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Discussione: Abbiamo una banca?

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    Predefinito Abbiamo una banca?

    Roma - E dire che ai tempi dello scandalo Unipol, la voce di Piero Fassino era rimasta impigliata in quella malefica e ormai celebre intercettazione insieme a una interrogativa che trasudava un entusiasmo fuori luogo («abbiamo una banca?»).
    E dire che all’epoca - per dirla tutta - fu Arturo Parisi a ritornare a pronunciare per primo quella parola proibita che oggi si ritorce sui centristi del Pd come un boomerang:
    «Questione morale».

    Parisi intendeva dire che la questione morale, quella volta, riguardava la sinistra, e i dirigenti dei Ds.
    Non era solo.
    Era tutta la Margherita che sembrava percorsa da un brivido inconfessabile, un dubbio scandalizzato: «Come sono caduta in basso».
    O se volete: «Ma con chi diavolo ci siamo messi insieme?».
    Insomma, il partito di Francesco Rutelli si percepiva come una sposa candida, senza debiti, che portava in dote il patrimonio di una storia nuova, povera forse, ma illibata.
    E immaginava i diessini come un partner carichi di debiti, di cicatrici, e in quei giorni persino aggrovigliato in un abbraccio quasi mortale con finanzieri, scalatori, speculatori e affini.
    Troppo esposti, nella speranza di inverare il sogno autarchico dalemiano, ovvero il peccato mortale di desiderare una scalata rossa.

    Passa un anno e tutto si ribalta. Sono gli uomini della Margherita, oggi, ad essere sorprendentemente coinvolti in giochi pericolosi, da un capo all’altro dell’Italia.
    Dai faldoni delle inchieste emergono situazioni a rischio, rapporti borderline, stili di vita come minimo disinvolti, prima ancora che le sentenze stabiliscano una verità giudiziaria.
    Certo, i Ds non possono cantare vittoria. Ma i veltroniani possono dire che almeno Rosa Russo Iervolino e Antonio Bassolino sono palesemente in rotta di collisione con le leadership romana.

    Mentre in casa della Margherita, invece, la «pista campana», si è sovrapposta e intrecciata alla catena di comando della Margherita, e ci ha messo meno di un nanosecondo per arrivare fino ai massimi vertici, ai leader di prima fila, fra i balbettii del simpatico Renzo Lusetti, gli interrogatori («spontanei», s’intende) di Francesco Rutelli, le interviste minimizzanti del tesoriere Luigi Lusi: «Si tratta solo di quarantamila euro...».

    Mettila come vuoi, il plurindagato imprenditore Alfredo Romeo, dice ai magistrati che lui finanziava la Margherita, era un sostenitore del quotidiano di partito Europa, e gli uomini della Margherita – anche se a denti stretti – confermano.
    Romeo racconta che i politici gli succhiavano il sangue, e intanto lui tesseva la rete degli appalti nelle città governate dalla Margherita, in testa Napoli e Roma. Entrava a viale Trastevere nel ministero della Pubblica istruzione per conoscere Giuseppe Fioroni, chiedeva a Lusetti se «il capo» (secondo i magistrati Rutelli) poteva dare una mano per risolvere i contrattempi. E poi, ovviamente, lo striscione del suo gruppo era il festone che adornava le platee congressuali rutelliane.

    Avessimo fatto con più cattiveria il nostro mestiere di cronisti, a ben vedere, quel link ce lo avevamo proprio sotto il naso. Il fatto è che non pensavamo fossero così maldestri, e nemmeno così spericolati. E non lo pensavano nemmeno gli ex diessini, che ora si trovano a dover fronteggiare la rabbia dei millantanti. Rabbiosi per le inchieste in cui quelli del Pd che sono messi peggio sono proprio gli uomini della Margherita.

    Prendete un altro caso clamoroso, quello di Pescara. Il sindaco Luciano D’Alfonso crea un doppio problema. Da un lato perché i fatti che gli sono stati contestati, a prescindere da cosa dirà la sentenza, svelano lo spaccato di una gestione molto allegra: appartamenti privati (il suo) e sedi di partito ristrutturate a spese di un appaltatore; viaggi privati offerti in dono da sponsor munifici per lui e per la sua famiglia; persino i gazebo di una manifestazione elettorale prodiana! Dall’altro il problema politico di una candidatura ingombrante (di nuovo la sua), che ora molti vorrebbero sul tavolo delle elezioni europee, come simbolo di una rivincita anti-magistratura. Lusetti e i napoletani erano rutelliani, D’Alfonso invece è mariniano. Chi la fa l’aspetti, recita un celebre adagio.

