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Discussione: Emanuele Severino

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    TERZO FASCISMO
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    Esiste la guerra giusta?

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    Eraclito (Frammento 80) 26 aprile 1999
    Liceo Classico "Gianbattista Vico" di Napoli


    SEVERINO: Mi chiamo Emanuele Severino; oggi dobbiamo discutere insieme il tema: "Esiste una guerra giusta?". Adesso vedremo una scheda filmata e poi discuteremo.
    Le vicende belliche nella regione dei Balcani hanno ormai del tutto dissolto la convinzione che, dopo il secondo conflitto mondiale, la guerra potesse toccare l'Europa solo a distanza, combattuta in paesi lontani e pensata secondo categorie, capaci sì di accendere gli spiriti, ma che difficilmente toccano la vita di ogni giorno. Ora, con la guerra di nuovo in Europa, questa distanza è stata annullata. I profughi del Kosovo guardano noi italiani e europei per aiuto. Gli arerei che bombardano le città serbe decollano dalle nostre basi N.A.T.O.. La guerra è diventata di nuovo una questione immensamente reale e vicina e, con essa, la difficoltà di affrontarla. Vi è come un abisso che si spalanca di fronte all'idea di pianificare razionalmente attacchi destinati a distruggere città e ad uccidere persone. Come applicare alla guerra i nostri giudizi morali ordinari? L'etica quotidiana, fondata sull'idea del rispetto e della giustizia, sembra come sospesa di fronte alla spaventosa portata del concetto stesso di guerra. Il dovere morale presuppone la vita delle persone a cui si rivolge, mentre nella guerra si tratta di trovare ragioni che giustifichino l'uccisione delle persone. Eppure mai come nelle guerre recenti, nel Golfo e ora in Serbia, le ragioni che sono state portate sono quelle del Diritto Internazionale che sancisce la difesa dei diritti inalienabili della persona. Mai come questo scorcio di fine secolo le guerre sono state combattute con ragioni che vogliono essere morali, di fronte a un torto subito o alla messa a repentaglio della possibilità stessa della libertà e dell'integrità fisica delle persone. Ma quale etica può consentirci di affrontare la follia della guerra?
    STUDENTESSA: A parer Suo, può esistere una guerra giusta?
    SEVERINO: Per rispondere rapidamente, così come Lei ha posto la domanda: "No, non esiste una guerra giusta". Però dobbiamo chiederci che cosa può significare questa domanda. Lei sa che cos'è giustizia? Sappiamo che cos'è giustizia? Se vogliamo procedere con un po' di ragionamento giustificato, penso che ci si debba innanzi tutto chiedere che cos'è giustizia. A Loro che sono giovani, vorrei dare questo suggerimento: penso che siamo fatti tutti della stessa pasta, di fronte a certe scene tutti proviamo disgusto, orrore. La guerra ci fa orrore. Ecco, direi che uno degli insegnamenti maggiori per i giovani è quello, certamente, di essere fatti in questo modo, per cui provano orrore per la vergogna della guerra, però attenzione a non fidarsi del sentimento d'orrore, perché - e chiudo subito questa prima parte di risposta - il disgusto per la guerra è un qualche cosa che c'è oggi, ma non c'era ieri, non c'è stato tante volte nel corso della storia dell'uomo. "Ieri", dico "ieri" tra virgolette, per esempio si provava disgusto per gli ebrei. Oggi questo disgusto, fortunatamente, nel nostro tipo di società, è scemato. Ma il disgusto è qualche cosa che ora c'è, ora non c'è. Il sentimento di deprecazione ora c'è, ora non c'è. Quindi l'invito è di provare a ragionare. E ragionare vuol dire innanzi tutto chiedersi che cos'è giustizia. Io penso che la mia risposta potrà concretarsi con le altre domande, altrimenti faccio una chiacchierata troppo lunga.
    STUDENTE: Il titolo che è stato dato alla trasmissione con il termine "guerra giusta", mi fa un po' ricordare l'opera di Baudelaire, Les fleurs du mal, nel senso che, comunque, c'è una contrapposizione di termini. Almeno Baudelaire tentava di estrarre qualcosa di positivo da qualcosa di negativo. Come si può, invece, nel caso della guerra, estrarre qualcosa di giusto, qualcosa di positivo?
    SEVERINO: La Sua domanda mi offre il destro per completare quanto avevo incominciato a dire prima. Che cosa può essere oggi "guerra giusta"? Ieri la parola "giustizia" voleva dire adeguazione dell'uomo a un ordine del mondo, a un ordinamento del mondo ritenuto vero. E la pace è la situazione in cui si può vivere questo ordinamento del mondo ritenuto vero. Allora la pace è la situazione autentica dell'uomo, perché è la fedeltà, potremmo dire, a ciò che è vero. Ora questo modo di intendere la verità e quindi la giustizia - giustizia vuol dire adeguarsi a come stanno le cose - ecco, questo modo di intendere la giustizia è drammaticamente venuto meno nella storia della nostra cultura. Cioè non si crede più che esista un ordine vero, a cui ci si debba adeguare. Questo vuol dire che il concetto di giustizia è entrato in crisi. La signorina mi domandava prima, se per me la guerra è giusta ed io, così, molto rapidamente, Le ho detto: no, non è giusta, però mi ero riservato di dire: che cos'è giustizia? Ecco, questo, direi, è un punto che non bisogna perdere di vista, la crisi della cultura tradizionale, quella cultura per cui, ripeto, ci sono dei valori assoluti, delle verità assolute e la giustizia è l'adeguarsi a questi valori. Se questi valori non ci sono più, allora che cosa rimane in campo? Rimangono in campo le forze: le forze degli Stati, le forze degli individui, le forze dei soprastati. E oggi noi ci troviamo ad avere a che fare certamente con gli individui, che siamo noi, con gli Stati e coi sovrastati. Ecco, che cosa intendo con la parola: "sovrastati"? Continuo a ritenere di non avere sbagliato, quando, col crollo del Muro di Berlino, dicevo: i sovrastati rimangono due, Stati Uniti e Russia, prima l'Unione Sovietica e poi Russia. Allora, in questa situazione, che cosa può essere giustizia? È la capacità di una forza di imporsi sulle altre. Se uno a questo punto dice: ma tu sei cinico a dire questo, me lo puoi dire solo se sottintende l'esistenza di valori indiscutibili, che non possono essere messi in questione. Ma se ci ricordiamo che invece questi valori sono stati messi in questione, allora giustizia, l'adeguarsi a come stanno le cose, vuol dire il tener conto dell'esistenza di forze, più o meno potenti. Oggi, sul pianeta ci sono, ripeto, due forze particolarmente potenti: Stati Uniti e l'erede dell'U.R.S.S., i quali - se mai questo punto lo svilupperò, spero, con qualche altra Vostra domanda - costituiscono il sovrastato planetario, a suo tempo lo chiamavano il diumvirato, una concordia discorde, che incarna in sé quello a cui pensava Weber, quando definiva lo Stato come "monopolio legittimo della violenza". Ora è inutile farsi illusioni etiche. Giustizia oggi vuol dire: il tener conto della maggior potenza di questo parallelogramma delle forze, che è la risultante della volontà di Stati Uniti da una parte e Russia dall'altra e il tener conto della maggior potenza di questa risultante. Allora è dura, ma giustizia oggi può voler dire adeguarsi a questa forma di monopolio legittimo della violenza in cui consiste il diumvirato mondiale. Se qualcuno è scettico sul fatto che la Russia ancora oggi sia superpotenza, me lo può domandare e dirò i motivi per i quali sostengo questa tesi. È una situazione drammatica perché scomodare l'etica, scomodare la morale in relazione alla guerra, direi che non è proprio il caso. I popoli non sono mai stati etici. Ma Ve lo figurate un popolo etico? Supponiamo di adottare il precetto evangelico. Un giovane ricco va da Gesù. Gli dice: "Che cosa devo fare?". Gesù gli dice: "Osserva i Comandamenti". E il giovane ricco dice: "Ma io questo l'ho già fatto! Che cosa devo fare ancora?. Dice": Dà tutto quello che hai ai poveri". Ma Ve lo figurate Voi uno Stato che dia tutto quello che ha ai poveri. Cioè, il concetto di un'etica applicato ai popoli è un circolo quadrato. Questo per dire come la situazione sia drammatica e se non ci si debba interrogare sui motivi che hanno condotto a questa allucinante situazione. Poi si può certamente parlare dell'O.N.U., del Diritto Internazionale, ma di un O.N.U. che sia sostanziata dalla forza dei superStati, perché senza questa forza è di nuovo una velleità etica.
    STUDENTESSA: Aristotele disse che la guerra è giusta solo se "in vista di pace". Lei è d'accordo con questa affermazione?
    SEVERINO: È quello a cui più o meno mi riferivo prima, perché la pace, di cui parla Aristotele, è appunto la situazione in cui ci si adegua alla verità. Questo sembra un tema astratto, ma ha delle conseguenze infinite. Se nel nostro tipo di cultura - si tratterà poi di vedere se questa sia l'ultima parola - una verità assoluta non ci può essere, allora una pace che sia giustizia non ci può essere. La giustizia non può essere che l'adeguazione alla maggior forza, secondo quello che dicevo prima. Quindi la definizione di Aristotele è legata a una base culturale che oggi è tramontata. Se non c'è la verità, perché non dobbiamo distruggere gli uomini? Badate che questa non è una domanda di un professore di filosofia, che se ne sta comodo a casa sua e che si permette il lusso di giocare con le domande pericolose. Perché gli uomini sono sempre stati sfruttati. Ma, se non c'è una verità assoluta, perché non andare là dove si può andare, occupare regioni che fa comodo occupare? Perché non si devono distruggere altri popoli per salvare la propria vita? Perché, in nome della sopravvivenza, non si deve distruggere il prossimo? Vogliono intervenire su questo punto?
    STUDENTESSA: Noi abbiamo letto il Suo libro, ed è stato possibile cogliere che Lei ritiene che la guerra sia un evento necessario per mantenere uno stato di equilibrio. In base a quali criteri Lei definisce la guerra un qualcosa di necessario? Perché penso che sia una affermazione abbastanza pesante.
    SEVERINO: Non è proprio così. Non è che la guerra è necessaria per mantenere uno stato di equilibrio. Dicevo, se ricordo bene il punto al quale Lei si riferisce, che la tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica è quella che ha consentito la pace per quasi mezzo secolo.
    Se noi ci domandiamo: ma perché siamo arrivati a questo punto? Allora, la risposta del sottoscritto è che la guerra non vien fuori perché disobbedisce ai buoni dettami della buona cultura e della buona volontà, perché questo è il discorso che è in circolazione. Si fa la guerra però la grande cultura, le grandi religioni ci insegnano, o le buone volontà ci insegnano che non si dovrebbe fare la guerra. Se si volesse andare alla scaturigine di questa situazione - ma io Vi inviterei a soprassedere ancora un poco sul tema dell'attualità, poi, se volete, potremo anche andare più a fondo - se si va alle scaturigini, non è che la buona cultura sia tradita dalla guerra, ma la grande cultura tradizionale è la radice della guerra. Combattere la guerra, senza estirpare questa radice, è impossibile. E in questo senso la guerra è un qualche cosa di inevitabile, perché l'abbiamo nel sangue. L'abbiamo nel concetto per il quale le cose sono manipolabili, sono costruibili, sono distruggibili, sono modificabili, sono effimere, caduche. E allora sono lì a nostra disposizione. Ecco, Loro sanno che Eraclito diceva che "la guerra è la madre di tutte le cose,". Se lo ricordano. Ma, se noi intendiamo le cose - le cose: io, tu, la stanza, la città, le stelle, le piante, eccetera, gli animali, gli uomini - se noi intendiamo le cose come ciò che si lascia manipolare, modificare, distruggere, allora dobbiamo rovesciare la sentenza di Eraclito, dire: le cose sono la madre di tutte le guerre. Il modo in cui si intende la cosa, nella nostra cultura, è la madre di tutte le guerre. Cioè il modo in cui noi intendiamo l'esser cosa del proiettore, della lampada, dei miei sentimenti, del suo corpo, eccetera, ecco, il modo in cui noi intendiamo la cosa, cioè come manipolabilità assoluta, questa è la radice di tutte le guerre. Pretendere di estirpare la guerra senza estirpare ciò che la provoca - e ciò che la provoca è la nostra grande cultura - è una grande illusione, ma anche un'illusione pericolosa. Sono andato incontro un po' a quello che Lei mi chiedeva.
    STUDENTE: Ma quale strumento ha l'uomo, se non la guerra, per fermare queste violenze e questi massacri che violano i diritti umani?
    SEVERINO: Certamente. Infatti prima dicevo: siamo all'interno di un modo di pensare per il quale giustizia è adeguarsi alla maggior forza. I popoli non privilegiati gridano all'ingiustizia dei popoli privilegiati e alle guerre condotte dai popoli privilegiati. Quando accade questo scontro, sono in gioco due forme di sopravvivenza: quella dei privilegiati e quella dei non privilegiati. Ora i privilegiati - li abbiamo chiamati prima per nome - sono i popoli ricchi del pianeta, hanno al proprio centro due superStati, i quali, per la prima volta nella storia - questo prima non lo dicevamo, ma è importante -, per la prima volta, nella storia, sono diventati invincibili. Non nel senso che gli Americani non possono perdere una guerra nel Vietnam o i Russi non possono perdere una guerra in Afghanistan? Sì, questo può accadere. Ma non può più accadere quello che accadde all'inizio della Seconda Guerra Mondiale, quando gli Stati Uniti furono attaccati dal Giappone e la Russia fu attaccata da Hitler. Ecco, se oggi questo accadesse, il Giappone e l'Hitler del momento sarebbero annientati nel giro di una giornata. Questo perché? E qui completo quanto dicevo prima col Suo compagno. Lo slogan, per il quale "la Russia è ormai un'anatra zoppa", fa sì comodo alla cultura di tipo capitalistico, che è una grande cultura, ma ha l'interesse di far vedere che tutto quello che è accaduto col socialismo reale era male. Allora è comodo e utile fino a un certo punto far vedere che la Russia è "un'anatra zoppa". Se non che ci si dimentica sempre che la Russia è, insieme agli Stati Uniti, l'unica potenza esistente al mondo in grado di distruggere il mondo, Stati Uniti compresi. Perché possiede ancora, nonostante tutte le decrepitezze del suo sistema militare, un arsenale atomico funzionante, concorrenziale rispetto a quello degli Stati Uniti. In questa situazione, anche se la Russia è economicamente povera, mentre gli Stati Uniti sono economicamente ricchi, è come - a me piace questo paragone, perché mi pare chiaro - se due persone avessero la pistola - loro due e non altri - e una delle due persone è povera, mentre l'altra ricca. Ebbene il povero può far fuori il ricco, anche se il ricco dice di essere l'unica persona ricca fornita di pistola. Allora, Lei mi domandava: ma come ci si può difendere se non con la guerra. Certo - avevo incominciato a rispondere - ci son due sopravvivenze: questa dei popoli ricchi, i quali vogliono mantenere questo loro privilegio, cioè l'essere stati capaci di raggiungere l'invincibilità. E se vedono che c'è un punto dal globo dove questa loro supremazia viene messa in discussione, intervengono. E intervengono pesantemente con tutte le conseguenze. E poi c'è l'istinto di sopravvivenza dei poveri. Nei Balcani è venuto meno il regime comunista. E certamente i Balcani, la Jugoslavia è stata progressivamente smembrata. Ora, che da parte del popolo serbo ci sia un istinto di sopravvivenza, per evitare un ulteriore smembramento, questo, è spiegabilissimo, nel senso che, venuta meno, diciamo, l'ideologia unificante costituita dal comunismo, che cosa resta per difendersi e per sopravvivere? Non ci si difende, non si sopravvive da soli. Bisogna che ci mettiamo insieme. Ci mettiamo insieme in base a quale principio? Non più in base al comunismo, a un principio ideologico, ma in base a qualche cosa di più immediato: la razza e con quello che la razza si porta dietro immediatamente. Per esempio l'atteggiamento religioso. Allora lo scontro tra i due istinti di sopravvivenza, poveri e ricchi, certo dà luogo a quest'orrore che diciamo guerra. Ma non illudiamoci che quest'orrore venga meno facendo le prediche morali.
