DISOBBEDISCO
di Emilio Isgrò
Marsala, 13 maggio 2010

CORO
Il giorno è serenissimo
e tu vai con l'ombrello.

Lo vedi che non piove?
Non vedi che il tempo è bello?

Perché vai con l'ombrellone?
Perché sei così caotico?

La gallina fa l'uovo senza sforzo
e a te non pare vero.

Il nostro vino è chiaro
e tu non sei d'accordo.

Il gallo canta e fotte
e tu dici ch'è mezzanotte.

Perché giri all'incontrario?
Perché cambi il fuso orario?

GARIBALDI
Certi giorni di maggio, quando a raffica
sale dal Sud l'odore delle zagare,

apro il paracqua in queste mie contrade
d'Africa (me l'ha detto Cavour)

non per paura di bagnarmi il petto
ma solo perché so che il sole torna presto

e quest'ombrello bianco mi rasserena
se me lo porto a spasso a ripararmi

anche d'estate, anche a primavera.
E allora sì che non penso alle armi!

Penso alla mia Caprera, ai mari calmi
che qualche volta ho visto in gioventù

incresparsi in un filo di tempesta
per poi tornare calmi – senza fretta.

Povero Garibaldi, trés naïve creature!
Meglio non fidarsi di quel Cavour:

è stato lui a dirmi che qua siete selvatici
e che – più o meno da Napoli in giù –

è come essere nel continente elvetico
tra pigmei, boscimani e zulù.

E dire che io li amo i pigmei e gli zulù
(meno i boscimani e gli svedesi)

perché mi ricordano i terribili mesi
di stenti e vita sciatta

che tra una guerra d'indipendenza e l'altra
me ne andai a New York a fare il candelaio

nella bottega di Meucci Antonio,
un fratello toscano, un po' demonio,

che di talento, ventre, e forse genio,
ne aveva sicuramente da vendere...

Questo Meucci era mazziniano,
uno che s'arrangiava come un pazzo

per mettere ogni giorno qualcosa sotto i denti;
e quando chiesi aiuto non mi fece attendere.

Tout-de-suite mi tese la sua mano,
passandomi un plateau di cera vergine

da transformer in candele e cose simili.
Oui, Oui, "obbedisco" gli risposi

in un francese insipido, per via che ero nato
a Nizza, pas loin de la France, e l'abitudine

m'era rimasta, appresa da ragazzo,
de manger gli spaghetti con la pizza

ma de parler en français quando ero disratto
e la mia cara Italia non correva pericolo.

Mi replicò in inglese, il toscano ridicolo,
aspirando le C in acca inesorabili,

infernali... Così mi misi all'opera
e per quasi tre anni, quanto rimasi là,

io feci più candele di tutti i candelai
d'Espagne e de Sicile, tali da riempire

le case di re e baroni, vescovi e cardinali.
Io, il mangiapreti avido, il massone,

non avevo saputo rispondere di no,
dimenticando in quella sporca fabbrica

di essere un soldato, un'aquila, un eroe.
Uno chiamato a fare il gran diniego

e invece si prosterna e dice "prego"
persino a chi gli manca di rispetto.

CORO
E cosa c'è di male
se una tua candela,

fatta di mano tua con la cera
delle possenti Americhe,

illumina e glorifica
la maestà di Dio?

Non essere troppo schivo,
non fare il gran fanatico.

Sappiamo bene chi sei,
sappiamo bene da dove vieni.

E ti diamo del tu,
non ti diamo del lei.

Perché vieni da lì
dove l'Italia santa

aspetta ancora di nascere
con la nostra speranza

di figli bistrattati
che più non sanno credere

né a Dio né al suo contrario –
che non è né Satana né il diavolo,

ma il niente, il nada,
il nulla generale.

GARIBALDI
Nenti è megghiu di nenti.

CORO
E nenti è pèggiu.

GARIBALDI
Nenti è megghiu di Diu.

CORO
E nenti è pèggiu.

GARIBALDI
Nenti è megghiu du' pani.

CORO
E nenti passa.
E nenti pari.

