta il
    pilastro su cui questo impianto culturale si regge.
    Pertanto una volta accertata la responsabilità di un'azione, la vendetta può
    essere eseguita.
    Essa deve essere progressiva, prudente e proporzionata cioè deve arrecare un
    danno analogo a quello subito e deve essere compiuta solo dopo che si è
    conseguita la certezza sulla identità della persona che ha perpetrato l'offesa.
    La vendetta deve essere esercitata entro ragionevoli limiti di tempo ad
    eccezione della offesa del sangue che non cade mai in prescrizione.
    Il codice barbaricino dà luogo ad una faida interminabile perché l'azione
    offensiva posta in essere a titolo di vendetta costituisce a sua volta motivo di
    vendetta da parte di chi ne è stato colpito.
    In particolar modo la vendetta del sangue costituisce offesa grave anche
    quando è stata consumata allo scopo di vendicare una precedente offesa di
    sangue.
    Si sviluppa quindi un susseguirsi di azioni conflittuali che gruppi famigliari si
    scambiano fra di loro.
    Il più grande studioso del codice barbaricino è stato Antonio Pigliaru, docente di
    diritto penale, che tra il 1955 ed il 1969 ha scritto quattro testi sull'argomento
    identificati complessivamente come Codice della Vendetta.
    Secondo Pigliaru il codice barbaricino rappresenta una frattura totale e
    definitiva con l'autorità dello stato.
    Sempre secondo Pigliaru il codice barbaricino trova la sua fonte e ragione di
    essere nella terribile vita del pastore.
    Il Codice della vendetta è il codice dei pastori non dei banditi.
    La vita del pastore è un continuo stato di necessità in perenne conflitto con la
    natura e con la miseria.
    Il pastore della Barbagia è solo nella natura come una bestia selvatica.
    Prima condizione per sopravvivere sta nel fatto che il pastore deve essere forte
    e quindi balente.
    Seconda condizione per sopravvivere è che il pastore il balente si dia delle
    regole perché in quel terribile mondo naturale le regole dello stato non arrivano
    e se arrivano non sono accettate.
    Le regole che i pastori si danno sono quelle del codice barbaricino.
    Quando si subisce un torto non c'è altra giustizia se non la tua vendetta: non
    puoi non farti giustizia.
    Ma le regole non scritte del codice barbaricino stabiliscono dei limiti precisi
    della vendetta che non può essere lasciata all'arbitrio del singolo perché la
    vendetta deve essere proporzionata, prudente e progressiva.
    Non si può sottacere che il codice della vendetta è rimasto radicato nella
    barbagia anche nel 1900 ed ha costituito la base per lo sviluppo del banditismo
    sardo.
    Con l'affermarsi delle prime forme di industrializzazione sull'isola crebbe la
    marginalità della pastorizia.
    Si aprì un divario profondo tra la Sardegna sviluppata dove circolava denaro
    grazie all'attività industriale e all'indotto generato dal turismo e una Sardegna
    agro pastorale povera, chiusa e refrattaria ad ogni cambiamento.
    In questa situazione nacque nel mondo pastorale un 'etica del risentimento che
    arriva a giustificare l'uso delle armi e la pratica dei sequestri di persona.
    Le condizioni storiche ed il contesto sociale nel quale si è sviluppato possono
    indurre a giustificare il codice barbaricino ed addirittura a rinvenire in esso
    degli elementi positivi.
    Non vi è però alcun dubbio sul fatto che esso rappresenta un ordinamento
    normativo contrapposto a quello statale.
    Ed è incontestabile che l'applicazione del codice barbaricino provocava una
    socializzazione del fatto privato poiché l'offesa subita legittimava la vendetta e
    l'azione compiuta per vendicarsi provocava nuove offese dando luogo ad una
    faida interminabile.
    Da ciò è facile capire che si può avere uno stato civile solamente quando i
    cittadini delegano a terzi ossia ai tribunali statali la risoluzione delle proprie
    controversie.
    Infatti solo delegando ad un arbitro terzo la composizione delle vertenze
    insorte tra i consociati si può sperare in una giustizia imparziale e non rimessa
    alla discrezionalità del singolo.
    La funzione dell'apparato giudiziario statale non è solo quella di applicare la
    legge ma principalmente quella di appianare in modo civile ed uniforme i
    contrasti insorti tra i consociati garantendo una pacifica convivenza tra gli
    stessi.
    Quindi per quanto si possa condannare l'attuale sistema giudiziario italiano per
    le sue lungaggini, per le sue croniche carenze, per la necessità di riforme
    radicali e sostanziali, si può però affermare, senza tema di smentita, che esso
    rappresenta un baluardo imprescindibile contro ogni forma di faida e di
    anarchia.

