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Discussione: Spengler sulla razza

  1. #21
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    Predefinito Rif: Spengler sulla razza

    La questione razziale sorge nella storia nel momento in cui una razza si trova in uno stato di decadenza morale e spirituale prima e di imbastardimento poi.
    Un concetto di razza nel senso biologico e fisico-antropologico nell'antichià non v'è mai stato non solo perchè le 'scienze moderne' ancora non vi erano, ma anche perchè le differenze fra popoli, nazioni, stirpi e razze erano sentite come un qualcosa di naturale e di istintivo. Scrive ad esempio Sant'Agostino d'Ippona:


    Dunque questa città del cielo, mentre è esule in cammino sulla terra, accoglie cittadini da tutti i popoli e aduna una società in cammino da tutte le lingue. Difatti non prende in considerazione ciò che è diverso nei costumi, leggi e istituzioni, con cui la pace terrena si ottiene o si mantiene, non invalida e non annulla alcuna loro parte, anzi conserva e rispetta ogni contenuto che, sebbene diverso nelle varie nazioni, è diretto tuttavia al solo e medesimo fine della pace terrena se non ostacola la religione, nella quale s'insegna che si deve adorare un solo sommo e vero Dio.

    De Civitate Dei XIX, 17

    Nella visione del Cattolicesimo Romano le nazioni e i popoli sono visti come facenti parte di un disegno provvidenziale e funzionali ad esso.
    Sono un 'valore' da preservare, non un qualcosa da annichilire o annullare, senza alcun tipo di eccesso.

    Anche in epoca tardo-imperiale, epoca da sempre indicata da molta "letteratura razzista" come periodo di imbastardimento, la saggezza di un filosofo berbero cristiano e cittadino romano, educato secondo la cultura ellenistico-romana dell'epoca, dice che le differenze di stirpe sono un qualcosa di naturale e praticamente di scontato, tanto da farle rientrare nella stessa "Civitas Dei".

    Il problema della razza viene fuori quando essa si sente minacciata ed è corrotta. Prima - come sempre - si attua un processo di corruzione morale che poi porta inevitabilmente all'imbastardimento dovuto al 'caos' spirituale.
    Agli albori della civiltà ci sono state numerose immigrazioni da parte di numerosi popoli.
    Quello che però sta accadendo a noi è un qualcosa di mai visto.
    Si stanno sradicando culture e popoli plurimillenari da una parte all'altra del globo: una cosa mai vista.
    In un contesto del genere, è ovvio che si rivolga l'attenzione alla razza e alla sua integrità.
    L'impostazione evoliana della questione - ripresa poi anche da Franco Giorgio Freda - ha il merito di affrontare il problema della 'razza' dal punto di vista dell'antropologia classica aristotelica, poi ripresa, alla luce della Rivelazione, dalla scolastica ed in particolare da San Tommaso d'Aquino.
    Tolta quella fuffa esoterica paganeggiante, il "razzismo integrale" del Barone e il "razzismo morfologico" di Franco Giorgio Freda ci permettono di vedere la questione in una prospettiva diversa da quella del comune biologismo.
    Io sono d'accordo nel dire che quello di razza è un concetto di per sè di antropologia fisica e quindi biologico.
    Ma andiamoci piano - come ho detto più volte - col limitarci ad affrontare la questione in termini di razzismo biologico.
    Le grandi razze umane o gruppi umani che dir si voglia individuati a suo tempo dall'antropologia fisica sappiamo bene quali sono.
    Noi siamo bianchi europoidi.
    Il che però può significare mille cose.
    Europoidi sono gli arabi, anche gli ebrei.
    I marocchini, così come gli algerini e gli egiziani.
    Ed è inutile dire di no.
    Certo: loro hanno avuto una maggiore commistione con elementi 'negroidi' che "noi" non abbiamo avuto.
    Loro hanno una pelle più scura della nostra, certamente.
    Questo però ci fa capire che i confini delle razze intese in senso fisico-antropologico sono al tempo stesso o troppo ristretti o troppo ampi.
    Ed è da questo 'fatto' che emerge tutta la necessità di dare al razzismo una "giustificazione superiore" che vada ben al di là sia della misurazione dei crani che delle velleità eugenetiche, senza scadere nè in un determinismo biologico darwiniano nè in un innatismo spiritualista orientaleggiante.
    Ultima modifica di Giò; 18-05-10 alle 20:48

  2. #22
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    Arrow Rif: Spengler sulla razza

    Spengler però non era certo cattolico e neppure cristiano, esattamente come non lo era Evola e non lo è Freda, caro Giò91…

    Il discorso che fai sulle nette differenze storiche che intercorrono fra l'antichità e l'attualità riguardo alla percezione dell'identità e quello sulla necessità di coniugare il razzismo biologico con quello animico e spirituale lo condivido sicuramente; soltanto che va dato per scontato, anche perchè i tre aspetti di fatto coincidono od almeno sono interdipendenti, non ha senso scinderli.
    Per gli antichi sangue e spirito coincidevano, ad es. per i nobili Greci chi era 'bello' fuori era 'buono' anche dentro, dall'aspetto fisico e dai tratti somatici si deduceva il carattere e l'animo di una persona!
    La moderna fisiognomica europea, che ha ispirato anche il c.d. razzismo biologico che in realtà non è mai stato solo ed esclusivamente biologico, ha conservato pienamente questa antica idea essenziale!


