BASAGLIA, OGGI








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La legge 180 è stata una legge-quadro, che presupponeva l’attuazione di una serie di importanti misure istituzionali subito dopo il suo varo, nel 1978. I progetti-obiettivo – che avrebbero dovuto portare a compimento, in termini pratici e istituzionali, la 180 – erano mirati alla costruzione di strutture sanitarie nel territorio (dai centri di salute mentale ai day hospital, dalle strutture residenziali alle Comunità), concepite come ossatura, come architrave dei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM). In realtà, essi sono stati portati a compimento solo in alcune regioni, e spesso con grave ritardo rispetto all’atto di effettiva chiusura delle strutture manicomiali.
Anche nelle situazioni migliori, tuttavia, si è registrata, in questi ultimi trent’anni, a fronte di una politica economica orientata al taglio della spesa pubblica e sanitaria, un preoccupante declino della capacità dei DSM di organizzare una efficace e radicale presa in carico del paziente psichiatrico.
La carenza di strutture e la mancanza di risorse – accentuate dall’orientamento aziendalistico della sanità pubblica – ha portato e porta spesso gli operatori sia ad un ricorso ad antiche ed obsolete misure di repressione e di contenzione (esempio clamoroso: l’uso dell’elettroshock, massiccio negli Stati Uniti), sia ad una utilizzazione generale ed intensiva del farmaco: diventato, in certi casi – nei casi peggiori – una sorta di camicia di forza chimica, ed in tanti altri casi, più che uno strumento che facilita la relazione con il paziente, una sorta di assolutore simbolico della relazione.2
Questa situazione di crisi dell’assistenza psichiatrica, che rischia di far prevalere, per usare un linguaggio caro a Basaglia, la custodia sulla cura, rende necessaria una vigilanza critica e una capacità di mobilitazione e di contrasto nei confronti di un fenomeno di vasta portata, ma troppo spesso taciuto e scarsamente visibile: non esiterei a definire questo fenomeno come un ritorno del manicomio. Un ritorno spesso mascherato, occultato, o, peggio, inconsapevole, soprattutto tra le giovani generazioni di operatori della salute mentale, che non hanno vissuto, per semplici ragioni anagrafiche, la stagione manicomiale.
L’aziendalismo e la contrazione delle risorse sono spesso fattori che spingono i gruppi dei curanti verso una scelta di tipo custodialistico, anche se si tratta di una custodia più fluida, meno visibilmente carceraria, maggiormente orientata ad una economia e ad una distribuzione variegata delle risorse presenti nel “territorio”. Un esempio significativo dello scarso investimento di risorse previsto per la relazione psicoterapica individuale e/o di gruppo, giocata non solo sul breve periodo: il privilegio accordato ad interventi relazionali più veloci e più facilmente “misurabili”. Cioè, in termini più chiari, il privilegio accordato alle terapie cognitivo-comportamentali: prescrittive, più brevi, meno costose, più agevolmente quantificabili e facilmente associabili alla prescrizione farmacologia. La medicina delle evidenze (la ben nota evidence based medicine), sempre più diffusa anche in ambito psichiatrico, prevede normalmente, tra gli interventi di tipo “relazionale”, solo le terapie cognitivo-comportamentali…
L’effetto-manicomio, trent’anni dopo il varo della legge che ne decretava l’abolizione, è sempre più diffuso. Negarlo, misconoscerlo, significa, di fatto, rafforzarlo e perpetuarlo. Tra le giovani generazioni di operatori, una delle ragioni di sopravvivenza dell’effetto-manicomio è proprio la mancata consapevolezza della sua inquietante e pervasiva presenza.

Per queste ragioni va rimeditata e, se così si può dire, riattualizzata la lezione antipsichiatrica (da Laing a Basaglia). Combattere questa troppo spesso occultata risurrezione dell’effetto-manicomio significa ricomprendere la dimensione storica, sociologica, antropologica e psicoanalitica della malattia mentale. Restituire alle categorie nosografiche utilizzate dagli operatori – sulla scorta dei DSM, spesso applicati in maniera acritica, riduttiva e meccanica – il loro spessore storico, antropologico, sociale, senza privilegiare in maniera esclusiva e riduzionistica l’ottica biologica e farmacologia: ci sembra, questa, sulla scia di un ripensamento critico della lezione di Basaglia, una nuova frontiera della ricerca, un nuovo fronte di lotta finalizzato a restituire alla psichiatria la sua autentica dimensione di scienza umana: di scienza dell’uomo e per l’uomo.
Tre obiettivi strategici al centro di questa prospettiva critica:
1.Ripensare e ristrutturare i processi formativi del personale sanitario, sia inserendo organicamente nei curricoli (della facoltà medica e delle scuole di specializzazione in psichiatria e in psicologia) materie di tipo umanistico (storia, sociologia, antropologia, filosofia, eccetera), sia, conseguentemente, correggendo la curvatura riduzionista purtroppo prevalente soprattutto negli insegnamenti tecnico-specialistici. In linea con gli orientamenti più avanzati della medicina e della cultura contemporanea, si tratta di dare sempre più spazio – nella formazione del medico, dello psichiatra, dello psicologo clinico – ad un atteggiamento olista, capace di problematizzare, di utilizzare al meglio, connettendoli e armonizzandoli, gli specialismi oggi esistenti.
2.Ripensare e ristrutturare, in questa prospettiva, anche il ruolo dei supervisori, che dovrebbero garantire, attraverso interventi critici attivi, questo passaggio, in ambito clinico, da una curvatura riduzionista ad un più maturo e più consapevole atteggiamento olista.
3.Ripensare e ristrutturare il concetto e le pratiche di cura: denunciando sistematicamente tutti gli elementi – anche quelli presenti in maniera poco appariscente – che testimoniano l’esistenza di pratiche più o meno occulte di contenzione.
Dissociare la cura dalla contenzione: questa, a ben guardare, ci sembra la maniera più coerente e più radicale di restituire forza ed efficacia alla grande lezione di Franco Basaglia.

MARIO GALZIGNA
galzigna@unive.it


1Testo pubblicato nella Rivista per le Medical Humanities (Lugano, n.8, ottobre-dicembre 2008), all’interno di uno speciale dedicato a Franco Basaglia.

2 L’espressione è di Fausto Petrella. Cfr. M. Galzigna, Il mondo nella mente. Per un’epistemologia della cura, Marsilio, Venezia 2006.