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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***



    David Cameron sulla copertina di Time

  2. #12
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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***

    Cameron e il ritorno al futuro dei Tories

    di Andrea Romano

    Il Sole 24 ore, 9 aprile 2010


    All'inizio del 2005 Geoffrey Wheatcroft, tra i decani del giornalismo conservatore britannico, concludeva così un libro dedicato alla "strana morte dell'Inghilterra conservatrice" (“The Strange Death of Tory England”, Penguin Books, 2005): «Oggi i Tories potrebbero essere arrivati alla fine della loro storia. Nel corso di molti decenni il partito ha mostrato un feroce istinto di sopravvivenza e un'infinita capacità di reinventarsi, che ora sembrano scomparsi. In questi ultimi anni i conservatori sono sopravvissuti ripetendosi che prima o poi sarebbe tornato il loro turno. In realtà non c'è alcuna necessità che le cose vadano così. Perché non c'è alcuna legge della storia che obbliga un partito a sopravvivere».

    Cinque anni dopo, a meno di un mese dalle elezioni del 6 maggio, i Tories si trovano largamente favoriti da sondaggi e bookmaker nella corsa per Westminster. Cos'è accaduto dal 2005 a oggi per ribaltare una percezione tanto negativa? Non bastano a spiegarlo, da soli, né l'elezione di David Cameron a nuovo leader né il durissimo impatto della crisi finanziaria sulla società del Regno Unito e dunque sulla credibilità di Gordon Brown. Molto di più ha contato la capacità del "partito naturale di governo" (come è stato definito il partito conservatore per gran parte del Novecento britannico) di liberarsi da quel trauma post-thatcheriano che lo aveva tenuto per tredici anni lontano da Downing Street, impedendogli fin dal 1997 di offrire all'elettorato una ricetta appetibile.

    Il merito di questa rinascita ideologica prima che politica è in grande misura di David Cameron. Ma si deve solo in parte al tratto glamour e mediatico di questo giovane leader, che sembra avere imparato alla perfezione i riti della società televisiva (avendo tra l'altro lavorato per sette anni nel gruppo Carlton Communications) e che ama condividere in pubblico le gioie e i dolori della sua dimensione familiare. Assai più di questo, nella resurrezione dei Tories ha contato il riposizionamento strategico di un partito che ha finalmente compreso il profondo cambiamento che ha investito la Gran Bretagna negli anni di Blair e che non vagheggia più un ritorno all'età dell'oro di Margaret Thatcher. Quella stessa Thatcher che nel novembre 1990 fu estromessa dal governo non dall'elettorato ma dal suo stesso partito, in un colpo di mano che è poi tornato negli incubi dei suoi eredi come torna la maledizione di un matricidio. Perché i Tories si liberarono della Thatcher, imputandole un grado ormai intollerabile di chiusura al dialogo e di ostilità all'Europa, ma fino a Cameron non sono mai riusciti a liberarsi del thatcherismo come visione del mondo alla quale tornare.

    Ci provò per primo William Hague, che tra il 1997 e il 2001 fronteggiò senza grandi speranze il primo e più forte ciclo di governo blairiano ricorrendo alla carte (thatcheriane) dell'euroscetticismo e della lotta al crimine. Dal 2001 al 2003 fu il turno del disastroso Iain Duncan Smith, la cui inconsistente leadership cercò di sorreggersi alla retorica (thatcheriana) dei tagli ai servizi sociali e alla spesa pubblica. Andò meglio con Michael Howard che dal 2003 riuscì ad avviare un disimpegno parziale dal nostalgismo thatcheriano, che tuttavia non gli impedì di scommettere sull'allarme sociale contro l'immigrazione clandestina in una campagna elettorale dai toni sostanzialmente xenofobi. La lunga traversata del deserto percorsa dai Tories è ben ricostruita da una monografia dello storico Tim Bale, appena uscita in Gran Bretagna (“The Conservative Party from Thatcher to Cameron”, Polity Press 2010). Un libro che ha il merito di andare sotto la superficie del "personaggio Cameron", e dunque oltre il suo indiscutibile capitale comunicativo, per guardare ai nodi che la sua leadership ha affrontato con gli strumenti di un navigato mestiere politico. Non è vero, infatti, che Cameron sia un novizio della politica. I suoi primi passi nel partito risalgono agli inizi degli anni Novanta, come funzionario del Conservative Research Department e poi come assistente speciale di Norman Lamont: il ministro dell'Economia di Major il cui nome sarà per sempre legato alla catastrofe del "mercoledì nero" del settembre 1992, che vide il crollo della sterlina e la sua fuoriuscita dal sistema monetario europeo.

