



Sul punto non sono attendibile perchè a Dio o chi per lui (Commissione d'Esami ) piacendo potrei essere avvocato tra qualche meseA me conviene che i processi vadano in prescrizione ( e oggi ci fanno a finire 6 su 10).
Ma non nego che oggi qualcosa non funziona: in linea di massima basta proporre appello o ricorso in cassazione anche per futili motivi per far scattare la prescrizione. Considera che si perde almeno un anno in appello e certamente più di uno in Cassazione, mentre il processo di primo grado è assai più farraginoso.
Mah, preferisco esprimermi dopo gli altri su questo punto, non sarei "imparziale"![]()


Ma parlare di mercato non interessa a nessuno????...............................![]()


Hai ragione, credo che comunque ci si debba dividere un pò il lavoro di stesura del programma così da poter affrontare tutto in poche settimane.
Mi ero assunto l'impegno di buttar giù qualcosa sulla Giustizia da sottoporre agli altri, chi può creare un punto simile sul "Mercato" e sull'Economia ?
Puoi farlo tu Domenico?
Sarebbe forse opportuno nominare dei responsabili per ogni settore del programma, così credo che in una settimana sarà pronto da votare.


posso provare a fare qualcosa che riguarda teoricamente, politicamente e filosoficamente il mercato e l'economia, ma per far qualcosa di pratico dobbiamo capire radical che vuole fare? insomma la sua opinione sul mercato...
dal punto di vista teorico poi non ci vuole tanto, metto insieme quello che ho già pubblicato.


Se si va sul sito dei Radicali italiani e sul loro statuto si può leggere chiaramente:
"Movimento Liberale, Liberista, Libertario".
Dallo Statuto di Radicali Italiani:
Il Partito Radicale è liberista per definizione e per vocazione in materia economica. Penso si possa partire da lì, dato che la nostra è un'associazione radicale ( anzi mi piacerebbe si costituisse ufficialmente in associazione, non costa neanche tanto).Art. 1 - Il Movimento.
"Radicali Italiani, movimento liberale, liberista, libertario, soggetto costituente del Partito Radicale Transnazionale", è un organismo politico costituito dagli iscritti al Movimento




cmq ragazzi ho fatto una bozza molto ''bozza'' di una sorta di manifesto filosofico economico, sono molte pagine invito a leggere però. appena ho tempo svilupperò bene il manifesto ma penso che ci uscirà un libro...
cmq buona lettura:
Bozza di Manifesto Filosofico Economico.
1) Siamo Anarchici? Cosa Siamo?
C’è solo un tipo di anarchico. Non due. Solo uno. Un anarchico, di quell’unico genere, è definito dalla letteratura e dalla lunga tradizione della posizione stessa, ed è un individuo che si oppone all’autorità imposta attraverso il potere gerarchico dello stato L’unico ampliamento a questa definizione che mi sembri ragionevole è dire che un anarchico si sollevi contro ogni autorità imposta. Un anarchico è un volontarista.[/font]
Ora, [FONT='Calibri','sans-serif']oltre a questo, gli anarchici sono persone e, come tali, contengono le mille sfaccettature della personalità umana. Alcuni anarchici marciano, volontariamente, sotto la croce di Cristo. Alcuni si affollano, volontariamente, intorno ad altre figure che amano e che sono fonte di ispirazione. Alcuni vogliono fondare delle cooperative industriali volontarie. Alcuni cercano di stabilire volontariamente la produzione agricola all’interno di kibbutz. Alcuni vogliono, volontariamente, estraniarsi da tutto, compresi tutti i loro rapporti con altre persone; gli eremiti. Alcuni anarchici hanno deciso volontariamente, di accettare solo oro come pagamento, di non coopererare mai. Alcuni anarchici, volontariamente, adorano il sole e la sua energia, costruiscono cupole, mangiano solo vegetali e suonano il salterio. Alcuni anarchici adorano il potere degli algoritmi, giocano a giochi strani e si infiltrano in strani templi. Alcuni anarchici vedono solo le stelle. Alcuni anarchici vedono solo il fango.
[FONT='Calibri','sans-serif']Spuntano da un solo seme,[/font] non importa come fioriscano le loro idee. [FONT='Calibri','sans-serif']Il seme è la libertà. E questo è tutto. Non è un seme socialista. Non è un seme capitalista. [/font]Non è un seme mistico. Non è un seme determinista. E’ semplicemente una dichiarazione. Noi possiamo essere liberi. Quello che viene dopo sono tutte scelte e probabilità.
[FONT='Calibri','sans-serif']L’anarchia, la libertà, non ci dice come le persone libere si comporteranno o in quali modi si organizzeranno. Ci dice semplicemente che le persone hanno la capacità di organizzarsi.[/font][/font]
L’anarchismo non è normativo. Non dice come essere liberi. Dice solo che la assenza di imposizioni, la libertà, può esistere.
Recentemente, in un giornale libertario, ho letto l’affermazione per cui il libertarismo sia un movimento ideologico. Può ben esserlo. In un contesto di libertà loro, tu, o noi, ognuno, ha la libertà di sostenere l’ideologia o qualsiasi altra cosa che non costringa altri a privarsi della loro libertà. [FONT='Calibri','sans-serif']Ma l’anarchismo non è un movimento ideologico. E’ una dichiarazione ideologica. Sostiene che tutti gli individui abbiano la capacità di essere liberi. Dice che tutti gli anarchici vogliono la libertà. Poi tace. Dopo questa pausa di silenzio, gli anarchici aggiungono la storia dei loro gruppi e proclamano come loro, non come anarchiche, le ideologie. Loro sanno come sarà, in quanto anarchici, sanno come ci si organizzerà, descrivono eventi, celebrano la vita e il lavoro futuri.
[FONT='Calibri','sans-serif']L’anarchismo è l’idea-martello che spezza le catene.[/font] La libertà è il risultato e, in libertà, tutto è fine alle persone e alle loro ideologie. [FONT='Calibri','sans-serif']Non è fine All' ideologia.[/font] L’anarchismo dice, in effetti, che non c’è una ideologia superiore o dominante. Sostiene che le persone che vivono nella libertà creino le loro storie e i loro stipulino accordi con e all’interno di essa.
[/font]
2)Contro lo Stato e lo Statalismo
Che cosa distingue gli editti dello stato dalle imposizioni di una banda criminale? PerLysander Spooner, non era assolutamente difficile trovare una risposta a tale quesito. E' vero che, secondo la teoria della nostra Costituzione, tutte le tasse vengono pagate volontariamente; che il nostro governo è una compagnia mutualistica che divide i propri utili con gli assicurati e alla quale tutti aderiscono volontariamente...
Questa teoria, tuttavia, non corrisponde affatto a ciò che avviene nella pratica. Nella pratica il governo, come un bandito di strada, intima all'individuo: «o la borsa o la vita». E molte, se non addirittura tutte le tasse vengono pagate dietro questa minaccia.
Il governo certamente non tende un agguato all'individuo in un posto poco frequentato, non lo aggredisce all'improvviso alle spalle, non gli punta una pistola alla tempia per poi svuotargli le tasche. Ma la rapina che compie è comunque una rapina, ed anzi è ben più vile e vergognosa.
Il bandito di strada assume su di sé la piena responsabilità, il pericolo e la criminosità del proprio atto. Non fa finta di avere diritto al denaro della sua vittima, né fa intendere di voler usare il denaro a beneficio del rapinato. Non pretende di essere altro che un bandito. Non ha ancora imparato a essere così impudente da sostenere che in realtà è semplicemente un "protettore", e che sottrae denaro agli altri contro il loro volere solo perché questo gli permette di "proteggere" quei viaggiatori presuntuosi che pensano di sapersi proteggere da soli, o quelli che non apprezzano il suo singolare sistema di protezione. E' un uomo troppo sensibile per fare simili affermazioni. Inoltre, una volta che ha sottratto il denaro, egli poi va via, cosa che la persona rapinata sicuramente apprezza. Egli non continua a pedinare la vittima, contro la sua volontà; non pretende di essere il suo legittimo "sovrano" solo perché le ha offerto "protezione". Non continua a "proteggere" l'individuo, e non pretende di comandarlo o di essere servito e riverito da costui, chiedendogli di fare una cosa e impedendogli di farne un'altra. Non continua a rubargli denaro ogni qualvolta ne abbia piacere o necessità; non lo taccia da ribelle, traditore e nemico della patria, e non lo fucila senza pietà se mette in dubbio la sua autorità o se oppone resistenza alle sue richieste. E' troppo gentiluomo per macchiarsi di finzioni, insulti e scelleratezze simili. In poche parole, egli, dopo aver rapinato un individuo, non tenta anche di renderlo il suo zimbello o il suo schiavo.
3)Perché siamo Anticomunisti?
“Il comunismo persegue un’ideale di uguaglianza, in cui ciascuno è uguale; il capitalismo cerca di mantenere e accrescere la diversità, in special modo fra chi produce e chi guadagna”. Mi sembra un ottimo slogan a favore del capitalismo. Primo, perché la concezione del “ciascuno fa quel che può, ma prende all he can eat” è utopistica anziché no. Secondo, perché, essendo gli uomini tutti diversi, e in ciò risiede la ricchezza dell’umanità e il motivo di tutti i suoi progressi (che, lo abbiamo detto, derivano dal confronto), non si avrebbe altro che una sterile staticità e una uniformazione ottenuta tramite il soffocamento e la mortificazione delle caratteristiche individuali.
4) Mercato
-Perché Capitalisti Anticapitalisti?