    STUDENTESSA: Lei ha detto che non può esistere un concetto assoluto di giustizia. Però su questa linea di pensiero, non ci può essere nessun concetto assoluto. Quindi Lei vuole arrivare al fatto che comunque questo porterebbe a uno sconvolgimento dei nostri valori. Ma materialmente, a che cosa ci serve questo sconvolgimento di valori?
    SEVERINO: Badi, signorina, che non sono tanto io a parlare, ad affermare questa caduta dei valori, ma è la filosofia degli ultimi duecento anni. Il che vuol dire che dopo Hegel, tutti coloro che hanno pensato - tiriamo via dalla mente l'idea che la filosofia stia da una parte e la scienza e la tecnica stiano dall'altra; no c'è una congruenza di fondo - tutti coloro che hanno pensato, quindi: Marx, Kierkegaard, soprattutto Nietzsche, Heidegger, Wittgenstein, Dewey, Bergson, Gentile e Croce in Italia, ecco tutti quelli che hanno pensato sono arrivati - e questo è un tema che a mio avviso è più importante di tutti, perché decide di tutto - sono arrivati a questa conclusione: che, se esistono dei valori assoluti, non può esistere questo mondo in cui noi viviamo. Questa è la faccenda. Se esiste un blocco, come può essere il Dio, come può essere il valore assoluto, quelle cose cui noi siamo - per la nostra educazione, anche religiosa - siamo legati, ecco, se esiste quel blocco, noi non possiamo esistere. Nietzsche diceva: se esiste un Dio creatore, io non posso creare. Ma io creo, lo vedo, io produco, dunque non ci può essere un Dio creatore. Allora non sono io che sostengo la caduta dei valori. Parliamo della crisi dei giovani, i giovani stanno fiutando adesso quello che è stato raggiunto dall'alta cultura dell'Occidente, dai vari Nietzsche e Leopardi. I valori cadono. E allora la domanda, che però ci porta molto oltre il tema di quest'oggi, è allora: come vivere, che fare? C'è sullo sfondo c’è la tecnica - Il Grillo aveva fatto un'altra trasmissione a proposito della tecnica - questo Convitato di Pietra, che per ora è meglio lasciarlo lì, perché, se incominciamo a parlare di questo Convitato, non parliamo più della guerra, però c'è da tenere conto di questo profilo che non va confuso con la guerra. Chi guerreggia vuol servirsi della tecnica. E, tanto per buttarla lì alla svelta, invece andiamo verso un tempo in cui sarà la tecnica a servirsi dell'istinto di sopravvivenza. E quello può essere lo spiraglio all'interno del nostro modo di pensare, lo spiraglio che porta al di fuori dell'atteggiamento bellico, ma all'interno di quella forma di violenza in cui consiste la tecnica. Mi rendo conto di aver detto delle cose indecifrabili al 60%, nel migliore dei casi. Quindi non sono io che mi invento la caduta dei valori. È tutta quella cultura del nostro tempo, contro cui polemizzano le forze tradizionali. Per esempio, contro cui polemizzava lo stesso socialismo reale, contro cui polemizza tuttora la Chiesa Cattolica. Voi lo sapete che dopo la Seconda Guerra Mondiale, la musica dodecafonica venne proibita dal Partito Comunista Sovietico, perché la musica dodecafonica era un modo di esprimere, sul piano artistico, quella caduta di valori che noi conosciamo bene sul piano pratico, comportamento pratico, che vuol dire poi divorzio, eutanasia, fecondazione artificiale, ingegneria genetica, vuol dire lo smottamento delle stabilità. Nel campo della musica dodecafonica voleva dire lo smottamento della stabilità tonale, ritmica. C'entra con la guerra!
    STUDENTESSA: Vorrei toccare un altro punto. Nel suo libro Lei parla del rapporto esistente tra fede e violenza. Le volevo a questo punto chiedere se è possibile che un popolo possa, diciamo, scegliere cosa sia "bene" e cosa sia "male", senza appunto avere fede.
    SEVERINO: "Bene" e "male" sono, come appunto la parola giustizia, parole da prendere con le pinze, perché, da capo, se noi sentissimo Aristotele, o anche Kant od Hegel, dire cosa è "bene", che cosa è "male", dovremmo dire "bene" è l'adeguazione a un ordine vero, al senso vero del mondo, "male" è il non comportarsi conformemente a questo senso. Supponendo che uno voglia aggirarsi in questa stanza, si aggira senza ammaccature solo se sa come è fatto il mobilio, qual è la resistenza del mobilio. Se io vado contro la parete, mi rompo la testa, quindi, per agir bene, devo sapere qual è l'ordine vero di questa stanza. Agisco male quando sbatto la testa contro il muro. Ma non si ricorda che prima dicevamo che per un popolo agir bene o male, ecco, ha poco senso, cioè che l'etica attribuita a un popolo è come un circolo quadrato? A un popolo si può chiedere di fare ciò che conviene alla sua sopravvivenza, perché altrimenti il "bene" - Voi avete studiato Kant - vuol dire qualche cosa di assolutamente disinteressato. Il bene morale vuol dire agire disinteressatamente. Tant'è vero che Kant non voleva nemmeno sentire parlare di un premio della virtù. Vogliamo dire queste cose a un popolo? Agisci disinteressatamente. Ma assolutamente no. Non è mai avvenuto né può avvenire, anche perché, sa, io non so che cosa avverrebbe se si praticasse la norma morale per la quale: quello che io ho te lo dono e allora io divento povero e tu diventi ricco. E tu cosa fai? Anche tu devi darlo via. Il tempo passa in una girandola di scambi. È già di difficile applicazione il precetto sul piano individuale, figuriamoci sul piano dei popoli. Un popolo che rinuncia ai propri privilegi, al proprio benessere, per aiutare un altro popolo, non c'è. Noi abbiamo le statistiche: finché - speriamo che non si arrivi a cose di questo genere - noi stiamo sufficientemente bene, allora siamo inclini a mandare gli aiuti ai kosovari. Ma sappiamo dalle statistiche che furono fatte a più riprese, per esempio in America, che l'istinto di beneficenza decresce col decrescere della consistenza economica dei beneficianti. Se Lei sta bene, fa beneficenza. Ma quando incominciamo a star male noi, la beneficenza, cioè l'atteggiamento etico, decresce. I giovani devono, direi, aprire gli occhi e non credere che la realtà sia così facile. È difficile per i giovani capire questo, perché il giovane è colui che impara a sperimentare la vita. Però la vita si presenta subito come piena di aculei, piena di difficoltà. Ho risposto, o non è soddisfatta?
    STUDENTESSA: Non molto. Le avevo chiesto se era possibile, diciamo, che un popolo vivesse senza fede.
    SEVERINO: No, non può vivere. Ecco la fede è qualche cosa di cui non può far a meno nemmeno l'individuo. Perché io me ne sto seduto qui perché credo che il pavimento regga, la sedia regga. Senza fede non si vive. Che la fede sia verità è un altro discorso. La fede, se avessimo da parlare della fede, dovremmo dire la fede non ha verità, non esibisce la verità del proprio contenuto. Quindi è impossibile per un individuo vivere senza fede, figuriamoci se è possibile per un popolo vivere senza fede. La fede innanzi tutto, per un popolo, è proprio - implicitamente Le avevo risposto - è proprio quell'istinto di sopravvivenza, non è che stia scritto nelle tavole della legge che un certo popolo debba sopravvivere. È la fede che un popolo ha, è la volontà che un popolo ha di voler restare a galla. La concomitanza tra fede e violenza certo è un tema importante. Per ora lasciamolo un momento sobbollire con questa osservazione che vorrei fare, per ribadire il carattere sanguigno di quel discorso, apparentemente astratto, sulla verità. L'avevo già accennato prima: se non c'è verità, perché un popolo non deve sfruttare e distruggere un altro popolo? Come è sempre accaduto. Sono andato un po' più vicino alla Sua richiesta?
    STUDENTESSA: Sì. Però quello che ho potuto dedurre da quello che ha detto, è che comunque Lei è in generale d'accordo alla guerra.
    SEVERINO: No. Io ho esordito dicendo: siamo fatti tutti nello stesso modo, cioè tutti proviamo disgusto per la guerra. D'accordo è una parola molto bella. Vuol dire: "col cuore", "'d'accordo" riguarda il cuore. Se esser d'accordo significa provare sentimenti di orrore per quella guerra, allora il mio cuore, come il Vostro, non è d'accordo con la guerra. Ma ho esordito dicendo: non fidiamoci del cuore, perché il cuore che oggi prova disgusto per la guerra - si ricorda- è il cuore che ieri provava disgusto per gli ebrei e provava gusto per la guerra. E l'Europa ha fatto due Guerre Mondiali, mostrando adesso di essere stanca di queste Guerre Mondiali e, con la prevaricazione che compete ai popoli che possono permetterselo, non vuole che altri popoli percorrano quella strada che noi Europei, fino a cinquant'anni fa, abbiamo percorso scannandoci, massacrandoci.
    STUDENTESSA: Professore sappiamo - come la storia ci insegna - che alla base di ogni conflitto c'è sempre un interesse economico. Perché i mezzi di informazione non mettono in risalto questo fatto, ma fanno apparire gli Stati Uniti come i paladini della giustizia, che vanno a ristabilire l'ordine lì dove è stato compromesso e tacciono volutamente sugli interessi economici che sono alla base del conflitto?
    SEVERINO: Teniamo presente che in questo caso, chi ha mosso guerra ultimamente nei Balcani, sono le democrazie occidentali. Allora, ci sono indubbiamente degli interessi economici. Io, quando prima parlavo di istinto di sopravvivenza, alludevo alla radice di ogni interesse economico. Perché a tutti noi sta a cuore la ricchezza? Perché consente la sopravvivenza. Allora sì ci sono degli interessi economici, però c'è anche la faccia che la democrazia deve mantenere rispetto agli altri popoli, la faccia che le impedisce di tollerare un massacro alle porte di casa e quindi aggiunge ai motivi della sopravvivenza, il rifiuto che la democrazia deve, deve esplicitare di questo massacro. Lei mi dice: perché i mezzi di comunicazione non mettono in risalto le motivazioni economiche? Sì, anch'io non sono d'accordo su questo volere mantenere la gente in uno stato di semi-ignoranza. Penso che ci sarebbe una maturazione generale, se si dicesse, come mi sembra che stiamo facendo qui, esplicitamente: sì, c'è la volontà di mostrare i valori democratici, ma ancora più in fondo c'è l'istinto di sopravvivenza - Lei lo chiama interesse economico - ma penso che le masse maturerebbero, non coltiverebbero quei dolciastri sentimenti di carità, di pietà, di amore, che sono sostanzialmente delle finzioni che hanno una funzione televisiva. Non dimentichiamo che non tutti sono in grado di capire questi motivi. Allora, dire alla gente che c'è una motivazione etica, è un modo di dare una certa forma di fede che sorregge la gente, è un modo di motivarla. Quindi anche il fatto che i mezzi di comunicazione si comportino in un certo modo è funzionale al nostro istinto di sopravvivenza. Per esempio, chi va al fronte non credo che gradisca che si accentui l'aspetto crudamente economico, ma preferisce accompagnare questo aspetto economico con motivazioni ideali, come è avvenuto nell'ultima guerra. Gli Stati Uniti sono intervenuti in Europa, sì per difendere la democrazia, ma innanzi tutto perché in Europa stava formandosi un impero che minacciava di sfuggire al controllo delle democrazie anglosassoni.
    STUDENTESSA: Le volevo chiedere: il mondo è rimasto inorridito di fronte agli orrori dell'Olocausto. E comunque adesso si sente parlare di fosse comuni, deportazione e pulizia etnica. Lei non pensa che questo sia una sorta di secondo Olocausto?
    SEVERINO: Ho letto sui giornali che l'Olocausto ha liquidato sei milioni di persone. Quantitativamente - è orribile parlare di quantità in questo caso, perché la vita di un uomo vale infinitamente - non siamo a quel livello, quindi direi che non sia il caso di parlare di Olocausto. Preferisco invece parlare di scontro tra grandi potenze che coinvolgono potenze statali di minore entità, come per esempio i Balcani, la N.A.T.O.. Ma non parlerei di Olocausto.
    STUDENTESSA: Lei continua a parlare di istinto. Cioè Lei dice, dice: istinto di sopravvivenza. Quindi in linea di massima sembrerebbe che anche noi uomini, agiamo semplicemente d'istinto. Allora mi viene spontaneo chiederLe: secondo Lei cosa esiste sulla terra, nell'universo, che ci fa differire dagli animali? Noi agiamo per istinto di sopravvivenza, perciò, se dobbiamo sopraffare un'altra persona, un altro popolo, problemi non ne creiamo. Cioè in linea di massima nella catena alimentare con gli animali succede questo, per quanto io so.
    SEVERINO: Sì, ma l'istinto di sopravvivenza si esprime in una ideologia. Pensiamo a cosa è accaduto in Germania, o cosa accade in tutti i popoli che vogliono ammantare di diritti i propri istinti di sopravvivenza. Non sono lontanissimo a pensare che nell'uomo non ci sia nulla di diverso dall'aspetto istintuale. Allora, primo: rilevo che l'aspetto istintuale è la matrice di una cultura. Facciamo scienza - questo lo diceva già il buon vecchio Nietzsche - facciamo scienza per paura. La scienza viene fuori dalla paura. La scienza certo è qualche cosa di concettualmente molto elaborato. Allora non è che ci sia solo l'istinto. Se poi Lei vuol sapere dal sottoscritto la differenza rispetto alla bruta animalità, allora qui entreremo in un discorso dove i registi di questa trasmissione ci zittirebbero subito. Ma bisogna che una risposta la dia. Noi siamo l'eterna presenza della verità eterna, ma, questo che noi siamo, circonda, non saputo, il luogo in cui si è inventato l'esser cosa delle cose e si è arrivati alla situazione in cui noi siamo. Quindi lungi da me sostenere un'immagine immeschinita dell'uomo, come puro istinto. No, noi siamo addirittura l'eterna presenza della verità. Ma siccome la mia risposta deve essere breve, è anche enigmatica. Però non mi trovo affatto nella direzione che Lei paventava.