    L'innovazione fondamentale che Cameron ha introdotto nel partito conservatore è il diverso atteggiamento verso il ciclo di governo neolaburista: dal 2005 ad oggi, come spiega Bale, alla guida dei Tories vi è stato «chi ha compreso come Tony Blair, con il suo mix tra crescita economica e giustizia sociale, fosse riuscito a modificare il terreno sul quale l'opposizione doveva muoversi». Il blairismo come trasformazione strutturale del campo politico britannico, dunque, analogamente a quanto era accaduto vent'anni prima con la rivoluzione thatcheriana. Di qui la decisione di Cameron, come ha scritto Lorenzo Valeri, di scommettere su «quei nove milioni di elettori sotto i trent'anni che sanno poco o niente di Thatcher e Major ma tutto di Blair». Questo ha significato importare nel linguaggio politico conservatore la piena accettazione del National Health Service, il servizio pubblico sanitario, insieme a una nuova sensibilità verso i temi dell'ambiente (la green economy come leva di crescita) e dei diritti civili di nuova generazione (il sostegno alle civil partnerships anche tra persone dello stesso sesso). Così come ha importato una trasformazione radicale dello sguardo tory su immigrazione e multiculturalismo, che fa perno sui valori condivisi per costruire un nuovo amalgama nazionale. Nelle parole di Cameron: «Poche nazioni sono più attrezzate di noi a diventare una società multietnica, perché il nostro essere britannici si è sviluppato sulla nostra capacità di unire le diverse etnie di queste isola in una comune identità civile. La Gran Bretagna non può limitarsi ad essere una comunità di comunità, ma può diventare un luogo dove i nostri valori superiori uniscono individualità diverse e danno un nuovo senso alla nostra cittadinanza».

    Fin qui le operazioni di sdoganamento grazie alle quali, come ha scritto Kieron O'Hara in un ritratto di Cameron (“After Blair. David Cameron and the Conservative Tradition”, Icon Books, 2007), «il partito conservatore ha riconquistato la facoltà di essere ascoltato dalle classi medie» uscendo di fatto dalla nostalgia thatcheriana e assumendo alcuni temi classicamente blairiani come punti condivisi del discorso pubblico. Successivamente alla riconquista di quel centro innovatore che aveva già permesso a Blair di governare tanto a lungo, è poi venuto il recupero dell'elettorato tradizionale conservatore attraverso la denuncia della “broken society”: secondo Cameron la società britannica soffrirebbe di profonde fratture legate «all'erosione della responsabilità individuale che l'iperattivismo statale ha portato tra di noi», come ha dichiarato pochi giorni fa all'Economist. Tradotto in scelte politiche, significa la certezza che un prossimo governo conservatore introdurrà tagli sostanziosi alla spesa pubblica.

    Quel che è assai meno certo è quale potrebbe essere il rapporto tra una Gran Bretagna a guida conservatrice e l'Europa, perché l'antieuropeismo è l'unico tema thatcheriano che non è stato minimamente intaccato dalla leadership di Cameron. Al contrario, dopo aver fatto uscire la delegazione tory al parlamento europeo dal Ppe per aderire a un nuovo gruppo ad alto contenuto di euroscettici, una volta arrivato a Downing Street il leader conservatore si prepara a rinegoziare con Bruxelles i termini della partecipazione alla legislazione europea in tema di occupazione e politiche sociali. Resta da vedere se si tratta solo di un pegno propagandistico o se il tema europeo sarà effettivamente una secca su cui potrebbe arenarsi il nuovo ciclo politico destinato ad aprirsi di qui a poche settimane in Gran Bretagna.