[FONT='Calibri','sans-serif']Il capitalismo è la massima espressione dell’anarchia, e l’anarchia è la massima espressione del capitalismo (Murray Rothbard.)[/font]
Potrebbe sembrare assurdo a chi è abituato ad associare il capitalismo all’oppressione e al sopruso parlare di anarchia capitalista; eppure il mercato è quanto di più vicino all’anarchia si sia mai riscontrato nell’agire umano. Nel mercato, ogni transazione è volontaria, ogni commerciante trae beneficio dagli affari conclusi (per definizione; se così non fosse, non concluderebbe l’affare), ogni contraente aderisce volontariamente alle condizioni presentategli nel contratto.
L’anarco-capitalismo, o anarchia di mercato, è una filosofia che nasce negli anni ’70 in America[FONT='Calibri','sans-serif']negli scritti dell’economista Murray Newton Rothbard, ma che traccia le sue origini nel liberalismo classico (Locke, J.S. Mill), nell’anarco-individualismo (Stirner, Tucker, Spooner) e nella scuola economica austriaca (Menger, Hayek, Mises).[/font]In sostanza, essa si basa su due principi: che ogni individuo abbia pieno diritto alla proprietà su sè stesso e sul prodotto del proprio lavoro; e che di conseguenza ogni organizzazione statale sia illegittima. Lo Stato infatti assume il monopolio della violenza e della forza in un determinato territorio, senza che gli individui che vivono nel territorio suddetto abbiano volontariamente ceduto allo stesso l’autorità su di loro.
[FONT='Calibri','sans-serif']Nessuno ha mai firmato alcun contratto sociale. L’assunto fondamentale della teoria anarco-capitalista è che, lasciati a sè stessi, gli individui, per via della struttura stessa degli incentivi in una società libera, raggiungerebbero un livello di prosperità assai superiore a quello che è attualmente permesso dal sistema degli Stati-Nazione.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']-Perché Anticapitalisti?[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Io considero me stesso anti-capitalista ma orientato verso il libero mercato.[/font]
di Brad Spangler
Definirsi un “anarco-capitalista”, ma con ciò non schierarsi in favore di ciò che i socialisti libertari chiamano “capitalismo” nel senso di un sistema di oppressione. Se ciò suona incoerente, dobbiamo comparare alcune definizioni e iniziare un discorso più lungo.
Riguardo la proprietà, come Proudhon, distinguere tra proprietà nel senso di un ingiusto stato privilegiato e proprietà nel senso del verificarsi di un fenomeno etico sostenuto da un ampio consenso. La proprietà acquisita attraverso la produzione o il commercio sarebbe difendibile grosso modo come si potrebbe difendere il “possesso” in un sistema di proprietà usufrutto. Questa teoria della proprietà, riferita alla “proprietà privata”, attualmente fornisce le basi per una rivoluzionaria redistribuzione della proprietà, da una plutocrazia alleata con lo stato, ai lavoratori.
Con particolare attenzione ai conflitti dovuti alle rivendicazioni tra proprietari e lavoratori, [FONT='Calibri','sans-serif']il processo di rivoluzione come l’allacciamento tra un sistema di leggi non statale e la sicurezza. La natura di questa legge tenderebbe [FONT='Calibri','sans-serif']in favore di una redistribuzione selettiva della proprietà dai plutocrati alleati dello stato ai lavoratori, perciò la redistribuzione diverrebbe una affermazione dei diritti di proprietà piuttosto che una loro negazione.[/font] D’altra parte, solo perché qualcuno è ricco non vorrebbe dire che è giusto togliergli i suoi beni. [FONT='Calibri','sans-serif']Piuttosto che giudicare la salute di una persona dalla quantità di beni in suo possesso, la sua proprietà sarebbe valutata metodologicamente [/font][/font][FONT='Calibri','sans-serif'](p. e. “Come l’hai acquisita?”)[/font][FONT='Calibri','sans-serif'] con i privilegi garantiti dallo stato valutati come mezzi criminali di acquisizione, vanificando così il titolo di proprietà garantito dallo stato.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']-Un analisi construttivistica [/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Ideologia e mercato. Un'analisi costruttivistica.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']di Luigi Corvaglia[/font]
Quando io uso una parola, - disse Humpty Dunty in tono d'alterigia, - [FONT='Calibri','sans-serif']essa significa ciò che appunto voglio che significhi: né più né meno.[/font]
- Il problema è, - disse Alice, - se voi potete dare alle parole tanti diversi significati.
- [FONT='Calibri','sans-serif']il problema è, - disse Humpty Dunty, - chi è il padrone....[/font]
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio
Alle parole, al contrario che ai numeri, possiamo dare il senso che vogliamo. Non è necessario frequentare persone che hanno avuto la sventura di essere definite psicotiche per rendersene conto. Si pensi all’etichetta “guerra preventiva”. Una delle migliori strategie di riprogrammazione e riforma del pensiero (in slang americano, mindfucking) utilizzata da chi voglia far persuasione coercitiva è proprio la ridefinizione del linguaggio. Tale ridefinizione, come superbamente messo in rilievo da Orwell, è un modo di ridefinire la realtà stessa. In 1984, in un totalitarismo in cui è contemplato lo “psicoreato”, gli inventori della “neolingua” mirano a “semplificare al massimo le possibilità di pensiero”. Esistono sicuramente forme “benigne” di inganno linguistico. La Groenlandia, “terra verde”, è una distesa di ghiacci, l’Oceano Pacifico è decisamente poco pacifico, il Capo di Buona Speranza è un posto che lascia invero poche speranze al navigatore. Qui il ribaltamento ha connotati, se vogliamo, chiaramente - e pertanto venialmente – truffaldini.
La benignità è nel fatto che basta sottoporre a verifica la nostra aspettativa di trovarci in una terra verde, in un mare placido o in una rilassante regata lungo costa con l’esperienza sul campo per invalidare l’idea precedente. Se sopravviviamo, sulla nostra mappa ci è facile annotare che il Capo di Buona Speranza è un posto consigliabile solo ai nemici. E’ ciò che Popper definiva “falsificabilità”. La nostra conoscenza procede appunto in questo modo. Procede aggiornando di continuo le nostre “mappe” grazie alle invalidazioni. Ne deriva che il vero motore della conoscenza è l’errore. E’ l’errore che ci informa sulla non validità della nostra “mappa cognitiva” e ci impone di rivederla. Detta diversamente, cioè con un personaggio de Il nome della rosa di U. Eco, “il dubbio è il nemico di ogni fede”, pertanto è il dubbio, non la certezza, la spinta di ogni ricerca, di ogni indagine. L’importante, quindi, è che le idee siano almeno in potenza invalidabili, cioè falsificabili. Altrimenti la cosa diventa maligna e, in taluni casi, porta a vere metastasi cognitive. E’ il caso delle fedi religiose e politiche. Incluso l’anarchismo.
[FONT='Calibri','sans-serif']Ossimori falsi e ossimori veri[/font][FONT='Calibri','sans-serif']Kevin Carson, individualista americano, definisce la propria visione politica, cioè una sorta di mutualismo di stampo proudhoniano, “libero mercato anti-capitalista”.[/font] A prima vista, soprattutto [FONT='Calibri','sans-serif']ad un europeo intriso di marxismo, la definizione può apparire un ossimoro. Come dire “Capo di Buona Speranza Negativa”. [/font][FONT='Calibri','sans-serif']E invece no. Perché si abbia ossimoro è necessario che le due parti della definizione configgano in termini concettuali. Cosa che si pone solo se ai termini “libero mercato” e “capitalismo” diamo delle connotazioni e non se ne diamo altre[/font][FONT='Calibri','sans-serif']. [/font]Lo abbiamo detto, alle parole, come Humpty Dunty, possiamo dare il significato che vogliamo. Il problema qui, però, è che a inchiodare indelebilmente le etichette sui legni dove sono crocifissi i concetti è il martello delle ideologie. E[FONT='Calibri','sans-serif'] le ideologie non sono propense a modificarsi neanche in base alle evidenze che potrebbero invalidarle. Le ideologie sono certe, non si discutono, non ammettono dubbi. Cioè, sulla scorta di quanto detto, non ammettono la crescita della conoscenza.[/font]
Galileo sapeva di poter dimostrare quanto diceva, se solo i preti avessero voluto guardare nel suo cannocchiale. Ma non vollero. Così, [FONT='Calibri','sans-serif']secondo una preponderante massa di critici del sistema economico vigente, libero mercato e capitalismo sarebbero pressoché sinonimi. Il motivo è che l’uno e l’altro vedono la proprietà privata – cioè il “furto” proudhoniano, l’ “appropriazione originaria” di Rousseau – quale base di effettualizzazione.[FONT='Calibri','sans-serif'] Se si rigetta la proprietà - brutta, sporca, cattiva -, da rifiutarsi sono anche le sue conseguenze.[/font] [/font][FONT='Calibri','sans-serif']Pensare ad un mercato anticapitalista è, dunque, uno “psicoreato”. Di cui, probabilmente, si è macchiato perfino Proudhon, che dello scambio fu un apologeta. Secondo, invece, i partigiani del liberismo duro e puro, dirsi anti-capitalisti ed essere collettivisti è tutt’uno. Pertanto, persone come Carson – o lo scrivente – sono da contemplare nell’elenco dei parassiti per motivi di attitudine e di dignità.[/font]Esistono molti argomenti logici atti a smontare queste semplicistiche concezioni, se gli interlocutori sono disposti ad accrescere la loro conoscenza, a migliorare la propria mappa cognitiva. Ma, in genere, questi signori, mai sfiorati dall’ombra del dubbio, si palesano quali varie incarnazioni dei preti che rifiutarono di guardare nel cannocchiale di Galileo. Se ci guardassero vedrebbero che [FONT='Calibri','sans-serif']l’etichetta “libero mercato” descrive la concezione di autopoiesi, libero confronto e sperimentazione, sociale ed economica, che è cara ai libertari di ogni “obbedienza”. [FONT='Calibri','sans-serif']Il capitalismo, di contro, è termine storico che designa lo strutturarsi di un sistema sclerotizzato di sfruttamento grazie all’intervento statale nell’economia, cioè, non più come sistema autopoietico e cibernetico. In definitiva, il capitalismo è esattamente l’opposto del libero mercato.[/font] Lo diceva Korzbinsky in un abusato aforisma: la mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata. Sono i concetti vivi che scalciano una volta imbrigliati nelle etichette morte.