    STUDENTESSA: Mi sembra che nell'esprimere le Sue idee è come se eliminasse dal Suo vocabolario la parola "pace" o comunque il concetto di pace. In questo senso allora, la parola "pace" può esistere, magari anche coincidendo col concetto di equilibrio, ma esiste? Cioè, può esistere anche una condizione di pace?
    SEVERINO: Certo. Supponga un organismo malato, malato di una malattia inguaribile. Questo organismo ha delle fasi di cui la malattia si fa esplicita, si rende esplicita, in cui la malattia diventa visibile. Questa è la guerra. Ci sono delle fasi in cui la malattia non vien fuori alla luce del sole. Questo si chiama pace. Ma questo non vuol dire che la radice della malattia sia stata estirpata. Quindi nel mio vocabolario c'è, sì, la parola "pace", ma la parola "pace" è il pendant di una situazione globale che ha alla propria radice la forma più radicale di guerra. Sa come Platone chiamava la "cosa"? La chiamava (e p a m f o t e r i s t h V ) epamphoteristés. Vuol dire: ciò che oscilla. Sentite: epamphoteristés, qui c'è la parola (e r i V ) éris. La parola éris è quella che usa Eraclito quando dice che la guerra è madre, - usa la parola (p o l e m o V ) pòlemos - dice che "tutte le cose avvengono secondo guerra". Allora la cosa, in quanto è oscillante tra l'essere e il nulla, combatte e si dibatte tra l'essere e il nulla, è la polemicità per eccellenza, è la violenza per eccellenza: Quindi ciò che corrisponde nella mia metafora a corpo ammalato è il modo in cui noi pensiamo le cose. Questo modo a volte si presenta come guerra, a volte si presenta come pace, ma è una pace dei morti.
    STUDENTESSA: Andando più nello specifico, quale pensa che sia stato il ruolo, in questi ultimi dieci anni, della Comunità Europea? Cioè era possibile evitare questa guerra?
    SEVERINO: È chiaro che se ho accettato di venire a parlare qui è perché uno non viene e improvvisa. Sono cose che ho pensato da parecchio tempo, altrimenti sarebbe disonesto nei Vostri riguardi. Ho sempre pensato che l'Europa sia stata oggetto di contesa tra le due forze di cui parlavo prima: Stati Uniti e Russia. Gli Europei pagano lo scotto di un loro notevole egoismo. Questo si sa . E cioè il vivere bene protetti dall'armamento americano. Noi sappiamo che fin tanto non c'è forza la nostra ricchezza è precaria e dobbiamo dipendere da qualcuno. Quanto sta accadendo - ma non soltanto oggi - è il tentativo dei superStati di mettere le mani sull'Europa. E la "guerra fredda" aveva come occasione immediata, ecco, una situazione in cui l'U.R.S.S. era in procinto di invadere l'Europa. Io ho sempre sostenuto che il conflitto atomico non sarebbe mai scoppiato, perché avrebbe coinvolto la sopravvivenza dei due antagonisti, però l'Europa è sempre stata oggetto di contesa. Oggi, io credo, che l'attuale situazione nei Balcani sia un episodio di questo conflitto tra le due superpotenze. Noi sentiamo stringersi sempre di più il rapporto tra Serbi e Russi. Gli illusi che credevano che i Russi fossero fuori gioco devono ricredersi perché sono sempre in gioco. È il partner che gli Stati Uniti dovranno tornare a riconsiderare tale dopo l'illusione di questi ultimi anni di esseri rimasti l'unica superpotenza. Ecco, anche oggi è in gioco il tentativo di mettere le mani sull'Europa e incominciando da una zona delicata come i Balcani, che sembra sfuggire alla superpotenza americana, perché dopo le mosse del Patto, che hanno attratto nella N.A.T.O. paesi come la Polonia e l'Ungheria era inevitabile che ci si attendesse una contromossa in cui la Russia intende riportare nella propria fede d'influenza i Balcani. Dietro le quinte c'è questo scontro. E quindi la nostra funzione di Europei è passiva. È la passività di chi non è armato.
    STUDENTESSA: Quando la guerra finirà, i serbo-bosniaci non potrebbero richiedere a loro volta l'indipendenza dalla Bosnia come hanno fatto i kosovari. E, in seguito a questo, non ci potrebbe essere una ripresa del conflitto nella stessa Bosnia?
    SEVERINO: Ecco io credo qualcosa di ancora più radicale. E colgo l'occasione per dirlo. Mi pare strano che la stampa non abbia dato il dovuto rilievo a una notizia che è venuta fuori, ma che sarebbe dovuta apparire a caratteri di scatola. E cioè Milosevic ha chiesto all'Unione, Russia e Bielorussia, di essere ammesso all'Unione. Il che vorrebbe dire che la Serbia verrebbe a far parte di una confederazione a cui appartiene Russia, Bielorussia, Serbia. Quindi ben di più di quello a cui Lei alludeva. Ora mi rifiuto di credere che la N.A.T.O., gli Stati Uniti non conoscano questa situazione. Ma, se si verificasse - e aggiungo che la Duma, cioè la parte bassa del Parlamento russo, ha approvato la richiesta di Milosevic di appartenere all'Unione - se questo si verificasse prima della cosiddetta "guerra terrestre", allora ci sarebbe questo mostro giuridico, per cui gli aerei della N.A.T.O. bombarderebbero una parte della Confederazione a cui appartiene la Russia. Ecco io credo che ci si arresterà prima di questa situazione che sarebbe - se si verificasse, ma escludo che si verifichi - la Terza Guerra Mondiale.
    STUDENTESSA: Nel Suo libro sostiene che per raggiungere l'equilibrio si debba fare la guerra. Però questo concetto non lo riesco ad inserire in ciò che Lei ha detto. Me lo può spiegare per favore?
    SEVERINO: No, non è che io sostenga che, per ottenere l'equilibrio, si debba fare la guerra come guerra visibile. Sostengo che i quarant'anni o cinquant'anni di pace che abbiamo alle nostre spalle, sono stati dovuti alla "guerra fredda" cioè a quella sorta di tensione che era la pace - cioè la malattia in forma pacifica - che non degenerava nella malattia in forma non pacifica. E allora certo è preferibile la malattia in forma pacifica, per quanto può durare, che non l'esplosione, l'eruzione della malattia.
    STUDENTESSA: Allora la guerra non è l'unica soluzione per risolvere alcuni problemi!
    SEVERINO: Ah, certamente no!
    STUDENTESSA: E può dire alcune soluzioni, perché leggendo il libro, mi è parso di capire, che comunque la guerra sia l'unica soluzione per risolvere dei problemi.
    SEVERINO: No, assolutamente no. Quando prima parlavo della tecnica, ne parlo perché la domanda è interessante e merita una risposta, dicevo che oggi l'istinto di sopravvivenza vuol servirsi della tecnica per realizzarsi. È chiaro cosa vuol dire? Ci si serve degli strumenti e della tecnica scientificamente guidata, non di altre forme di tecnica, quindi della tecnica moderna. Ci si sta avviando verso quella forma di violenza, in cui sarà la tecnica a servirsi dei vari istinti di sopravvivenza per dilatare la propria potenza. Questo sarà il modo in cui all'interno della cultura occidentale potrà essere accantonata la forma visibile della guerra e potrà regnare la forma non esplicita della guerra, cioè la cosiddetta "pace", cioè la progressiva dominazione dell'atteggiamento tecnologico. Questo è l'ultimo discorso? No. L'ultimo discorso è quello che riguarda la cosa. E cioè sin tanto che noi alimentiamo il modo fondamentale in cui la nostra cultura si esprime, la guerra sarà sempre lì in agguato. Quindi il radicale superamento della guerra, sarebbe il radicale superamento delle condizioni più profonde della nostra cultura.
    STUDENTESSA: Prima abbiamo parlato della passività dell'Europa negli ultimi dieci anni. Non trova che l'Italia si stia comportando, diciamo, come una moneta con la doppia faccia, cioè organizzando missioni umanitarie e poi partecipando, comunque, ai bombardamenti, offrendo le basi della N.A.T.O.?
    SEVERINO: Sì, però le alternative quali sono? Dunque, ci troviamo all'interno di un'alleanza. Dobbiamo uscire dall'alleanza? Per l'amor del cielo! Pensate cosa vorrebbe dire un'Italia fuori della N.A.T.O.. È un'Italia in mano agli Arabi, è un'Italia in mano ai paesi sottosviluppati, è un'Italia in mano alla grande immigrazione, è un'Italia sottoposta alla pressione. Quindi mi auguro che non si diffonda questo auspicio di separare le sorti della N.A.T.O. dalle sorti dell'Italia. Questo non in nome mio, ma in nome dell'istinto di sopravvivenza del popolo italiano. Dunque siamo nella N.A.T.O., possiamo uscire? No.
    STUDENTE: Lei prima ha detto che la Russia è ancora in gioco e che adesso quindi stiamo assistendo ad una lotta tra queste due superpotenze. Non Le sembra strano però che la Russia non è ancora intervenuta a fermare la guerra e sta assistendo passivamente ai bombardamenti della N.A.T.O. in Serbia?
    SEVERINO: Questo se mai è un aspetto di saggezza dell'attuale gruppo dirigente russo. Perché un intervento diretto vorrebbe dire mettersi sul piano inclinato. che porta allo scontro con gli americani. Grazie al cielo Eltzin è riuscito a sedare quello che qualche settimana fa si stava producendo, cioè l'invio di volontari russi in Serbia. Ma da una parte ci sono i volontari sovvenzionati. L'U.C.K. è sovvenzionata, ma mica hanno le armi loro, sono sovvenzionati e hanno le armi dall'Occidente. Se si alimentasse una situazione di questo genere, sarebbe estremamente pericoloso. Quindi in questo momento direi che c'è da rallegrarsi del fatto che la Russia non imbocchi questa strada.
    STUDENTESSA: In questo momento Internet è l'unico mezzo di comunicazione non ostacolato. Infatti vediamo che esistono molti siti sulla guerra del momento. Noi ne abbiamo scelto uno che è quello del film: Salvate il soldato Ryan, che evidenzia l'orrore della guerra, ma nello stesso tempo anche l'umanità. La guerra raccontata nel film è per noi comunque una guerra giusta. Per sé, come guerra giusta, si può intendere comunque una guerra che ha come scopo la pace. Lei che ne pensa?
    SEVERINO: Ma insomma, prima abbiamo detto che parlare di "guerra giusta" è parlare di un circolo quadrato. Però c'è anche: ma perché certe cose ingiuste a un certo momento non si devono fare? A un certo momento siamo costretti a far le cose ingiuste. Ingiuste, ma da che punto di vista? Dal punto di vista di quella cultura che abbiamo nel sangue - si sente anche nelle Vostre domande, anche se siete giovani, Voi l'avete ereditata inconsapevolmente - esistono cose ingiuste, però a volte si è costretti a fare cose ingiuste, perché le alternative non ci sono. Quindi, direi, non nascondiamoci dietro il dito propagandando il concetto che questa guerra sia una "guerra giusta".

  2. #12
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    Cosa significa conoscere?

    Documenti correlati (…)Un passo evangelico recita: a chi bussa sarà aperto. A chi bussa alla casa della verità sarà aperto. Ma chi bussa sta fuori dalla casa e dunque nella non verità. Si tratta di rovesciare quel motto e dire: a chi bussa non sarà aperto perché sta bussando in nome della non verità(…)
    L’unica forma di potenza che oggi mi sembra possibile e accettabile è la tecnica, pure all'interno della concezione finitistica dell'uomo
    (...)
    EMANUELE SEVERINO: Mi chiamo Emanuele Severino. Insegno attualmente Filosofia teoretica all’Università di Venezia. L’argomento di oggi è che cosa significa conoscere. Vediamo una scheda introduttiva e poi discuteremo.

    COMMENTATORE:Cosa significa conoscere? Questa domanda non è moderna, ma assilla il pensiero umano e la filosofia da sempre. Già Platone dovette fare i conti con i paradossi della conoscenza. Come si passa dall'ignoranza alla conoscenza, come posso cercare qualcosa se ignoro cosa sia. E se anche per caso, prima o poi, mi ci imbattessi, come potrò sapere di averla trovata se non la conosco già in qualche modo? Se pensiamo al nostro intelletto come a una tabula rasa la nostra conoscenza non si può spiegare. Bisogna ammettere che i principi della conoscenza sono una specie di ricordo che ognuno deve ritrovare in sé.
    UOMO: Noi potremo giungere alla giusta comprensione delle cose, ma finché questo malanno del corpo terrà avvinghiata l'anima nostra essa non potrà mai delibare le verità a cui anela.
    COMMENTATORE: Questi paradossi spinsero Platone a presupporre l'esistenza di un altro mondo, oltre a quello che possiamo vedere e toccare, il mondo delle Idee Eterne, un mondo da cui provengono tutte le cose più vere, compresa la nostra anima, che è immortale e deve solo riuscire a ricordare ciò che in quel mondo ha già visto e che conosce da sempre. Ma anche il pensiero moderno, legato all'esperienza, e meno propenso alla metafisica deve comunque fare i conti con i paradossi del conoscere. Da dove viene la conoscenza? Se essa è puro e semplice adeguamento alla realtà di fatto e all'esperienza concreta, allora perché non possiamo mai risalire ad una verità unica e assoluta? Perché ogni epoca e ogni cultura conoscono in modo diverso e non per questo meno adeguato alla propria forma di vita? Non tutto, nella conoscenza, è riconducibile a pura esperienza. Se mai è l'esperienza stessa che è riconducibile a principi che vanno oltre l'esperienza, principi legati all'immaginazione e ai valori etici. In una certa misura noi conosciamo nel modo in cui vogliamo conoscere. Posso vedere il tempo o lo spazio a prescindere dal modo in cui mi costruisco una loro immagine? Siamo sicuri che il mondo fantastico, creato dal genio dell'artista, non ci fornisca anche importanti conoscenze sul mondo reale? In una parola: ci può essere conoscenza senza immaginazione?
    STUDENTE: Professore, Lei non pensa che la scheda filmata, oltre a mostrarci le varie interpretazioni, che della conoscenza sono state fatte, avvalori indirettamente la tesi della conoscenza innata e quindi della reminiscenza?
