
Originariamente Scritto da
florian
Con Tremonti
Premetto che non sono un economista e che solitamente mi trovo più a mio agio con le lettere che con i numeri. Tuttavia negli ultimi tempi ho cercato di ragionare in merito alle posizioni divergenti di due politici ed economisti da me egualmente stimati: Antonio Martino e Giulio Tremonti. Il primo è stato l’indimenticato artefice del programma economico di Forza Italia nel 1994; il succo della “rivoluzione liberale” allora tanto citata da Berlusconi è suo, così come è ancora lui il portabandiera del conservatorismo anglosassone in Italia. Tremonti invece è l’attuale mente economica del Popolo della Libertà, il vicepresidente di Forza Italia e forse il politico di maggior spicco del centrodestra italiano; i suoi ultimi libri sono stati best sellers per Mondadori ed hanno catalizzato l’attenzione dentro e fuori il PDL suscitando trasversalmente critiche e consensi.
Nonostante stimi molto Martino e comprenda a livello teorico molte critiche di questi nei confronti di Tremonti, devo confessare che sono rimasto affascinato dalla capacità politica con la quale l'attuale Ministro dell'Economia e delle Finanze è riuscito a intercettare le ansie e le paure interne alla società occidentale contemporanea e allo stesso tempo offrire a quest'ultima una speranza di salvezza attraverso il recupero di un “pensiero forte” e di uno Stato autorevole e decisionista.
In quanto conservatore mi sforzo sempre di guardare al bene della comunità nazionale prima d'ogni altra cosa. E per quanto mi annoveri tra i sostenitori della libertà ritengo che la difesa di questa in senso astratto e puramente filosofico non costituisca grande attrattiva in tempi di nichilismo diffuso e decadenza. Figuriamoci se poi si tratta dei crediti bancari di pochi beneficiari.
Se si è qualcosa di più che dei meri individualisti allora si guarderà con piacere ad un conservatorismo civico e socialmente consapevole che non per questo metta in discussione valori liberali quali il merito, la competizione e il libero mercato. Tremonti lontano dall’essere un fautore del collettivismo ha solo compreso che il problema a livello internazione oggi è "politico" e non più economico. Appaiono lontani i tempi in cui uno come Bill Clinton poteva diventare presidente degli Stati Uniti con lo slogan "It's the economy, stupid!"; in quanto, se è vero che le elezioni politiche si giocano ancora principalmente sulle tasse, è altrettanto vero che incalzano questioni nuove e dirompenti come lo scontro tra scienza e fede, il relativismo culturale, l'immigrazione, l'Islam terrorista, la globalizzazione. Questi temi negli ultimi anni hanno occupato la scena evidenziando come al cittadino di oggi stia a cuore molto più la concreta sicurezza (personale, nazionale, culturale, religiosa) dell'astratta libertà.
Tremonti non si è mai schierato contro il mercato, ma contro il "mercatismo", cosa assai diversa indicando ciò il connubio tra mercato e comunismo. Il suo slogan "Market if possible, government if necessary" è a mio avviso assolutamente ragionevole per un politico e soprattutto per un politico conservatore.
L'essere umano ha bisogno innanzitutto dell'Ordine, senza il quale nessuna civiltà potrebbe esistere. Oggi l'Occidente si sta sgretolando anche perchè la politica si è progressivamente annullata di fronte ad un'economia che abbatte regole e confini tradizionalmente condivisi. E' un dato oggettivo che l'uomo contemporaneo si sia ridotto a mero consumatore e che la libertà individuale abbia spesso relegato in un angolo, disconoscendoli, i diritti della comunità nazionale.
Non c'è bisogno di scomodare Aristotele per ribadire che l'uomo è un "animale sociale" e che non può vivere fuori da un contesto di relazioni. Tremonti meglio di altri ha capito che la destra contemporanea non poteva irrigidirsi sulle posizioni tipiche degli anni ottanta, funzionali ad un’epoca che doveva fare i conti con un passato di pianificazione e collettivismo. Gli anni del laissez faire indiscriminato sono però finiti da un pezzo in quanto nuovi problemi impongono oggi soluzioni diverse.
