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Discussione: Globalizzazione

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    the dark knight's return
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    Interventi di Sua Eminenza Card.Biffi su Solo´vev
    L’ammonimento profetico di Vladimir S. Solovev

    Una meditazione tenuta il 27 febbraio 2007 dall'arcivescovo emerito di Bologna Card. Giacomo Biffi durante gli Esercizi Spirituali quaresimali alla Curia romana e a Papa Benedetto XVI (pubblicata sul quotidiano "Il Foglio" del 15 marzo 2007)

    Alla fine del secolo XIX la mentalità più diffusa prevedeva per il secolo che stava per iniziare un avvenire di progresso, di prosperità, di pace. Già Victor Hugo, sul finire dell’Ottocento, aveva profetizzato: “Questo secolo è stato grande, il prossimo secolo sarà felice”.

    1. Solov’ëv non si lascia contagiare da tanto laicistico candore e, nella sua ultima opera, “I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo”, datata alla Pasqua del 1900, pochi mesi prima di morire, prevede che il secolo XX sarà contrassegnato da grandi guerre, da grandi rivoluzioni cruente, da grandi lotte civili. Sul finire del secolo, i popoli europei – persuasi dei gravi danni derivati dalle loro rivalità – daranno origine, egli dice, agli Stati Uniti d’Europa “Ma… i problemi della vita e della morte, del destino finale del mondo e dell’uomo, resi più complicati e intricati da una valanga di ricerche e di scoperte nuove nel campo fisiologico e psicologico, rimangono come per l’addietro senza soluzione. Viene in luce soltanto un unico risultato importante, ma di carattere negativo: il completo fallimento del materialismo teoretico”. Ciò non comporterà però l’estendersi e l’irrobustirsi della fede. Al contrario, l’incredulità sarà dilagante. Sicché, alla fine si profila per la civiltà europea una situazione che potremmo definire di vuoto. In questo vuoto appunto emerge e si afferma la presenza e l’azione dell’Anticristo.

    2. Più che la vicenda immaginata da Solov’ëv – nella quale l’Anticristo prima viene eletto presidente degli Stati Uniti d’Europa, poi è acclamato imperatore romano, si impadronisce del mondo intero, e alla fine si impone anche alla vita e all’organizzazione delle Chiese – mette conto di richiamare le caratteristiche che sono qui attribuite a questo personaggio. Era – dice Solov’ëv – “un convinto spiritualista”. Credeva nel bene e perfino in Dio, “ma non amava che se stesso”. Era un asceta, uno studioso, un filantropo. Dava “altissime dimostrazioni di moderazione, di disinteresse e di attiva beneficenza”. Nella sua prima giovinezza si era segnalato come dotto e acuto esegeta: una sua voluminosa opera di critica biblica gli aveva propiziato una laurea ad honorem da parte dell’Università di Tubinga. Ma il libro che gli ha procurato fama e consenso universali porta il titolo: “La via aperta verso la pace e la prosperità universale”, dove “si uniscono il nobile rispetto per le tradizioni e i simboli antichi con un vasto e audace radicalismo di esigenze e direttive sociali e politiche, una sconfinata libertà di pensiero con la più profonda comprensione di tutto ciò che è mistico, l’assoluto individualismo con un’ardente dedizione al bene comune, il più elevato idealismo in fatto di principi direttivi con la precisione completa e la vitalità delle soluzioni pratiche”. E’ vero che alcuni uomini di fede si domandavano perché non vi fosse nominato nemmeno una volta il nome di Cristo; ma altri ribattevano: “Dal momento che il contenuto del libro è permeato dal vero spirito cristiano, dall’amore attivo e dalla benevolenza universale, che volete di più?”. D’altronde, egli “non aveva per Cristo un’ostilità di principio”. Anzi ne apprezzava la retta intenzione e l’altissimo insegnamento. Tre cose di Gesù, però, gli riuscivano inaccettabili. Prima di tutto le sue preoccupazioni morali. “Il Cristo – affermava – col suo moralismo ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò coi benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi”. Poi non gli andava “la sua assoluta unicità”. Egli è uno dei tanti; o meglio – diceva tra sé – è stato il mio precursore, perché il salvatore perfetto e definitivo sono io, che ho purificato il suo messaggio da ciò che è inaccettabile all’uomo di oggi. Soprattutto, non poteva sopportare il fatto che Cristo fosse vivo, tanto che istericamente si ripeteva: “Lui non è tra i vivi e non lo sarà mai. Non è risorto, non è risorto, non è risorto! È marcito, è marcito nel sepolcro…”.

    3. Ma dove l’esposizione di Solov’ëv si dimostra particolarmente originale e sorprendente – e merita la più approfondita riflessione – è nell’attribuzione all’Anticristo delle qualifiche di pacifista, di ecologista, di ecumenista.

    I. Già s’è visto che la pace e la prosperità sono gli argomenti del capolavoro letterario del nostro eroe. Ma sono idee che egli riuscirà anche ad attuare. Nel secondo anno di regno, come imperatore romano e universale, potrà emettere il proclama: “Popoli della terra! Io vi ho promesso la pace e io ve l’ho data”. E proprio a questo proposito matura in lui la coscienza della sua superiorità sul Figlio di Dio: “Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace”. A ben capire il pensiero di Solov’ëv su questo punto, gioverà citare quanto egli dice nel terzo dialogo per bocca del Signor Z., l’interlocutore che rappresenta l’autore: “Cristo è venuto a portare sulla terra la verità, ed essa, come il bene, innanzitutto divide”. “C’è dunque – dice Solov’ëv – la pace buona, la pace cristiana, basata su quella divisione che Cristo è venuto a portare sulla terra precisamente con la separazione tra il bene e il male, tra la verità e la menzogna; e c’è la pace cattiva, la pace del mondo, fondata sulla mescolanza o unione esteriore di ciò che interiormente è in guerra con se stesso”. Quanto al pensiero sulla guerra nel senso più comune e ovvio del termine, ricordiamo che il primo dei tre dialoghi solovëviani è tutto dedicato alla critica del pacifismo tolstojano e della dottrina della non-violenza. La guerra – vi si afferma – è certamente un male, ma bisogna riconoscere che, sia nella vita dei singoli sia in quella delle nazioni, si danno situazioni in cui alla violenza malvagia non basta rispondere con gli ammonimenti e le buone parole. Possiamo dire che, secondo Solov’ëv, mentre gli ideali di pace e di fraternità sono valori cristiani indiscutibili e vincolanti, tali non possono essere ritenuti il pacifismo e la teoria della non-violenza che finiscono col risolversi troppo spesso in una resa sociale alla prevaricazione e in un abbandono senza difesa dei piccoli e dei deboli alla mercé degli iniqui e dei prepotenti.

    II. L’Anticristo sarà poi anche un ecologista o almeno un animalista. Sono termini moderni che ovviamente Solov’ëv non usa; ma la sua descrizione è abbastanza chiara: “Il nuovo padrone della terra – egli precisa – era anzitutto un filantropo, pieno di compassione, non solo amico degli uomini ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano, proibì la vivisezione e sottopose i mattatoi a una severa sorveglianza; le società protettrici degli animali furono da lui incoraggiate in tutti i modi”.

