La questione razziale sorge nella storia nel momento in cui una razza si trova in uno stato di decadenza morale e spirituale prima e di imbastardimento poi.
Un concetto di razza nel senso biologico e fisico-antropologico nell'antichià non v'è mai stato non solo perchè le 'scienze moderne' ancora non vi erano, ma anche perchè le differenze fra popoli, nazioni, stirpi e razze erano sentite come un qualcosa di naturale e di istintivo. Scrive ad esempio Sant'Agostino d'Ippona:
Dunque questa città del cielo, mentre è esule in cammino sulla terra, accoglie cittadini da tutti i popoli e aduna una società in cammino da tutte le lingue. Difatti non prende in considerazione ciò che è diverso nei costumi, leggi e istituzioni, con cui la pace terrena si ottiene o si mantiene, non invalida e non annulla alcuna loro parte, anzi conserva e rispetta ogni contenuto che, sebbene diverso nelle varie nazioni, è diretto tuttavia al solo e medesimo fine della pace terrena se non ostacola la religione, nella quale s'insegna che si deve adorare un solo sommo e vero Dio.
De Civitate Dei XIX, 17
Nella visione del Cattolicesimo Romano le nazioni e i popoli sono visti come facenti parte di un disegno provvidenziale e funzionali ad esso.
Sono un 'valore' da preservare, non un qualcosa da annichilire o annullare, senza alcun tipo di eccesso.
Anche in epoca tardo-imperiale, epoca da sempre indicata da molta "letteratura razzista" come periodo di imbastardimento, la saggezza di un filosofo berbero cristiano e cittadino romano, educato secondo la cultura ellenistico-romana dell'epoca, dice che le differenze di stirpe sono un qualcosa di naturale e praticamente di scontato, tanto da farle rientrare nella stessa "Civitas Dei".
Il problema della razza viene fuori quando essa si sente minacciata ed è corrotta. Prima - come sempre - si attua un processo di corruzione morale che poi porta inevitabilmente all'imbastardimento dovuto al 'caos' spirituale.
Agli albori della civiltà ci sono state numerose immigrazioni da parte di numerosi popoli.
Quello che però sta accadendo a noi è un qualcosa di mai visto.
Si stanno sradicando culture e popoli plurimillenari da una parte all'altra del globo: una cosa mai vista.
In un contesto del genere, è ovvio che si rivolga l'attenzione alla razza e alla sua integrità.
L'impostazione evoliana della questione - ripresa poi anche da Franco Giorgio Freda - ha il merito di affrontare il problema della 'razza' dal punto di vista dell'antropologia classica aristotelica, poi ripresa, alla luce della Rivelazione, dalla scolastica ed in particolare da San Tommaso d'Aquino.
Tolta quella fuffa esoterica paganeggiante, il "razzismo integrale" del Barone e il "razzismo morfologico" di Franco Giorgio Freda ci permettono di vedere la questione in una prospettiva diversa da quella del comune biologismo.
Io sono d'accordo nel dire che quello di razza è un concetto di per sè di antropologia fisica e quindi biologico.
Ma andiamoci piano - come ho detto più volte - col limitarci ad affrontare la questione in termini di razzismo biologico.
Le grandi razze umane o gruppi umani che dir si voglia individuati a suo tempo dall'antropologia fisica sappiamo bene quali sono.
Noi siamo bianchi europoidi.
Il che però può significare mille cose.
Europoidi sono gli arabi, anche gli ebrei.
I marocchini, così come gli algerini e gli egiziani.
Ed è inutile dire di no.
Certo: loro hanno avuto una maggiore commistione con elementi 'negroidi' che "noi" non abbiamo avuto.
Loro hanno una pelle più scura della nostra, certamente.
Questo però ci fa capire che i confini delle razze intese in senso fisico-antropologico sono al tempo stesso o troppo ristretti o troppo ampi.
Ed è da questo 'fatto' che emerge tutta la necessità di dare al razzismo una "giustificazione superiore" che vada ben al di là sia della misurazione dei crani che delle velleità eugenetiche, senza scadere nè in un determinismo biologico darwiniano nè in un innatismo spiritualista orientaleggiante.




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