    Link da: Massoneria.oriente.civitanovamarche

  7. #27
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    ceeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee! rep, colanne in Thiniscole ti appo pessatu

  8. #28
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    Citazione Originariamente Scritto da Europeista Visualizza Messaggio
    Dicono in quel link:

    Il codice barbaricino
    Per comprendere cosa rappresenta e dove si sviluppa il codice barbaricino
    occorre in primo luogo effettuare una riflessione sui sardi e sul contesto storico
    nel quale ha avuto origine.
    Secondo uno scrittore isolano i sardi sono "armati l'uno contro l'altro come
    granchi in una cesta".
    Questo a significare che i sardi fanno a gara a non capirsi tra loro cosicchè tra
    un cagliaritano ed un nuorese c'è la stessa differenza che corre tra un abitante
    della Barbagia ed un abitante della Costa Smeralda.
    Il carattere isolano è quello di un popolo poco incline ai patti diplomatici tra gli
    stessi residenti .
    Frattura ancor più grande esiste ed è sempre esistita con gli italiani
    continentali.
    La diffidenza dei sardi ha del resto origini storiche.
    Arabi, Visigoti, Catalani, Aragonesi e Piemontesi si mostrarono in veste di
    esattori di tasse che venivano pagate e che non si traducevano in un
    miglioramento delle opere pubbliche, di commissari di leva che portavano via i
    figli minori a combattere altrove, di forze di polizia particolarmente dure nelle
    repressioni, di amministratori di giustizia poco imparziali.
    Nel 1861 con l'unificazione del Regno, la Sardegna divenne italiana.
    L'unità politica non portò sostanziali cambiamenti.
    La Sardegna era in forte ritardo rispetto alle altre regioni italiane, anche alle più
    povere. In più c'era l'handicap del mare acuito dal fatto che i trasporti marittimi
    erano insufficienti e costosi.
    Le comunità rurali e le fasce di popolazione più povere furono ulteriormente
    danneggiate dalle scelte del governo nazionale relative ai terreni.
    Questi terreni sfruttati dai contadini e dai pastori per far legna e raccogliere
    ghiande, furono concessi ad imprese per lo sfruttamento delle risorse del bosco
    con l'Editto delle Chiudende, in poche parole ne fu privatizzato l'utilizzo.
    La tensione raggiunse il suo culmine con i moti di Nuoro del 26/4/1868 definiti "
    Torramus a su connottu" cioè "torniamo al conosciuto".
    In quella occasione i rivoltosi diedero alle fiamme il simbolo del potere ossia il
    palazzo del municipio di Nuoro chiedendo di tornare al conosciuto ossia alla
    tradizione dell'utilizzo comune dei terreni.
    E' in questo clima di malumore diffuso, di sfiducia nei confronti dello stato che
    in una precisa zona della Sardegna denominata Barbagia, che abbraccia il
    nuorese ed il massiccio del Gennargentu, si è sviluppato un codice di tradizione
    orale costituente un ordinamento giuridico di fatto il cosiddetto codice
    barbaricino.
    Il codice barbaricino è un codice culturale che nacque nell'entroterra sardo
    della Barbagia, ove vigeva una cultura agro - pastorale.
    Nacque come azione di tutela giuridica derivante da una sfiducia nei confronti
    del sistema giudiziario dello stato ritenuto inadeguato a far fronte a qualsiasi
    tipo di contesa privata.
    Nel codice d'onore barbaricino quando viene subita un'offesa ci si deve
    vendicare. Un uomo d'onore non si può sottrarre alla vendetta.
    Solo l' uomo d'onore ossia il balente può e deve riscattare le offese subite dal
    suo gruppo famigliare.
    Secondo la concezione barbaricina solo il balente è dotato di quella forza fisica
    e morale che gli consente di dominare la sorte perché l'obbiettivo della
    vendetta deve essere quello di finire il nemico e sopravvivere alla sua morte.
    Alla figura del balente si contrappone quella del guastu che designa in barbagia
    una persona affetta da menomazioni fisiche che non può compiere azioni di
    vendetta perché non dotato della forza necessaria.
    Quindi il codice barbaricino è fondato sulla figura del balente e ciò riflette
    l'immagine di una società ordinata e forte dove la fierezza rappresenta il
    pilastro su cui questo impianto culturale si regge.
    Pertanto una volta accertata la responsabilità di un'azione, la vendetta può
    essere eseguita.
    Essa deve essere progressiva, prudente e proporzionata cioè deve arrecare un
    danno analogo a quello subito e deve essere compiuta solo dopo che si è
    conseguita la certezza sulla identità della persona che ha perpetrato l'offesa.
    La vendetta deve essere esercitata entro ragionevoli limiti di tempo ad
    eccezione della offesa del sangue che non cade mai in prescrizione.
    Il codice barbaricino dà luogo ad una faida interminabile perché l'azione
    offensiva posta in essere a titolo di vendetta costituisce a sua volta motivo di
    vendetta da parte di chi ne è stato colpito.
    In particolar modo la vendetta del sangue costituisce offesa grave anche
    quando è stata consumata allo scopo di vendicare una precedente offesa di
    sangue.
    Si sviluppa quindi un susseguirsi di azioni conflittuali che gruppi famigliari si
    scambiano fra di loro.
    Il più grande studioso del codice barbaricino è stato Antonio Pigliaru, docente di
    diritto penale, che tra il 1955 ed il 1969 ha scritto quattro testi sull'argomento
    identificati complessivamente come Codice della Vendetta.
    Secondo Pigliaru il codice barbaricino rappresenta una frattura totale e
    definitiva con l'autorità dello stato.
    Sempre secondo Pigliaru il codice barbaricino trova la sua fonte e ragione di
    essere nella terribile vita del pastore.
    Il Codice della vendetta è il codice dei pastori non dei banditi.
    La vita del pastore è un continuo stato di necessità in perenne conflitto con la
    natura e con la miseria.
    Il pastore della Barbagia è solo nella natura come una bestia selvatica.
    Prima condizione per sopravvivere sta nel fatto che il pastore deve essere forte
    e quindi balente.
    Seconda condizione per sopravvivere è che il pastore il balente si dia delle
    regole perché in quel terribile mondo naturale le regole dello stato non arrivano
    e se arrivano non sono accettate.
    Le regole che i pastori si danno sono quelle del codice barbaricino.
    Quando si subisce un torto non c'è altra giustizia se non la tua vendetta: non
    puoi non farti giustizia.
    Ma le regole non scritte del codice barbaricino stabiliscono dei limiti precisi
    della vendetta che non può essere lasciata all'arbitrio del singolo perché la
    vendetta deve essere proporzionata, prudente e progressiva.
    Non si può sottacere che il codice della vendetta è rimasto radicato nella
    barbagia anche nel 1900 ed ha costituito la base per lo sviluppo del banditismo
    sardo.
    Con l'affermarsi delle prime forme di industrializzazione sull'isola crebbe la
    marginalità della pastorizia.
    Si aprì un divario profondo tra la Sardegna sviluppata dove circolava denaro
    grazie all'attività industriale e all'indotto generato dal turismo e una Sardegna
    agro pastorale povera, chiusa e refrattaria ad ogni cambiamento.
    In questa situazione nacque nel mondo pastorale un 'etica del risentimento che
    arriva a giustificare l'uso delle armi e la pratica dei sequestri di persona.
    Le condizioni storiche ed il contesto sociale nel quale si è sviluppato possono
    indurre a giustificare il codice barbaricino ed addirittura a rinvenire in esso
    degli elementi positivi.
    Non vi è però alcun dubbio sul fatto che esso rappresenta un ordinamento
    normativo contrapposto a quello statale.
    Ed è incontestabile che l'applicazione del codice barbaricino provocava una
    socializzazione del fatto privato poiché l'offesa subita legittimava la vendetta e
    l'azione compiuta per vendicarsi provocava nuove offese dando luogo ad una
    faida interminabile.
    Da ciò è facile capire che si può avere uno stato civile solamente quando i
    cittadini delegano a terzi ossia ai tribunali statali la risoluzione delle proprie
    controversie.
    Infatti solo delegando ad un arbitro terzo la composizione delle vertenze
    insorte tra i consociati si può sperare in una giustizia imparziale e non rimessa
    alla discrezionalità del singolo.
    La funzione dell'apparato giudiziario statale non è solo quella di applicare la
    legge ma principalmente quella di appianare in modo civile ed uniforme i
    contrasti insorti tra i consociati garantendo una pacifica convivenza tra gli
    stessi.
    Quindi per quanto si possa condannare l'attuale sistema giudiziario italiano per
    le sue lungaggini, per le sue croniche carenze, per la necessità di riforme
    radicali e sostanziali, si può però affermare, senza tema di smentita, che esso
    rappresenta un baluardo imprescindibile contro ogni forma di faida e di
    anarchia.

