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Discussione: *** CAMERON! ***

  1. #41
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    Predefinito Rif: *** CAMERON! ***

    Cameron e Clegg, ‘a good deal’

    di Simona Bonfante

    Libertiamo, 20 maggio 2010


    Alla vigilia della ratifica, l’accordo tra Libdem e Tory sembrava una potenziale sciagura. Si temeva l’effetto polpettone, la liquidazione delle policy liberali, l’ingovernabilità.

    Cameron e Clegg, tuttavia, hanno impressionato persino i più scettici, mettendo su una “coalizione di idee e persone che, nell’insieme, prende il meglio dei due partiti”. E questo lo afferma l’Economist che, dopo aver fatto il tifo per un total blue government, all’indomani dell’accordo di governo scrive: “For the Tories, for the Lib Dems and for Britain, it’s a good deal”.

    In effetti, l’accordo Lib-Con è un’agenda coerente, pragmatica, limpida, persino imbarazzante per la lapidaria sintassi con cui mette nero su bianco gli obiettivi, la loro priorità ed il peso specifico dei due partiti nella co-gestione delle issues divisive. Rispetto al nucleare, ad esempio: “il governo si impegna al mantenimento del deterrente ma anche – recita il documento – a valutare l’opportunità economica di un suo aggiornamento.” Cioè, i Libdem potranno continuare apertamente a dire di voler sostituire il Trident, ma perché la materia investa il governo, dovranno essere in grado di proporre un’alternativa economicamente vantaggiosa.

    Ragionevole, no? Soprattutto se si conviene, come hanno fatto i due partiti, sulla priorità N.1 di questo primo bicolore Lib-Con, e cioé liberare l’economia: correggere la bulimia pubblica, ricalibrare il fisco, favorire la crescita. Target questi che in realtà hanno molto a che fare anche con l’aggiornamento degli strumenti per l’esercizio della democrazia, ovvero con il rafforzamento delle libertà civili.

    “David Cameron and I – scrive sul Guardian il Vice Premier – sappiamo entrambi che l’obiettivo unificante di questo governo è realizzare una più giusta ripartizione del potere: da Whitehall alle comunità, alle mani dei pazienti, dei genitori e degli alunni; proteggere i diritti e le libertà delle persone dall’arbitraria intrusione dello stato; scuotere la mobilità sociale attraverso una maggiore equità nei sistemi fiscale e scolastico. In breve, distribuire potere e opportunità alle persone piuttosto che subordinarne le prerogative all’autorità di governo. I call that agenda liberalism”.

    Intervistato dal Times, alla vigilia del primo speech ufficiale da Vice Premier, Clegg ha precisato che quello che lui chiama liberalism non è altro che la Big Society di Cameron. “We clearly both agree – afferma Clegg – that trying to administer from the centre, from a highly intrusive State, through Whitehall paternalism, doesn’t work. It’s a model tested to destruction in the last decade. I call it empowerment, he calls it responsibility”.

    Insomma, che lo si chiami come si vuole, fatto sta che restituisce al progetto di governo una sostanza liberale persino più coerente di quella concessa in campagna elettorale dalle rispettive retoriche identitarie. È questa convergenza che ha permesso alle due leadership di affrontare e risolvere anche i temi più divisivi, e di riuscirvi in nome di quello che in Gran Bretagna chiamano “interesse nazionale”.

    Ad esempio, la riforma del sistema politico. Nel deal, i Tory accordano agli alleati un referendum che sottoponga agli elettori la scelta tra il mantenimento del sistema attuale – First Pass the Post – e l’introduzione dell’Alternative Vote, cioè un maggioritario con le preferenze. Questo significa che ad un certo punto della legislatura si farà una campagna referendaria in cui gli alleati staranno sulle barricate opposte. Ma significa anche che i cittadini britannici saranno coinvolti in un dibattito consapevole, perché fondato sull’esperienza diretta di un vero governo di coalizione – il primo in trent’anni, ma anche il primo di quella che potrebbe divenire una lunga serie, qualora la riforma libdem passasse. Dunque l’interesse perché si tenga un referendum in fondo è anche di Cameron.