    Per altri versi però il tuo discorso mi lascia perplesso; ad es. il riferimento al cattolicesimo che tratto dopo o quando affermi che europoidi sarebbero anche ebrei, arabi e maghrebini, sic. Beh, a questo punto pure Obama sarebbe europoide, dato che da parte di madre lo è sicuramente! In realtà non è così, Obama è mulatto. Europoide è solo chi è essenzialmente bianco, anche se geograficamente extraeuropeo. Ma persone che hanno consistenti contaminazioni non-bianche, e non solo qualche leggero e lontano influsso che è tollerabile, ben visibili ad occhio nudo non possono essere considerate bianche.
    Europoidi erano sicuramente gli antichi Egizi di alcuni millenni fa (forse i primi della storia a praticare l’apartheid con i negri della Nubia), i primitivi Arabi e la maggior parte dei Nord Africani fino al primo medioevo, così come oggi lo sono i Berberi puri; ma ormai larga parte degli abitanti dell’Egitto, dell’attuale Maghreb e del mondo c.d. arabo (tranne quelli di certe parti del Libano e della Siria, che sono ancora sufficientemente bianchi) sono il prodotto della plurimillenaria mescolanza razziale dei bianchi europoidi originari con i tipi levantini e negroidi giunti successivamente.
    In pratica, erano bianchi europidi alcuni millenni e parecchi secoli fa ma, essendosi poi mescolati in massa, ormai non possono più essere considerati tali, tranne una minoranza di loro. Idem Indiani del Nord, Iraniani e popoli affini, fra i quali però la percentuale di bianchi è sicuramente più alta.
    Non è che per essere classificati come bianchi basti non essere proprio negro o mulatto, avere la pelle chiara o una parte di eredità bianca se poi i tratti somatici sono palesemente esotici e frutto di chissà quanti incroci eh…
    Quindi Ebrei, Arabi, Nord Africani ed abitanti del Vicino e Medio Oriente in generale ormai da tempo sono principalmente di razza mista, solo una minoranza di loro - di solito quella delle classi sociali superiori - può davvero essere considerata europoide e bianca.
    Probabilmente gli europei del futuro saranno simili alla stragrande maggioranza dei maghrebini e medio-orientali di oggi…A quel punto è chiaro che la loro identità originaria sarà persa e dissolta per sempre in un minestrone globalizzato e non saranno più classificabili come bianchi.

