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Discussione: 24 maggio

  1. #41
    SMF
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    Sì, ma secondo me è sbagliato credere che la prima guerra mondiale sia stata una sorta di scontro di civiltà, come invece fu a tutti gli effetti la seconda. Infatti secondo me su questo Evola tendeva ad esagerare: è vero che l'Impero Asburgico era un impero "multinazionale" e permeato dai valori della religione cattolica, ma è anche vero che nell'Austria-Ungheria di Cecco Beppe era tollerata la presenza di un forte partito socialista, vi era il suffragio universale (maschile se non erro), la borghesia era la classe sociale che deteneva sempre più potere, soprattutto a Vienna, che s'era aperta al progresso, non meno che la Francia figlia della Rivoluzione Francese.
    Inoltre, dimentichiamo che fu proprio grazie agli Imperi Centrali che potè realizzarsi la Rivoluzione Bolscevica in Russia e che Lenin raggiunse i suoi "compagni" grazie ai tedeschi.
    E sicuramente un carattere tradizionale continuava ad avere l'Impero Russo, dalla cui disgregazione sarebbe sorta l'epopea dell'Armata Bianca che difese la Russia dalla marea bolscevica.

  2. #42
    Pasdar
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    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Sì, ma secondo me è sbagliato credere che la prima guerra mondiale sia stata una sorta di scontro di civiltà, come invece fu a tutti gli effetti la seconda. Infatti secondo me su questo Evola tendeva ad esagerare: è vero che l'Impero Asburgico era un impero "multinazionale" e permeato dai valori della religione cattolica, ma è anche vero che nell'Austria-Ungheria di Cecco Beppe era tollerata la presenza di un forte partito socialista, vi era il suffragio universale (maschile se non erro), la borghesia era la classe sociale che deteneva sempre più potere, soprattutto a Vienna, che s'era aperta al progresso, non meno che la Francia figlia della Rivoluzione Francese.
    Inoltre, dimentichiamo che fu proprio grazie agli Imperi Centrali che potè realizzarsi la Rivoluzione Bolscevica in Russia e che Lenin raggiunse i suoi "compagni" grazie ai tedeschi.
    E sicuramente un carattere tradizionale continuava ad avere l'Impero Russo, dalla cui disgregazione sarebbe sorta l'epopea dell'Armata Bianca che difese la Russia dalla marea bolscevica.
    Il potere legislativo, soprattutto in Cisleitania, era davvero poco rilevante.
    Lievemente di più nella Transleitania, ma con caratteristiche diverse.

    P.S. Lenin fu mandato in Germania dal Deutesch Reich, non dall'Impero d'Austria-Regno d'Ungheria.
    E, francamente, mai avrei osato immaginare in questo forum delle reazioni così poco consone all'idea nazionale.
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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  3. #43
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    L'Italia in quei giorni doveva scendere in campo, non poteva non farlo. Non ci sarebbe stato il Fascismo, se non l'avesse fatto. Solo che è stato fatto dalla parte sbagliata, e ne paghiamo le conseguenze.

  4. #44
    SMF
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    Citazione Originariamente Scritto da Defender Visualizza Messaggio
    Il potere legislativo, soprattutto in Cisleitania, era davvero poco rilevante.
    Lievemente di più nella Transleitania, ma con caratteristiche diverse.

    P.S. Lenin fu mandato in Germania dal Deutesch Reich, non dall'Impero d'Austria-Regno d'Ungheria.
    E, francamente, mai avrei osato immaginare in questo forum delle reazioni così poco consone all'idea nazionale.
    Lo so che fu mandato dalla Germania Lenin, però nel mio post parlavo in generale degli Imperi Centrali, quindi sia Austria-Ungheria che Germania, e non solo dell'Impero Asburgico

  5. #45
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    Sempre più in fondo. Non c'è limite alla vergogna di quest'area rantolante.
    Adesso si sputtana anche la 2^ guerra mondiale. E se a Trieste era una minoranza a volere l'Italia, come afferma qualche critico storico da strapazzo,
    andatevi a guardare le foto di Trieste del 4 novembre 1918 e se non bastasse anche quelle della 2^ redenzione (26 ottobre 1954). Poi se vi resta ancora qualche dubbio, andate a parlarne ai triestini, ai familiari dei ragazzi uccisi dagli slavi e dagli inglesi nella lotta per ricongiungersi alla MadrePatria.
    E anche se ciò fosse stato provocato dai massoni, dagli ebrei, da tutto quel c**zo che volete, ME NE FOTTO -VIVA SEMPRE E PER SEMPRE L'ITALIA E TRIESTE ITALIANA!