Un esempio storico renderà più chiara la distinzione.
[FONT='Calibri','sans-serif']Ode alla Grecia ( la storiella mi assolverà)[/font][/font]
Con la rivoluzione del 1821 la Grecia si liberò della dominazione turca che si protraeva da circa quattro secoli. Estremamente interessante leggere una descrizione di quanto avvenne nella fase di "vuoto di potere" succedutosi alla cacciata degli ottomani. La gestione del territorio, infatti, fino ad allora in mano ai rappresentanti del potere ottomano, una volta cacciate le nobili famiglie turche che detenevano le terre presso le quali gli autoctoni lavoravano in condizioni di semi schiavitù, erano diventate res nullius.
Se in Oklahoma [FONT='Calibri','sans-serif']furono organizzate delle competizioni per accaparrarsi la terra durante la corsa all'Ovest, in Grecia, nella provincia dell'Elide, il problema della distribuzione della terra fu risolto dividendola in lotti, ad opera degli stessi abitanti, e, come procedura per l'assegnazione, si organizzarono delle corse con i cavalli.[/font]La cosa funzionava così: ogni famiglia esprimeva un cavaliere, e terminata la gara, il vincitore avrebbe scelto la porzione a lui più congeniale. Il secondo classificato sceglieva un altro lotto, e così via, fino che tutte le terre coltivabili non fossero state divise.
Le vedove e gli orfani, affinché anch'essi potessero avere una fonte di sostentamento, non dovevano attendere la fine della gara, in quanto le comunità avevano stabilito quali terre assegnargli in precedenza.
In questo modo, cioè in modo autopoietico, senza intervento esogeno e senza particolari frizioni, la vita prese un suo stabile ritmo, e i braccianti, per la prima volta dopo secoli, divennero “proprietari” delle terre che coltivavano. Il surplus di produzione che in pochi anni fu realizzato grazie alla fertilità della terra rese possibile l’inizio degli scambi con altre regioni e paesi stranieri. La vita procedeva tranquilla. L’amministrazione delle comunità affidata alle riunioni di rappresentanti non professionisti (capifamiglia, anziani, ecc.) e, cosa che dispiacerà ai fans di Hobbes, pur in totale assenza di polizia, gli atti di reciproca aggressività assolutamente limitati. Ma il giorno arrivò. il governò centrale di Atene finalmente si diede una struttura, emanò le prime leggi, e formò un esercito nazionale. il potere, in altri termini, si coagulò nella forma della dominazione. “Stato” è il termine che indica "chi ha il monopolio della forza su un dato territorio". La definizione è di Walter Benjamin. Una delle prime leggi emanate riguardava la nazionalizzazione delle terre. Procedura molto democratica. Infatti, durante la gloriosa guerra di Spagna, anche gli anarchici parteciparono al governo che emanò il decreto di collettivizzazione operaio del governo autonomo di Catalogna. “In nome del popolo greco”, tutte le terre divenivano proprietà dello stato.
Il primo compito dell'esercito ellenico neoformatosi fu di espropriare con la forza le terre ai contadini che nel frattempo le avevano lavorate. In nome del popolo, ovviamente.
Quelle stesse terre, poi, furono rivendute dal governo, e finirono in gran parte in mano ai grandi latifondisti dei quali il governo stesso era espressione ed emanazione. Qualche contadino riuscì a ricomprarsi la propria terra, ma le tasse che nel frattempo il governo aveva imposto rendevano impossibile trarre guadagno dalla coltivazione diretta di piccole proprietà. Per tale motivo, questi dovettero subito rivendersele per ritornare a fare i braccianti. Ma ora i padroni non parlavano più turco, parlavano greco. Su queste basi è nato il moderno stato greco, liberale, democratico e capitalista (fino alla parentesi del regime militare).
Questa storia greca ha, come le favole del conterraneo Esopo, una morale? Si. Questa storia istruisce. Non ci insegna certo che sia da ricercarsi l’arcadia agricolo-pastorale, la “buona selvatichezza” rousseauiana o simili romanticismi da salotto radical-chic. E’, infatti, una storia che riguarda una organizzazione sociale che è più "comunità" che "società", nel senso di Tonnies, con tutti i difetti connessi a ciò. Però, le vicende dell’anarchia greca offrono numerosi spunti di riflessione. Ad esempio, sembra che l' "ontogenesi" dello stato greco ricapitoli, per così dire, la "filogenesi" della statualità storica. In altri termini, rappresenti la replica a uso e consumo dei moderni dell'opera di conquista del territorio che generò il leviatano. Non già, quindi, di quella evoluzione darwiniana dalla selvaggia orda primordiale allo stato perfettamente evoluto a seguito di un' improbabile accordo universale; cioè quella cosa che Rothbard definì ironicamente "l' immacolata concezione dello stato". Ciò che, però, più conta ai fini del nostro discorso è che la divisione dei “mezzi di produzione” e delle ricchezze non avveniva mediante atti violenti (i "mezzi politici" di cui parla Hoppenheimer), ma in base ad un comune accordo (i "mezzi economici") che, senza pudori, si può definire mercato, ma che si ha estrema difficoltà a definire capitalismo. Non nel senso “volgare” del termine.
Con ciò, ribadiamo, non si vuol affatto dire che sia auspicabile un ritorno a forme sociali più semplificate e, quindi a sistemi di scambio meno soggetti allo “sfruttamento capitalistico”. No, le preferenze sono individuali e la società non fa che organizzarsi sulla base di queste. Solo il moralismo che contraddistingue chi è uso rifiutare di guardare nei cannocchiali può ardire di porsi a missionario che annunci questo o quel rigore. Di questa schiera fanno spesso parte gli anarchici classici, di tradizione socialista, i quali, invece, spacciano per alternative alle logiche di mercato situazioni di mercato primitive, compra-vendita equa e solidale, autoproduzioni. Queste, in realtà, sono piena espressione del libero scambio, cioè di un sistema basato su incentivi individuali, non certo su moralità esogene impostegli. Si tratta di mercati, solo più piccoli e meno redditizi. Minor godimento, si deduce, minor peccato. Una comune in cui viga la gratuità rientra perfettamente nella logica di un “mercato” similmente inteso.
No, con questo discorso si vuole portare l’attenzione soprattutto sull’altro polo della questione, quello statale, cioè sul fatto che il primo gesto che lo stato appena formatosi ha compiuto è stato togliere le terre ai contadini che le coltivavano e il concederle ai ricchi protettori latifondisti, che con i loro mezzi avevano permesso la formazione della elite governativa. E le tasse, imposte dal governo centrale per il proprio mantenimento, hanno fatto in modo che non risultasse più vantaggioso per i piccoli proprietari il mantenimento dei loro limitati possedimenti. Ciò ha posto le basi per un’economia, quella che ha prodotto Onassis, che, per quanto più “arretrata” rispetto alla gran parte di quella dell’Occidente residuo, può dirsi di tipo capitalistico, per quanto si abbia difficoltà a definire “di libero mercato”. Messa così, si badi, sono anti-capitalisti anche i cosiddetti anarco-capitalisti. Insomma, [FONT='Calibri','sans-serif']il dato storico ricalca perfettamente il noto criterio che David Friedman utilizza per descrivere cosa è mercato e cosa no. E’ mercato qualunque situazione in cui le risorse vengono utilizzate in base a regole condivise – qualunque regola, inclusa la corsa coi cavalli – ed è non-mercato ogni situazione in cui il problema venga risolto con la forza. Quest’ultimo, dice Friedman, è talmente poco conveniente che “viene utilizzato solo da bambini piccoli e grandi nazioni”. Appunto.
La questione sulla quale questa storia ci invita a riflettere, in definitiva, è: favorisce di più il privilegio e l'accumulazione illegittima la libera contrattazione - da sempre accusata di essere il terreno di coltura del "capitalismo da rapina" - o la regolazione dell'economia sotto la tutela di organizzazioni sovrapersonali – sia uno stato (liberal-democratico a proprietà privata diffusa o socialista a “capitalismo di stato”), sia perfino un governo su modello del "Comitato delle Milizie" spagnolo -, teorico garante dei "diritti" di tutti i "cittadini"? Ognuno è libero, ovviamente, di pensarla come vuole, ma chi ritiene che la prima condizione sia auspicabile e la seconda deleteria persegue un “libero mercato anti-capitalista”. Grazie di aver guardato nel cannocchiale.
[FONT='Calibri','sans-serif']Conclusioni: la realtà non è vera[/font][/font]
"Abbiamo una regola. Marmellata domani e marmellata ieri, ma mai marmellata oggi." "Ma qualche volta ci deve essere il giorno della ‘marmellata oggi’," obiettò Alice. "No, no, impossibile," disse la Regina. "La marmellata è prevista a giorni alterni e oggi, sai, non è affatto giorno alterno, lo vedi da te."
