OMNIA SUNT COMMUNIA


MALRAUX IL SOVIETICO - INSEGUENDO IL FANTASMA DI DOSTOEVSKIJ ALLA RICERCA DI UN SOGNO

I testi dell'intellettuale francese sull'ideologia, la poesia, il cinema sovietici, insieme ai suoi incontri con Pasternak e Ejzenstein, tradotti da Excelsior 1881 con il titolo Carnet dall'Urss
Valentina Parisi

Ci sono libri che sembrano contendere all'immagine fotografica il diritto esclusivo a una riproduzione sintetica e immediata della realtà. Libri spasmodicamente aggrappati all'hic et nunc di un singolo evento, istantanee che proprio in virtù di questa estrema concentrazione sincronica finiscono inevitabilmente per traboccare, alludendo loro malgrado ai fotogrammi successivi della Storia. Così è senza dubbio per i quaderni di appunti tenuti da André Malraux durante il suo soggiorno in Russia nel 1934, in occasione del primo Congresso degli scrittori sovietici, pubblicati l'anno scorso da Gallimard a cura di Francois de Saint-Cheron, e ora proposti in italiano da Excelsior 1881 col titolo Carnet dall'Urss, nella traduzione di Giulio Lupieri. Con le sue osservazioni frammentarie ma icastiche, l'intellettuale parigino delinea un ritratto assai originale della società sovietica in transito dal fervore rivoluzionario degli anni '20 all'utopia realizzata del decennio successivo. Una immagine in rapido dissolvimento, dal momento che molti dei suoi protagonisti più visionari da lì a poco sarebbero caduti vittima delle repressioni staliniane oppure, di fronte alla definizione zdanoviana dell'artista «ingegnere delle anime», avrebbero intrapreso perigliosi tentativi di adattamento o autocensura.
ALLE ORIGINI DI UN VIAGGIO
Ma cosa aveva indotto Malraux ad avventurarsi in Russia? Rispondendo con entusiasmo alla proposta dell'amico Il'ja Erenburg che lo aveva invitato a Mosca, lo scrittore cercava nella realtà ancora magmatica dell'Urss un soggetto per il suo nuovo romanzo che, secondo le dichiarazioni rese alla «Literaturnaja gazeta» nel giugno 1934, avrebbe dovuto svolgersi sulle sponde opposte del Mar Caspio, in Turkmenistan e a Baku. L'impero sovranazionale sovietico costituì dunque l'ennesima meta di quella traiettoria centrifuga che negli anni Venti aveva portato Malraux in Indocina e che all'inizio del 1934 lo avrebbe condotto nello Yemen, sulle tracce della leggendaria regina di Saba. Anche se non raggiungerà mai l'Asia Centrale, dopo il Congresso lo scrittore si spingerà comunque insieme alla moglie Clara fino in Siberia, visitando fabbriche, kolchozy e istituti di rieducazione, annotando battute udite per strada o trascrivendo conversazioni con colleghi più o meno celebri. Il suo è lo sguardo dell'intellettuale europeo istintivamente attratto dall'«esotismo» di un paese in tempestosa crescita; ciononostante egli conserva la consapevolezza di quanto sia facile scivolare sulla pericolosa china dello stereotipo: «I russi credono alla cultura latina allo stesso modo in cui il nostro boulevard Montparnasse crede all'anima slava». Ma a Malraux non sfugge neppure la singolare fecondità dell'«ottica di uno straniero su un personaggio mitico» come Ivan Karamazov o la Fantine dei Miserabili. Ossia non gli sfugge come l'inevitabile straniamento generato da una prospettiva «diversa» possa evidenziare, in una figura letteraria, caratteristiche fino ad allora passate inosservate.
Memore dell'ammonimento di un suo illustre compatriota, il marchese de Custine, che già nel 1839 sosteneva la necessità di essere russi per capire la Russia, Malraux non aspira dunque a una utopica comprensione reciproca, ma preferisce esplorare il valore culturale di fraintendimenti e distorsioni, a suo parere assai più indicativi degli slogan o delle dichiarazioni programmatiche: «Niente è più pericoloso che raccogliere informazioni facendo domande. Chiedere idee a uomini che non ne hanno... Le domande che fanno loro sono molto più significative». Da qui la sua predilezione per il qui pro quo che spalanca orizzonti inattesi o, più semplicemente, per gli aneddoti buffi e strampalati, attinti a piene mani dalla rivista satirica «Il Coccodrillo».