    Cameron e il ritorno al futuro dei Tories - Andrea Romano
    Ultima modifica di Florian; 01-05-10 alle 19:42

  3. #13
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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***

    La destra kennediana

    di Fabio Cavalera

    BigBen, 14 aprile 2010


    Margaret Thatcher conquistò tanti meriti sul campo ma non smise di ammirare quel dittatore, il generale Pinochet architetto del golpe cileno nel 1973, che ebbe occasione anche di elogiare e omaggiare. Altri tempi, altra storia. David Cameron, che da cinque anni ha preso la guida dei conservatori britannici e li vuole riportare al governo, si ispira invece a John Fitzgerald Kennedy. E’ una rivoluzione? Lo è almeno nelle forme.

    I Tory hanno messo in naftalina le durezze della Lady di Ferro e abbracciano il democratico presidente americano alla cui dottrina dicono di ispirarsi. Kennedy è la nuova icona della destra “riformista e radicale” britannica che ha buone probabilità di insediarsi a Downing Street imbracciando la bandiera della devoluzione dei poteri dallo Stato alla “big society, la grande società, dalla burocrazia dell’amministrazione pubblica all’iniziativa dei cittadini.

    E’ proprio l’uomo che si candida alla successione di Gordon Brown, il quarantatreenne David Cameron a riformulare le strategie dei conservatori. Nella centrale termoelettrica in disarmo di Battersea, sul Tamigi, immenso edificio in stile decò pronto per divenire un gioiello urbanistico, scelta non casuale perché l’impianto segnò già nel Novecento un momento importante di innovazione tecnologica e industriale, David Cameron illustra il Manifesto elettorale del suo partito e porta l’affondo con la citazione (“Come un grande presidente americano un volta disse”) della famosa frase usata da Kennedy nel discorso inaugurale del 1961: “Chiedetevi non che cosa il vostro paese può fare per voi, chiedetevi che cosa potete fare per il vostro paese”. Per collocare lo slogan kennediano nel contesto britannico il leader dei Tory aggiunge e rimarca: “Dunque chiedetevi voi che cosa potete fare per il vostro paese, e, sì, per le vostre famiglie, per le vostre comunità”. Il faro ideologico e politico non è la tradizione degli ultimi quarant’anni della destra inglese ma, adesso, è la Costituzione americana: “We, the people”, le parole che aprono il testo di fondazione degli Stati Uniti, “Noi, il popolo”, sono cadenzate, volutamente ricercate e ripetute.

    Non è un caso. I Tory si ripropongono infatti di spostare gli equilibri del potere dal Palazzo alla società, di collocare “la responsabilità al cuore della nostra vita nazionale”. Come? Dando alle famiglie l’opportunità di fondare le scuole, ai dipendenti pubblici (medici, infermieri, insegnanti) di riunirsi in cooperative per gestire gli ospedali, le istituzioni educative, i servizi in generale, agli elettori, sia nelle città sia nelle comunità rurali, di convocare referendum su qualsiasi questione di rilevanza locale purché a richiederlo sia il 5 per cento dei residenti. “Noi vi daremo il potere e voi potrete assumerne il controllo”.

    Il futuro che i conservatori sognano è uno Stato meno invasivo e poco europeista (lieve accenno: “siamo per un’Europa aperta e flessibile”), una società protagonista, attiva e forte. Il presente è però una crisi profonda, un bilancio pubblico che presenta un deficit di 163 milioni di sterline, da qui l’urgenza di tagliare la spesa. Austerità e sacrifici. E allora: congelamento per un anno, nel 2011, degli aumenti salariali nella amministrazione pubblica, età pensionabile alzata a 66 anni dal 2016 per gli uomini e dal 2020 per le donne, blocco dei crediti d’imposta per redditi sopra le 50 mila sterline. Tutto accompagnato da alcuni zuccherini: eliminata la tassa di successione per patrimoni al di sotto del milione di sterline, sforbiciata alla imposizione a carico delle imprese, nessun ridimensionamento del servizio sanitario.