    È verissimo che nell’antichità si ignorasse il moderno concetto di razza, esisteva solo l’etnocentrismo ed il concetto della diversità delle stirpi; ma certamente persone di stirpi affini si sentivano più simili fra loro rispetto a popolazioni completamente lontane ed estranee.
    Romani, Italici ed Etruschi erano stirpi differenti ma con un minimo comun denominatore che ne ha favorito l’integrazione sia pure con un po’ di difficoltà, idem con quanto poi accaduto con Celti, Illiri e Germani.
    Con gli extraeuropei gli antichi Greci e Romani non avevano che rapporti indiretti, a parte coloro che viaggiavano, per cui è ovvio che non potessero sviluppare una consapevolezza razziale in senso paneuropeo.
    Giovenale però, ai tempi del tardo Impero, raccontava di tutta la feccia levantina che aveva invaso l’urbe e questo senso di ostilità profonda verso Ebrei, Siriani, Egiziani degenerati, Greci levantinizzati, ecc. ce l’aveva eccome. Se vivesse oggi chissà cosa scriverebbe contro negri e meticci di ogni sorta del terzo e quarto mondo, probabilmente verrebbe denunciato…
    State sicuri che se gli antichi Greci e Romani, Celti e Germani vivessero nell’Europa di oggi giungerebbero a superare le loro reciproche diffidenze dettate da etnocentrismo o particolarismo tribale (i Greci facevano le guerre fra loro in maniera sanguinosa, non diversamente da Celti e Germani, che non ebbero mai la consapevolezza di essere un unico popolo malgrado le somiglianze) riuscendo a concepire il paneuropeismo e l’idea di solidarietà bianca contro gli invasori allogeni; esattamente come le varie poleis greche, di fronte alla minaccia dei barbari, riuscivano a mettere temporaneamente da parte le ostilità per coalizzarsi in un ideale di panellenismo. Purtroppo l’etnocentrismo cieco ed ottuso è anche oggi ciò che impedisce ai bianchi europei di unirsi contro il nemico allogeno comune nel nome della comune appartenenza razziale.
    La cosa assurda è che magari certi francesi od inglesi disprezzano i tedeschi eppure si sentono compatrioti di negri che hanno la loro stessa cittadinanza, o viceversa!! Così come certi imbecilli patrioti italiani che considerano i negri come Barwuah Balotelli loro compatrioti da idolatrare ed integrare per i loro presunti meriti sportivi mentre diffidano degli slavi o degli albanesi bianchi!!
    Ecco perché, per distinguermi nettamente da questi idioti e traditori che credono nel falso nazionalismo giacobino secondo cui conta il diritto di suolo e basta nascere in un paese per esserne membro a tutti gli effetti, io mi considero in primis un bianco (europeo ed italiano).
    Bisogna parlare di bianchi e non soltanto di “italiani” ed “europei” perché ormai milioni di non-bianchi immigrati di prima o seconda generazione hanno la cittadinanza e deve essere chiaro che non fanno parte della nostra comunità (così anche i miscugli, con un genitore autoctono ed uno allogeno, vengono esclusi dalla definizione…Preciso che per me anche “italiani” ed “europei” da secoli e generazioni ma con evidenti tratti somatici esotici, e fra il proletariato urbano e la plebe più o meno arricchita ce ne sono eccome, sono da considerare cittadini di serie b, per cui auspicherei la selezione eugenetica)!
    La situazione è completamente diversa da quella che c’era fino a pochi decenni fa, quando era sottinteso che dire italiano ed europeo, tranne singole eccezioni, significava automaticamente dire bianco; perciò è necessario evidenziare che la razza biologica conta più di un miserabile foglio di carta che mira a trasformare per decreto d’ufficio un negro, un indio, un aborigeno australiano o qualunque meticcio di razza indefinibile in un nostro simile.

    Riguardo alla questione religiosa…Spengler non era troppo esplicito su questo, in teoria mi sembra che non avesse abbandonato il protestantesimo, ma di sicuro la sua filosofia della forza e della volontà di potenza - in modo anche più volgarizzato - era vicina a quella di Nietzsche.
    Comunque dico la mia, senza offesa per alcuno, s'intende.
    Allora, io ammetto che il cristianesimo cattolico medievale ad es. abbia avuto diversi aspetti positivi e che abbia contribuito all'identità europea, romanizzandosi e germanizzandosi.
    Però ne attribuisco il merito alla pre-esistente cultura greco-romana che esso ha assorbito e al nuovo apporto di sangue nordico, quello dei nuovi dominatori dell'epoca, ossia i Germani.
    In sè il cattolicesimo - ancora più del protestantesimo che, in quanto eretico e malgrado le sue aberrazioni ideologiche, si adatta meglio alle peculiarità dei diversi popoli, considerando anche il fatto che si rifà al vecchio testamento e all'etnocentrismo ebraico in salsa europea ove gli anglosassoni ad es. sarebbero i reali eredi degli antichi israeliti - è però intrinsecamente incompatibile con il differenzialismo etnico e razziale in quanto universalismo religioso; un vero cattolico pone lo spirito al di sopra del sangue e fonda il precetto di fratellanza umana sulla religione, certo non sull’appartenenza ad una comunità etnica e razziale, infatti la chiesa è l’unione globale di tutti i cristiani/cattolici a prescindere dalle loro origini.
    Al concreto legame di sangue tra familiari e connazionali il cattolicesimo sostituisce un astratto vincolo spirituale che unisce teoricamente tutti gli esseri umani del globo che condividono la fede cattolica.
    Guarda caso in Sud America i cattolici spagnoli e portoghesi, già secoli fa, si sono meticciati in massa con indios e negri; l’originaria separazione razziale e di classe è durata ben poco, e solo per l’istintiva repulsione che provavano quei bianchi a livello personale, non certo perché la mescolanza razziale andasse contro i precetti cattolici, anzi essa è stata utilizzata come arma per favorire l’integrazione e l’evangelizzazione dei locali.
    Solo una parte dei nobili, fieri del loro sangue castigliano, si oppose.
    Oggi quello che è accaduto nel Sud America secoli fa rischia di riproporsi in Italia ed il cattolicesimo non è certo un argine a tutto ciò, anzi.
    Un vero cattolico tradizionale, se è coerente con i principi che professa, preferirebbe vivere in un’Italia razzialmente mista ma interamente basata sui precetti cattolici, piuttosto che in un’Italia bianca e senza allogeni però atea, agnostica oppure islamizzata ad esempio.
    Un cattolico può anche essere etnonazionalista e/o razzista a livello personale, ma certamente ciò confligge con il messaggio evangelico il quale è all’opposto di ogni radicamento identitario in una comunità di sangue e suolo.
    E non c’entra nulla la distinzione fra cattolicesimo pre o post concilio vaticano II, dato che nessun papa nella storia ha mai giustificato l’etnonazionalismo o il razzismo; al limite, ha accettato e predicato l'espansione della razza bianca come mezzo per favorire una successiva evangelizzazione dei non-bianchi, come nel caso dell'epopea coloniale.
    Ma per la gloria della chiesa cattolica e per la diffusione del vangelo, non certo per gli interessi della razza bianca (infatti poi la stessa decolonizzazione è stata propagandata da preti, missionari ed affini).
    Se in Italia fino a pochi decenni fa non c’erano preti negri è solo perché l’immigrazione dei negri non era ancora un fenomeno di massa; ma nessun cattolico si protrebbe opporre a ciò ed infatti ora ce ne sono sempre di più, perfino in certe messe trasmesse in televisione.
    Non si capisce quale obiezione potrebbe fare un cattolico alla mescolanza delle razze, dal momento che a contare per lui è lo spirito umano che si ritiene essere indipendente dall’origine biologica; il regno dei cieli non è promesso ai bianchi ma a gente di ogni razza purchè nel corso della sua vita abbia pensato ed agito da buon cattolico.
    Per il resto, io trovo eccessivamente astratta anche la visione di Evola, anche se restano valide le sue idee razziali che Freda e Lorenzoni ad esempio hanno saputo ben attualizzare.