    Adesso il matrimonio asimmetrico fra Margherita e Ds svela una nuova crepa. La sposa che fino a ieri guardava con sospetto il suo sposo, adesso si trova ricambiata di uguali sentimenti. E il matrimonio è sempre più a rischio, per il cortocircuito fra il risultato delle europee e il peso imponderabile della questione morale.

    Luca Telese www.ilgiornale.it di oggi

    saluti

  2. #2
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    Predefinito I sospettabili moralisti

    Che le inchieste di certi magistrati spesso abbiano la consistenza di un budino nel frullatore non lo scopriamo oggi. Almeno al Giornale.
    Sappiamo bene pure che certi magistrati viziati di narcisismo usano la toga come i provini del Grande Fratello: convocherebbero per un interrogatorio anche Polifemo, la maga Circe e i vampiri di Twilight pur di avere un po’ di notorietà.
    E non si preoccupano se i loro castelli di accuse hanno la stessa durata del giornale che li riporta: il giorno dopo, al massimo servono per avvolgere le patate al mercato.

    Per capirci: non ci stupisce che il tribunale del riesame ora respinga la richiesta d’arresto per il deputato Pd Salvatore Margiotta e dica che l’accusa di associazione per delinquere ipotizzata dal pm Woodcock non sta in piedi. Così come non ci ha stupito qualche giorno fa la decisione del gip di rimettere in libertà il sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso.
    Quello che ci stupisce è la corsa degli ex adoratori dei giudici a usare queste notizie per tentare di archiviare in tutta fretta l’imbarazzante vicenda della Tangentopoli Pd.
    Come se fosse stato un brutto incubo prenatalizio: poi, si sa, viene l’Epifania che tutti i reati si porta via.

    Ma sì: peggio del giustizialismo peloso pensavamo non ci fosse nulla.
    Ora scopriamo il garantismo peloso.
    È quello di chi legge le ordinanze dei tribunali a righe alterne, dimenticando per esempio che a Pescara il quadro indiziario non è svanito ma si è aggravato e che a Potenza, comunque, permangono gravi accuse di corruzione e turbativa d’asta.
    Ma soprattutto è quello di chi dimentica che il garantismo, per essere tale, non può ridursi a una concessione del gip: non si fonda su una frettolosa revisione del capo d’imputazione, ma piuttosto sul principio profondo secondo cui nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva.
    Evidentemente, però, i principi, per esprimerli, bisogna averli.
    Altrimenti il travestimento non regge: la cipria non basta, il trucco non funziona.
    Perché il Pd oggi così garantista qualche mese fa non ha difeso Ottaviano Del Turco? Forse perché non conveniva?
    E come si fa ad essere insieme garantisti ed alleati con Di Pietro?
    Oggi la realtà è sotto gli occhi di tutti: i fatti dimostrano che Veltroni non è in grado di mantenere il rinnovamento promesso.

    La pretesa superiorità etica della sinistra è crollata miseramente con l’emergere di logiche spartitorie e di malaffare di bassa lega.
    Da Napoli a Firenze, dalla Calabria all’Abruzzo gli uomini del Pd si dimostrano inadeguati, inetti e spesso pure pusillanimi, pronti a scaricarsi addosso ogni tipo di veleno, incapaci di responsabilità e anche solo di dignità.
    A che serve cercare di coprire tutto ciò? A che serve correre dietro alla derubricazione di un reato per dire che non è successo nulla?
    Noi, che il garantismo non l’abbiamo imparato al Cepu, restiamo convinti che di crimini, fino a sentenza contraria, non ce ne siano.
    Ma chiudere gli occhi di fronte a un simile cataclisma è peggio di un crimine.
    È un colossale errore.

    Mario Giordano su www.ilgiornale.it 03 01 09

    saluti

 

 

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