    III. L’Anticristo infine si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare “con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza”. Convocherà i rappresentanti di tutte le confessioni cristiane a “un concilio ecumenico da tenere sotto la sua presidenza”. La sua azione mirerà a cercare il consenso di tutti attraverso la concessione dei favori concretamente più apprezzati. “Se non siete capaci di mettervi d’accordo tra voi – dirà ai convenuti dell’assise ecumenica – spero di mettere d’accordo io tutte le parti, dimostrando a tutti il medesimo amore e la medesima sollecitudine per soddisfare la vera aspirazione di ciascuno”. Attuerà praticamente questo disegno, ridonando ai cattolici il potere temporale del Papa, erigendo per gli ortodossi un istituto per la raccolta e la custodia di tutti i preziosi cimeli liturgici della tradizione orientale, creando a vantaggio dei protestanti un centro di libera ricerca biblica lautamente finanziato. È un ecumenismo esteriore e “quantitativo”, che gli riuscirà quasi perfettamente: le masse dei cristiani entreranno nel suo gioco. Soltanto un gruppetto di cattolici con a capo il Papa Pietro II, un esiguo numero di ortodossi guidati dallo staretz Giovanni e alcuni protestanti che si esprimono per bocca del professor Pauli resisteranno al fascino dell’Anticristo. Costoro arriveranno ad attuare l’ecumenismo della verità, radunandosi in un’unica Chiesa e riconoscendo il primato di Pietro. Ma sarà un ecumenismo “escatologico”, realizzato quando ormai la storia è pervenuta alla sua conclusione: “Così – racconta Solov’ëv – si compì l’unione delle Chiese nel cuore di una notte oscura su un’altura solitaria. Ma l’oscurità della notte venne a un tratto squarciata da un vivido splendore e in cielo apparve un grande segno: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle”.

    4. Qual è allora l’“ammonimento profetico” che arriva ai nostri tempi da questa specie di parabola del grande filosofo russo? Verranno giorni, ci dice Solov’ëv, quando nella cristianità si tenderà a risolvere il fatto salvifico, che non può essere accolto se non nell’atto difficile, coraggioso, concreto e razionale della fede, in una serie di “valori” facilmente esitabili sui mercati mondani. Da questo rischio dobbiamo guardarci. Anche se un cristianesimo che parlasse solo di “valori” largamente condivisibili ci renderebbe infinitamente più accettabili nei salotti, nelle aggregazioni sociali e politiche, nelle trasmissioni televisive, non possiamo e non dobbiamo rinunciare al cristianesimo “di Gesù Cristo”, il cristianesimo che ha al suo centro lo “scandalo” della croce e la realtà sconvolgente della risurrezione del Signore. Questo pericolo – vorrei aggiungere – nella società dei nostri tempi non è puramente ipotetico. Don Divo Barsotti ha detto una parola tremenda, ma di attualità incontestabile: in molte proposte, in molte iniziative, in molti discorsi delle nostre comunità – egli afferma – Gesù Cristo è una scusa per parlare d’altro. Il Figlio di Dio crocifisso e risorto, unico Salvatore dell’uomo, non è “traducibile” in una serie di buoni progetti e di buone ispirazioni, omologabili con la mentalità mondana dominante. E’ una “pietra”, come egli ha chiaramente detto di sé – e come noi raramente abbiamo il coraggio di ripetere –: su questa “pietra”, o (affidandosi) si costruisce o (contrapponendosi) ci si va a schiantare: “Chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà” (Mt 21,44).

    5. Qualche chiarificazione a questo punto si impone. È indubitabile che il cristianesimo sia prima di ogni altra cosa “avvenimento”; ma è altrettanto indubitabile che questo avvenimento propone e sostiene dei “valori” irrinunciabili. Certo non si può, per amore di dialogo, sciogliere il fatto cristiano in una serie di valori condivisibili dai più; ma non si può neppure disistimare i valori autentici, quasi fossero qualcosa di trascurabile. Occorre dunque un discernimento. Ci sono dei valori assoluti – o, come dicono i filosofi, trascendentali –: tali sono, ad esempio, il vero, il bene, il bello. Chi li percepisce e li onora e li ama, percepisce, onora, ama Gesù Cristo, anche se non lo sa e magari si crede anche ateo, perché nell’essere profondo delle cose Cristo è la verità, la giustizia, la bellezza. Ci sono valori relativi (o categoriali), come il culto della solidarietà, l’amore per la pace, il rispetto per la natura, l’atteggiamento di dialogo eccetera. Questi meritano un giudizio più articolato, che preservi la riflessione da ogni ambiguità. Solidarietà, pace, natura, dialogo possono diventare nel non cristiano le occasioni concrete di un approccio iniziale e informale a Cristo e al suo mistero. Ma se nella sua attenzione essi si assolutizzano fino a svellersi del tutto dalla loro oggettiva radice o, peggio, fino a contrapporsi all’annuncio del fatto salvifico, allora diventano istigazioni all’idolatria e ostacoli sulla strada della salvezza. Allo stesso modo, nel cristiano, questi stessi valori – solidarietà, pace, natura, dialogo – possono offrire preziosi impulsi all’inveramento di una totale e appassionata adesione a Gesù, Signore dell’universo e della storia; è, per esempio, il caso di san Francesco d’Assisi. Ma se il cristiano, per amore di apertura al mondo e di buon vicinato con tutti, quasi senza avvedersene stempera sostanzialmente il fatto salvifico nella esaltazione e nel conseguimento di questi traguardi secondari, allora egli si preclude la connessione personale col Figlio di Dio crocifisso e risorto, consuma a poco a poco il peccato di apostasia, si ritrova alla fine dalla parte dell’Anticristo.

    6. Nella prefazione a “I tre dialoghi” Solov’ëv racconta che, ai suoi tempi, in qualche governatorato della Russia aveva cominciato a diffondersi una nuova religione, che aveva estremamente semplificato la sua attività di culto. I suoi adepti “dopo aver praticato in qualche angolo buio nella parete dell’isba un buco di media grandezza… applicavano ad esso le labbra e ripetevano molte volte con insistenza: isba mia, buco mio, salvatemi!”. In questa incredibile aberrazione – nota Solov’ëv – c’era almeno il pregio di un uso corretto dei termini: “l’isba la chiamavano isba e il buco… lo chiamavano buco”. Nel nostro mondo c’è invece di peggio, continua implacabilmente il filosofo. “L’uomo ha perduto l’antica schiettezza. La sua isba ha ricevuto la denominazione di “regno di Dio in terra”; quanto al buco, si è cominciato a chiamarlo ‘nuovo vangelo’”. (Qui la polemica con Tolstoj è scoperta e addirittura feroce). Ma il cristianesimo senza Cristo e senza la buona notizia di una reale e personale risurrezione “è poi la stessa cosa di uno spazio vuoto, come un semplice buco, praticato in una isba di contadini”. In conclusione, a me pare che anche e soprattutto oggi siamo alle prese con la cultura della pura e semplice “apertura”, della libertà senza contenuti, del niente esistenziale. Questa è la più grande tragedia del nostro tempo. Ma la tragedia diventa ancora più grande quando a questo “niente”, a queste “aperture”, a questi “buchi” si attribuisce per amore di dialogo qualche ingannevole etichetta cristiana. Fuori di Cristo – persona concreta, realtà viva, avvenimento – c’è solo il “vuoto” dell’uomo e la sua disperazione. In Cristo, che è il plèroma del Padre, l’uomo trova la sua pienezza e la sua sola speranza.

    --

    Intervento al Convegno "La passione per l'unità": Vladimir Solo'vev (1853-1900)
    Sabato 4 marzo 2000 - ore 10,30 - Sala di rappresentanza di Rolo Banca 1473
    Vladimir Sergeevic Solovev: un profeta inascoltato

    Vladimir Sergeevic Solovev è morto cento anni fa, il 31 luglio (13 agosto, secondo il nostro calendario gregoriano) dell’anno 1900.

    E’ morto sul limitare del secolo XX: un secolo del quale egli, con singolare acutezza, aveva preannunciato le vicissitudini e i guai; un secolo che avrebbe però tragicamente contraddetto nei fatti e nelle ideologie dominanti i suoi più rilevanti e più originali insegnamenti. E’ stato dunque, il suo, un magistero profetico e al tempo stesso un magistero largamente inascoltato.

    Un magistero profetico

    Al tempo del grande filosofo russo, la mentalità più diffusa - nell’ottimismo spensierato della "belle époque" - prevedeva per l’umanità del secolo che stava per cominciare un avvenire sereno: sotto la guida e l’ispirazione della nuova religione del progresso e della solidarietà senza motivazioni trascendenti, i popoli avrebbero conosciuto un’epoca di prosperità, di pace, di giustizia, di sicurezza. Nel ballo Excelsior - una coreografia che negli ultimi anni del secolo XIX aveva avuto uno straordinario successo (e avrebbe poi dato il nome a una serie innumerevoli di teatri, di alberghi, di cinema) - questa nuova religione aveva trovato quasi una sua liturgia. Victor Hugo aveva profetizzato: "Questo secolo è stato grande, il prossimo secolo sarà felice".