    Condivido comunque l’ultimo post di carlomartello; spero anche io (senza nutrire però troppe illusioni, perché la vedo durissima) che negli Usa i bianchi si sveglino creando magari una nazione indipendente, che i bianchi in Sud America (Paraguay, Venezuela, Argentina, Cile, Brasile del sud, ecc.), in Oceania ed in Sudafrica (boeri ed anglofoni) possano fare lo stesso e che tutti costoro possano poi collaborare con un’Impero Eurorusso (con eventuali appendici afghano-indo-iraniche) liberato dalla presenza allogena in seguito alle terribili guerre civili e razziali che temo ci aspettino (volenti o nolenti, la mia è una previsione da Cassandra e non certo un auspicio…ho l’impressione che la Rahowa proclamata da Ben Klassen diventerà inevitabile a fini di legittima difesa, per la stessa sopravvivenza fisica delle nostre stirpi) in un prossimo futuro…

    P.S. Su Mussolini, Hitler, Spengler e la questione razziale:

    Il contratto - Google Libri

    14 Words! - Holuxar
    Ultima modifica di Holuxar; 19-05-10 alle 21:12
    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

    SURSUM CORDA - HABEMUS AD DOMINUM!!! A.M.D.G.!!!

  3. #23
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    Predefinito Rif: Spengler sulla razza

    L'antropologia fisica distingue in diverse razze, come ben sappiamo.
    Secondo tutte le classificazioni il tipo arabo fa parte a pieno titolo, assieme al tipo indiano e irano-afghano, della razza europoide.
    La vorderasiatische Rasse (la razza levantina) di Hans F. K. Guenther è il tipo 'armenoid' di C. S. Coon ed è appunto un fenotipo europoide.
    Secondo tutte le classificazioni, inoltre, sia che si consulti Biasutti che Coon, il tipo arabo, irano-afghano e l'anatolico (l'armenoide di Coon e il levantino di Guenther) sono considerati come tipi subrazziali della razza europoide.
    Infatti, giustamente Hans F. K. Guenther sempre sottolineò quanto fosse troppo generico parlare di 'razza bianca' con riferimento alle stirpi europee, distinguendo debitamente fra fenotipi europei della razza bianca europoide legati alle diverse 'nazionalità' indoeuropee e fenotipi extraeuropei, fra cui quello levantino e quello orientalide.
    Queste sono le classificazioni dell'antropologia fisica, io non posso farci niente.
    Se poi vogliamo fare una serie di considerazioni sul fatto che la popolazione del Vicino Oriente e del Nord Africa presenti influssi negroidi notevoli possiamo pure farlo, così come possiamo far notare che in questa parte della terra a predominare è un tipo mediterraneo fortemente mescolato con levantini e orientalidi.
    Nessun problema a dirlo.
    Ma eventuali 'discriminazioni' in senso positivo possono essere fatte a partire da un qualcosa di più dal mero dato antropo-biologico.
    Del resto, l'antropologia fisica - alla quale tutti siamo affezionati in fondo - è considerata superata in ambito scientifico, ognuno ormai legge le differenze genetiche come meglio crede e gli aplogruppi - come ben sappiamo - non inidicano differenze razziali ma se mai le distanze genetiche fra le varie popolazioni. Il che può tutt'al più confermarci il fatto che gli uomini "non sono tutti uguali" ma questa è la scoperta dell'acqua calda. E d'altronde, se in certi casi è possibile fare correlazioni fra fenotipi e aplogruppi, dobbiamo sempre tenere conto che si tratta di operazioni arbitrarie e tutt'altro che rigorose, dato che un aplogruppo di per sé non dà alcuna indicazione su dolicocefalia o brachicefalia.
    D'altronde, la genetica non è certamente una 'scienza esatta' e pertanto la sua infallibilità è discutibilissima.
    Faccio questo discorso per dire che ad un certo punto subentrano sempre altri fattori a determinare nella nostra testa i concetti di razza, stirpe, nazione e popolo: se io devo pensare alla 'razza bianca' non penso alla misurazione dei crani ma alle meraviglie dell'Urbe o alle cattedrali gotiche!
    Come io sostengo, la nostra razza è bianca europoide da un punto di vista fisico-antropologico, culturalmente e linguisticamente indoeuropea e 'spiritualmente' ariana, nel senso precisato da Giacomo Acerbo nel testo già citato da Antonio Messineo nell'articolo "I fondamenti della dottrina fascista della razza" pubblicato su "La Civiltà Cattolica" del 2 Novembre 1940:

