19 gennaio 2009
La premiata lobby Cesare Battisti
Primo: farlo uscire di galera. Poi permettere che torni a Rio a vivere e lavorare («per noi questo Battisti è solo uno scrittore», ha detto peraltro Lula). Infine rilanciare l'irrisolta questione degli anni di piombo, con una manifestazione a favore dell'amnistia. Scenario il prossimo Forum Sociale Mondiale che tra qualche giorno si svolgerà a Belem, dopo gli anni di Porto Alegre.
Quando si è trattato di firmare una petizione a favore di Battisti, Toni Negri ha voluto essere il primo. Era qui in Brasile a Natale, in contatto con gli amici francesi che nel frattempo stavano giocando di sponda con il presidente Sarkozy e Carla Bruni, anche loro con un ruolo nella vicenda. L'Eliseo ha smentito, ma sono in parecchi qui a ritenere che la pressione decisiva su Lula per l'asilo a Battisti sia giunta proprio dalla coppia presidenziale.
Braccio destro di Negri a Milano negli anni Settanta, Pietro Mancini vive in Brasile da quasi trent'anni dopo una condanna a 19 nel processo Rosso. Anche lui venne arrestato e il Brasile negò l'estradizione chiesta dall'Italia. «Il forum di Belem sarà l'occasione per rilanciare in ambito internazionale il tema dell'amnistia sugli anni di piombo, nell'unico Paese al mondo che ancora vive di vendette», dice Mancini.
Difficile che Negri possa esserci, ma ne sarà l'ispiratore. Il dibattito, sostengono gli ex autonomi che vivono in Brasile (quasi tutti ormai fuori da pendenze giudiziarie), dovrebbe servire a spostare l'attenzione dagli aspetti giuridici del caso Battisti ad un tema più generale.
Ma è poco, in verità, quello che gli italo-brasiliani hanno potuto fare in confronto alla potenza di fuoco dei francesi. Da Parigi, dove l'opinione pubblica è largamente a suo favore, Battisti ha potuto contare su appoggi sin dal primo giorno della sua latitanza. La scrittrice Fred Vargas, in Brasile da qualche giorno, ha fornito denaro e amicizie, fino a quella decisiva con Carla Bruni.
Fu un altro amico, l'ex ministro dell'Ambiente Yves Cochet a consigliargli la fuga dalla Francia al Brasile, nell'estate del 2004. Lo affidò ad amici carioca che aveva conosciuto a Parigi, all'epoca della dittatura militare, i quali aiutarono il latitante ad affittare un appartamento a Copacabana.
Dopo l'arresto, Battisti ha attirato simpatie di politici di primo piano, come il verde Fernando Gabeira e il senatore del Pt Eduardo Suplicy. Fortunata circostanza è stata nel frattempo la nomina a ministro della Giustizia di Tarso Genro, legato alla sinistra del governo.
Genro, anni fa, fu l'organizzatore del Forum di Porto Alegre. Il cerchio si è chiuso: carte, avvocati vicini al governo, l'attivismo della Vargas sono riusciti a convincerlo che Battisti è un «perseguitato » e l'Italia un Paese che non rispetta i diritti degli imputati.
Su un settimanale solitamente serio come Epoca, tre giorni prima dell'asilo a Battisti, si potevano leggere frasi come questa: «Negli anni '70 in Italia gruppi paramilitari manipolavano organizzazioni di sinistra, promuovevano delitti orrendi e poi mandavano innocenti in galera». Titolo dell'intervista a Battisti: «In Italia mi ammazzerebbero».
Il pressing ha funzionato anche sulla stampa, dove con poche eccezioni in questi due anni la copertura del caso è stata a suo favore. E dove il governo italiano viene spesso dipinto come un'alleanza tra un magnate dei media, ex fascisti e un movimento razzista che vuole cacciare gli emigrati, brasiliani compresi. Quadro sufficiente a toccare le corde di frange del governo e politici anche seri, ma fermamente convinti che l'Italia degli anni Settanta fosse una dittatura di tipo sudamericano. E ancor oggi qualcosa di simile.
Rocco Cotroneo
Noi Italiani pretendiamo sempre molto, soprattutto dagli altri. Giudichiamo il loro comportamento e pontifichiamo: Israele, i tedeschi, l'america ....
Ma quando si tratta di noi tutto cambia. Sembriamo diventare improvvisamente incapaci di qualsiasi approfondimento. Sicche succede che ci si stupisca che altri ci valutino male e da questo traggano le loro conseguenze. Ci scandalizziamo, come si permettono!
Ma veniamo a questi famosi anni '70 che a quanto pare non solo ci rifiutiamo di digerire, ma anche solo di analizzare un pochino.
Erano una dittatura come erano convinti i francesi? Una dittatura no, ma è certo che in Italia non avevamo la possibilità di una alternanza e i governi si susseguivano uguali l'uno all'altro senza che all'orizzonte apparisse mai la possibilità di una alternativa accettabile, al punto che ancora oggi molti non riescono a digerire che governi qualcun altro.
Ma, tornando agli anni 70 e lasciando perdere le cronache specificatamente politiche, può dirsi un paese democratico normale una Italia nella quale vi furono numerosi attentati in luoghi della vita civile del paese che causarono stragi di civili? Tutto inizia il 12 dicembre 1969 con la bomba che provoca la prima strage della nostra storia democratica italiana, quella di p.zza Fontana. Essa sarà il punto di partenza innegabile degli avvenimenti tremendi dei periodi successivi e determinerà in alcuni la convinzione che il paese stesse precipitando nel totalitarismo. Ad essa seguitanno altre stragi con identiche caratteristi, come quella del 1974 di p.zza della Loggia a Brescia con l'esplosione di una bomba durante una manifestazione sindacale, quella di Bologna del 1980 per finire con la strage di Natale del 1984.
In quel periodo nacquero le formazioni terroristiche italiane, a partire dalle BR.
Ritengo sarebbe opportuna una analisi di quegli anni, senza far finta che nulla sia accaduto se non banali fatti di cronaca criminale. Perchè non eravamo un paese normale e chi pensa che eravamo una dittatuta forse non aveva ragione, ma direi che sarebbe opportuno offrirgli l'opportunità di ricredersi. Finchè neghiamo a noi e a tutti quella storia così evidente nella sua particolarità contribuiremo a fare in modo che si perpetui l'errore.




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