  6. #46
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    Citazione Originariamente Scritto da globulonero Visualizza Messaggio
    Sempre più in fondo. Non c'è limite alla vergogna di quest'area rantolante.
    Adesso si sputtana anche la 2^ guerra mondiale. E se a Trieste era una minoranza a volere l'Italia, come afferma qualche critico storico da strapazzo,
    andatevi a guardare le foto di Trieste del 4 novembre 1918 e se non bastasse anche quelle della 2^ redenzione (26 ottobre 1954). Poi se vi resta ancora qualche dubbio, andate a parlarne ai triestini, ai familiari dei ragazzi uccisi dagli slavi e dagli inglesi nella lotta per ricongiungersi alla MadrePatria.
    E anche se ciò fosse stato provocato dai massoni, dagli ebrei, da tutto quel c**zo che volete, ME NE FOTTO -VIVA SEMPRE E PER SEMPRE L'ITALIA E TRIESTE ITALIANA!


    VIVA SEMPRE E PER SEMPRE L'ITALIA E TRIESTE ITALIANA!

    Maria Pasquinelli



    LA PASIONARIA DELL'ISTRIA TRICOLORE. MARIA PASQUINELLI UCCISE IL GENERALE INGLESE CHE DOVEVA CONSEGNARE QUELLA TERRA AGLI JUGOSLAVI
    Giovanni Morandi