    SEVERINO: Se siamo nella non verità, alla verità non potremo mai arrivare. Ecco, Platone nel Menone parla in questi termini. Ma la figura fondamentale del discorso platonico è rappresentata dalla caverna: l'uomo che esce dalla caverna e guarda la conoscenza, guarda il sole. Platone parla di anabasis eis to elion, ovvero un processo che sale verso il sole. Se si immagina un percorso che importa l’andare da dove siamo alla conoscenza della verità, laggiù, fuori da noi, lontano da noi, allora il cammino che dobbiamo coprire è nella non verità. Se, d’altra parte, dalla non verità dobbiamo arrivare alla verità il percorso sarà impossibile. Un passo evangelico recita: a chi bussa sarà aperto. A chi bussa alla casa della verità sarà aperto. Ma chi bussa sta fuori dalla casa e dunque nella non verità. Si tratta di rovesciare quel motto e dire: a chi bussa non sarà aperto perché sta bussando in nome della non verità. Lei mi chiede se la scheda avvalori una concezione di tipo innatistico. Il concetto di innatismo è estremamente complesso, ma, se qui si vuole intendere una concezione secondo la quale l’uomo porta in sé stesso, fin dalla origine, la verità, questo innatismo è totalmente avvalorato. Se c'è verità è perché noi ci siamo originariamente dentro, non perché usiamo delle scale, dei cammini, dei sentieri, che, in quanto percorsi al di fuori della verità, non ci portano assolutamente a destinazione.
    STUDENTESSA: Innatismo ed empirismo possono, secondo Lei, procedere su due linee parallele, e quindi non avere mai fine? O hanno al contrario una conclusione?
    SEVERINO: L’innatismo e l’empirismo possiedono una connotazione storica ben precisa e riguardano soprattutto la filosofia moderna. Si può parlare intanto di un innatismo platonico. Prima vorrei dire che la filosofia non è mera speculazione intellettuale di qualche ricercatore che in laboratorio tenta di rispondere ai problemi della verità o della non verità.. La filosofia - ce lo dice Aristotele - nasce dalla paura. La scienza nasce dalla scienza, secondo Nietzsche. Noi viviamo in una situazione disagiata. Di Voi giovani si dice che siete felici perché ancora non avete imparato a conoscere il disagio. Arriverete anche Voi a conoscerlo. Una volta conosciuto il disagio, si apprende che esso è la vera condizione dell'uomo. Si cerca di sapere e di conoscere proprio per uscire dal disagio, dall’angoscia. Si tratta di vedere che cosa é che l’uomo conosce e che valore ha. L’innatismo e l’empirismo rappresentano due tardi tentativi filosofici di risolvere il problema del conoscere. Personalmente non credo che il discorso filosofico debba essere mantenuto in questi termini. Il discorso filosofico scandisce semmai due momenti del salvamento dell’uomo dall'angoscia. Angoscia vuol dire pericolo della vita, andare verso, morire, il modo in cui si nasce. Agostino dice nascimur inter feces et orinam, Nasciamo in mezzo alle feci e all'urina. La nascita è qualcosa di traumatico. Si esce quindi dall'angoscia evocando una verità assoluta, inventando il concetto di una verità assoluta. Questo concetto non riesce tuttavia a soddisfare i nostri bisogni. Quando Lei parla di empirismo e di innatismo allude a due situazioni diverse. Una - quella innatistica -, in cui si crede ancora di potere tenere ferma la dimensione di una verità assoluta del mondo. L'altra - quella empirica - in cui le idee sono discutibili. Stare all'esperienza equivale anche ad accettare le imprevedibilità dell'esperienza. Ecco delineato il quadro storico. Per quanto riguarda l'esito definitivo di questo sviluppo, tuttora in atto, direi che l’uomo si trova originariamente nella verità, ma intesa in un senso diverso da quello che il termine ha assunto lungo la storia del pensiero occidentale.
    STUDENTESSA: Nel contributo filmato si è parlato di genio dell'artista e di immaginazione. Secondo Lei, l'opera d'arte può essere una nuova chiave di lettura della realtà? Possiamo, tramite un'opera d'arte, acquisire qualcosa di più rispetto alla realtà?
    SEVERINO: L’arte é un’esperienza che presenta spettacoli che altrimenti non si manifesterebbero. L'artista contemporaneo non imita il mondo, crea un mondo nuovo. Franz Marc, il pittore del Blaue Reiter sosteneva che le cose della natura sono brutte, che è brutto l'albero, che è brutto il mare. Diceva di voler fare qualcosa di diverso. Allora l'arte è una grande esperienza che contribuisce a portare alla luce spettacoli diversamente sconosciuti, assenti. Il problema è stabilire la capacità "veritativa" di questa esperienza. Si possono provare esperienze esaltanti avendo consapevolezza della loro illusorietà. La cultura romantica - pensino a Schelling - tende a incoronare l'arte. L’arte - secondo la cultura romantica - vede più di qualsiasi altra forma di conoscenza, più della scienza, più della stessa filosofia. L’arte esibisce una esperienza, ma non può incoronarsi da sola. Può essere additata soltanto da chi vede il senso delle cose. Chi vede il senso delle cose? La fede, per definizione paolina, è argumentum non apparentium. Fa riferimento a ciò che non appare. Gesù è Figlio di Dio. Che sia Figlio di Dio, dal punto di vista della fede, è qualcosa di non evidente. Ergo, la fede rafforza ciò che non è evidente. Si potrebbe affermare che la fede è una forma di violenza che vuole evidente ciò che non lo è. La scienza è diventata un sapere che ha rinunciato alla caratteristica che possedeva nella tradizione filosofica, ovvero di essere quella verità assoluta che disvela il senso del mondo. Non resta che la filosofia. Se la filosofia svelasse l’autentico senso delle cose allora, stante la tesi romantica del carattere privilegiato dell’arte, sarebbe la filosofia stessa a incoronarla. L’incoronante ha una capacità di visione superiore a quella dell'incoronata. Ma è la filosofia capace di giungere al senso ultimo delle cose? Se guardiamo alla storia, i filosofi tutti pensano che volto debba avere la verità, si sono prodigati a distinguere il senso ultimo delle cose. Verità che i Greci chiamavano aletheia. Sappiamo che il termine aletheia è composto di a-, alfa privativo con funzione di prefisso, e lethen, non nascondimento , dunque il disvelarsi del volto delle cose.
    STUDENTE: Abbiamo portato in studio questa rete. Una rete, se gettata in acqua, non riesce a prendere tutto in quanto qualcosa sempre gli sfugge per via della sua maglia. Allo stesso modo la nostra conoscenza non riesce ad apprendere una verità assoluta. La nostra mente può essere simboleggiata da questa rete. Vorrei sapere se l’uomo potrà mai arrivare, nell'apprendere e nel conoscere, a una verità assoluta e non relativa. E non alle certezze, che sono anche il frutto della nostra società e dell'ambiente che ci circonda.
    SEVERINO: O si è originariamente nella verità senza bisogno di scale, oppure alla verità non si arriva. L’uomo pertanto non è più il semplice individuo, ma colui in cui avviene la manifestazione della verità. La rete è un’immagine usuale della filosofia contemporanea. Fedor Dostoevskij diceva a una principessa russa: "Se io dovessi scegliere tra la verità e Cristo sceglierei Cristo, se Cristo fosse in disaccordo con la verità". Il Cristo di Dostoevskij equivale all’elemento marino di cui ha parlato Lei. Imprevedibile, non catturabile, che sta al di là della rete. Nietzsche va oltre e individua nel caos l'imprevedibile. Possiamo dire che, malgrado una bella rete coerente, il mare resta non catturabile. Lei dice che i pesci della rete sono sempre pesci razionali, che non manifestano la profondità del mare. Aristotele formula il Principio di Non Contraddizione. Uno dei modi di enunciare il Principio è ravvisabile nell’arché tes gnoses, che è il principio della conoscenza. L’affermazione dell'esser sé delle cose. Ogni cosa è quello che è, in questo istante. L’istante è identico a sé e non può essere altro. Platone diceva: "Nemmeno in sogno possiamo pensare che il bue sia a cavallo, che il due sia tre."Anche Hegel credeva nel Principio dell’Esser Sé dell’Essente. Su un Hegel negatore del Principio di Non Contraddizione si sono scritti quintali di idiozie, solo che lo affermava con modi più concreti. Le domande a questo punto sono: la rete è rete? La rete può essere il mare? Quando si pensa al mare, si pensa alla rete? Il mare rappresenta ciò che sfugge alla rete, se ho compreso il Suo esempio. Se il mare può diventare un pesce dentro la rete, può diventare la rete, può essere la rete, non si può contemporaneamente affermare che la rete si fa sfuggire il mare. Sarebbe come negare l’insondabilità del mare, l’irrecuperabilità del mare. Se viceversa si ha per ferma l’insondabiltà del mare si deve dire che la rete è rete e che il mare è mare. Dio stesso, in determinate forme di fede religiosa, è il mare, l’assolutamente Altro, quello che sta al di là di ogni povera rete umana. Dio è il mare, un modo di intendere il mare. Se Le chiedessi se il mare é mare o è rete in questo caso, sarebbe costretta a rispondermi che il mare non è rete. Conclusione è che il mare è mare, e che l’insondabile sottostà a quella rete di tutte le reti che Aristotele chiama Principio di Non Contraddizione. I Latini lo traducono come principium firmissimum. Il conoscere, visto così nella sua arché, nella sua origine, non si lascia scappare nulla. Quel mare, che nella Sua metafora dovrebbe rispecchiare l'inafferrabile, è, secondo la legge di quella super - rete che è l'Esser Sé dell’Essente. L’Esser Sé delle cose rappresenta il contenuto di quella verità in cui noi originariamente siamo e che non abbiamo bisogno di raggiungere dopo un percorso nella non verità.
    STUDENTE: Se il mare è qualcosa in sé, che esiste, possiamo noi catturarlo, conoscerlo fino in fondo e completamente?
    SEVERINO: Aristotele dice che è proprio del sapiente conoscere tutto. Conoscere non tutte le cose analiticamente, quanto l'essenza di tutte le cose. Conoscere l'esser sé del mare, cioè il suo non essere così ex lege, da costituirsi contrariamente alla legge suprema non equivale a conoscere tutte le profondità, gli anfratti, le ombre e i misteri del mare, quanto a sapere che tutta la sua inafferrabile ricchezza è contenuta all'interno di una sonda essenziale, di una legge essenziale. L’ulteriorità del mare si sviluppa all’interno della super-rete. Non si avrà dunque più una rete che vincola, che costringe, che separa, che astrae, ma una rete che dà respiro a ogni cosa, perché ogni cosa respira in quanto è se stessa.
    STUDENTE: Forse l’uomo, con il non voler conoscere anche ciò che va oltre l'essenza, non vuole soffrire. Quella sarebbe una conoscenza che poi diventa sofferenza. È forse un accontentarsi l’atteggiamento di un uomo che si ferma solamente alla conoscenza dell’essenza delle cose?
    SEVERINO: Quella da Lei descritta è la situazione della verità così come concepita dalla tradizione. La tradizione vuole che l’uomo che conosca l’essenza non conosce l’accidentale, perché questo rappresenterebbe per lui l’angoscia. Tuttavia l’uomo si ritrova in questo accidentale in quanto è egli stesso un essere accidentale. La conoscenza dell’essenza, pertanto, lo deve lasciare angosciato. Un aiuto proviene dal termine episteme della tradizione. Traduciamo episteme con le parole scienza e conoscenza, quindi la conoscenza scientifica. Ma episteme è composto di epi-, "sopra" , e -steme, "stare", dalla radice indoeuropea, "sta". Si ottiene, tradotto, come lo stare che sovrastà. Ciò che è posto al di sopra, il sovrastare, è un sapere che sovrastà e che rimane fermo. Gli innatisti e gli empiristi sono sempre andati alla ricerca di questo sapere. Il sovrastare è un sapere che sovrastà il movimento, il mare, il divenire, la caoticità. Siccome il divenire è inteso, da tutta la tradizione dell'Occidente, come un uscire dal niente, ciò che nel divenire esce dal niente è l'assolutamente imprevedibile. C'è di più. Un evento, che prima era niente, non è preparato da alcunché. Non preparato, l'evento, che può essere mio o cosmico o epocale, è assolutamente imprevedibile e dunque angosciante. Allora l'episteme è la matrice dell'angoscia. Lo stesso Cristianesimo è una traduzione, nel campo religioso, dell'episteme. È inevitabile che all'interno della fede cristiana emerga l'angoscia, derivante dal fatto che l’uomo é alleato con l'essenza del divino ma, da ultimo, la profondità del mare gli sfugge. E così, per quanto riguarda la storia dell'episteme, la permanenza dell'angoscia è ineliminabile. La filosofia contemporanea, come a questo punto parrebbe ovvio, tende a demolire l'episteme. Ma tanto la tradizione epistemica quanto la distruzione dell'episteme da parte della filosofia contemporanea hanno una comune matrice, ossia la fede nel divenire. Finché c'è fede nel divenire, l'angoscia è inevitabile.
    ARISTOTELE: Gli uomini sono stati spinti a filosofare dalla meraviglia, poiché inizialmente essi si stupivano dei fenomeni che erano a portata di mano e di cui essi non sapevano rendere conto. E in un secondo momento, a poco a poco, procedendo in questo stesso modo, si trovarono di fronte, a maggiori difficoltà. Chi è nell'incertezza e nella meraviglia crede di essere nell'ignoranza. E dunque, se è vero che gli uomini si diedero a filosofare con lo scopo di sfuggire all'ignoranza, è evidente che essi perseguivano la scienza col puro scopo di sapere e non per qualche motivo pratico. E ne è testimonianza anche il corso degli eventi, giacché solo quando furono a loro disposizione tutti i mezzi indispensabili alla vita e quelli che procurano benessere e agiatezza, gli uomini incominciarono a darsi a una tal sorta di indagine scientifica. È chiaro allora che noi ci dedichiamo a questa indagine senza mirare ad alcun bisogno ad essa estraneo. Ma come chiamiamo libero un uomo che vive per sé e non per un altro, così anche consideriamo tale scienza come la sola che sia libera, poiché essa soltanto esiste di per sé.
    STUDENTE: Lei ha affermato che o si é nella conoscenza oppure non è possibile arrivarci. In quest’ultimo caso la porta della conoscenza non viene aperta. A questo punto, nel caso in cui si fosse nella conoscenza - e secondo me è l'ipotesi più probabile, in quanto non ci sarebbe motivo di avere razionalità per l'uomo -, conoscere non potrebbe voler dire conoscere noi stessi in quanto la conoscenza farebbe già parte di noi? Il soffrire che derivi dalla conoscenza non potrebbe dipendere da un conoscere la nostra limitatezza come esseri umani?
    SEVERINO: Vale la pena di commentare Aristotele proprio in relazione alla Sua domanda. Vorrei ricordare che la filosofia nasce dalla meraviglia. La parola greca, che traduciamo con meraviglia, è .thauma. Ma thauma starebbe a significare anzitutto l’orrore provato dinanzi a uno spettacolo angosciante. Quindi la filosofia non nasce dalla meraviglia, come potrebbe indurre a pensare l'atteggiamento asettico del ricercatore in laboratorio. Platone dice che "la meraviglia è figlia di Iride e del Gigante thaumante". Con thaumante abbiamo di nuovo una parola costruita su thauma. La filosofia proviene dalla paura, o, meglio, dal timore per il mondo, dal timore per il mare. Getta le reti, che crede infrangibili e comunque capaci di cogliere ciò che vi è di essenziale nel mare.