    Alcuni osservatori sostengono che la coalizione funzionerà perché tra i due leader l’intesa è epidermica: “They are both sensible, pragmatic types; if anybody can make this deal work – sentenzia Economist – they can”.
    Non mi spingerei fino a tanto: si dice sempre così all’inizio di un nuovo amore!
    Appare più convincente la tesi numerica: insieme, Tory e Libdem, hanno il 59 per cento dei voti e questo li aiuterà a convincere gli elettori ad accettare la scure dei tagli, ma anche a tenere a bada le frange più estreme dei due partiti.
    Anche qui, staremo a vedere.

    Intanto ragioniamo su quella che qualcuno ha definito “la rivoluzione del pragmatismo sull’ideologia”: secondo Philip Stephens sul Financial Times, la chiave di tutto è l’affinità culturale ma anche una visione affatto distante di cosa debba intendersi per responsabilità di governo. Cameron, cioè, non è un radical alla Thatcher ma un moderato alla Macmillan e non a caso il suo nume ispiratore è il riformatore Tory, Benjamin Disraeli, grande teorico dei concetti di “responsabilità individuale, localismo e realismo”. Un conservatore pragmatico, dunque. E pragmatico è pure Nick Clegg che, nei fatti, è un liberale assai più spinto del suo stesso partito. Dave e Nick, insomma, sembran trovarsi “more comfortable in each other’s company than in that of the ideological purists in their respective parties.”

    Successe già con Tony Blair, e funzionò. Adesso la cosa è complicata dalla faccenda coalizionale. Ed è vero che fu proprio Disraeli a dire che “l’Inghilterra non ama le coalizioni”, ma se il pragmatismo vincesse davvero sull’ideologia…




    Cameron e Clegg, ‘a good deal’ | Libertiamo.it

  2. #42
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    Predefinito Rif: *** CAMERON! ***

    Dalla Thatcher al Google Party

    di Marcello Mari


    Tra tutte le immagini che sono state trovate per descrivere la rivoluzione conservatrice Britannica, ritengo che quella di Google sia la migliore. Il nome richiama una formula magica di buon auspicio, è il sito che ha più successo al mondo ed è legato a due imprenditori giovani e dinamici.

    David Cameron è giovane, dinamico, di successo e sembra aver trovato la formula magica per portare nuovamente il partito Tory alla guida dello Stato. In quanto a popolarità mediatica è secondo solamente al presidente americano Barack Obama; ma da lui sembra aver imparato molto. Ha imparato che nel 2010 chiudersi su posizioni ideologiche non serve a nulla, ma sopratutto ha imparato che per vincere bisogna rivolgersi alla base insoddisfatta e mobilitarla dall’interno quanto più è possibile. Ha imparato che il cavallo di troia in questione è il Web. Tramite il sito dei conservatori è infatti possibile personalizzare la partecipazione in funzione della propria disponibilità tramite il portale “MyConservatives.com” proprio come fece Obama col suo “MyBarackObama.com”….il confine tra l’ispirazione e il plagio sembra essere, in questa occasione, molto sottile. Non mancano le applicazioni per Iphone di cui il presidente americano fu pioniere, e la possibilità di rivolgere domande direttamente al partito tramite il Web, cosi come venne sperimentato dal trinomio CNN, Youtube, Democratic Party. La differenza qui è che le domande non vengono scelte dai conduttori, ma vengono votate direttamente dai sostenitori del partito. Da oltremanica a oltreoceano il passo sembra quindi breve.

    Ad accorciare le distanze contribuisce la moglie di Steve Hilton il 41enne direttore della Strategia del Partito. La signora Hilton è infatti Rachel Wheterston, coetanea del marito ma con un più nel Curriculum dato dalla vice-presidenza della comunicazione globale di Google. Fu lo stesso Hilton che dichiarò esplicitamente di voler creare un nuovo stile di governo, “alla Google” per l’appunto. Geniale marketeer, ex pubblicitario della Saatchi & Saatchi, Hilton è il manager miliardario della porta accanto, quello che fa la spesa al supermercato popolare, ma è laureato a Oxford, e viene visto come l’Alistar Campbell dei Conservatori. Sua è anche l’idea, vista da molti con sospetto, di affidare al colosso americano della rete tutti i dati medici personali dei britannici. E’ anche l’anello di congiunzione coi Repubblicani statunitensi, grazie allo stretto rapporto che lo lega al governatore della California Arnold Schwarzenegger, da molti visto come un modello ispiratore per i Conservatives. (1)

