
Originariamente Scritto da
tzirboneddu
si par.i.s. partidu indipoendentista sardu gioca sul fdatto che il nome paris vuol dire insieme in sardo...esatto...era stato già fondato ma non è entrato in SNi...se volete leggete questa intervesti apparsa su l'unione sarda...
La secessione di Mal di Ventre
Doddoreddu: per la Sardegna un seggio all'Onu
di GIORGIO PISANO
Malloreddus, agnello, patatine di contorno. E rivoluzione. Servita fredda. Dopo una condanna a nove anni di reclusione non potrebbe essere altrimenti.
Protagonista degli anni '80 di una sfigatissima guerra contro lo Stato italiano colonialista e sfruttatore, Salvatore Meloni scioglie un vecchio voto e decide di riprovarci. Aveva giurato ai familiari che non si sarebbe occupato di politica fino al traguardo dei 65 anni. Oggi li compie e festeggia, in un ristorante di Barumini assieme a un centinaio di compagni-amici-sostenitori, la fine di una promessa e la nascita di un partito. «Come se cominciassi un'altra vita».
Un'altra? La solita. Trattasi di esumazione, dissepoltura. Arrestato ai primi di gennaio del 1981 a ridosso di un attentato contro il Comando militare della Sardegna a Cagliari, è stato dapprima trasferito in una caserma dei carabinieri in pieno centro, poi spedito in periferia e da lì deportato (direbbe lui) all'ottavo piano dell'ospedale san Francesco di Nuoro. Dove, nella stagione sanguinaria del partito armato, era stato allestito un reparto caveau per svolgere gli interrogatori con comodo. Trentatré giorni ci è rimasto. Cioè fino a quando, carta e penna, non ha presentato al procuratore della Repubblica un esposto per sequestro di persona.
Occhi chiari, baffoni risorgimentali come il testimonial televisivo di una birra celebre, Meloni ha tre figli, vive a Terralba (un passo da Oristano) e conserva una formidabile carica di rompipalle. Di Mario Marchetti, pubblico ministero che a suo tempo l'ha spolpato e scorticato chiedendo al processo una condanna esemplare per cospirazione politica atta a sovvertire l'ordine costituito , ha un'opinione positiva: «Magistrato rispettabile e corretto». Non lo vuole vedere morto, insomma: ancora oggi ogni tanto si incontrano e chiacchierano del mondo.
Dice queste cose uno tutt'altro che mollaccione. Mentre era in carcere - isolamento speciale - scrisse a Carlo Sanna, segretario del Partito sardo d'azione: certo che non starai perdendo la pancia facendo marce a mio sostegno. Questo per dire che si mantiene duro e puro.
Giacca di velluto e dente d'oro come un rom benestante, ha una storia personale che fila dritta dritta. Nel 1981, mentre i sardisti celebravano il congresso a Porto Torres, s'è fatto portatore di un emendamento-choc che riscriveva lo statuto: articolo 1, il Partito sardo d'azione si prefigge di portare il popolo sardo all'indipendenza. Approvato. Poi, tempi e protagonisti successivi hanno pensato a sbianchettare quel principio tutto di lotta e niente di governo.
In paese Salvatore Meloni è per tutti Doddoreddu, autotrasportatore d'un certo benessere, fondatore-presidente-demiurgo di un partito che si chiamava (e si chiama nuovamente a partire da stamattina) Par.i.s. I punti sono fondamentali per evitare di confonderlo col nome di una nota miliardaria americana e con una capitale gallica ancora più famosa. Paris vuol dire Partidu sardu pro s'indipendentzia.
Non si comprendono le ragioni di questo ritorno in vita, tenuto conto che l'arcipelago è già piuttosto affollato: A Manca pro s'indipendentzia (comunisti), Irs (Indipendentzia repubrica de Sardigna) del pacifista Gavino Sale, Sardigna Natzione di Bustiano Cumpostu orgogliosamente in orbace forever, alla faccia delle mezze stagioni e del termometro.
C'era bisogno anche di Par.i.s nelle pagine gialle dell'indipendentismo?
«Sì, ma dev'esser chiaro da subito che il nostro non è un partito-contro gli altri movimenti indipendentisti».
Conta di vederla?
«Cosa, l'indipendenza? Prima che io chiuda gli occhi questa sarà una terra libera. Non m'avessero messo le manette, esisterebbe dal 1982».
La repubblica di Sardegna?
«Proprio. Avevamo intenzione di occupare l'isola di Mal di Ventre (che appartiene a un inglese) e da lì aspettare il riconoscimento da parte degli altri Stati. A cominciare dalla Libia».
Perché la Libia?
«Perché con i libici avevamo legami forti. E contatti d'un certo tipo. Dovevano darci una mano».
Finanziarvi?
«Anche. Ma poi è finita com'è finita. Non hanno fatto in tempo a darci neanche un centesimo».
Fondare (o rifondare) un partito in ristorante non è il massimo.
«Un posto vale l'altro. Io farò due feste in una: compleanno e battesimo del Par.i.s».
Sono molti a dirle che non c'è di testa?
«Me lo dicono, ma la faccenda mi lascia indifferente. Eppoi, mica sbagliano: in manicomio ci sono stato davvero».