GARIBALDI
Uno dei tanti Garibaldi anonimi
che vanno per l'Italia a piede libro.

Questo io sono, e questo voglio essere.
Uno che fa la fame con il mondo

se il mondo ha fame. Uno che non beve
se i miei fratelli ardono di sete.

Uno che piange di sdegno e di pena
quando l'avidità degli uomini dispiega

il suo veleno, la sua violenza gelida.
Questo soltanto io posso e voglio essere.

Uno che ara i campi come voi
guidando i buoi per sentieri antichi.

Un fratellino con la barba bianca
che batte rapido a tutte le porte

per una tazza di latte di capra
nell'ora più buia. Non sentite

le capre? Non sentite la paura?
Questo io sono: un falco derelitto

mandato qui a Marsala da Colui
che tutto sa senza sapere nulla.

CORO
Che parole difficili, allusive!...
Sembri un filosofo, un teologo,

non un generale in pensione.
Ti riferisci a Vittorio

o a Cavour?
A Emanuele o a Camillo?

GARIBALDI
Mi riferisco al grillo
che quando scesi dal mio Rubattino

volò sulla mia spalla con un grido
straziante di cricrì, e lì rimase

finché la prima scarica borbonica
di fuoco e di bombarde non lo spinse

da qualche altra parte a respirare l'aria
delle campagne all'alba, prima che

i nostri Mille avessero ragione
del re Borbone e delle sue legioni.

Ma poi tornò, il grillo stitico, parlante,
portandomi il messaggio di Vittorio:

– Da oggi obbedirai a chi ti chiede
di levarti i calzoni e le mutande

quando ti parla il grande re maniaco,
Colui che sa senza sapere nulla.

Questo mi disse il grillo chiacchierone,
mentre mi volteggiavano sul capo

due o tre rondini tardive, grasse
come quaglie, prontissime a squittire

al mio comando per sedurre meglio
la mia anima stanca, bombardata.

E iu sempri ddà, a fàrimi nculari
dopo Aspromonte, Teano, Bezzecca.

Finché non mi costrinsero a Caprera
a giocare coi reumi e con la sciatica.

E se oggi torno qua, a Marsala,
dov'io stessi chiamai madre l'Italia,

non è per lamentarmi della mia viltà
(perché anche gli eroi a volte tremano, si sa)

ma solo per ripetere a voi tutti,
figli d'una repubblica non ancora monarchica,

una promessa nuova, sgradita ai farabutti.
Mai più dirò di sì a chi mi chiede

di pigghiàrila 'n culu solo per il piacere
di servire la patria ed il re che mi governa

e mi sgoverna insiema.
Mai più darò sostegno alla masnada

delle anime perse in questo regno.
Me ne andrò per viottoli più aspri,

per strade buie che portano alla luce.

CORO
E' maggio.
L'undici di maju

mille ottucentu sissanta.
Chi ura è?

Chi ura è dicìtimi!
Chi è sta camurrìa?

Chi è sta campanazza
che sbatte e mi minaccia?

Cos'è questa sentenza
di grilli in parlantina

che cantano cricrì
dicendomi di sì?

GARIBALDI
Sì, effettivamente è maggio: l'undici
di maju mille ottucentu sissanta,

non lo posso negare. Il maggio
che aspettavo – e c'è una luce buia che attende

di essere spenta prima di riaprire il gioco
delle spade e delle parole.

Delle ombre mi libero a poco a poco
per queste strade cariche di sale.

Scaricando la rabbia, scaricando la bile.
Ma non importa, non importa il sole,

non importa la sabbia, non importa la lingua.
Io parlo come mangio solamente

in segno di rispettu pi sta minchia
ingannata dai martiri e dagli eroi.

Mai cchiù dirò oui a cu mi cunta
chi tutto ccà va beni e non conviene

toccare certi temi con il rischio
di confondere il popolo paziente

svegliandolo dal sonno millenario.
Mai più aggiogherò i buoi al carretto sbagliato

salutando "vossìa binidica" re Vittorio.
Mai più dirò "obbedisco" a chi mi chiede

di scendere dal mio cavallo bianco.
Disobbedisco a tutto: anche alle rondini.