    STUDENTE: La conoscenza non può essere acquisita da uno stato di ignoranza. Può essere soltanto innata. Se fosse possibile ottenerla, non porterebbe a rendere la scienza e la filosofia con un processo cognitivo di sé stessi in quanto questa conoscenza farebbe parte della nostra finitezza. Questo conoscere noi stessi porterebbe a uno stato di angoscia, in quanto noi siamo, diventeremmo consapevoli della nostra finitezza.
    SEVERINO: Il gnoti sé autòn di socratica memoria sta a indicare che ciò che è conosciuto è pensato sin dall'inizio come un essere finito, che nasce e che muore, che esce dal nulla e ritorna nel nulla. Questo è l'orizzonte all'interno del quale la nostra cultura sviluppa tutta la sua forza critica. Presupposto scontato, anche per il sapere scientifico, è che l'uomo sia un essere finito. Per il sapere scientifico questo è un sapere preceduto da un'evoluzione cosmica in cui l'uomo è un punto ed è seguito da un ulteriore sviluppo cosmico dove questo punto cesserà di essere. L'uomo come senso finito, come essere finito. Questo lontanissimo passato dell'uomo, in cui l'uomo non é ancora, e questo lontanissimo futuro, dove l'uomo non è più, sono in qualche modo qui ora presenti? Senza rifarci ad alcuna filosofia, potremmo noi parlare del più lontano passato e del più lontano futuro se in qualche modo non fossero noti? La scienza suggerisce che ci sono epoche cosmiche in cui c'è l'evoluzione del vivente, che conduce, a un determinato momento, all'uomo, e che nell'uomo a un determinato momento c’è l'intelligenza, la coscienza. L'uomo ha una storia che, rispetto all'intero sviluppo, è un punto. Poi questo punto declina. Parlo dell’immagine dell’uomo più diffusa, e legata al concetto di uomo come essere finito. Rispetto al suo passato non essere e al suo futuro non essere, l’uomo è pertanto irrilevante, finito. Avere notizia dell’esistenza del passato e dell’esistenza del futuro, non soltanto attraverso una conoscenza determinata ma anche attraverso una conoscenza di tutta l'umanità, è già qualcosa di profondamente diverso. Esiste una zona di manifestazione che è molto più ampia del "conosci te stesso" inteso come individuo che è noto a sé e che si vede finito. La luminosità di cui si parla rende noti il più lontano futuro, il più lontano passato, e anche l'Altra Vita, sia pure con i punti interrogativi che le competono. Dunque esiste una dimensione, che è la manifestazione del tutto, che include come parte l’uomo. Questa è la direttrice lungo la quale si tratterebbe di capire se l’uomo sia o meno un essere finito. Amo dire che l'uomo è un re che crede di essere un mendicante. L'uomo è già, avendo a mente questa dimensione totale, la luce in cui appare tutto e in cui appare la nostra convinzione di essere individui finiti. È un’idea condivisa da tutte le scienze e dalla stessa filosofia. Lo spirito critico del nostro tempo si guarda bene dal mettere in discussione la finitezza dell'uomo, il suo essere effimero, caduco, contingente, storico, temporale. Questo è il dogma dell’intera cultura occidentale e della cultura scientifica.
    STUDENTESSA: Nel corso della filosofia sono state date varie interpretazioni dell’assunto della conoscenza. A partire da Aristotele, attraverso Kant, fino a giungere, con Hegel, a posizioni più certe. Secondo Lei, esiste ancora nella filosofia il problema della conoscenza oppure questo è stato delegato ad altre discipline, come la psicologia? Intendevo sapere se nella filosofia si può ancora parlare di conoscenza.
    SEVERINO: Anche la psicologia considera l’uomo come una struttura finita. Alcune forme di antropologia scientifica riducono addirittura la dimensione psicologica al cervello. Pongono il cervello su un tavolo anatomico. Sono esempi ulteriori di una imperante concezione della finitezza dell'uomo. Lei chiedeva se, nell’ambito della cultura occidentale, ha ancora senso parlare di conoscenza nella filosofia. Di recente si è assistito a un fenomeno piuttosto curioso. Ovvero che noi occidentali ci siamo, anche dal punto di vista culturale, asserviti alla cultura anglo-americana. Ma i filosofi americani e anglosassoni non fanno altro che ripetere i percorsi battuti nel corso di qualche secolo dalla filosofia europea, definita impropriamente continentale. Si sta parlando, per esempio, degli statunitensi Donald Davidson e Richard Rorty, e dell’inglese Michael Dummett. Che il problema del conoscere abbia tuttora una funzione centrale, nell’ambito non solo della filosofia ma della cultura scientifica contemporanea, è fuori discussione. Si tratta di vedere come viene risolto. Non certo fermandosi alle tappe a cui si arrestano, per esempio, le dottrine realistiche e fenomenistiche. Nell’odierna filosofia si può parlare pertanto di conoscenza. Il conoscere non è quella fioritura momentanea che si crede di individuare in un determinato momento della storia dell’evoluzione dell’uomo, quando dal suo cervello sboccia ciò che si chiama coscienza. Questo è un modo ingenuo di considerare il conoscere: considerare la conoscenza come una dimensione che includa la totalità del passato e la totalità del futuro. La cultura filosofica, anche contemporanea, considera invece la conoscenza come cosa tra le cose. L’illustre filosofo tedesco Edmund Husserl ha scritto diverse cose sulla crisi delle scienze europee e della scienza in generale.
    STUDENTESSA: In uno dei Suoi libri, La poesia annulla, Lei ha analizzato una figura fondamentale della Letteratura Italiana, Giacomo Leopardi. Volevo sapere se, secondo Lei, nella poesia possa essere ravvisato un contenuto di pensiero. In altre parole se la forma poetica possa essere considerata alternativa alla riflessione che è frutto di molta filosofia.
    SEVERINO: Leopardi è appunto uno dei massimi rappresentanti del modo di concepire l'uomo come essere finito. Leopardi come maestro del nichilismo - mi si passi il termine - , ovvero di quella dottrina che si fa negatrice della grandezza dell’uomo e della sua eternità. Leopardi ha aperto la strada al pensiero contemporaneo, cioè a quel processo in cui si distrugge la pretesa di intessere una rete che sia in grado di cogliere l'essenza del tutto. Leopardi è formidabile, perché mostra perché quella rete cada frantumata e inutilizzabile. Quando Leopardi fa parlare la poesia dice che essa è forza, potenza, che consente alla conoscenza di vedere l'orrore della vita. Questo è Leopardi: la poesia è la potenza. È anzitutto la potenza espressiva, linguistico - espressiva, che ognuno di noi può avere quando, con forza, vede la nullità e la morte di tutte le cose. Per sopravvivere vedendo questo occorre una forza acclarata. La poesia è dunque per Leopardi la forza che consente di tenere lo sguardo fisso sull'orrore. Ne La ginestra, la nobile natura del genio è quella che nulla al ver detraendo si comporta in un determinato modo. Vale a dire che detraendo nulla osa guardare in faccia il comun fato. Osa guardare quello da cui l'episteme intende distogliere. Poesia è la potenza , la potenza con cui si regge lo sguardo, con cui si regge lo spettacolo terribile. Che alla poesia spetti una funzione positiva di disvelamento del senso dell'essere é quanto sottintende Friedrich Holderlin quando usa l’espressione "gli dei sono fuggiti, ma possono ritornare". Ma il pensiero holderliniano è troppo ancorato alla storia dell'episteme, alla storia di quell'atteggiamento in cui il divino esiste. Il divino si è assentato, si è eclissato, però forse può tornare. Si dà solo nell’attimo del suo svanire. Leopardi intuisce quello che poi sarà il "Dio è morto" di nietzschiana memoria. La poesia ha il compito tragico di tenere in vita l’uomo prima che questi si spenga definitivamente. Questo è il nichilismo leopardiano. La dimensione di cui mi dichiaro convinto è piuttosto quella che sta alla radice della scienza moderna, e della stessa episteme quando sovrastà il divenire una rete, solo in quanto riconosce l'esistenza del divenire. Nessuno è più fisico dello studioso metafisico, giacché costui si pone al di là della fisica, che é dimensione del divenire. Quindi il metafisico che vuole andare verso il divino, verso l'al di là, è colui che punta i piedi sulla natura diveniente delle cose. E proprio perché punta i piedi, per andarsene altrove, lo studioso metafisico deve riconoscere la solidità del suolo su cui si ostina nel suo atteggiamento così fermo e risoluto. Altrimenti il suo viaggio verso l'altrove non avrebbe senso. Se oggi la poesia di sé dice qualcosa di più di quello che diceva Leopardi - si vedano Friedrich Holderlin, Paul Claudel, o certa poesia cristiana - è perché sottintende la permanenza della tradizione dell'Occidente, ovvero della possibilità da parte della verità, intesa in senso epistemico, di trattenere in sé quel mare che, d'altra parte, come divenire sfugge, e diviene imprevedibile, mantenendo il proprio carattere angoscioso.
    STUDENTE: Secondo lei, il raggiungimento della verità (ammesso e non concesso che all'uomo sia possibile raggiungerla) può coincidere col raggiungimento della felicità?
    SEVERINO: No, l'uomo è l'apparire della verità. L’uomo è, ancor di più, ciò che crede e sa di essere. Prendendo spunto dal Menone platonico dobbiamo concludere che non esiste un raggiungimento della verità, perché, se così fosse, non sarebbe mai raggiunta. Il terreno su cui cammineremmo sarebbe malato, in quanto della non verità. Se la verità dimora dentro la casa e l’uomo deve raggiungerla, non la raggiungerebbe in quanto il terreno è malato. Essere nella verità non significa dunque essere nella felicità di cui parla la saggezza tradizionale, ovvero in quella felicità che ha a che fare con l'imprevedibilità del divenire, della finitezza dell'uomo, con l'imprevedibilità del nulla da cui le cose escono. Per rispondere alla Sua domanda, più che felicità preferisco usare il termine gioia. L'unica condizione della gioia è l'apparire della verità. Questo pensiero metterebbe d’accordo tante esperienze, compresa quella cristiana. Chiarito che il vero senso del mondo è ciò a cui non si può arrivare, la connessione gioia - verità è possibile, accertato e accettato l’apparire di quest’ultima.
    STUDENTE: Abbiamo trovato il sito di Eudemonia. Ci dice che l'uomo ha sempre bisogno di raggiungere la conoscenza. Secondo Lei, nel nuovo pensiero contemporaneo della cosiddetta new age, il raggiungimento dell'armonia del corpo, dello spirito e dei sentimenti, non può falsare l’immagine della conoscenza che noi abbiamo tramandata dalla filosofia?
    SEVERINO: Le commistioni dilettantesche delle grandi esperienze culturali sin qui maturate impediscono di sfruttare adeguatamente la ricchezza che ci deriva dalle esperienze fatte in campo scientifico, filosofico, religioso. Non credo che le esperienze del new age possano significare un'apertura in futuro. Se c'è un futuro nella nostra cultura, questo appartiene alla tecnica. Anche quando dichiarino la non violenza, queste esperienze finiscono per realizzare il vero modo di essere potenti. Ognuno vuole realizzare il vero modo di essere potenti. Crede di essere potente il mistico affidandosi alla grazia di Dio, crede di essere potente l'uomo che gestisce un arsenale nucleare. L’unica forma di potenza che oggi mi sembra possibile e accettabile è la tecnica, pure all'interno della concezione finitistica dell'uomo, di chi crede che il mare ormai non tolleri più alcuna rete.

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    Etica e progresso

    Documenti correlati ….Dio è morto. E' bene che i giovani facciano i conti con i pensieri pericolosi… (F. Nietzsche)
    Puntata realizzata con gli studenti del Liceo "Seneca" di Roma
    SEVERINO: Buongiorno. Siamo qui per discutere di un tema molto importante, ossia del rapporto tra etica e progresso. Adesso vedremo una scheda filmata che ci introdurrà all'argomento.
    L'Occidente è dominato da una concezione progressiva del sapere. La scienza è l'esempio più formidabile di questa immagine della conoscenza concepita come la conquista di traguardi sempre nuovi e la dissoluzione di quelli precedenti. Ciò che caratterizza questa concezione del sapere non è il fatto di avere certe credenze sul mondo, ma la possibilità di correggerle in modo non arbitrario. Così è stato, ad esempio, quando la Teoria della Relatività di Einstein ha soppiantato la Teoria di Newton. Ma questa idea di progresso pone una sfida fondamentale all'etica. Le nostre credenze morali infatti difficilmente riescono a resistere al punto di vista scientifico. Nella prospettiva del progresso della scienza e della tecnica i valori e gli impegni morali rappresentano legami spesso irrazionali. L'etica si misura nella lealtà verso un insegnamento o verso un principio, legami di fiducia e di coerenza che possono non trovare giustificazione agli occhi di un estraneo, ma che costituiscono l'identità di una persona. Possiamo tenere saldo il valore di questa identità senza rinunciare all'idea del progresso? Scienza e tecnica hanno un posto centrale nelle nostre vite. Ma l'immagine di un mondo svuotato di valori è ancora troppo temibile per rappresentare una soluzione attraente del conflitto.
    STUDENTESSA: Considerando che i pochi paesi industrializzati ricorrono al depauperamento dei paesi in via di sviluppo o sottosviluppati per promuovere il proprio progresso - ad esempio sfruttando il lavoro dei bambini asiatici o trattando alcuni paesi alla stregua di discariche -, Lei non crede che questo stesso progresso assuma una valenza ambigua?
    SEVERINO: In tali casi ci troviamo di fronte ad una tecnica amministrata in modo ideologico, ossia ad una forma di capitalismo "ingordo": se questo è il progresso, certamente non si tratta un tipo di sviluppo auspicabile. Dobbiamo costantemente guardarci da quegli atteggiamenti che si augurano un certo sviluppo della realtà: giacché gli intellettuali e i politici non possono credere di essere capaci di modificare lo stato delle cose, si tratta di vedere il senso autentico del progredire, ossia di una tecnica che non sia limitata e condizionata da alcune forme ideologiche che se ne servano ai propri scopi. Sono d'accordo con Lei nel respingere una situazione che non solo non è contemplata nelle nostre speranze, ma non è neppure destinata ad accadere. Il bieco sfruttamento dell'umanità da parte della tecnologia dei paesi sviluppati non è nell'ordine dell'accadibile.
    STUDENTESSA: L'uomo odierno è sempre più impegnato a modificare il presente: ma qual è la sua prospettiva per il futuro? Tale prospettiva esiste ancora? Lei crede che l'umanità sia consapevole del fatto che certe acquisizioni dell'attuale progresso un domani potrebbero rivalersi su di lei?