    Meno Thatcher più Kennedy. David Cameron modella una destra “sociale e progressista”, la mobilita per “la più grande chiamata alle armi di un’intera generazione”. Deve guardarsi alle spalle: i vecchi conservatori, che non sono pochi, non hanno cancellato le nostalgie per la Lady di Ferro. E se andrà a Downing Street David Cameron non potrà non tenerne conto.


    La destra kennediana. Dal blog Big Ben di Fabio Cavalera. Corriere Della Sera
    Ultima modifica di Florian; 01-05-10 alle 19:48

  4. #14
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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***




    Bentornata baronessa

    di Fabio Cavalera

    BigBen, 23 aprile 2010


    Una baronessa Thatcher in palla, la mattina del 6 ottobre del 1999, andò al palco del congresso tory che era riunito a Blackpool.

    Ormai ai margini delle attività pubbliche ma ancora influente nel partito, la Lady di Ferro attaccò: “Mi ripetono spesso di stare attenta a ciò che dico ma tutti i nostri problemi sono venuti da lì, dall’Europa”.

    Fantasma ingombrante, questo dell’Europa. Non solo per l’ancora scatenata Lady di Ferro del lontano 1999. Nei 65 anni di storia postbellica, i britannici si sono accapigliati parecchio su quale legame politico costruire con il vecchio continente. Tanto i tory quanto i laburisti, in modo trasversale, hanno litigato e urlato, sono stati o moderatamente a favore oppure ferocemente contrari, poche volte convinti sostenitori della Comunità prima e dell’Unione poi. Era cauto Winston Churchill che però affermava: “Dobbiamo costruire gli Stati Uniti d’Europa”. Era europeista il conservatore Edward Heath (premier negli anni Settanta) che accompagnò Londra dentro il Trattato e fu determinante nel 1975 per il “sì” nel referendum sull’adesione (17,3 milioni di favorevoli e 8,4 milioni di contrari). Era anti Europa il segretario laburista Hugh Gaitskell ma è stato pro Europa Tony Blair e lo è Gordon Brown. Ribaltoni a non finire. Quale sarà l’atteggiamento del futuro inquilino di Downing Street?

    Eccolo il fantasma dell’ Europa che si aggira e divide. Viene dalla comunità degli affari un ammonimento: “Il Regno Unito deve svolgere un ruolo centrale, positivo e non ai margini nella Unione Europea”. Lo scrivono al Financial Times 15 protagonisti del business globale: da sir Branson (presidente di Virgin) a Lord Brittan (vicepresidente di Ubs Investment bank), da Lord Marshall (presidente di Nomura International) ad Anthony Salz (vicepresidente di Rothschilds) e Lord Kerr (vicepresidente di Shell). I laburisti hanno scelto: “Il Regno Unito è più forte nel mondo quando la Ue è forte”. I liberaldemocratici di Nick Clegg sono per “più Europa e meno Stati Uniti”, prospettano una sterlina annullata nell’euro (con referendum popolare). E i Tory?

    Discorso complesso. Si torna alla baronessa e al 6 ottobre 1999. Il pensiero e l’azione di Margaret Thatcher erano sempre stati chiari: ai tempi in cui stava a Downing Street, nel 1986, aveva firmato quel documento, l’Atto Unico, che segnò un passaggio rilevante verso l’integrazione europea, però lo aveva fatto svuotandolo dei contenuti politici, facendo impazzire il francese Jacques Delors, allora presidente della Commissione, rinfacciandogli che “metter soldi nella Comunità Europea è come riempire una vasca da bagno senza tappo”, ricordando a tutte le capitali un concetto semplice: “Noi non cancelliamo le frontiere del Regno Unito per vedere un Superstato europeo esercitare un nuovo dominio da Bruxelles”.