    Bergamo - Non si è pentita di averlo fatto, ma per tutta la vita ha pregato per l'uomo contro il quale quel giorno puntò la rivoltella. Non lo aveva mai visto prima di allora, lo riconobbe perché portava sul berretto una striscia rossa. Segno del suo grado, generale comandante le forze alleate in Istria, l'uomo che formalmente avrebbe consegnato quella terra agli jugoslavi. Lui, inglese, era sposato e aveva una bimba di pochi mesi. Lei, italiana, era un'insegnante, che con furore pari all'ingenuità amava l'Italia. In Africa aveva perfino dismesso la divisa da crocerossina e si era travestita da soldato per andare a combattere al fronte. Robin De Winton agli occhi di quella giovane donna era il simbolo della perduta libertà della terra istriana. A Pola lui era il massimo esponente dei Quattro Grandi. Lo uccise con tre spari, mentre entrava al comando; era il 10 febbraio del '47, il giorno della firma del trattato di pace a Parigi. Maria Pasquinelli fu condannata a morte da un tribunale alleato, poi consegnata agli italiani per non farne una martire e la pena commutata in ergastolo.
    Oggi ha 84 anni, vive con la sorella a Bergamo e non ha voglia di parlare del passato.
    Per quale motivo non vuole ricordare. Ritiene di aver fatto un errore?
    «Non voglio parlare perché il fatto è quello che è, ed è assolutamente inutile che io ne parli a posteriori. Il fatto è quello e ognuno lo interpreti secondo il suo punto di vista. Ovviamente se si fanno certe azioni si spera possano dare un vantaggio, mettiamo, storico, ma in ogni caso di quelle azioni si impadronisce l'opinione degli altri, di chi le approva e di chi le condanna. Per me volerne parlare è inutile»
    Ma il caso in cui maturò quel fatto è ancora aperto e dunque ha un senso parlarne.
    «Certo che è ancora aperto, ma se fossi stata uccisa come era nelle mie previsioni non parlerei più e voi dareste le interpretazioni che vorreste».
    Quanto tempo è rimasta in carcere?
    «Ho fatto tre anni a Perugia, sei o sette mesi a Venezia e il resto dei 17 anni, sette mesi e 20 giorni a Santa Verdiana a Firenze. Sono uscita nel '64, il 22 settembre».
    Ed è subito venuta a Bergamo.
    «No, solo da sei anni. Mia madre era bergamasca e di questa gente io ho la spregiudicata schiettezza. Mio padre invece era marchigiano, di Jesi. Sono nata a Firenze con altri due miei fratelli, in via delle Panche, dove c'è l'Opera della Madonnina del Grappa di don Facibeni e don Facibeni veniva sempre a trovarmi in carcere. Lo fece fino a pochi giorni prima di morire. Fu lui che mi aveva battezzata, era molto amico di mio padre».
    Le deve essere stato di grande aiuto.
    «Era un uomo molto semplice e molto caro. Venne a trovarmi anche il 25 aprile nel '58. Il giorno prima era stato sul Grappa, perché là era stato combattente, medaglia d'argento. Era andato a far visita al suo capitano che era gravissimo. Fu l'ultima volta che lo vidi. Morì in giugno. Sino alla fine rimasi in contatto con lui e gli facevo sempre celebrare una messa tutti i 10 del mese, per ricordare la morte del generale di Pola».
    Mai avuto contatti con la famiglia De Winton?
    «Lui era sposato e aveva un bimba di pochi mesi. Ma queste notizie io le ho apprese dopo il fatto. Io non sapevo niente della famiglia di lui. E il parroco di Castelfiorentino, si chiamava don Dina, che era stato segretario del vescovo di Pola, monsignor Radossi, una volta venne in carcere a visitarmi e mi disse che era andato all'università di Friburgo, dove aveva conosciuto un sacerdote, che era il fratello del generale e questo fratello gli disse che a sua cognata, la moglie del generale morto, rincresceva che io stessi in carcere. Così mi disse».
    Lei non ha mai cercato un contatto con la moglie?
    «No, perché di fronte a certi fatti le parole sono inutili. Comunque so di avere avuto la sua comprensione».
    Come giudica la revisione storica che di recente è stata fatta anche dalla sinistra ex comunista sulla verità delle foibe e del problema istriano?
    «Come tutti sappiamo c'è stata la congiura del silenzio su tutta la storia del confine giuliano. In omaggio al comunismo italiano, nessun partito ha avuto il coraggio di affrontare l'argomento. Adesso si comincia a parlarne. Il silenzio è stato motivo di grande sofferenza per gli esuli e per i parenti di quelli che furono uccisi solo perché italiani. Dei 30 mila abitanti di Pola, 28 mila furono costretti a venir via. Questo dice tutto».
    Con don Facibeni parlò di quel delitto?
    «Sapeva chi ero ma non abbiamo mai affrontato l'argomento».
    Lei non aveva il bisogno di parlarne?
    «E perché avrei dovuto parlare con lui? Il problema l'avevo già risolto molto prima».
    Inutile chiederle se abbia mai avuto il dubbio di aver sbagliato. Si ha l'impressione che lei non si sia mai posta la domanda.
    «A volte trovo qualcuno, che mi chiede: se tornasse indietro? Io rispondo: se tornassi indietro avrei la stessa età, sarei ancora a quei tempi, sarei ancora quella».


    Marzo 1947. I VERBALI DEL PROCESSO: “Ho sparato contro il trattato di pace”

    Questo il racconto che Maria Pasquinelli fece davanti ai giudici, nel corso del processo che si tenne nel marzo-aprile 1947, in cui fu condannata a morte.
    «L'ho colpito per protesta contro il trattato di pace e solo perché era il massimo rappresentante dei Quattro Grandi a Pola. Lo avevo visto, di spalle, una volta sola, il martedi precedente l'attentato. Non sapevo nulla di lui, non conoscevo nemmeno il suo nome. Quando lo colpii, il generale non ebbe l'impulso di scappare. Dapprima sparai due colpi, anche se mi parve di sentire un solo colpo. Lui ebbe l'impulso di voltarsi per vedermi in faccia. Ho nettamente presente lo sforzo che fece per voltarsi verso di me. Mi sfuggì... sparai il terzo colpo. Solo allora il generale barcollando si allontanò verso il comando. Rimasi sola. Mi accorsi che la sorpresa mette l'attentatore in enorme superiorità rispetto agli altri. Non intendo dire che i soldati presenti si comportarono da vili. Di fronte alla sorpresa dei colpi chiunque sarebbe potuto scappare. Tornò poco dopo un soldato, avanzò verso di me con il fucile puntato e l'evidente intenzione di non spararmi. Non si avvicinò direttamente. Ma camminava cercando quasi di aggirarmi. lo tenevo la rivoltella in mano, ma puntata verso terra. Gli feci cenno che non intendevo sparare, ma egli non poteva capire. Allora posai la rivoltella per terra. Mi prese e mi condusse al comando». [Giovanni Morandi]