    Dopo queste delucidazioni sul concetto di razza, l'A. dimostra come in Italia fin dai primordi si sia costituito un gruppo etnico con una sua spiccata individualità e cultura, rimasto fondamentalmente omogeneo col sopravvenire delle migrazioni di altri popoli, i quali, invece di assorbirlo, furono da esso assorbiti e amalgamati entro quella compagine, dal cui seno sbocciò e fiorì la mirabile civiltà romana. Le sue deduzioni sono fondate su recenti studi, che, se non hanno del tutto dissipate le tenebre sulle origini delle genti italiche, hanno tuttavia chiarito di molto la preistoria della nostra penisola.



    Qui si innesta naturalmente la questione degli arii, e in qual senso debba intendersi l'appellativo di ariano attribuito recentemente anche al popolo italiano. A tale proposito, attenendosi ai risultati sicuri dell'indagine scientifica e rigettando le fantasie costruite da alcuni pensatori di oltre Alpe, l'A. scrive testualmente: «Tutte le scuole italiane e straniere sono oggi concordi nel riconoscere che quei popoli preistorici che si designano sotto il nome di ariani, oppure Indoeuropei, e che i dotti tedeschi ci compiacquero chiamare Indogermanici, sono ben lungi dal costituire un'unità bio-antropologica, cioè una razza nel senso naturalistico, ma rappresentano invece un miscuglio di varie provenienze genetiche collegate fra loro dalla sola parentela linguistica. E l'opinione diffusa e accettata nel secolo scorso, che tale affinità linguistica presupponesse e dimostrasse l'unità della razza, è oggi totalmente abbandonata» (p. 53).



    Rammentate le teorie di Gobineau e dei suoi seguaci, contro le quali non tardò a sollevarsi l'opposizione degli studiosi seri, e come la civiltà aria sia la risultanza della mistione delle tre grandi razze venute a popolare l'Europa, egli conchiude: «Non si può dunque quanto all'Italia parlare di razza aria, bensì di accessioni più o meno copiose di gruppi delle genti nordiche e palafitticole, la cui congiunzione con le stirpi indigene avrebbe dato inizio nel nostro suolo alla cosiddetta cultura aria» (p. 55).



    Conseguentemente il termine ariano nella letteratura fascista della razza non può avere se non «un significato convenzionale e un uso provvisorio, giustificabili l'uno e l'altro per la duplice necessità di impostare in un primo momento la politica della razza in ragione e in funzione del prestigio che la Madre Patria deve assumere di fronte alle popolazioni del nuovo impero, e di separare dalle attività direttive e formative dell'organismo nazionale la minoranza giudaica» (p. 56).



    Conveniamo pienamente con l'A., poiché tutte le ragioni storiche e scientifiche convergono in favore della sua tesi, e terminiamo questa nostra rassegna, esprimendo l'augurio che altri lavori simili al presente, ispirati ad un grande rispetto per la vera scienza e contenuti entro i limiti consentiti dal progresso della ricerca oggettiva, vengano ulteriormente a chiarire una questione, che ha bisogno di essere liberata da sovrastrutture fantastiche e risolta in modo conforme alle gloriose tradizioni della gens italica, propagatrice nel mondo intero delle più alte conquiste dello spirito umano.


    In tal modo si attua quel triplice discrimine che Evola volle introdurre parlando di razzismo integrale o spirituale. Ovviamente, l'uomo è fatto di anima e corpo e pertanto le due cose non vanno scisse, anche se, ovviamente, l'anima è pur sempre forma del corpo, per quanto senza di esso non sia altro che un fantasma.