    Solovev invece non si lascia incantare da quel candore laicistico e anzi preannunzia con preveggente lucidità tutti i malanni che poi si sono avverati.

    Già nel 1882, nel Secondo discorso sopra Dostoevskij, egli parrebbe aver presagito e anticipatamente condannato l’insipienza e l’atrocità del collettivismo tirannico, che qualche decennio dopo avrebbe afflitto la Russia e l’umanità:

    "Il mondo - afferma - non deve essere salvato col ricorso alla forza…Ci si può figurare che gli uomini collaborino insieme a qualche grande compito, e che a esso riferiscano e sottomettano tutte le loro attività particolari; ma se questo compito è loro imposto, se esso rappresenta per loro qualcosa di fatale e di incombente,…allora, anche se tale unità abbracciasse tutta l’unanità, non sarà stata raggiunta l’umanità universale, ma si avrà solo un enorme ‘formicaio’ " (Edizione ‘La Casa di Matriona’, pp. 65-66); quel ‘formicaio’ che in effetti sarebbe stato poi attuato dall’ideologia ottusa e impietosa di Lenin e di Stalin.

    Nell’ultima pubblicazione - I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, opera compiuta la domenica di Pasqua del 1900 - è impressionante rilevare la chiarezza con cui Solovev prevede che il secolo XX sarà "l’epoca delle ultime grandi guerre, delle discordie intestine e delle rivoluzioni" (Edizione Marietti p.184). Dopo di che - egli dice - tutto sarà pronto perché perda di significato "la vecchia struttura in nazioni separate e quasi ovunque scompaiano gli ultimi resti delle antiche istituzioni monarchiche" (p. 188). Si arriverà così alla "Unione degli Stati Uniti d’Europa" (p. 195).

    Soprattutto è stupefacente la perspicacia con cui descrive la grande crisi che colpirà il cristianesimo negli ultimi decenni del Novecento.

    Egli la raffigura nella icona dell’Anticristo, personaggio affascinante che riuscirà a influenzare e a condizionare un po’ tutti. In lui, come qui è presentato, non è difficile ravvisare l’emblema, quasi l’ipostatizzazione, della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni: egli - dice Solovev - sarà un "convinto spiritualista", un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo.

    Sarà, tra l’altro, anche un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli propizierà addirittura una laurea "honoris causa" della facoltà di Tubinga. Soprattutto, si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare "con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza" (p. 211).

    Nei confronti di Cristo non avrà "un’ostilità di principio" (p. 190); anzi ne apprezzerà l’altissimo insegnamento. Ma non potrà sopportarne - e perciò la censurerà - la sua assoluta "unicità" (p. 190); e dunque non si rassegnerà ad ammettere e a proclamare che egli sia risorto e oggi vivo.

    Si delinea qui, come si vede, e viene criticato, un cristianesimo dei "valori", delle "aperture" e del "dialogo", dove pare che resti poco posto alla persona del Figlio di Dio crocifisso per noi e risorto, e all’evento salvifico.

    Abbiamo di che riflettere. La militanza di fede ridotta ad azione umanitaria e genericamente culturale; il messaggio evangelico identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie e con tutte le religioni; la Chiesa di Dio scambiata per un’organizzazione di promozione sociale: siamo sicuri che Solovev non abbia davvero previsto ciò che è effettivamente avvenuto, e che non sia proprio questa oggi l’insidia più pericolosa per la "nazione santa" redenta dal sangue di Cristo? E’ un interrogativo inquietante e non dovrebbe essere eluso.

    Un magistero inascoltato

    Solovev ha capito come nessun altro il secolo ventesimo, ma il secolo ventesimo non ha capito lui.

    Non è che gli siano mancati i riconoscimenti. La qualifica di massimo filosofo russo non gli viene di solito contestata. Von Balthasar ritiene il suo pensiero "la più universale creazione speculativa dell’epoca moderna" (Gloria III, p. 263) e arriva perfino a collocarlo sullo stesso piano di Tommaso d’Aquino.

    Ma è innegabile che il secolo ventesimo, nel suo complesso, non gli ha prestato alcuna attenzione e anzi si è puntigliosamente mosso in senso opposto a quello da lui indicato.

    Sono lontanissimi dalla visione solovievana della realtà gli atteggiamenti mentali oggi prevalenti, anche in molti cristiani ecclesialmente impegnati e acculturati. Tra gli altri, tanto per esemplificare:

    - l’individualismo egoistico, che sta sempre più segnando di sé l’evoluzione del nostro costume e delle nostre leggi;

    - il soggettivismo morale, che induce a ritenere che sia lecito e perfino lodevole assumere in campo legislativo e politico posizioni differenziati dalla norma di comportamento alla quale personalmente ci si attiene;

    - il pacifismo e la non-violenza, di matrice tolstoiana, confusi con gli ideali evangelici di pace e di fraternità, così che poi si finisce coll‘arrendersi alla prepotenza e si lasciano senza difesa i deboli e gli onesti;

    - l’estrinsecismo teologico che, per timore di essere tacciato di integrismo, dimentica l’unità del piano di Dio, rinuncia a irradiare la verità divina in tutti i campi, abdica a ogni impegno di coerenza cristiana.

    In special modo il secolo ventesimo - nei suoi percorsi e nei suoi esiti sociali, politici, culturali - ha contraddetto clamorosamente la grande costruzione morale di Solovev.

    Egli aveva individuato i postulati etici fondamentali in una triplice primordiale esperienza, nativamente presente in ogni uomo: vale a dire nel pudore, nella pietà verso gli altri, nel sentimento religioso.

    Ebbene, il Novecento - dopo una rivoluzione sessuale egoistica e senza saggezza - è approdato a traguardi di permissivismo, di ostentata volgarità e di pubblica spudoratezza, che sembra non aver paragoni adeguati nella vicenda umana.

    E’ stato poi il secolo più oppressivo e più insanguinato della storia, privo di rispetto per la vita umana e privo di misericordia. Non possiamo certo dimenticare l’orrore dello sterminio degli ebrei, che non sarà mai esecrato abbastanza. Ma sarà bene ricordare che non è stato il solo: nessuno ricorda il genocidio degli Armeni a cavallo della prima guerra mondiale; nessuno commemora le decine e decine di milioni uccisi sotto il regime sovietico; nessuno si avventura a fare il conto delle vittime sacrificate inutilmente nelle varie parti del mondo all’utopia comunista.

    Quanto al sentimento religioso, durante il secolo ventesimo in oriente è stato per la prima volta proposto e imposto su una vasta parte di umanità l’ateismo di stato, mentre nell’occidente secolarizzato si è diffuso un ateismo edonistico e libertario, fino ad arrivare all’idea grottesca della "morte di Dio".

    In conclusione, Solovev è stato indubbiamente un profeta e un maestro; ma un maestro, per così dire, inattuale. Ed è questa, paradossalmente la ragione della sua grandezza e della sua preziosità per il nostro tempo.