Quando?
«Quando ho fatto uno sciopero della fame durato cinque mesi e quattordici giorni. Ero lì lì per andarmene e il giudice mi ha imposto l'alimentazione forzata. Che mi hanno fatto, non so perché, nel reparto di Psichiatria».
Voleva morire sul serio?
«Manco un po'. Stavo semplicemente combattendo. Come l'irlandese Bobby Sands, morto d'inedia nel carcere di Belfast. I giornali inglesi, in quel periodo, parlavano tutti i giorni della mia vicenda».
Lei è un nonviolento?
«Sono alto quasi un metro e novanta, passo il quintale di peso. Esaurite le due guance evangeliche, è il caso di reagire, mica si possono prendere schiaffi sempre muti e zitti».
C'era bisogno di un nuovo-vecchio partito indipendentista?
«A Terralba, dove vivo e dove c'è stata l'unica vera, storica vittoria dei sardi contro l'oppressore, albergano gli spiriti della sardità, della rifondazione di uno Stato».
D'accordo, e con gli altri come la mette?
«La nostra non è una posizione di ostilità. Il fatto è che io all'indipendenza ci voglio arrivare con un referendum».
Quasi come i leghisti d'un tempo.
«Macché. I leghisti avanzano rivendicazioni socio-economiche del territorio. Noi invece chiediamo per i sardi un seggio alle Nazioni Unite: come la Croazia, come Cipro, come Malta».
Morale: siete quattro gatti e pure divisi.
«Io non mi rivolgo agli indipendentisti ma a quelli che non sanno di esserlo, cioè al 98 per cento dei sardi. Ho l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, dunque non mi posso candidare, dunque la mia battaglia non punta ad avere un posto a tavola».
Come vi muoverete?
«A febbraio il Bollettino ufficiale della Regione ha pubblicato la nascita di un'associazione culturale che si chiama “Patria sarda”. Lo stesso nome ha una cooperativa che punta al lavoro: dalla custodia dei musei alla pulizia delle strade».
E questi sono gli strumenti per vincere?
«Sicuro: serve tempo, dedizione, volontà. E noi ne abbiamo in abbondanza».
Siete al bis: l'altra volta vi è andata buca.
«Gli arresti ci hanno fermato in contropiede, a un passo dalla proclamazione della repubblica».
E lei ha speso un sacco di soldi per comprare tritolo.
«Io, comprare tritolo?».
Atti processuali. E il tritolo costa più del prosciutto di Parma.
«Intanto non era tritolo ma esplosivo a base di gelatina. Coi miei camion lo trasportavo in miniera a botte di trenta tonnellate per volta. E, secondo lei, lo compravo?»
Diciamo che ce l'aveva a titolo di amicizia.
«Non ho mai speso una lira per l'esplosivo».
Chi sono i nemici della rivoluzione?
«I sardi col loro fatalismo, con la loro arrendevolezza. Sono i nostri peggiori difetti».
Dimentica l'invidia.
«È una balla. Caino ammazza Abele per invidia. Storia vecchia, l'invidia è malattia collettiva, planetaria».
Se la rivoluzione va bene, l'Inps va via e siamo alla canna del gas.
«L'Inps è nostro perché eroga soldi nostri. Quindi dopo continuerebbe a darceli. E noi, nel frattempo, avremmo modo di ridurre le tasse, l'Iva e il prezzo della benzina».
Già sentita questa: meno tasse per tutti.
«La Sardegna è una terra magica ma un incantesimo ci ha condannato a non rendercene conto. Tra turismo e filiera agro-alimentare, vivremmo alla grande in assoluta autonomia. E invece stiamo in banchina».
Fronte del porto.
«È la maledizione di sempre, aspettiamo dal mare il salvatore di turno».
Ma lei ha capito dove sta andando l'Italia?
«Berlusconi, Alemanno sindaco di Roma? Ben vengano. Servono per accelerare il processo di coscienza».
Da parte di chi, dei 70mila che vanno a sentire Maria De Filippi?
«L'Italia è business, tutto un circo dove stiamo dentro a fare numero, ci piaccia o no. Guardate quei poveri emigrati che sono piovuti l'altro giorno a Cagliari per raccontare storie malinconiche e disperate».
E allora?
«Ci fosse la nostra repubblica, gli emigrati lavorerebbero qui e non fuori».
In che campo, se non siano indiscreti?
«Rispondo con la frase di un grande economista: uno lo paghiamo per fare un buco, l'altro per tapparlo. I soldi? La Sardegna ha risorse sconfinate».
Fosse governatore, primo provvedimento?
«Affrontare la piaga della disoccupazione. Briciole come quelle che arriveranno dal G8 a La Maddalena non risolvono».
Par.i.s. è di destra o di sinistra?
«Che domanda stupida. Credete ancora in queste polverosissime categorie?»
Non le converrebbe, dopo l'ammazzacaffè, andare in pensione serenamente?
«Gli anni che mi restano sono dedicati per intero all'indipendenza della Sardegna. Ho fatto un voto e non mi fermerò».
pisano@unionesarda.it
Tratto da:
L'unione sarda del 04/05/2008