Le tribù «primitive», politeiste e adoratrici di potenze naturali, hanno il ricordo vago di un Dio unico, originario, Padre, che però non ha più culto, che è inattivo.
Ad un certo punto ogni gruppo, tribù-famiglia, ha sentito urgente propiziarsi i suoi dei, la proiezione della propria facilità, della rinuncia ad essere esigenti: in questo senso gli dei sono tutti «falsi», anche se rispondono a vere necessità psichiche.
Il politeismo segnala una caduta del livello, come quello che segnala il vestiario stracco e dozzinale.
Sarebbe qui il luogo di parlare della funzione dei riformatori religiosi come eroi esemplari, che hanno contrastato il degrado di civiltà: astronomi spirituali come Zarathustra, o di stirpe regale e guerriera come Buddha e Cristo, hanno rimesso in luce l'essenziale unità contro i formalismi (ebraici o induisti), i tabù inetti; hanno sfrondato la fede dagli interdetti marginali, da questioni formalistiche, dalle minuzie farisaiche del culto, per rimettere in primo piano la «sola cosa che conta», il compito di ciascuno, lo sforzo personale richiesto ad ognuno.
Ma il discorso ci porterebbe troppo lontano dal nostro tema.

Non era malaccio, quasi da "regressione delle caste", fino a queste stupidaggini pro-abramitiche. Tutte le civiltà umane sono originariamente politeiste, e non a caso le religioni da chandala sono quelle abramitiche, proprie, appunto, dell'era volgare (nel doppio senso di qualitativamente basso e quantitativamente diffuso). Il monoteismo originario non è mai esistito.