    Quanto al resto, ovviamente concordo con te sul fatto che la cittadinanza dev'essere su base etnica: ius sanguinis e naturalizzazioni limitate solo a persone provenienti da nazioni e appartenenti a popoli con noi compatibili!

    So perfettamente poi che Evola, Spengler e Freda non erano cattolici, ma questo non m'impedisce affatto di essere 'razzista', nel senso sano e giusto del termine.
    D'altronde, Giacomo Acerbo era cattolico e razzista, così come lo erano Niccolò Giani, Roberto Farinacci e tanti altri assertori del razzismo fascista italiano oltre che credenti nel Cattolicesimo Romano.
    Persino don Curzio Nitoglia - tutt'altro che un nazista e tutt'altro che uno disposto a 'cedere' sulla dottrina cattolica per lusingare qualche "camerata" - ha spiegato qual è il tipo di razzismo compatibile col Cattolicesimo Romano in ben due articoli, che probabilmente già conoscerai:

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    Il corpo sta all

    Del resto, storicamente parlando, la Chiesa Cattolica nel Medioevo per difendersi dall'infiltrazione giudaica e islamica usò gli Estatutos de Limpieza de Sangre, attuando un vero e proprio discrimine su base 'etnica' con ampio risvolto sociale.
    Il Medioevo ricordiamoci che è l'età cristiana cattolica per eccellenza e che - al tempo stesso - è un'epoca fornita di una visione aristocratica dell'esistenza e dei rapporti sociali.
    Pertanto, altro che razzismo, nel Medioevo cattolico si andava ben al di là della mera 'separazione razziale', andando a tutelare nei momenti di 'emergenza' gli ordini sociali aristocratici che ovviamente tendevano a non mescolarsi con altri strati sociali, eccetto che per alcune eccezioni.
    La Chiesa Cattolica, inoltre, non è una mera assemblea come sostiene la concezione protestante ma è il Corpo Mistico di Nostro Signore Gesù Cristo.
    Se poi uno si fa problemi a credere in Cristo solo perchè ha il dubbio se fosse di aspetto levantino o nordico, non va convinto del contrario, ma è semplicemente un idiota, a mio modesto avviso.
    La Chiesa non dice che la mescolanza razziale è cosa buona e giusta, dice sic et simpliciter che tutti possono salvarsi, essendo tutti dotati di libero arbitrio, purchè credenti e battezzati.
    Del resto, sarebbe da idioti pensare che esistono persone che per il solo fatto che appartengono ad una determinata razza non possono avere la possibilità di salvarsi in quanto non potrebbero - secondo questa strampalata tesi - "comportarsi" secondo norme morali rette.
    Ricordiamoci cosa diceva Ludwig Ferdinand Clauss - uno no di certo filo-cattolico - riguardo alle differenze razziali:

    "La differenza fra le razze non è una differenza di qualità ma di stile. Non il possesso di questa o quella qualità, non il possesso di questa o quella dote definisce la razza dell'anima, bensì lo stile che si manifesta attraverso queste qualità o doti presenti nel singolo".

    Concetto che io condivido in pieno, a meno che uno non voglia scadere in un determinismo biologico darwiniano che squalifica - a mio sommesso avviso - non solo l'essere umano in quanto tale ma proprio lo stesso concetto di razza!
    Se poi vogliamo discutere delle posizioni della Chiesa Cattolica sul 'razzismo' in base al Magistero pre-conciliare e non in base alle considerazioni arbitrarie dei soliti che vorrebbero far credere che il Cattolicesimo Romano è omologante, universalista e semi-mondialista, è presto fatto:

    "Con l’universalità c’è l’essenza della Chiesa cattolica, ma con questa universalità stanno bene assieme - bene intese e al loro posto - l’idea di razza, stirpe, nazione e nazionalità (…). Non occorre essere troppo esigenti, come si dice nazione si può dire razza, e si deve dire che gli uomini sono innanzitutto un solo e grande genere (…), una sola, universale, cattolica razza. Né si può negare che in questa razza universale non ci sia luogo per le razze speciali (…). Ecco che cos’è per la Chiesa il vero, il proprio, il sano razzismo".

    Pio XI, 28 luglio del 1938, discorso tenuto agli alunni di "De Propaganda fide".