    Margaret Thatcher non era eurofobica ma l’Europa unita non le piaceva per niente. Così, il 6 ottobre del 1999, la baronessa si prese lo sfizio di ricordare al congresso degli amici tory che devolvere i poteri dall’isola al continente era un suicidio nazionale. La sua era una coerente rivincita. E si comprende. Proprio per l’Europa la Lady di ferro, il 28 novembre 1990, era caduta: la congiura di partito che l’aveva detronizzata era scattata formalmente con le dimissioni del suo vice Geoffrey Howe a seguito di un discorso della stessa premier Thatcher contro la moneta unica. La signora non l’aveva di certo dimenticato. E non aveva digerito i commenti del suo successore, il tory John Mayor, il quale aveva bollato gli euroscettici presenti nel governo come “the bastards”, i bastardi. I conservatori erano spaccati sull’Europa e, nel 1999, al congresso la baronessa giocò la carta del suo intatto carisma per instillare l’allergia al “mostro” di Bruxelles.

    Oggi, undici anni dopo Blackpool, Margaret Thatcher, senza muovere un dito, si è riappropriata del partito. Un paradosso: il centrodestra britannico si è modernizzato e trasformato ma sull’Europa guarda all’antico. Allora i conservatori erano incerti, adesso sono una falange compatta in trincea contro il Trattato di Lisbona. E’ l’unica eredità thatcheriana che David Cameron, il leader, si porta dietro. Ma conta e conterà. I Tory scrivono nel programma elettorale: “Negozieremo per riprenderci le chiavi del potere decisionale sui diritti legali, sulla giustizia, sulla legislazione sociale e sul lavoro. La continua e irresponsabile intrusione dell’Unione Europea nella nostra vita si è spinta troppo in là”.

    Il fantasma che difende la sovranità britannica contro la “piovra burocratica” di Bruxelles potrebbe presto bussare alla porta del continente. Dipende da chi vincerà. Ecco perché i governi d’Europa seguono con attenzione la battaglia per Downing Street.

    Bentornata signora Thatcher.


    Big Ben di Fabio Cavalera Corriere Della Sera
    Ultima modifica di Florian; 01-05-10 alle 19:58

  5. #15
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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***

    Vittoria annunciata?

    di Fabio Cavalera

    BigBen, 1 maggio 2010


    E’ stato nelle battute finali dell’ultimo dibattito televisivo, giovedì sera, che Gordon Brown ha lanciato la spugna: “Lo so che se le cose resteranno come sono adesso, fra otto giorni David Cameron, forse con l’appoggio di Nick Clegg, sarà al potere”. Lui, Gordon Brown è un uomo abituato alle grandi battaglie: negli ultimi tre anni anni, quelli della sua leadership laburista, è sopravvissuto a gaffe, a imboscate parlamentari da parte degli stessi amici di partito, a scandali e a tracolli bancari, non si è mai curato di sorridere in pubblico dimenticando che anche la cura dell’immagine vuole la sua parte nella competizione politica e ha dato la sensazione di trovarsi accerchiato, a volte indeciso, a volte arrogante, però ha sempre combattuto come un leone.

    Negli ultimi tempi pareva che fosse riuscito a invertire la tendenza all’autodistruzione e a rianimare i laburisti in rotta. L’operazione è fallita. Lo scatto d’orgoglio è arrivato troppo tardi, a giochi quasi fatti. Ciò che Gordon Brown può adesso realisticamente sperare è di ottenere una percentuale superiore a quella dei liberaldemocratici e confidare che dalle urne esca un parlamento nel quale nessun partito abbia i seggi sufficienti a governare da solo. L’”hung parliament” è l’ultima ciambella di salvataggio dei laburisti perché non escluderebbe l’ipotesi di un’alleanza fra i laburisti e Nick Clegg. Alchimie che nascondono il declino di un governo che, per usare le parole dell’Economist, “è stanco”.