    Appassionato difensore dell’uomo e allergico a ogni filantropia; apostolo infaticabile della pace e avversario del pacifismo; propugnatore dell’unità tra i cristiani e critico di ogni irenismo; innamorato della natura e lontanissimo dalle odierne infatuazioni ecologiche: in una parola, amico della verità e nemico dell’ideologia. Proprio di guide come lui abbiamo oggi un estremo bisogno.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

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    La nuova «terza via» di Obama per rifondare l´ Occidente
    di Zakaria Fareed
    (12 novembre 2008) - Corriere della Sera

    DOPO CLINTON E BLAIR

    La nuova «terza via» di Obama per rifondare l' Occidente

    Obama ha riportato molto più di una vittoria presidenziale: si è assicurato l' occasione di impostare da capo il panorama nazionale e creare una nuova ideologia politica per l' Occidente. Dalla fine della guerra fredda, due grandi tendenze politiche hanno innervato le democrazie occidentali. La prima - guidata da Bill Clinton e Tony Blair all' inizio degli anni Novanta - rappresentava i passi avanti compiuti dalla sinistra nell' apertura verso il libero mercato e i valori tradizionali, per riscuotere i consensi dell' elettorato medio. La seconda è stata la decadenza ideologica dell' ala conservatrice, un movimento oggi travagliato da contraddizioni e corruzione, e personificato dall' agenda wilsoniana di George Bush, con il suo massiccio apparato governativo. Queste due tendenze si sono incrociate nel 2008. Certo, la maggioranza degli americani si definisce tuttora conservatrice anziché liberale. Una grossa fetta dell' America è di salda fede repubblicana. Ma questa è una riflessione sugli ultimi tre decenni di governo conservatore, non una previsione per il futuro. «Tra i popoli democratici - scriveva Alexis de Tocqueville - ogni generazione rappresenta un nuovo popolo». I conservatori erano in ascesa negli anni Ottanta e Novanta perché sapevano offrire ricette efficaci per debellare i flagelli degli anni Settanta, stagflazione e turbolenza sociale in patria, espansionismo sovietico all' estero. La strategia di ridurre il ruolo dello Stato, ribadire i valori tradizionali e controbattere con fermezza le posizioni di Mosca sembrò funzionare. Ma da allora i conservatori hanno rifilato le medesime risposte a ogni crisi successiva. Ricordiamo la reazione di John McCain quando gli è stato chiesto come avrebbe affrontato il collasso di Wall Street: McCain ha giurato di bloccare gli stanziamenti speciali, che non hanno nulla a che vedere con la necessità di restituire fiducia e credito ai mercati. Nel corso degli ultimi vent' anni, gli Stati Uniti hanno conosciuto una straordinaria impennata di prosperità, di cui hanno beneficiato larghi strati della società. Abbiamo le case più grandi e gli schermi televisivi più piatti del mondo. Ma non siamo stati capaci di affrontare tutta una serie di problemi molto più importanti - una sanità a portata di tutti, una scuola di qualità anche per i ceti meno abbienti e l' efficienza energetica, per citarne solo tre. In tutte queste aree, le soluzioni non possono arrivare esclusivamente dalla sfera privata, ma richiederanno un intervento statale su vasta scala. Man mano che il libero mercato, una società aperta e una popolazione multietnica si irrobustivano, l' ordine tradizionale difeso dai conservatori si è scardinato sotto i colpi inferti dal lavoro femminile, divorzio, immigrazione e minoranze. La gente lavora, vive, si sposa e forma una famiglia in un' infinità di modi diversi, tanto che le vecchie strutture sociali appaiono ormai antiquate. Le riforme dell' economia di mercato avviate da Margaret Thatcher hanno lentamente rivoluzionato la società britannica, immobilizzata nelle sue classi sociali, struttura sulla quale poggiava l' egemonia politica dei Tory. Un meccanismo simile è stato innescato in America, quando la gioventù repubblicana si è lentamente, ma inesorabilmente, spostata su posizioni democratiche. Questo non riflette, tuttavia, un ritorno al liberismo vecchia maniera. Il mondo è andato avanti dagli anni Sessanta a oggi. Pochi credono che lo stato debba presidiare l' economia, che spetti alla pianificazione centralizzata il compito di assegnare le risorse e che il protezionismo potrà salvare posti di lavoro a lungo andare. Osserviamo la sinistra al potere, dalla Gran Bretagna all' Australia, e vedremo all' opera politiche a favore del mercato e del commercio, atte a stimolare la crescita. La differenza è che questi governi incoraggiano il ruolo dello stato in alcuni settori, dove il privato non è in grado di sopperire a tutte le necessità. Per Obama, la crisi attuale presenta un' ottima occasione per riformulare la tradizionale spaccatura nella politica americana. Anziché rispettare il solito divario destra-sinistra sulle dimensioni e sul ruolo del governo, Obama dovrà cercare di risolvere il problema più grave che gli americani avvertono nei confronti di Washington: un governo che appare loro predatorio e corrotto. Gli americani esaminano le aliquote fiscali e non si preoccupano tanto della «ridistribuzione della ricchezza», quanto della corruzione istituzionalizzata tramite scappatoie e favori speciali. Una vera riforma sarà possibile solo smantellando le politiche rapaci e la corruzione, sia da destra che da sinistra. Nei primi anni Trenta, la realtà economica e politica americana faceva intravedere l' alba di una nuova era. Ma la nuova era fu possibile - e prese la sua forma particolare - grazie all' abilità e alla visione di Franklin Delano Roosevelt. Se davvero vorrà plasmare il futuro, Obama dovrà dimostrare una simile capacità di leadership. Il suo pensatore preferito, Ralph Waldo Emerson, scrisse nel 1841 che «il partito dei conservatori e quello degli innovatori ... si sono disputati il possesso del mondo sin dalla sua creazione ... Gli innovatori sono la forza di spinta, i conservatori la pausa finale». Per creare una nuova maggioranza di governo, Obama dovrà incarnare lo spirito innovatore. © Newsweek 2008 traduzione di Rita Baldassarre

    Zakaria Fareed


    Pagina 36
    (12 novembre 2008) - Corriere della Sera
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    Predefinito Rif: Globalizzazione