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie
Alice al tè dei matti dice “è certamente la mia lingua ma io non la capisco”. Difatti, una povera organizzazione psichica, oltre a rendere le etichette, i “significanti”, di scarsa utilità nel definire i significati, comporta anche che la logica si sviluppi sulla base di sillogismi che hanno come premesse e come conclusioni sentenze discutibili. Sentenze espresse sulla base di “costrutti” poveri, direbbe George Kelly, fondatore del “costruttivismo cognitivo”. E sentenze povere generano mindfucking. Self-mindfucking. Come già detto, ci aveva avvertiti Korzbinsky. Ce lo ha poi ricordato Gregory Bateson. La mappa non è il territorio. Ogni essere vivente, nel conoscere la realtà, la costruisce. Naviganti nel mare magnum, viandanti nel paese delle meraviglie, noi tracciamo mappe col solo fine di costruirci uno spazio per orientarci e prevedere gli eventi. Non esistono mappe più vere di altre. Esistono però mappe migliori di altre. Esistono mappe più articolate, più ricche, che reggono meglio alle invalidazioni e riescono ad avere maggiore capacità predittiva. Che, continuando la metafora, non ci fanno perdere con troppa facilità. Ora,[FONT='Calibri','sans-serif'] i costrutti sono binari. Bello e brutto, capitalismo e socialismo, libero mercato e pianificazione, individualismo-socialismo, razionalità e trascendenza, ecc. Un sistema di costrutti semplice avrà dei problemi davanti alle invalidazioni. Per un tizio convinto dell’esistenza del plusvalore, l’idea che sia più “socialista” il mercato dello stato è cognizione che si vorrebbe non incontrare, soprattutto se la struttura è semplicemente “comunismo-capitalismo”. Se cade l’una non rimane che l’altra. Come Bandler & Grinder dicono di chi si trova in queste impasse, “la difficoltà non sta nel fatto che essi effettuano la scelta sbagliata, ma che non hanno abbastanza scelte: non hanno un'immagine del mondo messa a fuoco con ricchezza". [FONT='Calibri','sans-serif']Gli Innuit (eschimesi) dispongono di circa duecento parole per definire la neve nelle sue diverse manifestazioni, le quali sfuggono a chi non ha tale elemento quale unico ambiente.[/font] La mappa dell’innuit non è più vera, è più adatta a orientarsi nel suo ambiente. [FONT='Calibri','sans-serif']Edward Konkin III, conosciuto per essere il fondatore della corrente anarchica nota come “agorismo”, descrive tre tipi di imprenditore: 1: l’imprenditore (buono), che corre rischi, innova, è vera forza produttrice e progressista; 2) il capitalista non statalista (neutrale), relativamente poco innovatore; 3) il capitalista statalista (cattivo) definito “il più grande male del regno politico”. Non siamo molto distanti dal pensiero del “socialista” Carson. Bene, quella di Konkin non sarà la ricchezza del dizionario Innuit alla voce neve, ma è già ben più del costrutto elementare di capitalista - sempre cattivo “a sinistra” e sempre buono “a destra” - generalmente utilizzato. La semplificazione del pensiero, si ricordi, era il fine della neolingua orwelliana.[/font][/font]
Preservare costrutti inadeguati è possibile tramite l’elusione (“non ci guardo nel cannocchiale”), l’immunizzazione (“sarà una deformazione della lente”) e l’ostilità (“Il cannocchiale te lo do in testa”). Crescere in complessità, invece, prevede la disponibilità all’esplorazione, la tendenza a mettere a rischio i proprio costrutti, invalidarli, creandone di nuovi più articolati, più comprensivi, più fini, che rendano le successive invalidazioni più rare e meno traumatiche. Significa, insomma, creare incessantemente sé stessi ed il mondo anche a costo di dolorosi riaggiustamenti (gli “accomodamenti” di Piaget). Non è facile, certo, ma è il minimo che si possa chiedere a chi si definisca “libertario”. Altrimenti, diceva Korbinzsky - [FONT='Calibri','sans-serif']“Ci sono due modi di attraversare facilmente la vita: credere ad ogni cosa o dubitare di ogni cosa. Entrambi ci salvano dal pensare.”[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']-Perché l’Anarchia è di Mercato?[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Di Pietro Adamo[/font]
Se si parla in pubblico di "civiltà" o ethos liberale si può essere certi di evocare una precisa serie di immagini: il neoliberismo rampante, le imprese del duo Reagan/Thatcher, i licenziamenti di massa nelle industrie del Nord del mondo, i bambini dell’estremo Oriente intenti a cucire Nikes per un tozzo di pane, e così via. Ma dal mio punto di vista il termine ha tutt’altra accezione. [FONT='Calibri','sans-serif']Per "ethos liberale" io intendo la lotta condotta nel corso dell’età moderna e contemporanea contro le nozioni di assolutismo, autocrazia, gerarchia, privilegio, in nome degli ideali collegati alla libertà individuale e ai diritti umani. Certo, si è trattato di uno sforzo prodotto in buona parte da quei ceti e quei gruppi sociali che lottavano per la propria autoaffermazione, ma interpretare in un ristretto senso classista il fenomeno significherebbe trascurarne proprio l’istanza centrale, la ricerca della liberazione individuale e collettiva. Nel travaglio della modernizzazione i gruppi subalterni si sono spesso impadroniti delle parole d’ordine delle libertà "liberali", riplasmandole secondo fini ed esigenze proprie. In molti momenti (rivoluzionari o meno) si colgono slittamenti di discorso che puntano ad ampliare la sfera delle libertà, universalizzandone i fondamenti ispiratori e applicandoli a ogni ambito dell’azione umana. [FONT='Calibri','sans-serif']E protagonisti di questo "slittamento" sono spesso uomini e donne appartenenti ai ceti più infimi, che rivendicano non solo la libertà di religione o di stampa, ma quella di associazione, quella sessuale, quella economica, sino a postulare un generale ridisegnamento della società sulla base del principio della libera sperimentazione.[/font][/font]
Di questo ethos è figlio l’anarchismo. Anzi, per certi versi, solo l’anarchismo ha dato dignità sistematica di pensiero a queste tendenze della civiltà liberale. E se il liberalismo è divenuto, nel corso dei secoli, essenzialmente una giustificazione dello status quo, ciò non ne pregiudica affatto le potenzialità rivoluzionarie. [FONT='Calibri','sans-serif']"Nell’epoca eroica della filosofia liberale, che si estese gradualmente sulla religione, la scienza, l’economia e la politica, dal Cinquecento al Settecento, i liberali stavano dicendo più o meno ciò che dico io", ha ammesso Paul Goodman, lamentando la successiva "catastrofe" della tradizione: "Ed è per questo", ha concluso, "che oggi, dopo l’Ottocento, alcuni di noi liberali hanno scelto di definirsi anarchici".[/font]
Entro questo ethos [FONT='Calibri','sans-serif']troviamo però sia il mercato sia la proprietà privata. Ora, per capire come questi due "orrori" siano non solo integrabili in una società libertaria, ma non possano non costituirne parte essenziale, [/font][FONT='Calibri','sans-serif']è necessario a mio parere uno sguardo all’esperienza del Novecento che non si fermi agli effetti pratici recenti del neoliberismo. [/font]
Il fenomeno del totalitarismo, sia nei suoi aspetti di determinazione della vita quotidiana, come nei casi classici del fascismo e del comunismo, sia in quella tendenza all’irregimentazione culturale del dissenso che abbiamo imparato a distinguere nel concreto funzionamento delle società occidentali del tardo ventesimo secolo, ci ha insegnato alcune lezioni cui non possiamo rinunciare, ovvero che [FONT='Calibri','sans-serif']in un qualsiasi sistema sociale la misura della libertà è proporzionale alla facoltà di scelta, e che l’accentramento delle funzioni economiche e politiche restringe necessariamente questa misura. [/font]
Il processo opposto, che incarna al meglio il progetto libertario, è costruito sulla tesi di un generale decentramento di queste stesse opzioni. Ma, [FONT='Calibri','sans-serif']se non si ipotizza una qualche forma di unità centrale che pianifichi e disponga dell’allocazione delle risorse, cosa che probabilmente riprodurrebbe la logica totalitaria, non ci resta che - se sposiamo sino in fondo le implicazioni del principio della libera sperimentazione - affidarci al libero e spontaneo gioco delle interazioni tra comunità e comunità e tra individuo e individuo. Io chiamo "mercato" il quadro entro cui si situa questa rete di rapporti, un quadro che a mio parere dovrebbe essere caratterizzato dalla più o meno intuitiva correlazione tra domanda/offerta e libero adattamento delle risorse umane.[/font]
La differenza tra il "libero mercato" capitalistico del tardo ventesimo secolo e questa ipotetica "società di mercato" libertaria sta proprio nella cornice di sfondo: laddove il "mercato" berlusconiano è concepito, un po’ religiosamente, all’interno di una fede assoluta nelle sue capacità di autoregolarsi per vie esclusivamente economiche (intese nel ristretto senso di "finanziarie"), il "mercato" libertario dovrebbe essere inteso come uno dei prodotti di una logica e di un immaginario sganciati dal nesso economia/dominio, ovvero come il risultato di un libero gioco nel quale entrino anche considerazioni culturali e sociali, che potrebbero prendere l’aspetto di decisioni individuali e di decisioni collettive, comunitarie e transcomunitarie. Sia ben chiaro: non sto dicendo che alla comunità (qualsiasi forma essa assuma nel concreto) spetti il controllo della vita economica, ma che la comunità e l’individuo dovrebbero essere in grado di partecipare al complesso delle interazioni socioeconomiche ciascuno apportando i suoi specifici valori, etici, sessuali, religiosi o altro, in un "libero gioco" che presupponga la costante ricerca di un punto di equilibrio, raggiungibile però solo in via(consapevolmente) provvisoria.