    Ciò che conta è la sostanza politica. E questa, oltre alle difficoltà di Gordon Brown, suggerisce una considerazione, supportata da tutti i sondaggi della vigilia: il voto popolare premierà i conservatori. La stella di David Cameron, che era data per appannata specie dopo l’esplosione della Cleggmania, è tornata a luccicare. Mancando ancora una settimana al voto, nessuno è legittimato a cantare vittoria, gli indecisi sono tuttora parecchi ma l’ex ragazzo snob di Eton e di Oxford ha accumulato un patrimonio importante di credibilità ed è difficile, se non impossibile, che lo sgretoli proprio nella volata conclusiva.

    E’ vero, cammin facendo, nel corso di questi mesi, i tory hanno visto progressivamente erodersi quell’ampio margine di vantaggio che avevano: in ottobre erano 17 punti sopra i laburisti, all’inizio di aprile lo erano di 12, oggi fra i cinque e gli otto punti. In ogni caso sono sempre davanti, continuano a calamitare attenzioni, interesse, curiosità. E non per il glamour e lo stile del loro leader. E’ riduttivo limitare così il fenomeno tory. E’ il contenuto del messaggio che incontra consenso e disponibilità al voto.

    David Cameron ha rotto le resistenze dei nostalgici del thatcherismo, ha disegnato il volto di una destra sempre antieuropeista ma riformista, ha cancellato gli eccessi del liberismo, ha promesso di restituire efficienza al welfare, magari sforbiciandolo e affiancadolo al congelamento degli aumenti retributivi nel settore statale, ma si è impegnato a potenziare il servizio sanitario pubblico. La sua è una scommessa autorevole e piace a livello popolare nonostante prospetti un lungo periodo di austerità. Nessuno dubita che i tory avranno molti voti.

    Il problema di David Cameron, ed è il suo dramma politico, è che, con ogni probabilità, non riuscirà a tradurre la forza reale che ha nel Regno Unito in una solida maggioranza assoluta in parlamento. Questo è il paradosso di un sistema elettorale, l’uninominale secco, che funziona quando ci sono soltanto due grandi partiti a contendersi Downing Street e che entra in crisi quando subentra un terzo, inatteso, protagonista. Ed è quanto avvenuto, con Nick Clegg, in questi ultimi quindici giorni. Nessuno aveva messo in conto un imprevisto del genere. David Cameron, più di Gordon Brown, ne è rimasto stordito al punto di perdere brillantezza e chiarezza. Adesso ha ritrovato la rotta ma il finale rischia di essere diverso da quello che per cinque anni, dal momento in cui assunse la leadership dei conservatori, aveva immaginato. Ha poco meno di una settimana per sfondare e assicurarsi il controllo della Camera dei Comuni, per garantirsi la possibilità di governare senza ricorrere ad appoggi esterni. Difficile ma non impossibile. Una cosa è, però, certa: con David Cameron la destra inglese è cambiata e si è modernizzata. I laburisti non ne sono stati capaci.


    Big Ben di Fabio Cavalera Corriere Della Sera

  6. #16
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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***

    I Conservatori in testa, ma non basta



    L'ultimo sondaggio Icm per il Sunday Telegraph, quando mancano quattro giorni alle politiche in Gran Bretagna, vede i Tories di David Cameron crescere di tre punti al 36%. Il partito laburista del premier uscente Gordon Brown torna al secondo posto, guadagna un punto e sale al 29%. I liberaldemocratici di Nick Clegg, dopo l'entusiasmo dei giorni pasati, scendono di tre punti al 27%, tornando in terza posizione.

    Se queste percentuali dovessero ripetersi gioved prossimo, assegnerebbero 279 seggi ai conservatori, 261 ai laburisti e 78 ai liberaldemocratici. Ai Tories mancherebbero 47 seggi per assicurarsi una maggioranza assoluta in parlamento (hung parliament).

    Il Paese deve affrontare una crisi quasi senza precedenti: un debito pubblico di 170 miliardi di sterline pari all'undici per cento del prodotto interno lordo.