    Hilton non è l’unico ossimoro dentro un partito che sembra vivere continuamente sul filo della contraddizione, ma con una visione coerente del futuro. Tra gli epiteti usati per descrivere le posizioni di partito è stato usato “Conservatorismo progressista”, “Conservatorismo Verde”, “Conservatorismo Soft”, “Crunchy Conservatives” tutti a indicare che, in un partito eternamente nostalgico di Margareth Tatcher, la “Terza Via” non è più solo proprietà intellettuale dei Labour. Per Cameron però non esiste il pericolo di contraddirsi, esiste solo il vantaggio di guardare lontano. Più scettica è invece l’ala più a destra del partito, quelli che la Tatcher l’hanno conosciuta veramente, e che pensano che le innovazioni di Cameron siano solo un’astuta strategia di pubbliche relazioni(2).

    In effetti è proprio delle pubbliche relazioni che ha fatto mestiere. Durante la pausa dalla sua attività politica, divenne dirigente della Carlton Comunications, una società televisiva in piena espansione, incarico poi mollato in seguito alla sua elezione al parlamento nel 2001(3). Se da una parte finisce l’epoca della “Cool Britannia” dei Labour, dall’altra il leader dei Conservatives ha un disperato bisogno di farsi sentire vicina dalla gente.
    Da un lato ci riesce bene: viaggia in treno in seconda classe (comunque non paragonabile a una seconda classe italiana), gira in bici, dice di andare matto per i Radiohead e gli Smith, preferisce una placida Jennifer Aniston a una più nerboruta Angelina Jolie e paragona le strade di Londra a quelle dei ghetti neri della serie TV “The Wire”. Dall’altro lato però vanta un’educazione del tutto esclusiva, prima presso l’Eton College (noto come uno dei migliori college al mondo e per aver formato tutta la classe dirigente conservatrice degli anni 80 e 90) e poi a Oxford. Dell’eccessiva presenza di allievi di Eton nel partito conservatore si accorse anche la “Lady di Ferro” che da allora pose il veto. Figlio di un mediatore di borsa è direttamente discente di re Guglielmo IV e parente di Duff Cooper, ministro di Winston Churchill. A Oxford fu membro del Bullingdon Club, noto nel mondo dei club brittanici per le feste orgiastiche a base di Alcool. Nessuno dei compagni lo ricorda come un ragazzo irrequieto, e lo descrivono anzi come sobrio e calmo, uno di quelli che utilizzano il partito conservatore solo per arrivare al potere, un toff (equivalente del gergale figlio di papà). A 25 anni scrive già le risposte per il primo ministro John Major(4). Diventa segretario del partito nel 2005 quando la destra britannica è indecisa se continuare su un conservatorismo di tipo Thatcheriano o se tentare “la svolta”.

    Ma è fin dai primi mesi dalla sua elezione che il concetto viene chiarito: Cameron afferma di essere lui il vero Tony Blair (affermazione che gli fa guadagnare l’appellativo di “Tory Blair”) poiché:

    “….come Tony Blair è arrivato al potere dieci anni fa con la promessa di non riportare indietro l’ orologio della storia dopo oltre un decennio di thatcherismo, ma anzi di proseguire sulla strada delle riforme seppur con un ritrovato accento sociale, adesso Cameron assicura di non voler seppellire il lascito del New Labour. Lui, la garanzia (Sic) Anzi, sostiene di essere lui la vera garanzia della continuità riformista, che i leader laburisti, siano essi Blair o il suo successore designato Gordon Brown, non possono perseguire perché impiombati da un partito che non ha mai veramente digerito il cambiamento. “

    (Corriere della Sera, 09-01-2006: Cameron: David Cameron, sono io il vero Tory Blair.)