[FONT='Calibri','sans-serif']All’interno di questo "mercato" libertario, la proprietà assume a mio parere una funzione importante.[/font]
Troppo spesso si crede che lo slogan proudhoniano "la proprietà è un furto" corrisponda all’apologia anarchica del comunismo.
[FONT='Calibri','sans-serif']Di fatto Proudhon chiude il suo libello del 1840 con un violentissimo attacco al comunismo, che accusa di violare "l’autonomia della coscienza e l’eguaglianza". Il suo ideale è fondato prima "sull’eguaglianza delle condizioni, cioè dei mezzi, non sull’eguaglianza del benessere, la quale a parità di mezzi dev’essere opera del lavoratore", e poi - sorpresa, sorpresa - sul "possesso individuale", unica "condizione della vita sociale", e infine, sulla "libera associazione, la libertà, che si limita a mantenere l’eguaglianza nei mezzi di produzione e l’equivalenza negli scambi", fondamenti della "sola forma di società possibile". In un trattato più tardo, giunse a ridefinire il ruolo della proprietà nella società libera come "uno strumento di garanzia, di libertà, di giustizia e di ordine".
Ho citato proprio Proudhon, noto appunto come inventore del sopra citato slogan, per dimostrare che le opinioni anarchiche sulla proprietà sono ben lontane dall’appiattirsi su una sua banale negazione. [FONT='Calibri','sans-serif']Se è vero che buona parte dei libertari del tardo Ottocento ha accettato la logica del comunismo, è altrettanto vero che altre tendenze del movimento - degnamente rappresentate dallo stesso Proudhon, per esempio - hanno colto con perspicacia maggiore il pericolo totalitario insito nell’idea di una società senza proprietari, in cui l’unico vero "proprietario" sia lo stato, la comunità o altro ente adeguato.[/font][/font]
E dopo l’esperienza del primo Novecento [FONT='Calibri','sans-serif']molti teorici dell’anarchismo hanno recuperato l’idea del "possesso" come sbarramento alla formazione (o alla riformazione) dei meccanismi della coercizione statuale, da un lato inserendola nella cornice della sopra citata "società di mercato" libertaria fondata sull’interazione individuo/comunità (che per certi versi implica una costante risindacazione dei diritti di proprietà concreti), dall’altro valorizzandone le istanze associative legate al suo possibile (e forse desiderabile) statuto collettivo.
Credo che questo quadro costituisca uno dei punti di riferimento più significativi di alcune delle più potenti elaborazioni degli esponenti dell’anarchismo post-classico. [FONT='Calibri','sans-serif']Il riferimento può essere immediato nel caso di Camillo Berneri, autodefinitosi "liberista", che si dichiarò favorevole alla "libera concorrenza tra lavoro e commercio cooperativi e lavoro e commercio individuali"[/font]. O nel caso di [FONT='Calibri','sans-serif']Colin Ward[/font], la cui prospettiva gradualista, decentralista e federalista sembra presupporre, come fondamento della generalizzazione della sperimentazione anarchica, una "società di mercato" libertaria.
Può essere più sfumato e problematico nel caso di Luce Fabbri, che ha più volte riaffermato la propria fedeltà al modello socialista nei termini della "proprietà collettiva dei mezzi di produzione e di scambio"; tuttavia la sua ripetuta insistenza sull’ "associazione che moltiplica ed estende sino ai limiti dell’universo conosciuto le possibilità e le irradiazioni dell’azione individuale", o che "moltiplica all’infinito le proiezioni dello sforzo individuale", parrebbe anch’essa implicare, con i suoi riferimenti per certi versi obbligati a un contesto incentrato su un qualche tipo di scelta/concorrenza tra opzioni differenti, una forma di convivenza non molto diversa dal "mercato" libertario.
Sono sostanzialmente d’accordo sull’idea che le tradizioni vadano valutate nel loro complesso e che certamente il mondo del tardocapitalismo contemporaneo deve molto ad una sostanziale interpretazione moderata e immobilista dei principi del liberalismo. Ma ciò non significa che tutte le tradizioni vadano messe sullo stesso piano. Ci sono serie differenze strutturali tra socialismo, comunismo, anarchismo e liberalismo. La più cogente è che tra esse solo il comunismo ("reale", ovviamente) sembra implicare strutturalmente - o almeno questa è la lezione della storia - la caduta nel totalitarismo: [FONT='Calibri','sans-serif']"Tante strade conducono alla dittatura dalla democrazia e nessuna dal liberalismo", scriveva agli inizi degli anni Trenta Rudolf Rocker[/font], intendendo con "democrazia" le differenti versioni del principio della volontà generale - tra le quali la più nota all’epoca era quella comunista)
[FONT='Calibri','sans-serif']Io credo effettivamente che non si dia società libera senza proprietà privata.[/font] Nelle società complesse non tribali, dall’antico Egitto alla Francia del Re Sole sino all’Unione Sovietica, l’assolutismo tendente al totalitarismo si è sempre imperniato sulla negazione del diritto di proprietà dei singoli. Nel caso del fascismo esso era ancora accettato, anche se in un contesto in cui erano date per scontate le superiori esigenze della nazione.
Insomma, anche se la proprietà privata non pare essere condizione sufficiente per poter indicare come "libera" una certa società, mi sembra proprio che ne rappresenti una condizione necessaria Proprietà privata, quindi, ma non necessariamente individuale. I passi di Camillo Berneri e Luce Fabbri sopra citati implicano (nel primo pensatore in modo esplicito) un mondo sociale in cui i meccanismi della produzione siano affidati in buona parte a cooperative e comunità in concorrenza tra loro sul piano economico. Questo genere di comunismo volontario in un contesto "aperto" (in cui cioè non viga alcuna forma di proibizione esplicita della proprietà individuale) mi pare perfettamente congruente con i principi di una (possibile) società libertaria.
È vero che l’insistenza anarchica sulla libertà integrale (sfera economica compresa) induce alcuni a scorgerne un’affinità con i teorici del liberismo ultrà. Questa affinità c’è e mi pare sia innegabile. [FONT='Calibri','sans-serif']Ci sono anche ovvie e marcate differenze. [/font]Come ho scritto sopra, l’ideale "mercato" libertario si situa in un contesto in cui [FONT='Calibri','sans-serif']si incrociano istanze non solo economiche, ma etiche, politiche, sociali, e cosi via. La libera sperimentazione anarchica potenzia tutte le sfere in cui l’uomo agisce, non solo quella economica: proprio dall’interazione di queste sfere dovrebbe risultare una sorta di limite all’ambito del "mercato"[/font]. Il motivo per cui il liberismo berlusconiano è squisitamente conservatore è che si tratta di una "libera sperimentazione" limitata alla sfera economica: è noto che, in quanto a famiglia, sesso, religione, eccetera, i forzaitalioti non sono altrettanto "liberisti".
[FONT='Calibri','sans-serif']Per gli anarchici la libertà di intrapresa è, per cosi dire, un principio irrinunciabile, genetico: non possiamo certo sacrificare la nostra identità più profonda perché una sinistra miope, statolatra e protezionistica ha permesso alla destra di appropriarsi delle parole d’ordine della libertà. C’è il rischio di trovarsi a fianco dei liberisti? Questo rischio lo correremo (non possiamo non farlo), curandoci di sottolineare, ogni qualvolta ne avremo l’occasione, la differenza tra noi e loro.[/font][/font]
Scegliere tra gli oppressi e gli oppressori, tra "i padroni e chi padrone non è".
Non sono tanto certo di poter identificare con sicurezza le due categorie. La realtà sociale del mondo tardocapitalista mi pare un po’ complessa per manicheismi di questo genere. Su alcuni soggetti sociali trovo più difficile pronunciarmi: [FONT='Calibri','sans-serif']l’impiegato statale, miglior simbolo del parassitismo; l’operaio (para)statale, [/font][FONT='Calibri','sans-serif']interessato alla protezione a oltranza dei suoi privilegi (pagati dal resto della popolazione); all’opposto dello spettro, il piccolo imprenditore "creativo" (ne esistono, pare); il commerciante oberato dalle tasse; non sono sicuro di poter dire a quali categorie (se "oppressi" o "oppressori") questi soggetti appartengano, anche se gli ultimi due sono chiaramente "padroni". E quand’anche si parlasse di chi vive in situazioni di reale disagio (i "diseredati"), non sono certo di potere condividere le ricette economiche e politiche usualmente proposte da loro o dai loro portavoce, che mi paiono culminare, con la loro insistenza sul protezionismo, in un potenziamento dei poteri forti associati proprio allo stato e al parastato.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif'] -Dove sbaglia la sinistra?[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Matteo Scarpellini[/font]
Fino a quando la confusione tra libero mercato e plutocrazia persisterà – fino a quando i libertari confonderanno la lodevole battaglia per il libero mercato con la difesa della plutocrazia, e fino a quando a sinistra confonderanno la loro lodevole opposizione alla plutocrazia con la l’opposizione al libero mercato – né la sinistra, né i libertari risolveranno alcunché, e l’alleanza tra stato e corporations continuerà a dominare la scena politica.