    Londra, 02-05-2010

    Rainews24.it
    Ultima modifica di Florian; 02-05-10 alle 19:41

  7. #17
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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***

    Gb/ Elezioni, lotta casa per casa prima del rush finale


    Tre giorni per cambiare la Gran Bretagna. Lo slogan è di Nick Clegg, candidato liberaldemocratico e terzo incomodo nella corsa a Downing Street. Ma a tre giorni dalle elezioni politiche più equilibrate dal 1992, tutti sanno che le ultime 72 ore saranno decisive per l'esito del voto, e per il futuro del Regno Unito. Per questo "bisogna combattere metro per metro, secondo per secondo" ricorda Gordon Brown, primo ministro laburista uscente.

    Per Clegg, bisogna "andare casa per casa, c'è ancora molto lavoro da fare, tante persone da convincere". Mentre i Tories, in testa ai sondaggi ma timorosi di non ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, vivranno domani sera la loro "notte bianca", con David Cameron che porterà la sua campagna elettorale tra pescatori, panettieri e tutti coloro che lavorano durante le prime ore del giorno.

    Proprio Cameron ha affermato, in un'intervista al quotidiano "The Independent", di essere pronto a rivendicare la vittoria, anche senza la maggioranza in Parlamento, nel caso i laburisti dovessero diventare il terzo partito. Perché il rischio di un governo di minoranza, con un "hung Parliament", è sempre più concreto: gli ultimi sondaggi non si discostano da quelli precedenti, con i conservatori al 33 per cento e laburisti e liberaldemocratici al 28 per cento (sondaggio ICM per il quotidiano "The Guardian").

    Addirittura il 70 per cento degli elettori si dichiara pronto per il cambiamento: per questo, il ritornello "abbiamo bisogno di un governo laburista", ripetuto anche oggi da Brown, sembra il grido disperato di un politico condannato a perdere.

    Gb/ Elezioni, lotta casa per casa prima del rush finale - Esteri - Virgilio Notizie

  8. #18
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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***

    The Surge

    di Simone Bressan

    Freedom Land, May 3rd, 2010





    A tre giorni dal voto i Conservatori di David Cameron avrebbero compiuto un’importante accelerazione nei cosiddetti seggi in bilico (swing seats). In questi collegi chiave, infatti, tra Laburisti e Conservatori lo swing misurato da un sondaggio IPSOS MORI sarebbe del 7% e garantirebbe ai Tories la maggioranza assoluta del Parlamento e la possibilità di formare un governo senza appoggi esterni. Tutto questo, considerando il fatto che i LibDem dovrebbero rubacchiare qualche deputato a Gordon Brown e che quindi la maggioranza potrebbe essere ben maggiore di quella pronosticata da IPSOS (due seggi soltanto). Al di là del dato numerico, però, rimane un fatto abbastanza chiaro: per la prima volta i Conservatori ricominciano a parlare di maggioranza assoluta. E con Nick Clegg in difficoltà e Gordon Brown ormai lesso potrebbe essere lo strappo decisivo.

    UPDATE: Ipsos-Mori ha appena rilasciato un comunicato in cui spiega che – con uno swing del 7% – non ci sarebbe nessuna maggioranza conservatrice. Il tutto sarebbe dovuto all’ottimo risultato dei LibDem in alcuni seggi “likely conservative” che rosicchierebbe qualche collegio ai Tories. Io sono convinto del contrario. Ovvero che i LibDem si sgonfino a tal punto da rubare molto poco ai Conservatori e, contestualmente, i Laburisti rischino veramente un risultato pessimo perdendo moltissimi dei seggi in bilico con i Conservatori.


