Sei stato il ragazzo che mi ha portato il primo mazzo di fiori, me lo ricordo ancora. 12 rose rosa e un lilium per i miei tredici anni, la prima ed unica festa di compleanno della mia vita. La nostra colonna sonora era La febbre del sabato sera, si ascoltava Olivia Newton John, Hopelessly devote to you.
Con te il primo bacio, le prime carezze un po' goffe. Eri bellissimo Marco, ti mangiavo con gli occhi, i tuoi obliqui, scuri, capelli biondi, grano maturo. Legati come due fratelli, noi, ore e ore a parlare nella tua camera di quello strano palazzo curvo del Lungo Po. Tua madre, che mi prestava i suoi libri, Queneau e i suoi esercizi di stile, e zia Julia e lo scribacchino. Finiti i baci quasi senza accorgercene, e senza rimpianto, eravamo soprattutto due amici che giocavano, senza malizia e senza erotismo, curiosi, e due confidenti con segreti tutti nostri, io e te dentro, gli altri fuori. Mi raccontavi della tua infanzia triste, della tua mamma vera che non ti aveva mai cercato, l'orfanotrofio, le botte. Io ti parlavo dei miei, e tornavo a casa alle sette, un libro sotto il braccio e e te nella testa. Mai una volta ci siamo detti qualcosa senza sorriderci, ridevamo di gusto, noi. Poi se ricordi iniziarono le tue brutte compagnie, quel “giro” del quale a malapena conoscevo di vista gli attori, il tuo amico Lupo, quanta sicurezza ti dava? E piano piano hai iniziato a cambiare. Cambiavo anche io per i fatti miei, 16 anni sono un’età balorda quando non ti pieghi ad una cinghia. Io via da casa quattro mesi. Al mio ritorno avevi altre cose per la testa. Cosa, l’ho imparato un po’ dopo, quando improvvisamente i tuoi vendettero tutto e sparirono insieme a te, senza un recapito. In realtà lo sapevo, che era eroina. Lo sai, dove siamo cresciuti noi in quegli anni tanti alla nostra età si facevano un buco. Dentro anche tu, troppo buono, troppo ingenuo e troppo coglione.
A cicli mi sei tornato nella memoria, sempre ogni volta che per caso mi ritrovavo a passare davanti allo stesso strano palazzo curvo, guardando quella che una volta era la tua finestra. Chissà Marco, dove sarai adesso.
Ma siccome nemmeno una grande città è troppo grande, nemmeno un’intero stato è troppo grande, e crediamo che nessuno ci sappia riconoscere più dopo 27 anni, anche stasera è suonato il telefono. Mia madre. Sai, mi dice, te lo ricordi Marco? Certo che lo ricordo, e mi aspetto il peggio. Mi dice sai, lo hanno incontrato, sta bene, lavora, ha tre bambini. Un bel ragazzone, era già bello allora, eh si mamma, bello come tu non sai. Bello sapere che alla fine ne sei fuori, non speravo più di avere tue notizie, e men che meno buone. Chissà se negli occhi dei tuoi figli sei riuscito a trovare quella mamma della quale non hai mai sentito l’abbraccio, chissà se hai mai pensato a me, e perché avresti dovuto. Ma ti auguro davvero un mondo bene, perché io non ho mai smesso di volertene, te ne voglio anche ora ora che se ci vedessimo rideremmo di noi per come siamo ridotti. Non ti arriverà mai la mia carezza, lo so, non ti arriveranno mai queste mie parole. Ma sono fiera di te. Ciao.




Rispondi Citando