Ecco perché ci serve una Left-libertarian Alliance. (http://all-left.net/)
[FONT='Calibri','sans-serif']5) Perché anarco-capitalismo?[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']L’anarco-capitalismo, che negli Stati Uniti ha raggiunto livelli notevoli di elaborazione teorica grazie soprattutto a studiosi come Murray Rothbard e David Friedman, si pone, ad un tempo, come negatore assoluto dello Stato e come strenuo sostenitore della proprietà privata e del libero mercato.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']In ciò possiamo trovare una netta differenza rispetto ad altre forme di anarchismo individualistico, quali quelle illegalistiche stirneriane, nietzschiane o stile banda Bonnot, che non riconoscono la libertà e la proprietà privata altrui, e che giustificano quindi in qualche modo l’attentato o l’esproprio violento. Al contrario, per gli anarchici-liberisti, gli uomini nascono con dei diritti assoluti sulla propria persona, sui frutti del proprio lavoro e su tutto ciò che si ottiene, senza violenza e senza frode, per contratto e dono. Nessun altro uomo o gruppo di uomini, quand’anche rappresentassero la maggioranza, può permettersi di violare questi diritti naturali. Partendo da queste premesse, gli anarchici-capitalisti individuano nello Stato il principale violatore di questi diritti, e affermano che esso nella sostanza in nulla si differenzia da una organizzazione criminale, essendo tenuto in piedi da un sistema di tasse che altro non sono se non una forma legalizzata di estorsione o di furto.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Per gli anarco-capitalisti lo Stato rappresenta la più vasta e importante associazione per delinquere di tutti i tempi, molto più efficiente e pericolosa di qualsiasi altra mafia della Storia; non vi è infatti ombra di dubbio che il male e i danni arrecati ai cittadini dalle bande criminali private è qualcosa di irrilevante, se lo si confronta con gli orrori provocati dalle classi politiche e governanti: genocidi, bagni di sangue, guerre, crisi economiche, confische, schiavitù, carestie, distruzioni massiccie. Lo Stato, spiega Rothbard, è solo un’organizzazione di individui che hanno concordato tra loro di farsi chiamare in questo modo, allo scopo di esercitare sugli altri il monopolio legale della violenza e della estorsione dei fondi. Costoro sono gli unici individui della nostra società che si procurano le entrate non perchè qualcuno li paghi volontariamente per i loro servigi, ma con la costrizione, ovverosia con la minaccia della prigione o della fucilazione.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Se un privato viene da me e mi dice: “Ti fornisco certi servizi, che tu li voglia o meno, e quindi mi devi pagare”, parliamo di un tentativo di estorsione - osserva David Friedman - ma se un governo si comporta allo stesso modo, allora parliamo di tassazione. Da un punto di vista etico, non vedo alcuna differenza tra i due casi. O li accettiamo entrambi o li respingiamo. Per questo, nessun governo oggi esistente, compresi quelli democratici, può essere considerato legittimo, dato che un’azione criminale non cessa di essere tale solo perchè una maggioranza l’approva o la condanna.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Tutte le ideologie sorte fino ad ora hanno tuttavia cercato di dimostrare il contrario. Il compito di spiegare che i delitti commessi dagli individui sono esecrabili, mentre quelli identici commessi su larga scala dallo Stato sono giusti, è stato svolto, dalle epoche più antiche fino ad oggi, dagli intellettuali pagati dallo Stato che, nel corso dei secoli, nella loro veste via via di sacerdoti, ideologi, scienziati, ecc. si sono dedicati con zelo a convincere le popolazioni che le depredazioni e le violenze dello Stato sono necessarie e benefiche per la società e che quindi vanno perdonate. I pretesti e le ideologie possono cambiare, ma il contenuto del messaggio è sempre stato questo. Tutte le ideologie comparse finora, da quelle teocratiche a quelle imperialiste, nazionaliste, comuniste, socialiste o democratiche, sono state varianti di grado, ma non di principio, di questo comune modello di tirannia statalista, che sacrifica l’individuo ad una qualche entità superiore, in base al principio che il Bene è ciò che è bene per la società ( o la razza, o la nazione, o la classe, o la maggioranza ), e gli editti governativi ne sono la manifestazione indubitabile.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Invece che da una struttura burocratica monopolistica e coercitiva, tutte le funzioni oggi esercitate dallo Stato, comprese l’istruzione, la cura dei malati, la costruzione di strade, la battitura delle monete, l’assistenza ai poveri, e perfino le funzioni poliziesche e giudiziarie, possono essere svolte in maniera infinitamente più morale ed efficiente da agenzie private in concorrenza tra loro, mediante contratti volontari stipulati con gli utenti e i consumatori, fatti osservare da tribunali privati di arbitrato in un libero mercato.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']In una società siffatta, dunque, non esiste una sfera pubblica, non esiste la politica, non è ammessa la coercizione. Tutti i rapporti tra gli individui sono fondati esclusivamente su base contrattuale e volontaria.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Nella società ideale non vi sarebbero più regolamenti, servizio di leva obbligatorio, sicurezza sociale, polizia statale, ragion di stato - spiega David Friedman - tutte le funzioni attualmente devolute all’apparato coercitivo dello Stato sarebbero esercitate da un insieme di comunità e imprese private che offrirebbero i loro servizi su una base contrattuale (sempre revocabile) nel quadro di un sistema di concorrenza generalizzata tale da garantire a ognuno la libertà di scelta…Chi volesse aiutare il suo prossimo lo farebbe, ma ricorrendo a organizzazioni contrattuali e volontarie, e non a superstrutture arbitrarie ed autoritarie…Chi volesse vivere secondo una concezione “virtuosa” della società sarebbe libero di farlo associandosi con altre persone d’accordo con lui, ma senza per questo imporre la sua concezione a chi avesse un’idea diversa della morale umana…Nessuno, infine, avrebbe il diritto di costringere chicchessia a fare o pensare qualche cosa, anche in nome di principi “democratici” che spesso non sono altro che la negazione della libertà delle minoranze….[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Aggiunge Rothbard:[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Noi rifiutiamo definitivamente l’idea che la gente abbia bisogno di un tutore che la protegga da sè stessa e che le dica ciò che è bene e ciò che è male. In una società libertaria niente vieterebbe la droga, il gioco d’azzardo, la pornografia, la prostituzione, le deviazioni sessuali, tutte attività che non costituiscono delle aggressioni violente nei confronti degli altri. A differenza di altre correnti di pensiero, siano esse di sinistra o di destra, noi rifiutiamo di riconoscere allo Stato il diritto legale di fare ciò che verrebbe considerato illegale, immorale o criminale se fatto da qualcun altro. Le tasse, il servizio militare, la guerra…sono forme intollerabili di violenza con cui alcuni gruppi privilegiati impongono agli altri la loro concezione del mondo. Ciò che noi difendiamo è il diritto inalienabile e fondamentale di ciascuno alla protezione da ogni forma di aggressione esterna, provenga essa da individui privati o dallo Stato.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Queste citazioni dovrebbero dimostrare sufficientemente l’ingenerosità della accuse rivolte dagli anarchici di sinistra agli anarchici liberisti di essere reazionari o “poco preoccupati di altre libertà che non siano quelle del capitalismo”.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']A ben guardare poi, l’anarco-capitalismo si rivela, sotto un certo punto di vista, più coerente dell’anarchismo collettivistico. Sappiamo che il liberalismo classico sosteneva lo Stato minimo, cioè assente nel suo lato strutturale (l’economia) e presente nel suo aspetto sovrastrutturale (la polizia, la giustizia). Lo Stato guardiano-notturno ideato dai liberali del secolo scorso si sarebbe dovuto limitare alla protezione delle persone e delle proprietà degli individui senza intervenire nella sfera economica. Anche l’anarchismo comunistico classico, in fin dei conti, propugna una sorta di Stato minimo, sorprendentemente invertito rispetto allo stato liberale ottocentesco, e cioè assente dal lato sovrastrutturale, ma presente nella sfera strutturale. Nell’anarco-comunismo lo “Stato” (o comunque una qualche autorità collettiva) si astiene dall’esercitare funzioni poliziesche o giudiziarie, ma amministra le ricchezze della collettività. Solo l’anarco-capitalismo, con la massima coerenza, esclude qualsiasi intervento di governo sia a livello strutturale che sovrastrutturale. E’ vero che gli anarco-comunisti potrebbero obiettare che le agenzie di protezione della società anarchico-capitalista svolgono di fatto funzioni “statali”. Vi sono però differenze sostanziali tra queste agenzie e il governo, in quanto esse non svolgono tale funzione monopolisticamente, nè hanno alcuna legittimazione a finanziarsi coercitivamente: esse si limitano a tutelare la persona e i beni di coloro che contrattualmente ne desiderano diventare clienti.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Ad ogni modo, lo scoglio teorico che l’anarchismo collettivistico non è ancora riuscito del tutto a superare è il seguente: in assenza di proprietà privata, dove dunque tutto appartiene a tutti, in che modo si decide sui criteri di amministrazione e distribuzione delle risorse comuni, se si rifiuta la regolamentazione di una qualche autorità pubblica? Le strade possibili sono due: la prima si basa sulla teoria, alquanto irrealistica e ingenua, dell’uomo naturaliter buono, una volta cambiate le istituzioni repressive sociali: in una società di questo tipo, si dice, gli uomini fraternamente e spontaneamente si dividerebbero i beni con equità e senza alcuna coazione.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']In verità ipotesi di anarchia collettivista le possiamo ritrovare anche oggi in talune situazioni tipiche riguardanti la proprietà dei mari, dei fiumi, dei laghi, dell’atmosfera, delle spiagge, di alcune specie di animali in via di estinzione. Tutti questi beni si caratterizzano per l’assenza di diritti di proprietà privati su di essi e per la loro appartenenza alla collettività nel suo complesso. Posto che la regolamentazione statale risulta di fatto inesistente, inapplicabile o inapplicata, questi beni si trovano in uno stato giuridico di comunismo anarchico, in quanto tutti ne possono usufruire a piacimento, ma il risultato è totalmente e drammaticamente inefficiente.