
Originariamente Scritto da
vanni fucci
“Presso Agatone che è buono al convito
i buoni vengono senza l’ invito ” .
Il Convivio, Platone
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Atene 416 a. C.
Personaggi:
- Apollodoro;
- Alcuni suoi amici;
- Lo straniero.
Racconta Apollodoro:
In casa d’Agatone quella sera
un convitato strano certo c’era,
e come Aristodemo raccontò
subito dopo Socrate parlò.
Aristofane lo giudicò poeta.
Seria la voce aveva e l’aria lieta,
la foggia del suo abito era strana
e forse la sua terra assai lontana.
Gli amici che lo stanno ascoltando:
Apollodoro, non ti dilungare!
Impazienti siamo tutti d’ ascoltare
d’ Aristodemo quanto riferì
dell’uomo senza nome ch’ era lì.
Apollodoro:
Sforzarmi devo sì per ricordare
e non è cosa facile da fare.
Aristodemo stesso à rivelato
che vino molto s’era consumato.
Quell’uomo disse tante cose strane,
d’amor, del bello e mai di quelle vane.
Che abbia ben compreso lo straniero,
Socrate soltanto credo invero.
Le gambe un po’ piegate dai ginocchi,
sembrava l’ascoltasse anche con gli occhi.
da satiro lo sguardo assai arguto
fu l’unico che poco abbia bevuto.
Ma ora siate tutti quanti pronti:
è giunta l’ora che io vi racconti
di quanto Aristodemo mi descrisse
di ciò che lo straniero allora disse.
Quello che disse lo Straniero:
Sarà perché non sono un ateniese,
sarà perché è lontano il mio paese,
sarà perché non uso le parole
che amabilmente sempre qui si suole
che quelle cose che sto per narrare
potrete poco chiare reputare.
Non ho problemi ad affermare tosto
che mai certe domande m’ero posto,
che qui profondi uomini ò sentito
parlare con linguaggio assai forbito.
Le pietre sulle pietre voi posate,
con grazia quelle pietre trasformate.
Poi quelle pietre ancora a colorare:
è l’Arte che trascende il lavorare.
Filosofi da noi non ce ne sono:
siam musici sol di parole e suono.
E’ l’arte nostra questa cosa sola
parola e suono: su aria la parola.
Noi nulla abbiamo che sia duraturo
non pietre o statue, non colonne o muro.
Solo la terra verde o brulla abbiamo
coi carri su di essa ci muoviamo.
Tonde le ruote i nostri carri hanno,
le pietre vostre quadre e ferme stanno.
Cos’è ‘l bello non ci chiedemmo mai,
ma tutto ciò che è vivo amiamo assai,
e quanto noi abbiamo sempre amato
conserva in sé l’ impronta del Creato.
Viva è per noi la cenere dei morti,
quella che resta poi bruciati i corpi.
E vivi senza indugio riteniamo
gli spazi che a cavallo percorriamo.
Apollodoro:
Cessata a questo punto l’orazione
l’uomo chiese un permesso ad Agatone.
Sì giunto un servo gli si avvicinò
qualcosa piano lui gli bisbigliò.
Di casa mentre il servo se n’usciva
col vento il suon d’un flauto là s’udiva,
e d’una cetra quello nel contempo.
Passò così sereno un po’ di tempo.
Quando ‘l servo poco dopo tornò
tutti quanti i presenti sconcertò.
Sopra un vassoio grande e d’argento
recava il servo un poco sgomento
una sorpresa assai stravagante:
sterco di cavallo ancor fumante.
Solo Aristofane, tra lo stupore,
non trattene le risa sue sonore.
Agli altri tutti inoltre sembrò il caso
di tapparsi velocemente il naso.
Presso l’estraneo lo sterco fu posto:
questi riprese a parlar composto.
Lo straniero e le palle di sterco di cavallo:
Or riprendendo il sospeso discorso:
quando guardiamo lo spazio percorso
non restano mai quelle strade vuote
frammezzo alle impronte delle ruote.
Quando sui carri noi stiamo viaggiando
mentre i cavalli li stanno trainando,
la via percorsa giammai si confonde
grazie alle palle di cacca rotonde.
In quelle sfere di sterco equino
trovano gli uccelli cibo genuino;
le scioglie battendo la pioggia poi,
nessuna traccia rimane per noi.
Così disciolte noi non ci avvediamo
se nello stesso luogo ripassiamo.