    SEVERINO: E’ arrivato il momento di chiarire che cosa si intende per progresso. Nella storia dell'Occidente il termine "progresso" indica un aumento indefinito della potenza dell'uomo. A che scopo ideare una trasmissione sul rapporto tra etica e progresso? Perché l'aumento di tale potenza appare squilibrato rispetto alle esigenze che l'uomo possiede indipendentemente dalla potenza che riesce a raggiungere. Se siamo d'accordo sulla definizione di progresso come aumento della potenza, allora è opportuno ridimensionare un'altra immagine della potenza in relazione al progresso tecnico. Questa immagine ci era suggerita dalla scheda, in cui veniva mostrato un robot che dapprincipio sembra riscuotere le simpatie dei presenti e che in seguito diventa minaccioso. In tal caso si allude all'aspetto più riduttivo della tecnica - ovvero al suo coincidere con la potenza -, il quale emerge dalla interpretazione scientistico-tecnicistica della stessa. Non è detto che il modo in cui gli uomini della tecnica interpretano quest'ultima sia il più adeguato. La tecnica è qualche cosa di enormemente più profondo, intelligente e adatto all'uomo, di quanto non possa apparire nel film 2001: Odissea nello spazio, che obbedisce ad una logica ben determinata. Anche per la tecnica dobbiamo pensare ad un aumento indefinito della potenza, ossia ad una sorta di trascendenza di qualsiasi livello raggiunto dalla potenza umana, in grado di soddisfare le stesse esigenze religiose. Qual è l'atteggiamento dell'uomo religioso? Egli afferma che, al di là di tutto ciò che possiamo raggiungere e vedere, c'è sempre un Altro. Ebbene la tecnica coincide con tale capacità di andare costantemente oltre i limiti - verso ciò che è Altro - tramite un processo capace di soddisfare perfino l'esigenza spirituale e religiosa. Sarebbe bene impostare le domande sulla base della definizione che abbiamo dato della tecnica e sulla base dell'esclusione che abbiamo proposto di alcune definizioni proprie della tecnica.
    STUDENTE: Volevo soffermarmi su un aspetto che ritengo importante: qual è il compito dell'etica? Quello di intervenire per stabilire la direzione verso cui devono essere orientati lo sviluppo scientifico e la ricerca, oppure quello di fissare le scoperte e, quindi, le tecniche che possono essere utilizzate e il modo in cui possono essere utilizzate?
    SEVERINO: Lei mi sta chiedendo se è l'etica a dover guidare la tecnica. È indubbio che, storicamente, ciò è avvenuto. Etica deriva da ethos e indica la maniera in cui si sta o si abita, il modo in cui l'uomo vive. Questo significato appare ostile all'emancipazione senza limiti della tecnica. Ma come si è conformata l'etica nella cultura occidentale? Invito i convenuti a tener presente che c'è sempre uno scarto fra il significato che le parole hanno - se iscritte nella cultura occidentale - e il significato che queste stesse assumono al di fuori di tale cultura. Esiste un etica anche presso gli antichi Indiani, ma quella occidentale si connota differentemente perché è in relazione alla filosofia. Oggigiorno intorno alla filosofia impera l’ignoranza, sebbene sia proprio dalla filosofia che nasce la politica e, con un parto più doloroso, la scienza. Coloro che vogliono comprendere il nostro attuale rapporto con la politica, la scienza o l'economia senza sapere nulla della filosofia, non otterranno nessun risultato. Per inciso, val la pena di ricordare che Smith era scolaro di Hume. L'etica è la volontà di vivere conformemente alla verità. Essere etici equivale a vivere sapendo che cos'è il mondo in cui ci muoviamo, perché solo se ne conosce la struttura si può evitare di scontrarsi contro i limiti o le colonne che lo possono sorreggere. Dobbiamo muoverci nel mondo allo stesso modo in cui ci muoveremmo in questa stanza: per compiere delle azioni fruttuose e non dannose abbiamo bisogno di sapere quali sono oggetti amovibili e quelli non amovibili. Seguendo tale atteggiamento, l'etica va alla ricerca della Suprema Potenza, di Dio. I Greci non erano dei teologi, ma per salvarsi dal pericolo della vita inventarono Dio e la filosofia. Cos’è l'uomo etico? E' l'alleato di Dio, è colui che intende allearsi alla Potenza Somma esistente nel tutto chiamandola col nome di Dio. Partiti da una situazione in cui le due forze - etica e tecnica - appaiono in opposizione, iniziamo a scorgere un orizzonte comune a entrambe : tutte e due puntano allo stesso scopo. L'etica mira alla Suprema Potenza alleandosi con Dio, la tecnica contemporanea vive in una dimensione in cui, citando le parole di Nietzsche "Dio è morto. E' bene che i giovani facciano i conti coi pensieri pericolosi". E' inutile nascondersi dietro a una foglia di fico: Dio è morto e quindi la Prima Potenza tende a coincidere con la tecnica. Ma è l'etica a doversi subordinare alla tecnica o viceversa? Attualmente la tecnica - essendo Dio morto o in via di sparizione - non corre più il rischio di scontrarsi contro quei limiti di cui ho parlato in precedenza, anche perché la filosofia contemporanea ha dimostrato che tali limiti sono abbattibili, e si è venuta a creare una sorta di "pianura" che può essere dominata dalla tecnica: un'etica che detti leggi alla tecnica, quindi, va diventando sempre più obsoleta.
    STUDENTESSA: Per Lei ha senso parlare di un progresso o di un regresso dell'etica in contrapposizione o in avvicinamento ad un progresso tecnico?
    SEVERINO: Mi pare che Lei chieda se ha senso parlare di un progresso o di un regresso in ambito tecnico o di un progresso e un regresso in ambito etico. Per definire il progresso o il regresso bisogna avere una pietra di paragone. Relativamente a ciò di cui finora si è discusso, dovremmo parlare di un regresso in ambito etico. Lo affermiamo in nome di quella forma di etica che è stata proposta e difesa dal Cristianesimo. Non esiste un tribunale che possa sentenziare su cosa è in regresso o cosa è in progresso rispetto all'etica. Se cade la dimensione metafisica della realtà, allora l'etica tramonta. Ma questo declino non è un regresso di cui ci si può lamentare in nome degli stessi valori etici che stanno scomparendo. La "metafisica" implica che il mondo ha un senso stabile e immutabile: coloro che hanno un'esperienza di fede cristiana sanno cosa significhi riferirsi ad un reale inscritto nel divino. La metafisica è la prima forma di tale inscrizione e Il Cristianesimo discende proprio da un’impostazione greca originaria. Metafisica è una dimensione di senso alla quale ci si deve adeguare e, rispetto a tale dimensione, oggi stiamo vivendo un periodo di inevitabile regresso etico. In che cosa consista l'inevitabilità del tramonto dell'etica, è un argomento che dovrebbe occupare un'altra trasmissione. In proposito occorre essere ben chiari: l'uomo e la cultura contemporanei non affermano "Dio è morto, quindi occupiamoci di altre cos", quanto piuttosto che ha avuto termine la dimensione metafisica, anche detta epistemico-teologica o metafisico-religiosa. Se esiste un Dio, allora l'uomo non può considerarsi quello che è, vale a dire creatore del proprio mondo. Se non esiste un Dio, allora l'etica, che è centrata su Dio, viene a cadere. Si tratta di un regresso dal punto di vista della dimensione metafisico-religiosa. Quanto al fatto se vi sia un progresso o un regresso nella tecnica, se tecnica sta a significare incremento indefinito della potenza, ci possono essere dei momenti di saliscendi. Nel lungo periodo l'incremento della potenza è ciò che è destinato ad accadere. Pertanto, se etica e tecnica sono alleate, se eticità significa alleanza con la Potenza Suprema, se la stessa Potenza Suprema è la tecnica, allora oggi la vera etica è destinata ad imporsi, parlando dell'essenziale. Sono i rivoli del particolare a complicare il discorso. Ma l'etica, che oggi è destinata ad imporsi, è la potenza crescente della tecnica. Nel medio periodo avviene il saliscendi succitato, per cui possiamo assistere a un aumento o a una diminuzione di potenza e di progresso. La tecnica di ieri ha visto la contrapposizione tra mondo capitalistico e mondo del socialismo reale. Si presentavano due gestioni ideologiche dell'apparato scientifico tecnologico, e quindi fra loro conflittuali. Quello ha rappresentato un momento di regresso. In quanto la potenza è in mano a due che non vanno d'accordo la potenza è minore. Così non lo è quando è in mano a due che vanno d'accordo o - meglio ancora - a uno solo.
    STUDENTESSA: In studio abbiamo portato un piccolo recinto. Di fronte all’inarrestabile avanzare del progresso tecnologico, Le domando se è giusto porre dei paletti o delle recinzioni per circoscrivere tale tecnica. Ritiene che il progresso tecnologico non conoscerà mai alcuna limitazione?
    SEVERINO: Creda, non avevo visto il recinto, ma io avevo parlato di colonne. Intendevo con ciò evocare la stessa immagine che Voi avete evocato col recinto. Chi si muove dentro al recinto non deve oltrepassare i limiti dei paletti. Ma chi è che afferma esserci questi limiti? Lo dice la saggezza tradizionale. La critica alla tradizione è la critica ad un mondo grandioso e può essere paragonabile alla "frana del divino" di cui scrive Kant a Wagner. Quello che frana non è una sciocchezza. Chi erge i paletti e costruisce i recinti, impianta il senso divino del mondo, invita l’uomo a muoversi quanto vuole ma all'interno di uno spazio ben definito. Si tratta di stabilire che consistenza hanno i recinti e le colonne su cui è edificato il mondo divino. Se sono abbattibili, allora un Dio che si fa sconfiggere merita di essere sconfitto. Etica in origine voleva direrispetto di un ordine, di un recinto, che è una turris eburnea, è incorruttibile. Avete costruito il recinto in legno dimostrando di nutrire qualche sospetto, anche perché non disponevate di materiali più consistenti. Il problema è la consistenza del recinto. Il recinto è non abbattibile o può essere abbattuto? Se abbattibile, perché non uccidere Dio? Perché non uccidere ciò che vi è di sacro e che ci limita, ci recinta, presentandosi come venerando, sacro, inviolabile? Se qualcosa si lascia violare, per quale ragione non dobbiamo violarla? Occorre ripensare al concetto di castigo nel Cristianesimo e nella più antica filosofia. Uno compie un delitto: compiere un delitto è dare una spallata al recinto, però il recinto si sposta più in là e, una volta arrivati alla resa dei conti, allora il recinto si richiude e punisce. All'inizio si pensava all'etica come a ciò che si trova di fronte a colonne non abbattibili. Si prenda come esempio una scheda delle Eumenidi diEschilo. Eschilo è un pensatore che afferma ciò che in seguito verrà sostenuto da Platone, Artistotele e Hegel. Egli afferma che non ci dobbiamo concedere né una vita anarchica - in cui non esistono paletti - né una vita despotumenon, ossia "una vita guidata da un despota". Il concetto di "vita senza limiti" viene espresso con anarcheton, che significa senzaarché, senza "principio" o "recinzione". Eschilo demonizza anche una vita chiusa e affidata all'arbitrarietà di chi pone i paletti. L'arbitrarietà di chi costruisce il recinto è la situazione pre-filosofica. La filosofia tradizionale vuole invece stabilire un recinto, che non sia l'invenzione di un despota, ma che esprima l'ordine autentico delle cose. La regia ci ha preparato questa scheda delle Eumenidi.

    EUMENIDE: E' bene talvolta il terrore.
    EUMENIDE: E' bene che sul cuore degli uomini abbia il suo posto di guardia.
    EUMENIDE: Il dolore giova a saggezza.
    EUMENIDE: Chi mai, o città o uomo mortale, potrà venerare giustizia. Nessuna ansia abbia avuto nel cuore.
    EUMENIDE: Non bisogna lodare la vita senza freno di leggi, senza libertà.
    EUMENIDE: Sempre il giusto mezzo prevalga.
    EUMENIDE: Da equilibrio di menti, nasce felicità a tutti cara.
    EUMENIDE: Da tutti desiderata.
    EUMENIDE: E della legge estrema rispetta l'altare di giustizia.
    (Clicca qui per andare al sito della Fondazione Ezio Galiano, in cui è presente il testo completo delle Eumenidi di Eschilo)
    STUDENTESSA: Professore, Lei sta parlando del rapporto che c'è tra fede ed etica. Nel parlare di etica ha fatto riferimento anche a Dio. Quindi c’è una fede in qualcosa. Fede in una forza che ha generato quello che noi oggi stiamo vivendo e che non presuppone la tecnica. Quando fino a poco tempo addietro si è creduto che la nostra vita fosse stata data da Dio, e se penso poi alla clonazione di una cosa o di un essere vivente ottenibile solo attraverso laboratorio, Le chiedo se può coesistere una concezione tanto religiosa che tecnica. Come può porsi l'uomo di fede di fronte a queste nuove scoperte? E l’uomo scientifico come può spiegare quello che ha creato?
    SEVERINO: Riflettiamo sulla figura del recinto. Eschilo intitola la sua opera Eumenidi, che sono le entità in cui si erano trasformato le vendicative Erinni: Eu- sta per bene ed Eumenides sono "quelle che pensano benignamente". Anche se la benignità, nell'interpretazione offertaci nel contributo filmato da Ferrero, pare assente, essa viene fuori perché, nel discorso delle dodici Erinni, che indicano la furia cieca, si comprende la forza del Logos, della Sapienza, che già in Eschilo è "sapienza filosofica". Lei mi chiede - restando alla figura del recinto - come si comportano l'uomo di fede e l'uomo di scienza. Pensiamo agli scienziati, ai fisici del Novecento. Einstein studiava Spinoza, Eisenberg studiava filosofia. Born, Bohr, Minkowski, Boltzmann, Schroedinger, sono tutte punte del sapere scientifico. Tutti questi scienziati sanno cosa è la filosofia, e in che senso devono fare i conti con essa. Tuttavia, considerandone il lavoro sul campo, cresce sempre di più una figura di scienziato chiuso nel suo laboratorio e che ignora la necessità di fare i conti col sapere filosofico, da cui la stessa scienza nasce. La nascita è traumatica, ma è pur sempre la nascita di un figlio da una madre. Se ci si dimentica della madre uno non si sa neanche che cosa sia. Ne discende che l'opzione fatta di frequente da questo tipo di scienziato è quella di ordine religioso. Nasce la figura dello scienziato religioso che non ha a disposizione il sapere filosofico. Risultato di un non volere a che fare col pensiero filosofico. Dal Suo, dall'altro punto di vista, l'uomo di fede è colui che stabilisce il recinto non oltrepassabile. La proibizione della manipolazione genetica, la manipolazione di comportamenti ritenuti contrari alle leggi naturali, le leggi naturali stesse, sono proprio i recinti. Oggi si pensa - dopo l'esperienza della cultura contemporanea, in special modo della filosofia contemporanea - che esistano solo leggi positive. Si dice che esistano solo leggi in cui i paletti sono piantati dall'uomo e che possono essere sostituiti a seconda delle esigenze che storicamente si vanno presentando. Sono dei segnali storici, non assolutamente inoltrepassabili. La Chiesa Cattolica, unica e grande erede della tradizione etica del passato, parla invece di leggi naturali, non oltrepassabili, e intende i paletti come assolutamente inviolabili. Ammonisce la scienza a non oltrepassare alcuni limiti. Precedentemente si è parlato delle colonne. Resta a vedere se le colonne resistono o meno. Se questo discorso viene perduto di vista, allora tutto quello di cui parliamo è cedevole e indeterminato. Dal punto di vista della fede, si ha fede nell'esistenza dei limiti assoluti. Dal punto di vista della scienza, allorché questa si chiude ingenuamente in se stessa, si allea con la fede. Ma quando la scienza capisce la propria relazione con la tecnica e con l'anima della filosofia contemporanea, allora l’unità di scienza-tecnica-filosofia, dove dunque la separazione tra i due punti di vista è solo un'ingenuità, si rende conto che non esistono limiti e che il raggiungimento dell'incremento infinito della potenza è lo scopo ultimo al quale tutte le altre dimensioni e unità devono essere subordinate.