A loro volta, i letterati russi evocati in Carnet dall'Urss appaiano assai più austeri, impegnati a elaborare la propria identità nel confronto con l'Europa e a coltivare la propria «tentazione dell'Occidente» - per citare il titolo del saggio dedicato da Malraux nel '26 alla Cina rivoluzionaria. Non a caso, uno degli incontri più interessanti sarà quello col drammaturgo Vsevolod Visnevskij, appassionato collezionista di miniature su lacca di Palekh, che l'anno prima aveva pubblicato un coraggioso articolo sul modernismo europeo, inequivocabilmente intitolato Conoscere l'Occidente!
L'ENTUSIASMO PER I REGISTI
Se alcuni isolati intellettuali sovietici nel 1933 osavano ancora guardare a Joyce, dal canto suo Malraux si aggira per l'Urss inseguendo il fantasma di Dostoevskij. E lo fa nel proposito di indagare il legame esistente «tra lo spirito mistico e il romanzo poliziesco». Tuttavia, non tarderà molto ad accorgersi di come l'autore di Delitto e castigo, profetico «creatore di miti», sia ormai assolutamente impopolare nel paese in cui l'utopia è diventata realtà. A colpirlo saranno innanzitutto le parole di un ex ragazzo di strada, accanito lettore che, dopo aver conosciuto il carcere e gli istituti di correzione, è stato costretto a ridimensionare il proprio entusiasmo per la redenzione di Raskol'nikov: «Gli chiedono che cosa pensa adesso di Dostoevskij. Non gli piace più. 'La prigione non è così'». Ma, ancor più che dalla letteratura, l'attenzione di Malraux è attratta dalle ultime creazioni del cinema sovietico, che proprio in quel momento stava abbandonando la sua vocazione documentaria per elaborare soluzioni più commerciali, come i musical di Grigorij Aleksandrov. Nella speranza di trarre un film dalla Condizione umana, lo scrittore incontra Ejzenstein, reduce dalla disastrosa avventura hollywodiana e dal fallimento di Que viva Mexico!, discute con Aleksandr Dovzenko sulle prospettive di un adattamento cinematografico da Tolstoj o Dostoevskij, ma soprattutto si infervora di fronte al crescente interesse dimostrato dai registi sovietici per il mondo dell'infanzia. Opere come Il cammino verso la vita di Nikolaj Ekk, centrato sulla rieducazione di un gruppo di ragazzini orfani e senzatetto (premiato a Venezia nel 1932), oppure Scarpe rotte, eccezionale film di Margarita Barskaja sul destino dei bambini poveri nella Germania hitleriana, vengono salutate da Malraux come «il primo segno di una ripresa della sensibilità 'pura' e del sogno».
APOLOGIA DEL SOGNO
Ed è proprio la dimensione onirica, stranamente eclissatasi dalla patria del socialismo realizzato, a costituire l'oggetto della più viva nostalgia per l'ex surrealista Malraux. Ignorato dai piani quinquennali, il meraviglioso gli sembra riaffiorare qua e là nei soggetti bizzarri delle miniature collezionate da Visnevskij, dove i capi della Rivoluzione s'aggirano tra i lussureggianti paesaggi del folklore russo. Oppure negli occhi assenti di Pasternak, definito da Malraux «maldestro, farfuglione, ma manifestamente posseduto dal genio». In quest'ultima accezione, il sogno come premessa indispensabile all'impulso creativo tornerà anche nel discorso L'arte è una conquista che egli pronuncerà al Congresso. Di fronte alla teorizzazione del realismo come solo approccio rivoluzionario alla letteratura, Malraux non mancherà infatti di spezzare una lancia in favore dell'imprevedibilità dell'estro individuale: «Se gli scrittori sono gli ingegneri delle anime, non dimenticate che la più alta missione della letteratura è quella di inventare».

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