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Questi beni collettivi sono inquinati proprio perchè, essendo di tutti, nessuno ha interesse a sforzarsi per mantenerli puliti e in ordine. Il fatto che i mari appartengano a tutti spiega il progressivo spopolamento ittico: nessun pescatore ha interesse ad autolimitarsi nella quantità pescata, a fare investimenti di ripopolazione, o a dedicarsi a colture idriche, perchè non è detto che sarà lui a beneficiare di tali sforzi. La razzia rapida e indiscriminata, compiuta prima del sopraggiungere di altri pescatori, rappresenta inevitabilmente, in una situazione di comunismo anarchico dei mari, la condotta più razionale. Il comportamento dei pescatori diverrebbe molto più responsabile e socialmente benefico se ad essi fossero attribuiti, similmente ai contadini e agli allevatori, diritti di proprietà su determinate aree marittime o su determinati branchi di pesci. La sorveglianza dei proprietari costituirebbe anche un ottimo deterrente contro il disastroso inquinamento delle acque provocato, ad esempio, dalle petroliere (si è mai vista una fabbrica scaricare impunemente i propri rifiuti in un giardino o in un terreno privato altrui ?). Nei confronti degli oceani oggi ci troviamo nella stessa situazione in cui si trovava l’Uomo di Neandhertal rispetto al suo territorio: non abbiamo ancora compiuto la rivoluzione neolitica, quella che sostituì, ad un sistema economico preistorico basato sulla caccia e sulla raccolta dei frutti spontanei, altamente inefficiente e devastante per l’ambiente circostante, un sistema molto più civilizzato fondato sull’allevamento e l’agricoltura. Le medesime conclusioni valgono per la scomparsa di altre specie animali: rischiano l’estinzione tutte e solo quelle specie animali di proprietà pubblica, massacrate dai bracconieri. Al contrario, bovini e suini non si estingueranno mai, malgrado l’altissimo consumo delle loro carni, perchè gli allevatori proprietari hanno tutto l’interesse a mantenere inalterato il valore futuro del proprio capitale. La diversa sorte capitata durante il secolo scorso negli Stati Uniti alle vacche (in proprietà privata) e ai bisonti (di proprietà collettiva), oggi pressoché scomparsi, dovrebbe essere d’esempio. Si può ricordare un altro caso significativo, meno noto ma più recente: mentre in Kenya gli elefanti, protetti nelle riserve statali, stanno oramai estinguendosi, nello Zimbabwe, dove si è scelto di attribuirli in proprietà alle tribù, il loro numero è notevolmente aumentato. In breve, è inquinato e va in rovina ciò che è di tutti, mentre i beni che appartengono a qualcuno vengono curati, migliorati e incrementati nel loro valore.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Rifiutando aprioristicamente la proprietà privata, la seconda via che gli anarchici collettivisti possono proporre per venire a capo e risolvere queste “tragedie dei beni collettivi”, è quella di attribuire un potere di regolamentazione delle risorse ad una qualche autorità pubblica. Tuttavia, se queste decisioni non sono prese all’unanimità, occorrerà decidere a maggioranza, ed ecco ricomparire il Leviatano statale. Le contraddizioni in cui si dibatte il pensiero anarchico-collettivista sono ben rese in un brano del romanzo “The Anarchists” del famoso anarchico John Henry MacKay, dove un’anarchico individualista insiste con un anarchico comunista perchè risponda a questa domanda: Nel sistema sociale che tu chiami “libero comunismo”, impediresti a individui di scambiarsi il loro lavoro mediante il loro mezzo di scambio? E inoltre: impediresti loro di occupare la terra per uso personale?[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Il romanzo continua:[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Non era possibile aggirare il problema. Se avesse risposto “Sì”, avrebbe ammesso che la società ha diritto al controllo sull’individuo e avrebbe buttato a mare l’autonomia dell’individuo da lui sempre difesa con zelo; se, d’altro canto, avesse risposto “No!” avrebbe ammesso il diritto alla proprietà privata che aveva appena confutato con tanta enfasi… Allora rispose: “Nell’anarchia ogni gruppo di persone deve avere diritto di formare un’associazione volontaria, e di attuare così nella pratica le sue idee. E non posso neppure capire come uno possa essere secondo giustizia scacciato dalla terra e dalla casa che usa e occupa…ogni uomo serio deve dichiararsi: per il socialismo, e quindi per la forza e contro la libertà, o per l’anarchia, e quindi per la libertà e contro la forza”.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Gli anarchici che rifiutano questo dilemma ricadono inevitabilmente, come si è detto, nella teoria dell’uomo buono per natura. E qui l’anarchismo-liberista sembra segnare un’altro punto rispetto a quello comunista, non solo sotto il profilo della coerenza, per le ragioni sopraesposte, ma anche sotto quello del realismo, perchè per funzionare non pretende alcuna modifica della natura umana, non vuole creare l’uomo nuovo, com’è nella logica del gulag, e basa tutta la sua analisi sul paradigma scientifico, e non romantico, dell’ homo oeconomicus, essenzialmente egoistico e razionale. Gli anarchici socialisti dovrebbero quindi ripensare il proprio atteggiamento di condanna nei confronti della proprietà privata, riconoscendo il valore liberatorio per l’individuo del libero mercato, entro il quale noi esprimiamo la maggior parte delle nostre azioni e opzioni esistenziali quotidiane veramente autonome, cioè sottratte a controlli esterni. Libero mercato significa infatti sovranità degli individui in quanto consumatori. In un plebiscito ripetuto ogni giorno, dove ogni soldo dà diritto ad un voto, i consumatori decidono chi deve possedere e gestire le fabbriche, i negozi, le fattorie. Nel libero mercato la ricchezza può essere acquisita in un solo modo: servendo nel miglior modo possibile e a minor costo i bisogni della gente. Coloro che soddisfano i bisogni di un numero maggiore di persone ricevono più voti-denaro-di coloro che soddisfano il bisogno di un minor numero di persone. I capitalisti perdono immediatamente il loro denaro se lo investono in quelle attività che non soddisfano le esigenze del pubblico. Solo nel libero mercato dunque il controllo dei mezzi materiali di produzione è soggetto al controllo sociale, cioè alla conferma o alla revoca da parte dei consumatori, nel cui giudizio sono assolutamente sovrani. Rifiutare il libero mercato significa dunque espropriare i consumatori di questo immenso potere di direzione della produzione, per conferirlo ad una qualche altra autorità, magari composta dai produttori stessi, i quali lo eserciterebbero discrezionalmente, prescindendo dai nostri gusti, dalle nostre preferenze, dalle nostre scelte (col rischio di ritrovarsi in un sistema pianificato simile a quello sovietico, nel quale i consumatori erano poco più che inermi supplici di fronte a produttori indifferenti non per cattiveria, ma perchè privi di qualsiasi incentivo economico ad assecondare le domande degli acquirenti).[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']Inutile aggiungere che, con tutta probabilità, in una società anarco-capitalista la povertà costituirebbe un problema molto minore di quanto non lo sia adesso, dato che lo sviluppo economico, non più frenato dalle intromissioni e dalle regolamentazioni governative, diverrebbe travolgente. Inoltre i sentimenti di solidarietà e aiuto reciproco si rivalutaterebbero e tornerebbero ad acquisire il loro autentico valore morale di scelte volontarie e personali. Oggi, dove l’assistenza è affidata a strutture burocratiche corrotte, inefficienti e impersonali, la nostra reazione davanti alla povertà è quella di dire “Perchè lo Stato non interviene ?”. Nella società veramente libera immaginata dagli anarchici liberisti non sarà più possibile lavarsi la coscienza in questo modo, nè si potrà imputare al “sistema” la causa di ogni problema: occorrerebbe invece agire direttamente, associandosi con altri uomini che abbiano intenti uguali ai nostri, senza poter delegare la soluzione dei problemi ad una qualche “macchina” esterna e coercitiva. Nella società ideale anarchico-capitalista, si badi bene, il rispetto del principio di base della concorrenza sul mercato non implica nessuna imposizione e nessuna scelta a priori sul tipo di società (capitalistica, socialista, mutualistica, autogestionaria, comunista, religiosa…) da edificare: l’importante è creare una struttura di fondo in cui chiunque, sia capitalista, socialista, sostenitore del sistema mutualistico, autogestito, comunista, o religioso abbia la possibilità di sviluppare il suo modello in concorrenza con quello degli altri, senza costringere però nessuno a vivere in un tipo di società non desiderato. E la base di tutto ciò non può che essere il principio della libertà contrattuale e della proprietà privata, come già aveva riconosciuto, con la tipica onestà intellettuale che lo contraddistingueva, un grande socialista anarchico come Proudhon, il quale aveva rivisto le proprie idee sulla proprietà privata, riconoscendone l’indissolubile nesso con la libertà individuale:Servire da contrappeso al potere publico, bilanciare lo Stato e in questo modo assicurare la libertà individuale: tale sarà, dunque, nel sistema politico la funzione principale della proprietà. Sopprimete questa funzione…imponetele (alla proprietà) condizioni e dichiaratela non cedibile e non divisibile: subito essa perde ogni sua forza e non conta più nulla; essa diventa un semplice beneficio: un possesso precario, una dipendenza dello Stato senza possibilità di azioni contrarie. Sono questi gli interrogativi che gli anarchici-collettivisti, ai quali si deve riconoscere la correttezza delle loro critiche al totalitarismo statolatrico della dottrina marxista, non hanno sufficientemente approfondito. Un confronto con gli anarchici-capitalisti non potrà che essere fruttuoso.[/font]
[FONT='Calibri','sans-serif']6)Ulteriori Sviluppi[/font]
EVOLUZIONE DEL PENSIERO : GLI ANARCHICI ANALITICI
Wiliam Longhi
Il manifesto, è firmato tra gli altri da Fabio Massimo Nicosia e Luigi Corvaglia. Nascono per uno scopo ben preciso, a quanto pare, quello di tornare alla radice dei concetti fondanti del pensiero anarchico, per comprendere quali possano essere gli sviluppi più logici e coerenti di fronte alle sfide di oggi. Nascono quindi da una insoddisfazione di fondo sull’evoluzione dell’anarchia che ha preso indirizzi considerati inadeguati e persino incompatibili con i principi storici. Da un lato abbiamo in effetti le forme più aggiornate dell’anarco-comunismo e dell’anarco-sindacalismo declinate in direzione no-global e, a volte, anche vagamente eversiva.