    Oppure:

    La chiesa di Cristo, fedelissima depositaria della divina educatrice saggezza, non può pensare né pensa d'intaccare o disistimare le caratteristiche particolari, che ciascun popolo con gelosa pietà e comprensibile fierezza custodisce e considera qual prezioso patrimonio. Il suo scopo è l'unità soprannaturale nell'amore universale sentito e praticato, non l'uniformità, esclusivamente esterna, superficiale e per ciò stesso debilitante. Tutte quelle direttive e cure, che servono ad un saggio ordinato svolgimento di forze e tendenze particolari, le quali hanno radici nei più riposti penetrali d'ogni stirpe, purché non si oppongano ai doveri derivanti all'umanità dall'unità d'origine e comune destinazione, la chiesa le saluta con gioia e le accompagna con i suoi voti materni. Essa ha ripetutamente mostrato, nella sua attività missionaria, che tale norma è la stella polare del suo apostolato universale. Innumerevoli ricerche e indagini di pionieri, compiute con sacrificio, dedizione e amore dai missionari d'ogni tempo, si sono proposte di agevolare l'intera comprensione e il rispetto delle civiltà più svariate, e di renderne i valori spirituali fecondi per una viva e vitale predicazione dell'evangelo di Cristo. Tutto ciò che in tali usi e costumi non è indissolubilmente legato con errori religiosi troverà sempre benevolo esame e, quando riesce possibile, verrà tutelato e promosso. E il Nostro immediato predecessore, di santa e venerata memoria, applicando tali norme a una questione particolarmente delicata, prese generose decisioni, che innalzano un monumento alla vastità del suo intuito e all'ardore del suo spirito apostolico. Né è necessario, venerabili fratelli, annunziarvi che Noi vogliamo incedere senza esitazione per questa via. Tutti coloro che entrano nella chiesa, qualunque sia la loro origine o la lingua, devono sapere che hanno uguale diritto di figli nella casa del Signore, dove dominano la legge e la pace di Cristo. In conformità con queste norme di uguaglianza, la chiesa consacra le sue cure a formare un elevato clero indigeno e ad aumentare gradualmente le file dei vescovi indigeni. Al fine di dare a queste intenzioni espressione esteriore, abbiamo scelto l'imminente festa di Cristo re per elevare alla dignità episcopale, sul sepolcro del principe degli apostoli, dodici rappresentanti dei più diversi popoli e stirpi.

    Tra i laceranti contrasti che dividono l'umana famiglia, possa quest'atto solenne proclamare a tutti i Nostri figli, sparsi nel mondo, che lo spirito, l'insegnamento e l'opera della chiesa non potranno mai essere diversi da ciò che l'apostolo delle genti predicava: «Rivestitevi dell'uomo nuovo, che si rinnovella dimostrandosi conforme all'immagine di Colui che lo ha creato; in esso non esiste più greco e giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e scita, schiavo e libero, ma tutto e in tutti è Cristo» (Col 3,10-11).

    Né è da temere che la coscienza della fratellanza universale, fomentata dalla dottrina cristiana, e il sentimento che essa ispira, siano in contrasto con l'amore alle tradizioni e alle glorie della propria patria, o impediscano di promuoverne la prosperità e gli interessi legittimi, poiché la medesima dottrina insegna che nell'esercizio della carità esiste un ordine stabilito da Dio, secondo il quale bisogna amare più intensamente e beneficare di preferenza coloro che sono a noi uniti con vincoli speciali. Anche il divino Maestro diede esempio di questa preferenza verso la sua terra e la sua patria, piangendo sulle incombenti rovine della città santa. Ma il legittimo giusto amore verso la propria patria non deve far chiudere gli occhi sulla universalità della carità cristiana, che fa considerare anche gli altri e la loro prosperità nella luce pacificante dell'amore.


    Papa Pio XII

    Summi pontificatus, Lettera Enciclica sul programma del pontificato, 20 ottobre 1939, Pio XII

    In un articolo de "La Civiltà Cattolica" del 2008 - non parlo più ahimé della gloriosa "Civiltà Cattolica" di quando era il Papa a controllare direttamente l'ortodossia degli articoli che dovevano essere pubblicati su di essa - in cui si cerca di presentare affannosamente la Chiesa Cattolica come forza d'opposizione al regime fascista a partire dalle leggi razziali, si è costretti a riportare questo:

    In una Nota del 1° agosto 1938 indirizzata dal Nunzio Apostolico in Italia, mons. F. Borgongini Duca, al Capo del Governo a tale proposito si diceva: «La Santa Sede si compiace col Governo Italiano per aver colpito il concubinato fra gli italiani e gli indigeni di colore. Quanto a fiancheggiare l’azione moralizzatrice del Governo, come si domanda dalle Autorità Coloniali, la Chiesa non si rifiuta di prestare largamente, per mezzo dei suoi missionari, l’invocata opera di persuasione ad impedire tali ibride unioni, per i saggi motivi igienico sociali intesi dallo Stato, ma soprattutto per le ragioni di indole morale e religiosa, che hanno la maggiore efficacia nelle anime»