    STUDENTESSA: Le Erinni, che poi diventeranno Eumenidi, parlano, al di là della loro drammaticità, di questo giusto mezzo, di questa misura. Volevo sapere il Suo parere riguardo alla possibilità di applicare questo giusto mezzo e questa misura anche alla tecnica e al progresso che ci riguardano ogni giorno.
    SEVERINO: Il "giusto mezzo" in Eschilo è la vera potenza dellapolis e dell'individuo. Si pone tra i due tipi di vita, l' anarchetos bios e il despotumenos bios. Stare nel mezzo vuol dire evitare due errori. Sono due errori che allontanano l'uomo dall'alleanza con la Somma Potenza. Dice il testo greco "Dalla salute della mente proviene la felicità che a tutti è cara". Gli estremi ci conducono lontani dal massimo della potenza. Arrivati all’età della tecnica - e noi ci siamo dentro -, il problema che si pone è quello di riuscire a realizzare il massimo della potenza. In questo caso non si presentano due estremi, quanto invece le forze che intendono dire alla scienza e alla tecnica dove devono arrestarsi. Raffrontando la situazione delle Eumenidi e quella della tecnica, deduciamo che l'etica della tecnica deve stare lontana da ciò che impedisce il raggiungimento del massimo della potenza. Avete posto l’esempio di una tecnica che, invece di potenziare, sfrutta. Si tratta di una gestione ideologica della tecnica. Nel conflitto Est-Ovest, la tecnica era frazionata - parlando di tecnica parliamo di virtù etica, l'autentica virtù oggi è la potenza della tecnica -. Ma una tecnica che è frazionata non raggiunge il massimo di potenza, divisa, come è, tra due nemici, tra due antagonisti. C'è la possibilità di stabilire un'analogia tra il brano appena discusso delle Eumenidi e la tecnica e l'etica della tecnica, ma nel senso che in entrambi i casi si tratta di evitare ciò che riduce la potenza. La parola "virtù" inizialmente vuol dire "forza". E’ Cicerone, nelle Tuscolane, a parlare divirtus. La parola virtus è riportabile alla radicevir. Allora quel sapore di melassa che oggi noi riscontriamo quando sentiamo parlare di virtù deriva da una storia della parola che inizialmente voleva dire "forza", "potenza". Quindi nessuna meraviglia se, parlando di tecnica, intendiamo parlare di virtù etica. Consideriamo il termine greco areté. Areté innanzi tutto si riferiva non tanto alla virtù intimistica della cultura moderna, ma alla "potenza", linguisticamente riscontrabile anche nella radice ars presente in arte.
    STUDENTESSA: Si parla sempre di più del binomio uomo-natura. Se ne parla in un'etica cristiana, che è anche laica, quindi del rapporto dell'uomo con la natura, ovvero l'uomo è ospite di questo mondo. Mi sembra però che con questo progresso, con questo continuo andare oltre, continuo abbattere i recinti, l'uomo si sia dimenticato che non è il padrone di questo mondo, ma un ospite e che come tale dovrebbe comportarsi in un modo ben diverso. La natura, se un giorno volesse, potrebbe distruggere pienamente tutto quello che l'uomo ha fatto, tutto quello che ha costruito. Quanto può valere continuare a abbattere i recinti, quindi a non avere colonne, a non avere limiti, se poi, di punto in bianco, ci si ritrova con la natura non più schierata dalla nostra parte?
    SEVERINO: Sono in linea con quello che Lei sta dicendo. Occorre considerare che, per avviare una critica alla tecnica, bisogna uscire dai parametri della cultura. La tecnica può essere criticata non in base a quelle forme di cultura, di cui essa è la realizzazione più rigorosa. Questo non significa che quanto da me appena detto sia una sorta di peana fatto alla tecnica. Il problema vero incomincia a quel punto, incomincia là dove noi finiremo. Dobbiamo trattare del rapporto tra l'etica e la tecnica, così come si presenta nella nostra storia. La natura. E’ vero, la natura certo può ribellarsi a tutte le leggi della scienza. Quando si affermava "Dio è morto" la morte di Dio era da intendere anche come morte della verità assoluta, morte di una verità che presume essere a sua volta un recinto non violabile. Oggi la scienza si presenta come un sapere che è sì potente, ma è vero perché è potente, non è che sia potente perché è vero. E' perché la scienza riesce a fare cose che altri non riescono a fare che essa può meritare la qualifica di vera, dove "vera" sta per "capace di ottenere determinati scopi".
    STUDENTESSA: Ad un certo momento la scienza è quella che ha anche portato a tanti errori, a tanti sbagli commessi dall'uomo, e quindi anche a tanti disastri, naturali e non. Ad esempio la frana che si è verificata di recente a Sarno.
    SEVERINO: Non è la scienza a produrre quei disastri, è il modo, è l'amministrazione ideologica della scienza. Lo sfruttamento dei popoli sottosviluppati non è dovuto alla capacità di aumentare all'infinito la potenza, quanto all'uso ideologico, in quel caso, capitalistico, che si fa di quella capacità.
    STUDENTESSA: I fatti però non parlano di un rapporto così positivo.
    SEVERINO: Mi compiaccio del fatto che Lei i fatti li fa parlare e quindi vuole significare che hanno le parole. Hanno importanza anche le parole con i fatti. Lei vuol dire che di fatto la scienza e la tecnica sono in mano alle forze ideologiche, le quali possono sbagliare. Lo sfruttamento non è dovuto alla tecnica, ma all'amministrazione ideologica della scienza, della tecnica. Il capitalismo non è la tecnica. Per avere successo economico, in un'unica presa di capitale, in un impiego di capitale, bisogna produrre oggetti che non sono di produzione di tutti. Occorre quindi fabbricare oggetti che abbiano la caratteristica della scarsità. Il capitale intende produrre oggetti che saturano il bisogno di quelli degni di consumo, ma nello stesso tempo deve fare sì che la scarsità di questi beni permanga di modo che possa continuare a venderli. Invece, quando la tecnica procede, ha come scopo l'eliminazione della scarsità. Aumentare all'infinito la potenza vuol dire eliminare la scarsità. Allora il capitale si serve di uno strumento che cospira contro il capitale stesso. Questa cospirazione, questa contraddizione tra il padrone e il presunto servo, che è poi la tecnica, che cospira contro il suo padrone, determina una situazione di squilibrio, la quale, a un certo momento, porta a esplicitare la differenza tra i due. Lei giustamente osserva: non bastano le parole, ci vogliono i fatti. Voleva dire: non bastano le parole stupide, occorrono le parole vere, perché le parole vere sono proprio le parole dei fatti. Il rapporto esistente tra la tecnica e le grandi forze della tradizione non è da intendere come indissolubile. Lo stesso discorso si può fare con la democrazia. Non pensiamo che l'uso della tecnica da parte della democrazia stia a significare che i due poli siano identici. La democrazia può provocare dei guasti. Ma anche lì si può separare il potenziamento infinito, al quale l'uomo occidentale tende, e i modi ideologici di operare tale potenziamento. Rimane aperto il problema del significato ultimo della tecnica e cioè del significato ultimo della forma suprema di etica, oggi a disposizione dell'uomo.
    STUDENTE: Lo scrittore tunisino Tahar Ben Jelloun definisce Internet come una frontiera del progresso tecnologico, ma esprime la sua preoccupazione che questa possa essere basata su un'etica immorale. Volevo sapere che cosa Lei pensava al riguardo.
    SEVERINO: E’ una preoccupazione che appartiene a chi, facendo perno su una delle forme tradizionali dell'etica, critica ciò che oggi si candida come etica autentica. Ritengo che si possa essere credenti senza essere metafisici e viceversa, come si può essere l'uno e l'altro insieme. Il vero cattolico, per esempio, dovrebbe essere a un tempo un metafisico e un credente. Se si ritiene che l'etica autentica sia quella della tradizione, allora si può fare un discorso di questo genere. Tutto si decide in relazione all’interrogativo della resistenza o della non resistenza delle colonne di cui abbiamo parlato. Si va verso una situazione in cui non esistono più colonne inabbattibili. La preoccupazione dello scrittore da Lei indicato fa leva su qualche cosa che tende a mostrarsi sempre più obsoleto. E’ anche vero che l’uomo si dirige verso una situazione in cui la tecnica gli offrirà ciò che non ha mai avuto, un benessere che non ha mai posseduto, che però mancheranno dell'unica cosa che necessariamente l'uomo del Paradiso della Tecnica non potrà avere, e cioè la "verità della felicità posseduta", la "verità dei recinti". Questa è necessariamente superata, inevitabilmente superata. Il Paradiso della Tecnica, in cui sempre più evidente si fa l'angoscia di non possedere la verità della felicità posseduta, è un luogo che confina con l'Inferno. E’ il luogo dell'angoscia, ove dunque diventerà preoccupazione di tutti sapere che ne è della verità della felicità posseduta. Non sarà più possibile ricostruire la "verità dei recinti" o "delle colonne", quanto un altro senso della verità. In questo modo la tecnica stessa sarà messa in questione.
    Puntata registrata il 19 novembre1999

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    il tempo della filosofia

    Documenti correlati "Se nessuno me lo chiede, lo so. Se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so". Sant’Agostino (sul concetto del tempo) 7 febbraio 2000
    Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Elio Vittorini" di Milano
    SEVERINO: Mi chiamo Emanuele Severino. Siamo qui per discutere un tema importante, che riguarda Il tempo della filosofia. Osserviamo prima questa scheda filmata.
    Cos’è allora il tempo? "Se nessuno me lo chiede, lo so. Se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so". Con queste parole, rimaste celebri, delle Confessiones di Sant’Agostino, si può dire abbia avuto inizio la speculazione moderna sul tempo. Per quanto precisamente possa essere misurato, il tempo rimane in sé qualcosa di sfuggente. Il passato è qualcosa che ora non è più. Il futuro qualcosa che non è ancora. Lo stesso presente, che pure qualche volta ci appare anche troppo concreto, non è costituito che da attimi, attimi di cui abbiamo coscienza solo una volta che sono trascorsi. Quello che il tempo è non lo sappiamo mai. La cosa fondamentale della nostra vita, ciò che segna la nostra nascita e la nostra morte, ci resta intangibile e invisibile. Gli imbarazzi di Agostino non sono solo dei filosofi. Sono degli imbarazzi di ognuno di noi di fronte all'idea del tempo e del suo scorrere e hanno tanta parte nell'immagine che l'uomo moderno si è fatto di un mondo perturbante e assurdo fin nelle sue fondamenta. Eppure ciò che ci sembra così naturale e irriducibile è anch'esso in qualche modo frutto di una visione del mondo, una visione legata all’interiorità e al primato dell"Io. A dimostrarlo sta il fatto che nell’antichità quello del tempo non era affatto sentito come un problema irriducibile. Per vedere cosa fosse il tempo gli antichi non guardavano dentro sé stessi, ma alzavano gli occhi al cielo e, guardando i movimenti del cosmo, ritenevano di vedervi riflessi i movimenti del tempo e il tutto, di cui anch’essi sentivano di fare parte. Cos’è potuto intervenire da allora perché questo occhio così penetrante ci è venuto a mancare?
    STUDENTESSA: Nel filmato è detto che l’uomo, in antichità, misurava il tempo basandosi sul tempo degli dei, per esempio guardando le stelle. L’"occhio penetrante che è venuto a mancare" secondo il filmato non è, più che altro, un occhio superficiale? L’uomo oggi non l’ha oltrepassato grazie al progresso della conoscenza?
    SEVERINO: Concordo appieno con questa Sua osservazione. La filosofia ha reso l’occhio dell’uomo non superficiale, mentre prima questo era penetrante "relativamente". Il pensiero filosofico ha introdotto un altro occhio, estremamente più potente. D’altra parte lo strumento della filosofia fa vedere tutto in modo inaudito, quindi anche il tempo.
    STUDENTE: Lei afferma che l’essente sia infinito. Noi tutti abbiamo l’esperienza della morte. L’uomo che muore, oppure un qualsiasi animale che muore, non é forse un essente?
    SEVERINO: Non ho mai affermato che l’essente è infinito. Infinito è soltanto l’infinito. Questa seggiola è una cosa tra le cose, dunque rappresenta un finito. E’ più corretto asserire che tutto ciò che é un niente, é eterno. Dunque, ogni ente é eterno. Che cosa rappresenta allora la morte? La parola "eternità" incomincia a entrare nel discorso filosofico sin dai suoi primordi. Anassimandro, il primo scienziato e filosofo di cui abbiamo notizia, parla dell’eterno. Dell’eterno si parla da sempre all’interno del pensiero filosofico. Ma é un eterno diverso da quello cui alludono i cosiddetti "miei scritti". Li chiameremo così perché essi non sono l’opera di un solo individuo. La filosofia insegna a considerare la verità non come prodotto di un individuo. Tutto quanto un individuo possa compiere è discutibile, finito, contingente. L’"eterno", nella storia del pensiero filosofico, è l’eternità di un padrone, di un signore che domina il divenire temporale del mondo, ovverossia il tempo. Altra cosa è il dominio sul tempo da parte dell’eterno. Il Cristianesimo eredita questo modo di intendere il quadro generale dell’esistenza. Al di sotto sta il dominato, in altri termini il nostro mondo che va e viene, noi, gli affetti, sopra si colloca l’eterno. Il nostro mondo pertanto è servo del Dio. Il Dio è la figura essenziale dell’eterno, della storia del pensiero occidentale. C’è un dio che domina, e una regione dominata. D’altra parte io ritengo che non c’è un servo sotto diveniente e sopra un padrone. Essere appartiene all’essenza di ogni ente, anche il più nobile, il più grande, o il più umile. L’eternità appartiene al cuore di ogni essente, proprio per il fatto che è un essente.
    STUDENTE: Lei afferma che tutto è eterno, persino il pelo della barba di un uomo. C’è qualcosa nell’uomo che non è eterno, se egli stesso muore. La mia barba fra cento anni potrebbe non esserci più.