Il fatto che un conservatore abbia a cuore innanzitutto l'individuo non significa che in base a ciò lo Stato e le istituzioni debbano essere per lui aboliti o disprezzati. Spesso viene citata tendenziosamente la famosa frase di Margaret Thatcher circa il fatto che non esisterebbe alcuna società. Ma la Signora Thatcher, pur lodando Hayek, non s’avventurò mai nei terreni scivolosi dell’anarchismo liberale. Vittoriana devota, era convinta che le nazioni avessero un proprio singolare “carattere”, ragion per la quale difficilmente potrebbe essere annoverata oggi tra i seguaci della globalizzazione. Fu ostinatamente nazionalista ed antieuropea, difendendo la potenza e le istituzioni della sua patria come avrebbero fatto gli antichi eroi del partito tory.
Di Tremonti si dice che è un ex socialista ed uomo di sinistra. Resta il fatto però che nel suo ultimo libro “La paura e la speranza” ha parlato da leader di una moderna destra europea, cosa questa che la sinistra italiana, pur affascinata da alcuni aspetti del suo pensiero, ha compreso benissimo. E ancor di più lo hanno compreso i nostri elettori di centrodestra che hanno votato per Berlusconi anche grazie a quella risposta (che a destra è stata anche l'unica sul piano intellettuale) ai problemi che considerano tanto seri quanto prioritari.
Credo si possa affermare senz'ombra di scandalo che le idee di Tremonti siano quelle di un liberista moderato. Negli anni Novanta il suo libro "Lo Stato criminogeno" era un manifesto contro l'interventismo governativo della sinistra. Ancor oggi Giulio Tremonti è un liberale classico che cita con rispetto Adam Smith; tuttavia, e non è una colpa da imputargli, non è un dogmatico ma una persona pragmatica. Le sue tesi non sono contro ma a favore del mercato, che cerca solo di salvare dalle sue ultime degenerazioni. Il "mercatismo”, questo il neologismo da lui coniato, mette in evidenza il matrimonio d’interessi consumatosi tra la nuova sinistra rampante e i profittatori di sempre ai danni di quella gente comune rimasta orfana anche dei sindacati. L'obiettivo della sua polemica sono gli speculatori finanziari e i banchieri, non a caso grandi elettori di quella sinistra sedicente riformista che dagli anni novanta ha sposato il liberalismo globalista con la cultura relativista e politicamente corretta.
Come Sarkozy in Francia, Tremonti ha riportato all'attenzione del popolo italiano cinque "vecchie parole" cadute in disuso dopo essere state a lungo demonizzate dalla cultura del sessantotto: autorità - responsabilità - valore - identità - ordine. Oggi che il comunismo vecchio stampo non esiste più - la stessa Rifondazione Comunista guarda ormai a Veltroni e al suo populismo soft di stampo democratico - la destra ha il compito di rispondere al bisogno popolare di coesione e di sicurezza nazionale. Alle incertezze che dominano l'Occidente contemporaneo si può cercare di rispondere con politiche decisioniste che rimettano in relazione l'individuo con il suo ambiente sociale consolidando così il patto nazionale. Legami che si sono da tempo allentati quando non addirittura sfilacciati e che difficilmente i seguaci del liberalismo anarchico e relativista potranno e vorranno rinsaldare.
Florian
PS: Posto qui le mie riflessioni sapendo bene che saranno accolte malissimo. Tuttavia proprio per questo, conoscendo le vostre posizioni contrarie al Ministro Tremonti, vorrei sapere qual'è a vostro avviso la via d'uscita di una crisi che prim'ancora che economica è politica e culturale. Tremonti ha fornito una risposta al malessere dell'Occidente. Sarà forse sbagliata, ma al momento è anche l'unica...