    In realtà Sir David condivide qualcosa anche con l’attuale leader laburista Gordon Brown ovvero la scomparsa prematura di un figlio. Due vicende diverse, affrontate in modo diverso ma legate dallo stesso filo.

    A completare la macchina da guerra mediatica dei Conservatori arriva nel 2007 Andy Coulson 41 anni, direttore della Comunicazione del partito, già giornalista per il Sun e il Daily Mail, fortemente voluto da Cameron nonostante fu investito dallo scandalo delle intercettazioni telefoniche di casa reale ai tempi in cui era direttore del “News of the World”. Questa vicenda, che ne causò le dimissioni, svela anche il legame col più potente magnate televisivo del mondo. Il settimanale in questione è infatti di proprietà di Rupert Murdoch, notoriamente conosciuto per le sue posizioni conservatrici e già proprietario, tra i tanti, de “The Sun”, il quotidiano più letto dell’occidente. E’ proprio per questa vicinanza che Lord Mandelson, numero due del governo Labour e soprannominato Lord of Darkness per la sua abilità di manovrare i media, accusò il magnate australiano di aver stipulato un vero e proprio contratto con i Conservatives per favorirne la vittoria, in cambio dell’ostacolazione all’ingresso della Gran Bretagna nell’Euro, tanto aborrito da Murdoch.(5)

    La rivoluzione conservatrice che sta investendo l’Europa (alla fine degli anni 90 i partiti di sinistra governavano 11 paesi nell’UE e nel 2008 sono quasi scomparsi), sembra aver trovato in Cameron il suo Obama, e nei conservatori inglesi la sua ispirazione. Se è vero che molto del loro successo si deve all’incapacità comunicativa dei Labour e ai demeriti dei loro avversari, bisogna anche riconoscergli di aver saputo inventare un nuovo modello di riferimento in Europa. Giovane, dinamico, verde!

    A questo punto un eventuale sconfitta sarebbe da considerarsi una totale disfatta, e la prospettiva di un “Parlamento Strozzato” un’occasione mancata. La battaglia per la conquista dell’elettorato si gioca su temi da sempre considerati come roccaforti di sinistra, ossia welfare e diritti civili. E la destra britannica l’ha capito.


    Fonti:

    (1) A.Piras, “Swinging Cameron”, L’ Espresso 3/10/09
    (2)(3)(4) C.Caldwell, “Arriva Cameron”, Internazionale, 23/10/09, da “The NewYork Times”
    (5) A.Piras, “E Murdoch cambia cavallo”, L’Espresso 3/10/09


    Dalla Thatcher al Google Party « Codice pUK – Comunicazione politica decifrata

  3. #43
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    Cameron e Clegg cominciano dalla riforma delle banche

    di Leonardo Maisano

    Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2010


    Un anno per rivoluzionare il sistema bancario britannico. David Cameron e Nick Clegg, premier e vice premier della neonata coalizione che governa Londra, hanno definito il programma che li unirà nel mandato congiunto a Downing Street. Le priorità restano quelle già individuate nell'accordo di base, ma ora sono stati definiti i dettagli e scanditi i tempi di quella che il Times ha chiamato «a british revolution». Al primo posto del programma e non solo - crediamo - per ragioni di ordine alfabetico, c'è la riforma del sistema bancario.

    Il governo Con-Lib ha deciso di istituire una Commissione che entro un anno dovrà delineare la strategia per dividere le banche retail da quelle di investimento. Non sono andati oltre l'annuncio, lasciando al nuovo organismo che è già al lavoro il compito di definire obiettivi, tempi e strategie di una trasformazione che sarebbe epocale e non solo per la Gran Bretagna. Una delle conseguenze ultime dovrà, comunque, essere il rapido ritorno a una più agevole concessione del credito che la crisi ha bloccato e solo ora, marginalmente, rimesso in movimento. Priorità che il nuovo esecutivo vuole affrontare subito - senza cioè attendere il documento sulla riforma globale - per ridare ossigeno alle piccole e medie imprese che più soffrono dalle conseguenze del credit crunch.