    Naomi Klein - No logo
    Introduzione
    NO LOGO Naomi Klein INTRODUZIONE UNA RETE DI MARCHI Se chiudo appena gli occhi, inclino la testa e guardo dalla finestra giù dritto fino al lago, tutto ciò che riesco a vedere è il 1932. Magazzini marrone, ciminiere color avana e, dipinte sui muri di mattoni, scolorite pubblicità di marche ormai tramontate, "Lovely", "Gaywear". È la vecchia Toronto industriale delle fabbriche di abbigliamento, dei pellicciai, degli abiti nuziali all'ingrosso. Finora nessuno ha trovato modo di trarre profitto dalla demolizione di queste scatole di mattoni, e, in questa piccola area di otto o nove isolati, la città moderna è cresciuta disordinatamente sulla città vecchia. Sto scrivendo questo libro dal mio appartamento in uno stabile di dieci piani situato in un quartiere fantasma di Toronto, dove un tempo si svolgeva la produzione tessile. Da allora molti di quegli edifici sono stati sprangati, le vetrate fracassate, i polmoni delle ciminiere chiusi; oggi la loro unica funzione capitalistica è quella di ospitare sui tetti incatramati grandi tabelloni pubblicitari a luci intermittenti che ricordano agli automobilisti, bloccati nel traffico della superstrada lungo il lago, l'esistenza della birra Molson, delle automobili Hyundai e dell'EZ Rock FM. Negli anni Venti e Trenta, gli immigrati russi e polacchi andavano su e giù per queste strade discutendo di Trotzkij e delle leadership del Sindacato internazionale delle operaie tessili. Ancora oggi, anziani portoghesi spingono rastrelliere di abiti e cappotti lungo il marciapiedi, e alla porta a fianco puoi comprare un diadema nuziale di gioielli finti se mai dovessi averne la necessità (per un costume di Halloween o una recita scolastica). Il vero movimento comunque è in fondo all'isolato, tra i cumuli di gioielli commestibili di Sugar Mountain, il tempio dei dolci retrò, aperto fino alle due del mattino per soddisfare i golosi desideri notturni dei ragazzi che frequentano i locali. Un negozio al pianterreno continua il suo discreto commercio di manichini nudi e calvi, sebbene più spesso venga dato in affitto a scuole come set surreale per film sperimentali oppure come sfondo tristemente alla moda per interviste televisive. Come per molti quartieri urbani in analoghe condizioni di limbo postindustriale, le stratificazioni di decenni conferiscono a Spadina Avenue un fascino casuale e meraviglioso. I loft e i monolocali sono pieni di gente consapevole di interpretare un ruolo in una pièce artistica a sfondo metropolitano, anche se fanno di tutto per non farlo notare. Se qualcuno rivendica maggiori diritti sulla "vera Spadina", allora tutti gli altri cominciano a sentirsi come dei sostegni di scarsa importanza e crolla l'intero palazzo. Per questo non è piaciuta l'iniziativa del Comune di commissionare una serie di installazioni artistiche per "celebrare" la storia di Spadina Avenue. Per prime le figure in acciaio appollaiate in cime ai lampioni: donne piegate sulle macchine da cucire e folle di operai in sciopero sventolanti striscioni con slogan indecifrabili. Poi venne il peggio; un gigantesco ditale di ottone, proprio all'angolo del mio palazzo. Tre metri e mezzo di altezza per tre di di diametro. Accanto, due enormi bottoni color pastello, dai cui fori uscivano piccoli e fragili alberelli in crescita. Per fortuna, Emma Goldman, la famosa anarchia e sindacalista che visse proprio in questa strada alla fine degli anni Trenta, non ha dovuto assistere alla trasformazione della lotta dei lavoratori tessili in una strumentazione tanto "kitsch". Il ditale è solo la più evidente manifestazione di una nuova e dolorosa autocoscienza portata sulla strada. Tutto intorno si stanno ristrutturando i vecchi edifici industriali, che vengono convertiti in complessi residenziali con nomi come "La fabbrica dei dolciumi". D'altronde, già il settore della moda aveva sfruttato il look della fabbrica per brillanti idee d'abbigliamento: per esempio, le tute smesse degli operai, i jeans Labor della Diesel, gli scarponi della Caterpillar. Ed è ovvio che prosperi anche il mercato edilizio con la vendita di appartamenti nelle fabbriche riadattate e lussuosamente rinnovate, completi di docce rivestite in ardesia, parcheggi sotterranei, palestre a cielo aperto e portieri a orario continuato. Finora il mio padrone di casa, che ha fatto fortuna producendo e vendendo impermeabili London Fog, si è fermamente rifiutato di svendere il nostro palazzo. Forse finirà per cedere, ma per il momento ha ancora una manciata di locatari attivi nel settore dell'abbigliamento i cui affari sono troppo modesti per spingerli a muoversi verso l'Asia o il Centro America e che per qualche ragione non vogliono adattare la pratica corrente di impiegare lavoratori a domicilio pagati a cottimo. Il resto dell'edificio è affittato a insegnanti di yoga, produttori di documentari, grafici, scrittori e artisti che ci vivono e ci lavorano. I ragazzi shmata che ancora vendono impermeabili nel magazzino accanto sembrano terribilmente sconcertati quando vedono i cloni di Marilyn Manson, in catene e stivali alti di pelle, attraversare l'atrio e andare al bagno comune con in mano il tubetto del dentifricio. Ma cosa ci si può fare? Per ora siamo bloccati qui tutti insieme, imprigionati tra la dura realtà della globalizzazione economica e la persistente estetica da video rock.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

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    Predefinito Rif: Globalizzazione

