Giovanni Russo Spena
Non amo paragoni storici né miti, che troppo spesso prescindono dai contesti; né credo che questo incredibile movimento che dalle scuole pervade i territori, mutandone i tratti, sia nostalgicamente paragonabile al nostro '68. Bisogna guardare adesso con umiltà, tentando soprattutto di capire e di imparare, lasciandosi attraversare e coinvolgere, rapportando il nostro sistema di valori alla politicità del movimento; autonomo da ogni partito proprio perché intrinsecamente politico, portatore di domande ricche, di bisogni maturi. E' una nuova sfida per un partito comunista libertario che vuole innovare anche paradigmi passatisti proprio ripartendo da Marx. Così come il movimento altermondialista ci pose (e ci pone) l'attualità, in forme nuove, del tema della rivoluzione, attraverso la grammatica della democrazia dei "forum", della "decrescita" come critica dello sviluppo, dei beni comuni come alternativa alla mercificazione, della lotta al patriarcato ed alla omofobia permettendoci, a Genova, un salto qualitativo nella nostra rifondazione, allo stesso modo questo movimento ci interroga oggi. «Non vogliamo pagare la crisi del capitale, non assisteremo passivamente alla ristrutturazione del dominio del capitale, non subiremo la nuova divisione internazionale delle produzioni, dei consumi, dei lavori, dei saperi, della ricerca scientifica; rifiutiamo la precarizzazione come mutazione antropologica che cambia corpi, esistenze, vita»: è evidente la necessità che anche un partito di sinistra alternativa avverta se stesso come parte attiva di queste domande, come piccolo segmento di un conflitto da cui si lascia pienamente coinvolgere con una disciplina di movimento, nel rispetto delle autonomie reciproche. Come a Genova, pur in un contesto mutato. Non possiamo peccare di determinismo: ogni conflitto maturo che si apre produce rotture, salti, ricomposizioni, riaggregazioni; la "vecchia talpa" scava, i territori, sono, a volte, inondati da fiumi carsici. Chi poteva immaginare l'11 ottobre? Chi le splendide manifestazioni dei migranti di Roma e Castelvolturno? E chi il mezzo milione dello sciopero del sindacalismo autorganizzato? E chi scommetteva sulla saldatura fra questi scioperi di precari, lavoratrici, operai, tra la ribellione antirazzista dei migranti e questo movimento nelle scuole? Non vorrei usare parole che possono apparire consunte. Ma le minacce di Berlusconi, la paura del "contagio" di massa lo scarto che compie la sua politica dal terreno della dialettica sociale a quello dell'ordine pubblico è una sorta di "strategia della tensione" contemporanea. Come quella che Alemanno tra praticando contro i centri sociali a Roma. Non a caso, la stretta poliziesca viene usata come strumento di discriminazione, violando gli stessi principi di civiltà giuridica e di legalità costituzionale, nel passaggio dallo stato sociale allo stato penale globale. Ha ragione Ferrajoli: «è solo sul terreno delle politiche sociali che matura la convergenza fra garantismo liberale e garantismo sociale, fra sicurezza penale e sicurezza sociale. Politiche che assicurino a ciascuno, come ha detto Marx, lo spazio sociale per l'estrinsecazione della propria vita». Non è questo che teme il despota Berlusconi? Per parte nostra siamo, da ieri, ancora più convinti che la nostra utopia è il terreno quotidiano di conflitto, di movimento, di conquista di spazi di libertà.
23/10/2008 Liberazione
ARDITI NON GENDARMI