    Sul fronte bancario Cameron e Clegg hanno riaffermato anche l'intenzione di creare un'imposta straordinaria a carico degli istituti di credito e di mettere fine alla cultura dei bonus, almeno nella misura astronomica vista a Londra in questi anni. I conservatori sono poi riusciti a fare passare, nonostante le resistenze dei liberaldemocratici, l'idea di dare alla Banca d'Inghilterra più poteri nella regolamentazione dei mercati, a scapito della Fsa, la Consob inglese.

    Gli altri punti del programma sono il frutto di un delicato compromesso come quello sulla revisione del deterrente nucleare Trident in cui i LibDem hanno indicato che la loro posizione resta differente e autonoma dal resto della compagine di governo. Ma c'è assoluta intesa sulla necessità, per esempio, di introdurre una legge per la libertà, ridando centralità alla società e all'individuo, attraverso una serie di riforme specifiche inclusa, per esempio, quella sulle telecamere per le strade considerate eccessivamente intrusive. Ci sarà un tetto all'immigrazione non comunitaria, ma, soprattutto, è caduto l'ultimo velo sulla riforma del sistema elettorale. Il referendum sull'introduzione del modello australiano è stata riaffermato e sarà lanciato in coincidenza con una serie di riforme che muteranno i contorni dei collegi elettorali e la durata del parlamento. Londra avrà infatti una Camera dei Comuni con mandato fisso di cinque anni e non, come ora, regolata da un mandato più flessibile, a discrezione del premier che deve solo rispettare il margine massimo di durata della legislatura.



    Cameron e Clegg cominciano dalla riforma delle banche - Il Sole 24 ORE

  4. #44
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    Cameron rassicura i suoi Tory: «Abbasserò le tasse»

    di Nicol Degli Innocenti

    Il Sole 24 Ore, 22 maggio 2010





    David Cameron rassicura i fedeli: il primo ministro britannico ha lanciato un messaggio conciliatorio alla base del partito conservatore, sconcertata dall'alleanza di governo con i liberaldemocratici e preoccupata per i compromessi concordati con i partner della coalizione.

    «Abbasserò le tasse»: questa la promessa tipicamente Tory che Cameron ha fatto nella sua prima intervista da premier, concessa al quotidiano filo-conservatore Daily Telegraph. Il premier ha assicurato che appena le condizioni economiche lo permetteranno il suo governo ridurrà il peso del fisco per i cittadini britannici. Non solo: Cameron ha anche detto che l'aliquota del 50% introdotta dai laburisti per chi guadagna oltre 150mila sterline all'anno verrà rivista e probabilmente eliminata. E si è detto convinto che «solo i milionari dovrebbero pagare le tasse di successione», impegnandosi a modificare la legge attuale per alzare la soglia appena possibile.

    «Sono ancora un conservatore a favore di tasse leggere: sono nato tale, sono vissuto tale e morirò tale, - ha dichiarato Cameron. – Sono assolutamente convinto il paese debba avere meno tasse e intendo realizzare questo obiettivo. L'unico problema è il terribile deficit di bilancio». Musica per le orecchie dei conservatori tradizionali, ma le promesse di tagli delle tasse in futuro non cambiano il fatto che nel breve termine ci sarà una inevitabile stangata. Il governo di coalizione ha dichiarato che punterà sui tagli alle spese, non sull'aumento delle imposte, per ridurre il deficit record della Gran Bretagna. Nonostante questo impegno, alcuni incrementi sono imminenti, come il raddoppio della tassa sui capital gain sulle seconde case e i titoli azionari e il probabile aumento dell'Iva dal 17,5% al 20 per cento.

    Lunedì il cancelliere dello Scacchiere George Osborne annuncerà dove cadrà la scure dei tagli alla spesa da 6 miliardi di sterline previsti per quest'anno, mentre martedì il tradizionale discorso della Regina darà i dettagli delle politiche del nuovo governo, comprese le oltre dieci nuove leggi che la coalizione intende approvare per «disfare i danni di tredici anni di statalismo laburista».





    Cameron rassicura i suoi Tory: «Abbasserò le tasse» - Il Sole 24 ORE

 

 
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