    Freedomland, il blog di Simone Bressan

  9. #19
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    Cameron vede la vittoria grazie ai collegi di frontiera

    Il Sole 24 Ore, 04 Maggio 2010

    di Leonardo Maisano



    È una corsa all'ultimo voto, quella che Gordon Brown, David Cameron e Nick Clegg stanno facendo in queste ore di rush finale prima delle elezioni di dopodomani in Gran Bretagna. I sondaggi indicano compatti che Londra marcia verso un parlamento "impiccato", ovvero un parlamento senza maggioranza assoluta. I Tory sono considerati, in maniera unanime, come la forza ormai leader nel consenso popolare, ma con circa il 35% dei voti, seguiti a quote oscillanti fra il 28 e il 29% da laburisti e liberaldemocratici. Scenari, quindi, di una Camera dei Comuni senza un chiaro vincitore e in marcia verso un accordo parlamentare o addirittura una coalizione che per gli standard inglesi sarebbe una novità assoluta.
    A mescolare le carte e a spiegare il frenetico spostamento dal nord al sud, dall'est all'ovest del paese a cui si sono sottoposti Brown, Cameron e Clegg è stato il risultato di un sondaggio sugli umori elettorali nei seggi marginali, quelli decisivi. Lo ha realizzato Mori, la storica società di statistica inglese fondata da sir Robert Worcester e ora unita a Ipsos, per conto di Reuters. In 57 collegi elettorali laburisti, ma con un distacco minimo fra i partiti, Mori\Ipsos ha notato uno "swing", ovvero un travaso di voti da Labour ai Tory, di circa il 7% che garantirebbe al partito di Cameron 328 seggi, una maggioranza assoluta di due deputati.
    È la prima volta, dopo mesi, che uno specifico sondaggio suggerisce una possibile vittoria netta dei conservatori anche se con un margine così ridotto, da non consentire, realisticamente un monocolore Tory. Ma la ricerca di Mori conferma, soprattutto, che lo scontro a tre, ormai, si gioca tutto in quei collegi dove lo scarto è ridottissimo, dove Brown, Cameron e Clegg sono davvero a una incollatura l'uno dall'altro.
    In quest'ultimo scorcio elettorale usano, però, linguaggi diversi. Mentre il leader conservatore dichiara di assaporare già la vittoria e lo fa tanto sfacciatamente da irritare parte della popolazione che non apprezza i suoi annunciati piani di governo prima del risultato elettorale, il premier uscente riafferma la sua posizione di sempre: lotterà fino all'ultimo metro per una vittoria sufficientemente solida da consentirgli di governare. Più immaginifico Clegg nei suoi ultimi appelli: «Avete tre giorni per cambiare la Gran Bretagna», va dicendo agli elettori per poi aggiungere: «Il mio limite è il cielo».
    Il limite in realtà è la volontà volubile e un po' confusa di cittadini presi in contropiede dall'improvviso arrivo sulla scena di un terzo concorrente. Questa resta la novità assoluta della campagna elettorale inglese. Un ingresso inatteso e dirompente per la forza che Clegg ha avuto nel rimescolare le carte. E che ha preso di sorpresa, soprattutto, Cameron che da settimane si sentiva predestinato alla vittoria.
    Dopo lo sbandamento creato dall'emersione dei LibDem sulla scena politica, il leader Tory , sembra ora essersi ripreso. È piaciuta la sua performance di ieri a Southwark nel sud di Londra al fianco del sindaco, Boris Johnson, gloria del canottaggio James Cracknell e dell'ex capitano di rugby della Scozia, Gavin Hastings. Un esito in linea con i sondaggi.
    Chi appare sempre più emarginato e forse, drammaticamente, destinato a giungere terzo è Gordon Brown. Il Labour relegato alle spalle dei LibDem sarebbe un esito storico e devastante non solo per il premier, che in uno scenario del genere, probabilmente, si dimetterebbe subito, ma per i destini del partito. Significherebbe, infatti, lo sbarco anche in Gran Bretagna di un sistema multipartitico con una violenza tale da spazzare via i vecchi equilibri instaurando un meccanismo a tre che nessuno sa in realtà né valutare né soprattutto maneggiare.




    Cameron vede la vittoria grazie ai collegi di frontiera - Il Sole 24 ORE

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    Predefinito Rif: *** Aspettando Cameron ***

    Molto positive queste ultime notizie, che alludono ad una sempre più probabile - anche se non scontata - maggioranza assoluta dei seggi per i Conservatori, in grado così di formare un governo senza appoggi esterni o pasticci con altri partiti. Speriamo!

 

 
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