    SEVERINO: Tutto é eterno. La morte comunemente é considerata come una smentita dell’affermazione che tutte le cose sono eterne, che è eterna la totalità degli stati e degli aspetti dell’universo, non soltanto delle idee, perché altrimenti si ricadrebbe nella tradizione del pensiero filosofico. La morte sarebbe una valida e radicale smentita soltanto se essa fosse l’apparire dell’annientamento degli essenti. Ma è la morte l’apparire dell’annientamento? L’ente annientato continua ad apparire, a mostrarsi, a manifestarsi così come appariva, si mostrava, si manifestava quando non lo era ancora? L’ente, in quel caso, non è più manifesto solo perché esce dall’esperienza del visibile. Voi, per sapere che sorte ha avuto il sole quando non lo si vede più, potete interrogare il cielo visibile? Il cielo non dice nulla intorno alla sorte del sole che esce dall’orizzonte. L’esperienza di tutte le cose equivale alle cose che ci appaiono. Se applichiamo all’esperienza di tutte le cose quanto detto sul cielo visibile, vedremo che l’ente annientato dalla morte - si suppone che la morte è fenomeno dell’annientamento, per eccellenza - non è più sperimentabile, visibile, osservabile, manifesto. Se una cosa è annientata, essa non appartiene più all’orizzonte della esperienza. L’esperienza, pur mostrandoci gli orrori dell’agonia e di ciò che definiamo morte, non ci dice nulla riguardo all’essente che, morendo, proprio perché si pensa che si annienti, esce dall’esperienza e non è più visibile. La sorte dell’essente, dal punto di vista dell’osservabilità delle cose, resta una incognita. La stessa cosa si può dire del sole, quando tramonta ed esce dalla visibilità. La morte non è una obiezione contro l’assunto dell’eternità dell’essere, quanto una sua interpretazione. L’esperienza tace intorno alla sorte di ciò che esce da essa. Resta da vedere che ne è di ciò che va nel niente. In proposito non è più l’esperienza a essere chiamata in causa, in quanto l’esperienza tace.
    STUDENTESSA: Se riferito a un essente che è eterno, si può parlare di un suo passato, di un suo presente, e di un suo futuro?
    SEVERINO: Se è annientamento, il morire dell’uomo e delle cose è anche un uscire dall’esperienza. Io dico che l’affermazione che l’essente è eterno è una confutazione dell’annientamento. Inizialmente la concezione occidentale del tempo è tutta rappresentata da un Kronos, termine che viene dal greco, ossia da un dio che, rispettando l’immagine degli occhi che sovrastano il cielo, mangia i propri figli e poi li vomita. A questa idea subentra lo sguardo filosofico della concezione del tempo come annientamento del passato. Kronos mangia i propri figli, ma non li vomita più. Se li vomitasse, significherebbe che essi vivono ancora. Una delle più potenti evocazioni di Kronos è semplificata dall’Inno a Zeus dell’Agamennone di Eschilo, appartenente quest’ultimo alla trilogia dell’Orestea. Siamo in un terreno speculativo che vede nella morte l’annientamento, e nel tempo il passare delle cose. Il poeta Giacomo Leopardi dice di Silvia: "Hai, passata sei!". Questo "passata", se ben tradotto, equivale a "sei annientata". Quello che costituisce l’evidenza, per noi, in quanto abitatori del tempo, è la follia estrema. Una follia che si manifesta per l’essere una cattiva lettura dell'esperienza. L’uomo crede di vedere ciò che invece non si fa vedere. E’ pertanto follia credere di vedere un annientamento che non si mostra. L’affermazione dell’eternità dell’essente è dunque la negazione dell’annientamento. Lo si nega anzitutto dicendo che esso è qualcosa che non appare.
    STUDENTESSA: In vece che di annientamento, si potrebbe parlare di mutamento, tra il passato, il presente e il futuro?
    SEVERINO: Aristotele distingue il divenire accidentale da quello sostanziale. Egli afferma che il divenire avviene sempre fra opposti e mediante la privazione di uno di essi. Tale passaggio è quello dalla potenza all’atto, e ha bisogno di un sostrato che, nel caso del divenire sostanziale, è rappresentato dalla materia prima, ed entro il quale possono avvenire le trasformazioni. Inoltre, per passare dalla potenza all’atto c’è bisogno di un essere già in atto, perché nessun ente in potenza può darsi da solo quell’attualità che non possiede: da questo principio, Aristotele conclude con l’affermare l’esistenza di un "atto primo" o "motore immobile", che è all’origine di ogni passaggio dalla potenza all’atto, e quindi di ogni divenire. Parlando del tempo della filosofia, parliamo di ciò che è al fondamento di tutti i modi in cui la cultura occidentale, nelle sue differenti specializzazioni, si è interessata del problema del tempo. Non stiamo facendo un discorso specialistico, al di fuori del quale ce ne siano degli altri. Tutti gli altri sono all’interno di questo essenziale. Il mutamento è pur sempre l’acquisizione di una forma nuova che prima era niente. Se la forma nuova, acquisita nel mutamento, fosse già stata prima, non ci sarebbe alcun mutamento. L’annientamento, presente nella morte e in tutte le forme di divenire, è anche nel mutamento.
    STUDENTE: Pare che Lei tenda a tralasciare l’esperienza, per basare le Sue affermazioni su un idealismo, che parte da principi non esplicabili oggettivamente, ma solo concettualmente. I Suoi principi non sono dimostrabili nella realtà, pur Lei stesso reputando che "il tempo non esiste". In base a che cosa Lei afferma che "il tempo non esiste"?
    SEVERINO: Non esiste la cattiva interpretazione del tempo. Non esiste la persuasione che il tempo sia annientamento. Se per tempo si intende qualcosa di diverso dall’annientamento, se cioè il tempo viene ad essere il progressivo comparire degli eterni, allora stiamo parlando del tempo, ma non nel senso in cui esso è inteso dal pensiero occidentale. Io non tralascio affatto l’esperienza. E’ proprio l’attenta lettura dell’esperienza quella che consente di estromettere la persuasione che l’annientamento appaia. Non si deve tralasciare l’apparire delle cose. Questa tesi è tuttavia adombrata dalla Teoria della Relatività. Osserviamo il secondo contributo filmato.
    STUDENTE: Ugo Foscolo eternizzava l’uomo con il sepolcro. Quindi ciò che non è ricordato non esiste più?
    SEVERINO: Il dimenticare è il modo del non apparire. Sono d’accordo con Lei nel non dover dimenticare l’esperienza e l’apparire. Una cosa è dire: "Questa stanza non c’è". Altra cosa è dire: "Non c’è altro che questa stanza". L’esperienza è ciò che mostra che l’essente è. D’altra parte l’esperienza non può mostrare la necessità che l’essente sia e non scenda nel non essere.
    STUDENTE: Tra il dire: "Non c’è altro che questa stanza" e: "Questa stanza non c’è", c’è anche il dire: "C’è questa stanza e c’è altro".
    SEVERINO: E’ proprio quanto stavo tentando di dire. Anche ciò che esce dall’esperienza é, essendo dimenticato. Si deduce che l’essere sia una necessità anche dall’affermare che l’istante che stiamo vivendo cessa di essere. Diremmo che questo istante, che non è un niente, a un determinato momento è niente. Arriveremmo all’assurdo di pensare che questo niente è niente. Dove va l’istante che è già passato? Va nella regione alla quale alludevo prima. Poiché tutto è eterno, ciò che è obliato, dimenticato, non apparente, è. Nell’essente permane tutto ciò che va via, mostrandosi e ritraendosi dalla luce. Prima accennavo a un concetto di tempo, che non è l’annientamento delle cose, ma il mostrarsi e il sottrarsi degli eterni. Gli eterni non sono semplicemente un dio privilegiato che sta in cielo mentre l’uomo è destinato al tempo di Kronos. Gli eterni sono tutte le cose del mondo e di tutti i possibili mondi.
    STUDENTESSA: Lei ha detto che l’esperienza non attesta che ne è di ciò che non le appartiene più. Come fa allora a sostenere che l’essere è eterno?
    SEVERINO: Il niente è solo il niente. Quindi questo istante è un non niente. Come è impossibile un tempo in cui il cerchio sia quadrato, così è impossibile un tempo in cui l’essente sia niente. Affermare che con la morte, di cui vedevamo qualche istante fa l’effigie kubrickiana, si va nel niente, significa pensare un tempo in cui il non niente è niente. Quale non niente? Silvia, questo istante, i peli della barba. Questo è da pensare. Secondo la Teoria della Relatività, i tempi futuro e passato sono reali come il tempo presente. Il futuro è un non ancora, il passato non è un non più. Il filosofo austriaco Karl Raimund Popper chiamava il suo amico Albert Einstein "Parmenide", sostenendo che nella Teoria della Relatività tutti gli eventi del mondo fossero come i fotogrammi di una pellicola cinematografica, che aspettava solo di essere proiettata. Eppure nella proiezione della pellicola c’è il movimento. Sono necessarie categorie di cui la Teoria della Relatività non dispone. Tuttavia la tesi come tesi, per quanto paradossale essa sia, è la tesi della Teoria della Relatività.
    STUDENTE: Alla luce di questo, Lei come interpreta la storia?
    SEVERINO: Se il tempo è Kronos, che mangia i suoi figli, la storia è un progressivo lasciare andare nel niente il proprio passato. Se l’essente, in quanto essente, è, ed è impossibile che non sia, il venire avanti dei cosiddetti "eventi storici", sempre nuovi, è il venire avanti di "essenti", non del nulla. Se poi consideriamo che l’essente in quanto essente è eterno, allora la "storia" è il "continuo manifestarsi degli eterni".
    STUDENTE: Tutta la storia sarebbe concentrata in un unico istante, nel tempo. E’ così?
    SEVERINO: No, la storia è il progressivo apparire degli eterni. Prima c’era l’eterno, costituito da questa stanza senza di noi. Poi si è fatto innanzi l’eterno con qualcuno di noi. In seguito c’è stato l’eterno con la regia che predisponeva lo studio, quindi l’eterno costituito dal nostro primo incontro. Quindi c’è stato questo istante, e in seguito ci saranno gli istanti che seguiranno. Gli stati del mondo sono. Ognuno di essi è ed è impossibile che non sia. La storia è il progressivo manifestarsi di ciò che è, cioè dell’eterno, degli eterni.
    STUDENTE: Per quanto riguarda il mutamento, si può dire, secondo l’accezione comune, che io non sono più quello che ero un anno fa. Si può ipotizzare che l’Io di un anno fa sia annientato. Io non riesco a mantenere l’eternità dei miei vari Io dei vari attimi.
    SEVERINO: Se si affermasse un divenire nel senso dell’annientamento delle cose, si ritornerebbe a una visione dell’eternità che domina il mondo umano dell’esperienza. Per quanto ogni essente rimanga in eterno, l’uomo non può percepire questa eternità se non come senso comune. Il senso comune dice: il sole prima è lì, poi è là. Di conseguenza é il senso comune a dimostrare il movimento del sole. I modelli del senso comune e della critica del senso comune conducono ad asserzioni fra loro discordanti. Se il tempo, come vuole la concezione comune occidentale, è quella situazione in cui le cose vanno annientandosi, allora sorge il progetto di dominarle. Le si può dominare se le si spinge nell’essere, o se le si caccia via dall’essere. Vorrei dire un’ultima cosa a proposito del Suo concetto di individuo. Non è quello il concetto di individuo in cui c’è un nucleo permanente, che va perdendo via via le foglie in qualche modo. Quello che era va allontandosi. L’individuo, seguendo la Sua impostazione, é la totalità dei nostri stati.
    STUDENTE: L’uomo, comunque, percepisce per totalità solo uno stato dei tanti.
    SEVERINO: Non come senso comune, perché esiste il ricordo. I ricordi non sono forse la presenza del nostro essere stati in altro modo, ossia del nostro essere di più di quello che noi siamo nel nostro stato attuale? Non si può comprendere senza quel mutamento che è l’annientamento, e con la sola follia. Follia è credere che il variare sia un essere che diventa niente. Kronos che mangia e trattiene definitivamente presso di sé i suoi figli.
    STUDENTE: Il comparire e lo scomparire sono una proprietà degli essenti. Questo però non vuol dire che poi non continuino a essere...
    SEVERINO: Abbiamo escluso che gli essenti possano rivivere dal loro essere e annientarsi. Lo abbiamo escluso in base all’assunto di un tempo in cui non ci può essere un cerchio che sia quadrato, perché sarebbe un tempo in cui l’essere è niente. Questa concezione non esclude il variare del tempo e degli essenti. Lo interpreta in modo diverso da come è stato pensato nel pensiero filosofico e nella scienza. Aurelio Agostino, ovvero sant’Agostino, sapeva bene cosa era il tempo. Ciò che non poteva sapere era l’andare nel niente, l’uscire dal niente. Lo conferma la battuta tratta dalle Confessiones, e citata nella scheda filmata iniziale.
    STUDENTE: Quanto al paragone tra l’esperienza della morte e quella del fatto che il sole tramonti e sorga, io ritengo che solo della prima si possa avere una continua esperienza. Inoltre credo che la morte confermi il fatto che essa sia disgregazione, fine.
    SEVERINO: Le nostre ipotesi sull'esperienza sono ingenue. L’uomo ha costruito ipotesi sull’esperienza che non sono suffragate dalla stessa. Noi viviamo persuasi di sapere che esistono gli altri. Ma Lei fa esperienza della coscienza altrui? L’individuo interpreta l’altrui coscienza solo attraverso l’esperienza. Si può sapere che esiste una societas non in base all’esperienza. Noi interpretiamo perfino la vita, quando il nostro prossimo è vivo. Anche questa è un’inferenza, una supposizione. Voi giovani siete in difficoltà, perché ancora dovete imparare le ipotesi. Altro é ciò che serve, altro é ciò che è vero.
    STUDENTE: Http:///vv.utm.edo/reserche/iep/ttimehtm è l’indirizzo di un sito Internet che riguarda il "tempo", filosofico, scientifico, psicologico. Varie sono le ipotesi dei vari filosofi. Lei ritiene vero il principio di Parmenide, mentre io so che non è dimostrabile. Mi trovo di fronte a questo dubbio.
    SEVERINO: Karl Raimund Popper designa Parmenide come il padre della fisica teorica contemporanea, in quanto ha introdotto il concetto di dimostrazione. Altro che non dimostrabile. Parmenide è il primo filosofo a pensare l’essere, ma l’essere in cui l’essere è vuoto. L'essere che non è stanza, corpo, sentimenti, sensazioni, storia, é l’essere che lascia al di fuori di sé tutte le determinazioni. Questo essere è il nulla. L’ ...esti... parmenideo è interpretabile in almeno tre accezioni fondamentali: copulativa ("è qualcosa"), esistenziale ("esiste"), o verdicia ("è vero"). Parmenide, nel poema didascalico Sulla natura, scrive: "Le cose del mondo sono niente", ma al contempo scrive: "Eterno non è semplicemente l’essere la sfera ben rotonda, ma l’essere la ben rotonda sfera che lascia al di fuori di sé i colori". Questo è il Parmenide al quale Lei probabilmente si riferiva e al quale guarda Martin Heidegger. L’eterno non é la pura luce senza i colori, ma é la luce dei colori.
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  5. #15
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    grazie Ungern Khan.

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    se posso essere utile, il mio campo di competenza attuale sono la linguistica e l'indoeuropeistica, in particolare per la lingua Ittita. prima era la meccanica quantistica.

 

 
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