Di quella traccia fu breve il suo tempo
poco il suo spazio e viva nel contempo.
Di quello sterco l’impronta svanita
esprime il senso dell’umana vita:
della mia vita, ossia di me stesso,
d’uno qualunque in questo consesso.
Quando l’Acropoli ho visitato
le imprese di Fidia ho contemplato.
La statua d’Athena in particolare
dicon si veda ben lungi dal mare.
I naviganti ne ammirano alzata
della sua lancia la punta dorata.
Ma quella statua, voi siete sicuri,
con la sua traccia nei tempi futuri
vi dia più gioia, per tanta che sia,
di quanta a noi osservare la via
lasciando dietro sul nostro cammino
le tonde palle di sterco equino?
Apollodoro:
Dalle chine dell’Olimpo distante
giunse il fragore d’un tuono assordante
e una folata assai forte di vento
che recò seco quell’avvertimento.
Non vi fu dubbio che fosse la Dea
molto irritata che in quella assemblea
uno straniero più senza ritegno
l’avesse offesa lasciando il segno.
Passato appena il secco spavento
non si mostrava quell’uomo scontento.
Poco quell’ira lo fece tremare
se poi sicuro riprese a parlare.
Lo straniero rivolto ai presenti:
Dalle vostre fronti corrugate
comprendo bene quello che pensate,
Se ciò che pensa nessuno m’ha detto
credo che sia per cordiale rispetto.
Astiosa la dea e un poco zitella
Dev’esser se la mia breve favella
Che fu persino un po’ vuota e fugace
D’ innervosirla è stata capace.
Con l’arte vostra e le costruzioni
son gli dei strani e le istituzioni.
E’ sembra esser qui proprio la norma
non liberarsi affatto dalla FORMA.
Degli scultori muove lo scalpello
mentre son alla ricerca del bello.
Lei canti e versi guida discreta
dei vostri musici e d’ogni poeta.
Ho visto delle vostre città greche
Sia templi che fontane e biblioteche.
Ogni linea misurata riassume
un’armonia di massa e volume.
Si tratta, sempre, se dico la mia
d’una compiuta umana armonia.
In armoniosi marmorei volumi
se stessi saziano i vostri numi
quando compressi in mirabili forme
di fissa bellezza si fanno orme.
Ma loro manca la dote più ambita:
forza creatrice, lo sguardo, la vita.
E se, di grazia,voi paragonate
una delle vostre più belle statue,
che sia d’ Apollo o che sia d’Afrodite,
Con questo sterco oppure, se ardite,
con quello stesso che sta nella via,
quella nel tempo è ferma, suvvia,
questo lo sciogliersi e il ricomporsi
rievoca il tempo e gli spazi percorsi,
di anni e stagioni il ritmo rammenta.
La vostra è Arte, ricerca attenta
del bello immobile e in ogni sua forma
d’umana armonia non sfugge la norma.
Si stava qui festeggiando Agatone
per il suo canto premiato campione.
Ma tu Agatone, aedo fra i muri
della tua casa, fissi e sicuri,
Quello che è chiaro sai come il sole
che dalla pietra non spremi parole.
Ma meditate il cammino di Omero.
a lungo vagando sul suo sentiero
cercava il veggente la Verità.
Non fu d’intoppo la sua cecità
che nei suoi versi con il mistero
pur la bellezza gli diede il Vero.
Se a dare il bello è la forma stessa,
si trova il Vero al di sopra di essa.
O Ateniesi, quest’esortazione
richiami al Vero ogni vostra azione.
Che sia un aedo o musico sia,
se voi provate a seguirne la via,
sosta soltanto di rado un poeta
e la ragione è sempre discreta.
Per dire il Vero lo fa qualche volta
e per un gesto d’Amore, talvolta.
AMORE VERO che nel mondo regna
Con quel poeta un confronto insegna:
Alla cacca d’ equino s’accomuna
che come pasto l’uccello consuma.
Se i muri quadre le pietre hanno
con ruote tonde tutti i carri vanno.
O Agatone, è stato un diletto
partecipare a questo banchetto.
E’ giunta l’ora però che io vada
per ritornare a veder sulla strada
tra le ruote del mio carro viaggiante
sterco fresco di cavallo fumante
che col suo sciogliersi e il decomporsi
rievoca il tempo e gli spazi percorsi.
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v.f. - febbraio 2014