    Riportato da: LA NAZIONE del 5 Febbraio 1997. Firenze.






    Maria Pasquinelli (Firenze, 1913) si era diplomata maestra elementare e successivamente laureata in pedagogia a Bergamo. Fascista fervente, frequentò la Scuola di Mistica Fascista. Divenne famosa per aver ucciso il comandante della guarnigione britannica di Pola nel febbraio 1947, come protesta per l'esodo istriano.


    Dopo l'attentato

    Maria Pasquinelli fu processata due mesi dopo il fatto dalla Corte Militare Alleata di Trieste Il dibattito si svolse senza tumulti né colpi di scena. L'imputata si dichiarò colpevole e spiegò le ragioni che l'avevano indotta a compiere l'attentato. Una sola volta l'aula fu fatta sgombrare dal presidente Chapman. Accadde quando il difensore avv.Giannini, invitato dal presidente ad adeguarsi alla procedura seguita dalla Corte alleata, rispose:
    "Prima di ogni altra cosa, signor presidente, io mi considero un italiano che difende un'italiana"
    Nell'aula il pubblico applaudì e si udirono gridi "Viva l'Italia". Fu allora che l'aula venne fatta sgombrare.
    Il 10 aprile la Corte alleata pronunciava la sentenza che la condannava a morte, l'imputata si raccolse in silenzio, il pubblico rumoreggiò e le donne scoppiarono in singhiozzi. Il giorno seguente Trieste fu inondata da una pioggia di manifestini tricolori sui quali era scritto:

    "Dal pantano d'Italia è nato un fiore: Maria Pasquinelli"
    In seguito, la pena capitale fu commutata nel 1954 in ergastolo e fu trasferita nel penitenziario di Perugia.
    Nel 1964 tornò in libertà, ma non ha mai concesso interviste. Maria Pasquinelli ha cercato di farsi dimenticare da allora e tuttora vive a Bergamo.



  7. #47
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    Il ritorno



    Dopo undici anni di dominazioni straniere, di lotte, di morti, venne il giorno della liberazione, quella vera, non quella che si riferisce al tragico 25 aprile. La guerra per Trieste finiva il 26 ottobre 1954.
    Una giornata caratterizzata da pioggia e bora, quasi un ultimo tentativo del maligno per frenare la gioia e la commozione dei triestini. Ma non bastò: fra ombrelli che volavano sotto le raffiche del vento e la pioggia scrosciante, la città intera impazzì. Piazza Unità, le rive, tutto il centro cittadino
    brulicavano letteralmente di folla delirante. Ogni spazio libero, sui tetti e dalle finestre grappoli di persone sfidavano il maltempo arrampicandosi sui posti più impensati pur di cogliere con maggiore visibilità da punti più elevati rispetto alla marea umana l’attimo in cui sarebbero comparse le sagome delle navi italiane.
    Dall’ex posto di blocco di Duino, fino al centro città , una folla impressionante attendeva l’arrivo dei bersaglieri, che quando oltrepassarono il confine furono letteralmente assaliti dalla folla impazzita di gioia che chiedeva loro un cimelio da conservare come ricordo: furono strappate penne dai caschi, bottoni dalle giubbe, distintivi, mostrine e tutto ciò che poteva rappresentare e far ricordare quella memorabile giornata. I guidatori degli automezzi impiegarono un’ora e mezza per coprire quei pochi chilometri che portavano alle rive, quasi soffocati dagli abbracci di una moltitudine aggrappata ai camion e ostacolati dalla folla che gremiva tutto il percorso.
    Analoga scena al Molo Audace: quando approdarono, le navi subirono un vero e proprio arrembaggio da parte di coloro che, impazienti di attendere nella ressa della piazza, si erano preparati all’evento a bordo di pescherecci e barche di tutti i tipi.
    Quando approdarono le navi furono letteralmente invase di gente festante.
    Una giornata indimenticabile, impossibile solo da immaginare da parte di chi non l’ha vissuta personalmente. Non so con quante persone mi sono abbracciato quel giorno. Persone incontrate per strada e mai conosciute. Giovani, vecchi,donne, bambini…tutti pazzi di gioia. E in quei momenti, in quel giorno, ho constatato che è vero…si può piangere anche di gioia.