    Contro la leggenda nera: You have been blocked

    D'altronde, finchè il Sud America non subì l'infausto processo di decolonizzazione le gerarchie sociali furono dettate praticamente da differenze razziali: le classi più alte erano anche le classi che vantavano una diretta discendenza da famiglie aristocratiche o spagnole o portoghesi o comunque europee.
    Inutile poi dire che la Chiesa Cattolica non ha alcun precetto morale contrario a prescindere ai matrimoni misti interrazziali: le religioni pre-cristiane mai hanno avuto precetti rigorosi contrari al meticciato. Il protestantesimo poi è tutt'altro che più adatto all'etno-centrismo, perchè ricordo che, oltre ad essere contrario ed incompatibile con qualsiasi forma di verticalità gerarchica, è proprio nei paesi protestanti, guarda caso, che abbiamo le situazioni peggiori a livello di mescolanza razziale.
    Pensa alla Gran Bretagna anglicana, pensa agli Stati Uniti, pensa alla Germania o ai paesi scandinavi, per non parlare poi della vastissima diffusione di sette protestanti eretiche piene di negri.
    Falso inoltre poi attribuire alla Chiesa Cattolica qualsiasi simpatia per la decolonizzazione o il terzomondismo dato che nell'enciclica di Pio XII 'Fidei Donum', alla cui scrittura contribuì anche Monsignor Marcel Lefebvre, si afferma il principio in base al quale devono essere le potenze europee cristiane a guidare le nazioni del Terzo Mondo, in quanto portatrici di civiltà.
    Inoltre, giusto per concludere, sostenere che vi siano principi trascendenti superiori al dato fisico e terreno della razza non significa avere in odio le differenze etniche, ma significa avere una visione completa del mondo, proprio come avevano quei nostri avi - sia pagani che cristiani -, prima che la modernità facesse il suo impetuoso ingresso nella storia umana, che hanno fatto del resto la 'storia' della razza bianca e degli Europei.
    Del resto sta scritto: "Sia benedetto Iafet!"

  4. #24
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    Predefinito Rif: Spengler sulla razza

    Spengler aveva una mentalità profondamente relativista, anti-universalista, ciò che lo portò a sottolineare ripetutamente che non esiste la “civiltà” globalmente intesa, l’umanità generica, ma esistono invece popoli e civiltà conchiuse, viventi di vita propria, senza contributi esogeni. Questo ovunque nella sue opere.
    Se leggiamo il secondo capitolo della seconda parte del suo celebre “Il tramonto dell’occidente”, ci imbattiamo in frasi inequivocabili, nette, che non si prestano a interpretazioni. “(…) la razza è la sintesi di tutte le caratteristiche corporee che risultano alla percezione sensibile di esseri desti… La razza ha delle radici. Esiste una connessione fra razza e paesaggio…Ma quali sono le caratteristiche che permettono alla nostra percezione e soprattutto al nostro occhio di riconoscere e distinguere le razze? Ciò rientra senza dubbio nella fisiognomica… Dove è esistito un ideale razziale – come ne è stato il caso in ogni antica civiltà e soprattutto nel periodo cavalleresco vedico, omerico e svevo – la nostalgia di una classe dominante per un tale ideale, il suo voler essere così e non altrimenti, ha fatto sì che questo ideale alla fine si sia realizzato… Vengo dunque alla conclusione che, come il tempo e il destino, la razza è qualcosa di essenziale per tutti i problemi della vita, di cui ogni uomo ha un senso chiaro e distinto finché non tenta di capirlo mediante una analisi e una classificazione intellettualistica, epperò disanimante”. Ecco perché Spengler parlava di razza vivente, e di volontà di razza.
    Ancora: “La nobiltà è invero casta in senso proprio, è una sintesi di sangue e razza, è una corrente dell’esistenza nella forma più perfetta immaginabile”. Inutile proseguire nelle citazioni per comprendere che Spengler parlò chiaro e tondo, mettendo al centro della sua grandiosa ricostruzione macrostorica delle civiltà creatrici, proprio e soltanto la razza. Visione etnocentrica dunque, non universalista. Nell’introduzione di una vecchia edizione del Tramonto, R. Calabrese Conte scriveva che “Zucht (disciplina) è per Spengler il tipo di educazione conforme alla razza, che si estende nel sangue e si trasmette di padre in figlio”.
    Volutamente tralascio di considerare il suo “Anni della decisione”, testo ancor più marcatamente orientato in senso razzialista (“Solo la 'cesarea' volontà di uomini capaci di guidare il mondo bianco deciderà nel XXI secolo lo scontro immane tra razze contrapposte”).
    Per chiunque ha occhi per leggere, tutto è cristallino. Ciò non significa che mistificatori al soldo del mondialismo, privi di riferimenti ideali, progressisti, intellettualoidi di “sinistra”, non tentino di allungare le grinfie anche su Spengler, come fatto pateticamente e senza senso del ridicolo per Juenger, Schmitt, Heidegger, i nostri Marinetti, Evola, etc, impossessandosene castrandolo e facendone un apologeta dell’attuale disastro globalista. Ma le loro menzogne sono facili da abbattere.

 

 
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