    Papa Wojtyla contro la globalizzazione selvaggia
    l´interessante testimonianza di Messori
    Corriere della Sera - "Quel pranzo con il mistico Wojtyla" "Quel pranzo con il mistico Wojtyla" Vittorio Messori ricorda l' incontro nella residenza estiva di Castelgandolfo "Mi accorsi che non ha bisogno di credere: lui sa, è come se vedesse Dio" intervista con Vittorio Messori "Che cosa si celebra in questo mese d'ottobre? I venti anni di presenza di Karol Wojtyla sul seggio di Pietro, oppure l'anniversario di un pontificato, cioè di un'epoca nella vita della Chiesa? Venti anni fa, un polacco di 58 anni cominciava uno dei regni più lunghi nella storia del cristianesimo. Questa distinzione fra l'uomo e il pontificato è essenziale: il Papa può risultare più o meno simpatico, santo o peccatore, bianco o nero, ma questo è secondario: quello che conta è che rappresenta il garante della fede, il vicario di Cristo. Detto questo, Giovanni Paolo II mi risulta ovviamente, per quel che conta, molto simpatico. Non voglio farmi passare per uno dei suoi intimi, ma si dà il caso che qualche anno fa il Papa abbia pensato a me quando Rai 1 gli ha proposto di farsi intervistare. Mi conosceva, perché aveva letto il mio primo libro, Ipotesi su Gesù, quando era arcivescovo di Cracovia e si trovava a Roma per chiedere a Papa Paolo VI un ritiro spirituale. Mi è stato raccontato che aveva fatto tradurre questo libro in polacco e, per sfuggire alla censura del regime, l'aveva pubblicato a puntate sul giornale della sua diocesi. Ho scoperto in seguito che era un attento lettore dei miei libri e dei miei articoli sui quotidiani italiani. Un giorno mi fece telefonare per invitarmi a colazione nella sua residenza estiva di Castelgandolfo. Come andarono poi le cose, fino alla pubblicazione, in 53 lingue, di Varcare la soglia della speranza, l'ho raccontato nell'introduzione al libro e non è dunque il caso di ritornarvi. Ho riferito in quelle pagine le circostanze di questo incontro perché da allora ho l'impressione di aver colto diverse sfaccettature della personalità di Giovanni Paolo II. Innanzi tutto, direi che è un mistico allo stato puro. Direi addirittura che nel suo caso non si può neanche parlare di "un uomo di fede", perché la fede è una scommessa, come diceva Pascal; mentre invece il Papa - che peraltro conosce bene il grande filosofo francese, che cita spesso - è posseduto da una certezza. Non ha bisogno di credere: egli vede. Parlando con lui, si ha l'impressione che sia immerso in una sorta di visione. Quello che vede non lo stupisce, gli sembra naturale e non è fonte di dubbio, ma di ammirazione. Lo si comprende guardandolo pregare. Tutte le sere, prima di coricarsi, si ritira in raccoglimento nella sua cappella privata. Non si può spiegare il suo pontificato se non si tiene conto di questo aspetto dell'uomo: ogni suo pensiero e ogni suo atto hanno radici nella contemplazione e nella preghiera. L'altro aspetto di Giovanni Paolo II è la sua straordinaria umanità. In questo inusitato pontificato c'è anche questo particolare: Karol Wojtyla è il primo Papa, da forse due secoli, che non è entrato in seminario da bambino. Ha avuto una gioventù normale nella Polonia fra nazismo e comunismo, quella di un ragazzo della sua generazione, che ha frequentato gli ambienti sportivi e teatrali, e ha conosciuto delle ragazze. Lui stesso racconta che, giovane adolescente, s'innamorò di un'attrice della sua età, Halina Krolikiewitcz, con la quale aveva spesso recitato sulla scena. Questa educazione non clericale ha contribuito ad assicurargli una grande facilità di rapporti con chiunque, uomini e donne, capo di Stato o semplice fedele. Lo si vede da vent'anni, in occasione dei suoi viaggi, durante i quali s'immerge in bagni di folla, incontra gente comune e alti dirigenti con la stessa naturalezza e la stessa benevolenza. Fra le sue foto, che si contano a milioni, ce n'è una che mi emoziona particolarmente perché mi fa comprendere il segreto di quest'uomo. Fu scattata in occasione di un viaggio: si vede una ragazza, molto bella, che porta un cesto di frutta e lo offre al Santo Padre. E lui, istintivamente, le accarezza paternamente una guancia, atto impensabile per Pio XII o Paolo VI. Nessuna ambiguità in questo gesto, nessun imbarazzo. Questa spontaneità riveste una grande importanza nel carisma di Giovanni Paolo II. Quello che affascina gli intellettuali, più che il pensiero, è la persona di Giovanni Paolo II. Il Papa è forse l'uomo più rispettato e al contempo meno ascoltato, perché il mondo moderno vive una situazione tragica: essere, dopo la caduta delle ideologie, un orfanotrofio, dove l'uomo è alla ricerca di un padre. Per una sorta di pigrizia, sono molti quelli che continuano a parlare in termini di categorie "politiche": Papa restauratore, Papa conservatore o Papa progressista. In Giovanni Paolo II ci sarebbero un ministero pastorale "di sinistra" (l'assemblea interreligiosa ad Assisi nel 1986) e una teologia morale "di destra". Cercare di comprendere questo pontificato utilizzando parametri ideologici è del tutto fuor di luogo. Di destra, Giovanni Paolo II, in quanto teologo? Ma si dimenticano le accuse di modernismo di cui è stato fatto oggetto quando era arcivescovo di Cracovia, in quanto coautore di uno dei testi più audaci del Concilio Vaticano II, la Gaudium et spes. E tutto quello che ha fatto nel suo pontificato è in questa direzione. Mentre il cardinale Ratzinger mi ha spesso parlato dei danni provocati da certe interpretazioni abusive del Concilio (soprattutto in materia di liturgia), al contrario, nonostante i miei sforzi per far ammettere al Papa che alcuni aspetti del dopo - Concilio avevano avuto connotazioni negative, non sono mai riuscito a cavare da lui la pur minima critica. Conservatore il suo discorso morale? Ma no, la sua teologia del matrimonio è squisitamente rivoluzionaria. Se si legge quello che ha scritto sull'argomento, si scopre che, contrariamente all'insegnamento tradizionale, che considera come finalità primaria del matrimonio la procreazione e l'educazione dei figli, il moralista Wojtyla mette in primo piano l'amore reciproco tra i coniugi. Non è poco, vista la posizione della Chiesa su questa materia. Nel corso di questo pontificato ricco di grandi avvenimenti, è successo a Giovanni Paolo II quanto di peggio può capitare a un uomo: vedere realizzato uno dei suoi sogni più cari. Dai suoi viaggi in Polonia si è potuto constatare quale peso egli abbia avuto nell'evoluzione della situazione politica in quei Paesi, unitamente all'attrazione esercitata dall'Occidente sul blocco orientale. Ma ha subito la delusione di vedere che, alla caduta del Muro, gli abitanti di Berlino Est non si sono precipitati nelle chiese, ma nel grande sexy - shop di Berlino Ovest. Credo - anzi temo - che se oggi Giovanni Paolo II dovesse scegliere tra due mali, la Polonia - caserma di ieri e la Polonia - casa di tolleranza di oggi, sceglierebbe la prima. Il suo sogno non era probabilmente il crollo definitivo del comunismo a vantaggio di un capitalismo selvaggio, ma la sua intima riforma. Idea condivisa da Gorbaciov: non è un caso che fra i due uomini ci sia stata un'istintiva intesa in occasione del loro incontro a Roma nel dicembre del 1989. Giovanni Paolo II ha lottato contro il comunismo, ma cercando di smussare gli estremismi di Solidarnosc. Certamente non amava il comunismo, ma non ama neppure le mafie camuffate da liberalismo che gli sono succedute. Perché? Perché, secondo Giovanni Paolo II, ci sono due rischi per la fede: la persecuzione e l'assimilazione. L'Est ha conosciuto la persecuzione per cinquanta anni. L'Occidente sperimenta l'assimilazione, il rischio dell'appannamento del cristianesimo ad opera delle idee correnti: forma di persecuzione più sottile, quasi invisibile. Quando il comunismo è caduto, è cominciata la grande crisi d'identità della Chiesa polacca. Ed è per lanciare un segnale contro l'egemonia capitalista nel mondo che il capo della Chiesa cattolica è andato a Cuba e ha reso l'onore delle armi a quel vecchio dittatore condannato dalla Storia che è Fidel Castro. Una visita a cento chilometri dagli Stati Uniti. Una follia, per dire agli americani: "Io ho lottato contro il comunismo, ma non per questo ho l'intenzione di benedire tutto il vostro liberalismo". Che smacco! Gli onnipotenti Stati Uniti non gliel'hanno perdonato. Bastava leggere la stampa americana dell'epoca per misurare la loro collera. Il Papa ha fatto cadere il comunismo come sistema di potere, ma senza disconoscerne alcuni aspetti positivi: il bisogno di giustizia, un certo richiamo alla generosità umana. Lo si comprende leggendo l'enciclica Centesimus Annus: il Papa vorrebbe al tempo stesso la giustizia (che deriva particolarmente dal socialismo) e la libertà (che si esprime all'occorrenza nel capitalismo). In pochi anni, questo difficile cammino è stato percorso a vantaggio di un sistema liberista esasperato. La delusione di Giovanni Paolo II deriva da questo. Oggi, Giovanni Paolo II sta guidando la Chiesa verso il 2000. Non è certo vittima della superstizione delle date (oltretutto è probabile, come alcuni storici hanno dimostrato, che l'anno 2000 sia stato in realtà il 1994. Poco importa). Ma il Papa vuole cogliere l'occasione di questo evento simbolico per attirare l'attenzione del mondo intero su ciò che giustifica questa data: Cristo, centro del suo pontificato. La sua prima enciclica, Redemptor hominis, era stata a Lui consacrata. Il pontificato raggiunge il suo apice con questo "anniversario" che è il Giubileo. Giovanni Paolo II è un Papa escatologico, pressato dall'urgenza di annunciare al mondo quello che la Provvidenza ha previsto per l'umanità. E io credo che se ha voluto viaggiare per il mondo intero, e visitare tutti i Paesi del pianeta - mancano a tutt'oggi la Cina e Israele - è per affrettare la predizione evangelica secondo la quale Cristo non ritornerà sulla terra se non quando il suo messaggio sarà stato annunciato in tutte le nazioni del mondo". (Estratti da un'intervista pubblicata da "Le Figaro Magazine" e realizzata da Etienne de Moniery. La traduzione è a cura del Gruppo Oxford) Etienne de Moniery 02 aprile 2005 -------------------------------
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

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    Predefinito Rif: Globalizzazione