  8. #48
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    Maggio 1918, il Piave mormorava
    Maggio 2008, il Piave bestemmia come un turco per le porcate di qualche disadattato

  9. #49
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    Citazione Originariamente Scritto da globulonero Visualizza Messaggio
    Sempre più in fondo. Non c'è limite alla vergogna di quest'area rantolante.
    Adesso si sputtana anche la 2^ guerra mondiale. E se a Trieste era una minoranza a volere l'Italia, come afferma qualche critico storico da strapazzo,
    andatevi a guardare le foto di Trieste del 4 novembre 1918 e se non bastasse anche quelle della 2^ redenzione (26 ottobre 1954). Poi se vi resta ancora qualche dubbio, andate a parlarne ai triestini, ai familiari dei ragazzi uccisi dagli slavi e dagli inglesi nella lotta per ricongiungersi alla MadrePatria.
    E anche se ciò fosse stato provocato dai massoni, dagli ebrei, da tutto quel c**zo che volete, ME NE FOTTO -VIVA SEMPRE E PER SEMPRE L'ITALIA E TRIESTE ITALIANA!
    Nessuno sta mettendo in dubbio le sofferenze sopportate dai triestini a causa dei titini. E' ovvio che la tragedia di quelle terre con la fine della seconda guerra mondiale è incontestabile, ma qui si parlava di Prima guerrra mondiale.
    Non si può assolutamente paragonare il dominio asburgico di Trieste alla tirannide comunista degli slavi.
    Quando Trieste era parte dell'Impero Asburgico aveva uno status privilegiato, l'unico porto dell'Impero.

  10. #50
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    Citazione Originariamente Scritto da Imperium Visualizza Messaggio
    Nessuno sta mettendo in dubbio le sofferenze sopportate dai triestini a causa dei titini. E' ovvio che la tragedia di quelle terre con la fine della seconda guerra mondiale è incontestabile, ma qui si parlava di Prima guerrra mondiale.
    Non si può assolutamente paragonare il dominio asburgico di Trieste alla tirannide comunista degli slavi.
    Quando Trieste era parte dell'Impero Asburgico aveva uno status privilegiato, l'unico porto dell'Impero.
    Lo status privilegiato era un fatto puramente mercantilistico, che ai patrioti triestini non importava una mazza. E due miei zii, essendo irredentisti furono internati in Boemia dallo scoppio della guerra fino al 1918 (si, cari miei: i campi di concentramento non li inventò Hitler. Esistevano già sotto Cecco Beppe)
    E il terrore slavo-comunista durò 45 giorni. Poi subentrarono gli "alleati" e Trieste godette di un trattamento che tu definiresti "status Privilegiato".
    Infatti c'era abbondanza di tutto, e tutto costava meno che in Italia: dalle sigarette alla benzina; dal caffè agli alcoolici e le tasse costituivano qualcosa di irrisorio.
    Ma chi ragiona in termini mercantilistici non potrà mai concepire l'amore infinito dei triestini per l'Italia. Anch'io, riparato a Milano perchè ricercato dalla Polizia di occupazione, sentivo i discorsi attorno a me; "ma che c**zo vogliono questi triestini che stanno così bene con gli alleati?"
    Vedi caro amico i triestini ragionano, incredibilmente, come un vecchio proverbio meridionale: "Pane e cipolla, ma a casa tua". E noi, pur nel benessere materiale ci sentivamo fuori casa e optammo, come sempre abbiamo fatto, per il "pane e cipolla, ma a casa nostra"

 

 
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