    Link da: Massoneria.oriente.civitanovamarche
    Grazie Europeista,
    interessante articolo che fornisce ulteriori spunti di dibattito.
    Diciamo che il codice barbaricino fu un codice indotto da circostanze dure e difficili. La faida è una legge tipica delle società imperniate sulla cultura orale, tipica dei Gaeli, dei Germani,società che devono affrontare problemi e combattere.
    L'articolo in questione pare opporre una Sardegna primitiva e incivile, quella legata alla tradizione autoctona in opposizione alla figura idealizzata del mondo civilizzato dei Savoia, illuminato dal loro statuto albertino. Almeno io la leggo così la questione, benchè pare identificare un vago malessere locale... Non mi piace la conclusione, ennesimo panegirico della funzione civilizzatrice savoiarda in Sardegna.
    Non penso che i Savoia ci abbiano portato in dote il concetto di legge e ordine . Su Boginu... su dimoniu, la dice tutta. La Sardegna fu faro di civilità in varie epoche, tra cui l'epoca Giudicale. La verità è che la tipica ottusità savoiarda ha provocato drammi e creato mostri ovunque si è presentata, altro che civiltà. A sì , ci hanno insegnato chi lu Golfu di li Ranci in realtà è il Golfo degli Aranci.

  9. #29
    U.R.N. Sardinnya
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    Sono d'accordo.

  10. #30
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    Citazione Originariamente Scritto da juanna maria Visualizza Messaggio
    ceeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee! rep, colanne in Thiniscole ti appo pessatu

    a cuile ses ghirada??

    cessss

    ma galu in sardigna ses??

 

 
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