    le civiltà ed il pensiero unico
    marco tarchi
    AVVERTENZA: SI RINGRAZIA PER LA GENTILE CONCESSIONE DEL PRESENTE ARTICOLO IL PROF.MARCO TARCHI, IL QUALE PERO' RISULTA TOTALMENTE ESTRANEO AL NOSTRO PROGETTO POLITICO. ------------------------------------------------------ Discutere il rapporto esistente fra lo scenario dello "scontro di civiltà" tracciato da Samuel P. Huntington nel suo ormai celebre libro e la prospettiva della progressiva diffusione di un "pensiero unico" egemone su scala planetaria, agitata da un consistente numero di osservatori della realtà politico-culturale contemporanea, non è agevole. A prima vista, parrebbe esservi tra queste due ipotesi una reciproca esclusione: l’idea che la difesa o la volontà di affermazione dei principi culturali che sostanziano i diversi "grandi spazi" oggi esistenti nel mondo stia per aprire un’epoca di forte conflittualità, anche militare o comunque segnata da ricorrenti manifestazioni di violenza, lungo le "linee di faglia" che dividono l’una dall’altra le diverse aree di civiltà contrasta infatti radicalmente con la convinzione che una di queste aree – l’Occidente euroatlantico – stia imponendo la propria way of life a tutte le altre attraverso un processo di dominio che non punta in primo luogo sulla forza delle armi ma sulle capacità di manipolazione degli apparati comunicativi e sugli effetti di trascinamento del potere (e/o del successo) economico. Ma se guardiamo più a fondo ai riscontri che la realtà offre all’una e all’altra delle due tesi, il panorama non ci appare così nettamente delineato: l’accumulo di tensioni e discordie paventato dall’una si accompagna alla moltiplicazione di influssi omologanti denunciata dall’altra. E in più di un paese le due dinamiche si intrecciano e si sovrappongono: basti prendere ad esempio il contemporaneo manifestarsi, in seno all’area islamica, di tendenze secolarizzanti importante per imitazione dall’Occidente e reazioni religiose di segno fondamentalista, dichiaratamente antioccidentali. Non è dunque affatto scontato che questo duplice processo sia destinato, nel breve periodo, ad incanalarsi con una decisa svolta lungo un’unica direttrice; per questo, l’interpretazione predittiva proposta da Huntington e quella su cui insiste, ad esempio, un Serge Latouche devono essere continuamente poste a confronto, verificandone l’aderenza ai fatti. Per capire se e in quale misura queste due proposte di interpretazione delle odierne dinamiche di sviluppo del quadro internazionale si contrappongano radicalmente oppure si prestino a interpenetrazioni o mediazioni, occorrerebbe che entrambe si fondassero su concetti univoci e ben delineati; ma così certamente non è. Che lo status scientifico del concetto di "pensiero unico" sia quantomeno incerto, stanno a dimostrarlo l’uso prevalentemente polemico e giornalistico che se ne fa abitualmente e i frequenti equivoci sul significato che esso assume in contesti diversi: si ha l’impressione che il suo contenuto dipenda, di volta in volta, dalle intenzioni di chi lo utilizza; il che rende molto difficile farne oggetto di una riflessione che abbia una fondata pretese di scientificità. Ma anche il concetto di civiltà, così come si presenta nell’opera di Huntington, suscita perplessità e il suo significato non può certo darsi per scontato. Le civiltà descritte dal politologo statunitense sono dei macroaggregati il cui profilo è molto discutibile, fondato com’è talvolta su fattori di tipo etnico o su connotati linguistici e/o religiosi relativamente omogenei, talvolta sul perdurare nel tempo di entità statuali collocate all’interno di contesti culturali complessi, in altri casi ancora su criteri di prossimità geopolitica; sono cioè aggregazioni in parte basate su realtà di fatto, in parte costruite a partire da estrapolazioni logiche e scenari futuribili la cui coerenza interna rimane in larga misura da dimostrare. Se non se ne accetta in toto la definizione proposta da Huntington, la nozione di civiltà si presta a una pluralità di interpretazioni, la prima delle quali chiama in causa l’esistenza nel mondo di una pluralità di culture, attorno alle quali si sono venuti elaborando – e dissolvendo – un ampio numero di modelli di organizzazione della convivenza civile, spesso in diretta concorrenza l’uno con gli altri. Ed è proprio contro la prevalenza a livello planetario di uno ed uno solo di questi modelli, quello della cosiddetta "civiltà occidentale", che si appuntano gli strali dei critici del "pensiero unico", ostili all’idea che, sulla scia della superiorità sia strategico-militare che tecnologica dell’Occidente e della potenza che meglio lo rappresenta – gli Stati Uniti d’America – possa propagarsi un gergo ideologico-politico considerato valido per tutti i paesi del globo. Per capire quali riscontri tale timore possa avere nella realtà empirica, occorre accertare le diverse valenze dell’espressione "pensiero unico". L’impresa è ardua, dal momento che non esistono sinora né un accordo fra gli operatori dell’informazione né ricerche adeguate che decidano una volta per tutte a chi deve essere attribuita la coniazione della formula: in genere si sostiene che essa è nata in Francia, ma mentre molti la fanno risalire al gruppo redazionale di "Le Monde diplomatique" e al suo direttore Ignacio Ramonet (che certamente ha contribuito più d’ogni altro a renderla relativamente popolare), altri ne attribuiscono la paternità a Jean-François Kahn, direttore del periodico repubblicano-sovranista "Marianne", e di recente anche Alain de Benoist ne ha rivendicato la primogenitura al gruppo di intellettuali della cosiddetta Nouvelle droite raccolto attorno alle riviste "Éléments" e "Krisis". È evidente che nell’ottica di ciascuno di questi soggetti o dei molti altri che con l’andar del tempo se ne sono appropriati, l’espressione mostra accentuazioni e sottintesi diversi. Sulla base di una sintetica rassegna dell’uso che ne è stato fatto, si possono comunque identificare tre principali linee di interpretazione dei suoi contenuti. La prima, meno usata perché più esposta delle altre alle critiche del mainstream intellettuale del nostro tempo, assegna al pensiero unico un contenuto principalmente filosofico e lo identifica con la filosofia – o, come spesso si scrive, ideologia – dei diritti umani, cioè con un canone morale di applicazione universale fondato sull’idea che al centro dell’esperienza intersoggettiva, e dunque della vita associata, debba sempre collocarsi l’individuo e non l’una o l’altra delle entità collettive di cui egli fa parte (nazione, popolo, stato, comunità locale ecc.). La seconda, nella quale ci si imbatte più frequentemente, parla di pensiero unico intendendolo come l’insieme delle premesse culturali di un particolare modello di organizzazione socio-economica, quello oggi definito "liberista", legato all’idea di un capitalismo deregolamentato e tecnologicamente avanzato. In questo caso, chi fa uso del concetto di pensiero unico prende di mira prima di tutto la proposta di fare di quel modello l’unico necessario approdo dell’evoluzione di tutte le singole realtà sociali nazionali e la filosofia univoca dello sviluppo universale che la sottende: un’impostazione teorica secondo la quale soltanto l’applicazione dei principii liberisti potrebbe portare – più o meno – allo stesso stadio di sviluppo le varie aree del pianeta. La terza, infine, ha come obiettivo polemico immediato uno stile di vita: quello che è nel contempo causa ed effetto del processo di americanizzazione culturale di un numero sempre crescente di paesi o, per dirla più esattamente con Serge Latouche, di "occidentalizzazione del mondo": quello stile di vita materialistico, edonistico, utilitaristico ed acquisitivo che fa da sfondo alla civiltà dei consumi di marcusiana memoria e la cui adozione, ad avviso di sostenitori e propagandisti, dovrebbe consentire alle varie entità collettive sparse sulla faccia della Terra di dare il meglio di sé e trarne adeguato profitto. Se teniamo nel dovuto conto questa pluralità di significati del concetto di "pensiero unico", cercando di sfruttarne positivamente la polivalenza, possiamo affrontare la questione del suo rapporto con il problema dello "scontro delle civiltà" sotto due diversi angoli di visuale. In una prospettiva geopolitica, la nozione appare scarsamente utile per comprendere gli scenari dell’immediato futuro, perché gli studi condotti in questo campo ci disegnano un mondo in via di frammentazione più che di unificazione, anche se entrambe le spinte stanno oggi manifestandosi, come ha opportunamente ricordato Carlo Maria Santoro: un mondo che, dietro la retorica massmediale sulla globalizzazione in atto, appare semmai gerarchicamente ordinato, contraddistinto da intarsi culturali molto frequenti (si pensi all’influenza "occidentale" del comunismo in quella che Huntington chiama "civiltà sinica", messa in evidenza da Ludovico Incisa di Camerana) e dalla presenza di aree – buona parte dell’Asia, innanzitutto – in cui la filosofia universalistica dei diritti dell’uomo non è accettata proprio perché considerata veicolo di espropriazione delle specificità culturali autoctone. Il panorama tuttavia cambia se adottiamo l’approccio della sociologia della cultura. Da questo punto di vista, l’esistenza di una tendenza unificante e ricompositiva del mondo che i geopolitici ci assicurano frammentato è innegabile. E si tratta di una tendenza fortemente espansiva, favorita da buona parte del ceto intellettuale e dalla maggioranza degli attori del circuito informativo internazionale, che mira a proporre all’immaginario