Dopo il 476 d.C. Roma in quanto luogo geografico, in quanto città, cessa di avere un ruolo propulsivo proprio (con la breve eccezione del periodo di Cola di Rienzo nel XIV secolo) per "passare il testimone ad altre realtà come quelle da te opportunamente richiamate.
Roma come "Romanità", come idea e come mito, resta invece il valore unificante e propulsivo della Nazione, ma semplicemente non trova più la sua base diplomatica, militare e financo culturale nell'Urbe come luogo fisico.
Roma-città diventa, da soggetto agente di una politica grande-italica, la meta, il terminus ad quem, l'ambito oggetto del desiderio di una politica nazionale, da quando Federico di Svevia voleva far diventare l'Urbe la capitale del Regno Italico e il centro del Sacro Romano Impero (Kantorowicz) a quando Garibaldi lancia il suo grido "Roma o Morte"fino alla breccia di Porta Pia del XX settembre 1870.
La Toscana, in questo quadro, diviene il cuore ideologico-culturale dell'unità attraverso l'elaborazione dantesca, petrarchesca e machiavelliana e il graduale imporsi del suo volgare a lingua comune della "repubblica delle lettere".
La mente politica e il braccio armato dell'idea romano-italica si spostano altrove: nella grande Milano Viscontea che nel 1402, alla morte del suo duca, era sul punto di unificare buona parte dell'Italia centro-settentrionale; nella Venezia dei dogi - entità schiettamente romana sin dalle origini - che combatte per espandersi nel Friuli e fino nella Puglia; nella Firenze di Lorenzo dè Medici che si fa cuore e anima della "Lega Italica" dopo la pace di Lodi (1454); nel Ducato sabaudo che con Emanuele Filiberto "testa di ferro" (metà del secolo XVI) sposta la capitale da Chambéry a Torino e adotta l'Italiano come lingua ufficiale dello Stato e organizza le milizie paesane sulla base dell'insegnamento del Machiavelli (Discorsi sull'arte della guerra). Lo stesso ducato sabaudo che nel XVII secolo vede un Carlo Emanuele I farsi paladino della rivolta antispagnola degli Italiani ed essere cantato dai poeti della penisola come restauratore delle virtù romane e guida dell'indipendenza nazionale (ricordo a tale proposito un vecchio articolo di "Politica Romana").
E vogliamo parlare del settecento, con il nobile piemontese Galeani Napione che indica ai suoi sovrani la via dell'unità italiana e con l'istriano Gian Rinaldo Carli che scrive la "patria degli Italiani"?
Fino al confuso e contraddittorio ma per certi versi fecondo periodo giacobino e napoleonico e al Risorgimento Nazionale, sorto dalla conflittuale ma feconda collaborazione tra la Monarchia Sabauda e i suoi seguaci e l'elemento "popolare" della sinistra mazziniano-garibaldina.