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Eccoli, sono nati. Sono gli anarchici analitici. Anarchè? Sissignore, si chiamano proprio così, anarchici analitici. Il luogo dell’annuncio formale è il forum del sito di www.politicaonline.net, dove alla voce circoli politici si può trovare lo spazio di discussione degli Anarchici, e un post datato 29/08/2006 che presenta il relativo manifesto, firmato tra gli altri da Fabio Massimo Nicosia e Luigi Corvaglia. Gli anarchici analitici nascono per uno scopo ben preciso, a quanto pare, quello di tornare alla radice dei concetti fondanti del pensiero anarchico, per comprendere quali possano essere gli sviluppi più logici e coerenti di fronte alle sfide di oggi. Nascono quindi da una insoddisfazione di fondo sull’evoluzione dell’anarchia che ha preso indirizzi considerati inadeguati e persino incompatibili con i principi storici. Da un lato abbiamo in effetti le forme più aggiornate dell’anarco-comunismo e dell’anarco-sindacalismo declinate in direzione no-global e, a volte, anche vagamente eversiva. Dall’altro lato, si è affermata in Italia la versione più radicale del liberalismo classico, cioè l’anarco-capitalismo, antistatalista fino all’estremo in qualunque settore della vita pubblica, ma tendenzialmente incline a sostenere una legislazione conservatrice sui diritti civili. Questa biforcazione sul cammino della filosofia politica anarchica ha determinato la marginalizzazione delle sue correnti favorevoli, al contempo, al libero mercato e ai diritti civili, e quindi coerentemente libertarie in tutte le dimensioni della vita personale. I numi tutelari di questo nuovo movimento sono individuati dagli stessi promotori in alcuni esponenti di lusso dell’anarchismo individualista americano, come Benjamin Tucker, Josiah Warren e Lysander Spooner, ma anche in socialisti libertari di matrice culturale europea come Proudhon o Max Stirner. L’individualismo romantico ottocentesco viene quindi recuperato, nella speranza di potervi trovare gli strumenti utili per contrastare, da una posizione di anarchismo rinnovato e rinsaldato nei suoi principi cardine, i moderni centri di potere, pubblici e privati. È un anarchismo antistatalista, ma anche po’ sociale e antimonopolista; è antiautoritario, ma anche un po’ comunitario. È il tentativo di coniugare libertà economiche e libertà civili, rispolverando però una sensibilità anarchica forse più europea che statunitense. Ecco quindi che, in quest’ottica, il libero mercato dovrebbe essere difeso dalle grandi concentrazioni industriali, rifiutando l’identificazione tra capitalismo e libero mercato. E la dignità della persona dovrebbe tornare ad essere il fulcro della riflessione anarchica, consentendo la critica di qualunque forma di coercizione, sia essa economica, culturale, politica o religiosa. Si prospetta, quindi, un movimento di pensiero a metà tra l’anarco-collettivismo, incapace di liberarsi dall’abbraccio fatale con lo statalismo e l’autoritarismo; e l’anarco-capitalismo le cui tesi armoniciste inducono ad ignorare i pericoli per l’individuo derivanti dalla concentrazione di potere in mani private e i conseguenti fenomeni di manipolazione delle coscienze e di sfruttamento del lavoro dipendente. Se si aggiunge che la difesa del libero mercato secondo le tesi anarco-capitaliste, più che indirizzata alla libertà personale in se stessa, pare invece profondamente funzionale al ripristino di un ordine sociale di carattere conservatore (si parla di conservatorismo culturale), si può ben supporre che l’obiettivo primario delle future lotte degli anarchici analitici saranno proprio gli esponenti nostrani dell’anarco-capitalismo. Per saperne comunque di più, e certamente in maniera più corretta, si consiglia di dare un’occhiata ai testi di Luigi Corvaglia, come “Ripensare l’anarchia”, o La “Sovranità dell’individuo – Saggio sulla Libertà in America”. Di Fabio Massimo Nicosia, invece, è opportuno ricordare le pubblicazioni di riferimento come “Il Sovrano Occulto” Franco Angeli, e “Beati Possidentes”, Liberilibri, cui dovrebbe seguire a breve un saggio che completa il trittico (“Il Dittatore libertario”, o qualcosa di simile), a chiusura di un percorso intellettuale piuttosto travagliato, che ha visto Nicosia passare dal gruppo dei primi anarco-capitalisti, con Piombini, Vitale, Iannello e Bassani, alla fondazione, in questi giorni, dell’anarchismo analitico con Corvaglia, in polemica crescente con l’evoluzione catto-conservatrice di buona parte del libertarismo italiano. Questo sviluppo “paleo” sta del resto preoccupando anche liberali vicini al libertarismo dell’Ibl, come si evince da dichiarazioni come quelle fatte da Raimondo Cubeddu, che ha spesso parlato, a questo proposito, di liberalismo ridotto a versione secolarizzata del cattolicesimo.
Che forme prenderà questo movimento in futuro è difficile dirlo. Sul forum di riferimento si parla, anche se con timidezza, della possibilità di dare vita ad un centro studi, o qualcosa di simile. Probabilmente lo scopo è quello di contrapporsi al referente in Italia del pensiero anarco-capitalista e più genericamente libertarian, e cioè l’Istituto Bruno Leoni.
L’intento è senz’altro encomiabile, purché dia frutti anche solo paragonabili a quelli dell’Istituto diretto da Lottieri, Mingardi e Stagnaro, che sforna periodicamente studi di ogni tipo su temi dell’attualità politica, economica e finanziaria, per esprimere giudizi e fare proposte riformatrici concrete. Oddio, il termine “analitico”, a dire il vero, non si addice tanto alla concretezza mostrata invece dal lato destro del libertarismo italiano. Sa molto di profonde e dottissime elucubrazioni, e poco di realismo. Intendiamoci, gli anarchici analitici nascono da esigenze effettivamente sentite da alcune parti del mondo libertario italiano, come la necessità di avere un riferimento, in termini associativi, di ricerca e di proposta politico-culturale, per idee che potrebbero definirsi, citando Piombini, ultra-left-libertarian, e che dovrebbero porsi lo scopo di incidere sulla cultura politica italiana attraverso un libertarismo dalle venature progressiste, e cioè con obiettivi polemici centrati sul capitalismo di stato o assistito dallo stato, sulle forme più gravi di concentrazione capitalistica, oltre che sul fronte delicato delle libertà civili e della ricerca scientifica, combattendo ogni intromissione della religione, delle comunità locali, delle tradizioni conformiste e delle autorità governative nelle sfere più intime della vita delle persone. Un libertarismo a tutto tondo, quindi. Romantico, illuminista e pragmatico.
Un tipo di libertarismo simile a quello che tanto disturbava il maestro dell’anarco-capitalismo americano, Rothbard, che amava parlare di nihilo-libertari per indicare i left-libertarians. Oggi i left-libertarians americani sono guidati da personaggi come David Boaz (autore di “Libertarianism: A primer”) e Clint Bolick, ma le loro posizioni paiono una versione edulcorata e laicizzata dell’anarco-capitalismo. È possibile che l’anarchismo analitico voglia posizionarsi alla sinistra dei left-libertarian americani, e quindi caratterizzarsi per un’anima più antidiscriminatoria, democratica ed egualitaria. Lo si potrebbe dedurre da affermazioni come questa, rilasciata da Corvaglia in un’intervista recente: “A differenza della buona parte dei "libertarians", che ritengono il welfare qualcosa di cui disfarsi senza mezzi termini, noi (su questi temi stiamo lavorando con Nicosia, La Conca e altri) stiamo immaginando una transazione al mercato delle funzioni dello stato sociale che permetta di mantenerne le caratteristiche "democratiche". Fra gli ingredienti di questa ricetta ci potrebbe stare l'idea warreniana del costo come limite del prezzo”. (l’intera intervista a è possibile leggerla su http://salentolibero.ilcannocchiale.it/).
Avremo una versione italiana dei left-libertarian americani? Forse non è questo l’intento di Corvaglia e Nicosia, o forse lo è, ma solo in parte. Eppure, di un libertarismo progressista, che entri in contrasto fruttuoso con l’anarco-capitalismo già esistente e vitale nel nostro paese, sfidandolo sul suo stesso terreno, ma con sensibilità e finalità diverse, c’è senz’altro la necessità. Difficile dire se saranno Corvaglia, Nicosia e soci ad affrontare questa sfida. Le intenzioni, comunque, ci sono tutte.


dai, cerchiamo di essere "adulti".. fino a stamattina avevi l'avatar della rosa nel pugno, con scritto LIBERALI, SOCIALISTI, ecc....
Ora perchè te lo ho fatto notare hai cambiato avatar..
se facciamo sti' giochini, mando mio figlio di 8 anni a scrivere qui dentro..
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Proponiglielo, magar c'avremo un voto in piùScherzi a parte raccolgo l'invito alla serietà, sarebbe bene ora scrivere un bel programma. Alex conto su di te per i diritti civili, penso che da te possano arrivare molte idee.
Comunque circa il Forum ti faccio arrivare in privato una mia impressione -fondata-