collettivo un unico modello "accettabile" e consigliabile di pensiero, di comportamento e spesso anche di organizzazione socio-economica, derubricando gli altri, in maniera esplicita o implicita, a forme più o meno gravemente imperfette o addirittura ad espressioni di barbarie (è il caso delle ricorrenti polemiche contro la possibile esplosione, per contaminazione, di una "infezione" islamica in Occidente). Su questo piano, non è lecito ai cultori onesti delle scienze sociali ignorare che il mondo tende ad evolvere verso la tentazione della ricomposizione, cioè del progressivo livellamento delle diversità giudicate "pericolose" all’interno di un quadro sempre più unitario. Nella mentalità collettiva non si è certamente ancora affermato – al di là della questione della sua effettiva fattibilità – il progetto di un governo mondiale; ma la suggestione di una sostanziale omogeneizzazione culturale, magari temperata dalla coesistenza fra il nucleo centrale fisso del modello e una serie di varianti periferiche locali adattabili ai vari contesti, riscuote crescenti consensi, anche al di fuori dello spazio di civiltà occidentale. Ed è dunque su questo terreno, piuttosto che su quello politico in senso più stretto, che la nozione di pensiero unico mostra effettive capacità di descrivere empiricamente la realtà, piuttosto che di stravolgerla polemicamente a fini prescrittivi e di parte. Come è possibile rendere conto di questa duplice dimensione, di apparenza e di sostanza, dei nuovi scenari mondiali, e come se ne possono affrontare le conseguenze? Un’ipotesi, che qui brevemente sperimenterò, consiste nel rappresentare alcuni aspetti cruciali di questa assai complessa questione attraverso il prisma analitico di un conflitto che oggi rende efficacemente conto tanto dei rischi di affermazione di un "pensiero unico" in materia di criteri di organizzazione della vita collettiva quanto del latente pericolo di esplosione di uno "scontro di civiltà" a livello di base, di massa, di vita quotidiana e non di vertici, di élites, di decisioni governative. Questo prisma è quello del contrasto tra monoculturalismo e multiculturalismo, intesi come soluzioni opposte al problema della difficoltà di coesistenza che si va manifestando con crescente intensità in seno alle società a composizione multietnica. Prima di inoltrarsi su questa strada, è opportuno sbarazzarsi di un equivoco molto diffuso, chiarendo che multietnicità e multiculturalismo non sono affatto concetti equivalenti. Sono correlati ma nettamente distinti. Le società multietniche sono, oggi, al di là delle aspirazioni e dei timori che suscitano nell’opinione pubblica dei paesi che ne sperimentano il consolidamento, un mero dato di fatto. Sono aggregati che si sono costituiti, o si stanno costituendo, a seguito della convivenza di un consistente numero di individui di matrici etniche diverse – parte dei quali immigrati in epoche diverse e spesso organizzati in gruppi affini – su uno stesso territorio, in genere governato da leggi a suo tempo stabilite dai rappresentanti di un demos etnicamente più omogeneo. Uno dei problemi fondamentali che queste società si trovano ad affrontare è l’adeguamento del sistema di norme e consuetudini che ne ha sin qui ordinato l’esistenza alla situazione creata dalla crescente eterogeneità della popolazione residente. Qui entrano in gioco monoculturalismo e multiculturalismo, che sono invece due opposti principii – e,subordinatamente, criteri – di organizzazione delle differenze culturali che caratterizzano, complicandone inevitabilmente il funzionamento, le società multietniche; o, se si preferisce, due idee alternative dell’ordinamento della vita collettiva nel mondo in cui viviamo e, ancor più, in quello che verrà. Il monoculturalismo – termine che non viene quasi mai utilizzato dai suoi sostenitori, per la risonanza assai poco "politicamente corretta", ed è sostituito da espressioni eufemistiche (in Francia si parla ad esempio, con una buona dose di ipocrisia, di model républicain) – prevede ed impone una forte integrazione nelle abitudini indigene degli allogeni che si trasferiscono in un determinato territorio. Il criterio di fondo che regola questa integrazione è l’assimilazione degli immigrati, cioè il progressivo abbandono delle caratteristiche che li differenziavano, al momento dell’ingresso, dal contesto culturale del paese in cui si sono trasferiti, fino ad arrivare ad una spoliazione dell’identità originaria che porti a differenziare i nuovi venuti dai residenti di più lunga data esclusivamente in base a discriminanti di ordine morfologico. Un’organizzazione multiculturale delle società multietniche, viceversa, punta su forme di integrazione basate sulla convivenza delle differenze. In questa prospettiva, che ha quale retroterra la valorizzazione del principio di mutuo riconoscimento dei gruppi etnici e l’esaltazione della dignità delle specificità che li distinguono, una volta stabilito ed imposto un livello minimo di accettazione di un nucleo normativo valido per tutti – a tutela dei diritti fondamentali sia della persona che della collettività – il mantenimento dei codici di riferimento alla propria matrice culturale originatia di singoli e gruppi è garantito o addirittura fomentato. Lo scopo che si vuole raggiungere è infatti la formazione di una società di comunità, considerata l’unica formula adeguata per governare il mondo composito causato dalle grandi migrazioni degli ultimi tre decenni del XX secolo e dai molti altri fenomeni connessi, in alternativa alla proposta di ridurlo ad un unico paradigma culturale, occidentalizzandolo, che è sostenuta dai monoculturalisti. Lo scontro tra i sostenitori di queste due opposte visioni è stato, ed è, molto duro. I monoculturalisti spesso accusano gli avversari di rifarsi al principio differenzialista che, sostengono, mira a cristallizzare le differenze etnoculturali attraverso la separazione dei processi di socializzazioni interni a ciascuna comunità e quindi a creare una sostanziale incomunicabilità fra i gruppi che coesistono in uno stesso Stato, una versione aggiornata e morbida dell’apartheid. I multiculturalisti replicano che la conservazione delle specifiche tradizioni dei singoli gruppi non solo non impedisce la comunicazione interculturale, ma semmai la stimola, obbligandoli all’accettazione (e quindi alla valorizzazione) della condizione di "alterità" degli interlocutori, e che il differenzialismo può essere agevolmente declinato in forma antirazzista proprio perché evita il forzato riconoscimento della superiorità della cultura dei paesi di accoglienza che è implicito nella richiesta/proposta di assimilazione. Ovviamente, né gli uni né gli altri ignorano o sottovalutano il potenziale di conflittualità che è sempre latente nell’incontro fra individui e popoli formatisi attorno a valori differenti, ed entrambi sanno che non è possibile governarne le periodiche esplosioni unicamente per via repressiva; ma i modi che propongono per ridurre o prevenire la lievitazione delle frizioni tipiche delle società etnicamente complesse sono inconciliabili. Chi denuncia il pericolo dell’avvento di un "pensiero unico" – specialmente nel campo multiculturalista, anche se non mancano eccezioni nel campo di quegli intellettuali souverainistes che, con una palese contraddizione, predicano l’omogeneizzazione culturale degli immigrati ma detestano le invasioni di campo dall’esterno – sottolinea il rischio che l’opera di semplificazione della complessità condotta con il fine dichiarato di comprimerne il potenziale di conflitto venga esercitata attraverso l’imposizione, affidata a strumenti suggestivi come i media più che alle strutture coercitive, di un unico paradigma di riferimento – politico, culturale, socioeconomico, con accentuazioni diverse dell’uno o dell’altro aspetto a seconda dei casi – che standardizza fin dove è possibile il mondo, modellandolo sullo stampo delle società occidentali, e quindi ne appiana le diversità. È attorno a questo intento che si scontrano con maggiore animosità le posizioni di chi, da un lato, vede nella diffusione di questo modello unificante universalistico un grave male, foriero di scompensi e ingiustizie, a partire da quelle derivanti da una squilibrata divisione del lavoro fra i paesi del Terzo Mondo sfruttati per la fornitura di materie prime e manodopera a basso costo, e di chi, dall’altro, la reputa invece un male minore o addirittura un bene, come i numerosi intellettuali liberali che lamentano la "troppo scarsa" globalizzazione e sostengono che, liberalizzando senza limiti gli scambi e i mercati e rendendo più penetrabili le frontiere agli investimenti di capitali multinazionali, le aree depresse del pianeta conoscerebbero una fioritura economica senza precedenti. Sfrondando la discussione delle forti componenti valutative che la condizionano – e al cui richiamo, tengo a dirlo onestamente, anch’io faccio fatica a sottrarmi –, le due linee che vi si evidenziano possono essere rappresentate come segue. Da una parte si pone chi dà un giudizio favorevole sull’occidentalizzazione del mondo perché pensa che essa sia il veicolo indispensabile per il suo progresso quantitativo e qualitativo e per lo sviluppo delle possibilità di relazioni pacifiche fra gli individui, resi via via sempre più simili e dunque facilitati nelle comunicazioni. Chi ragiona in questo mondo vede nella diversità implicita nel mondo un difetto, che va corretto arginando ogni tentazione di relativismo culturale ed affermando la bontà delle idee universaliste, non più solo sul piano religioso o filosofico, come avviene da secoli, ma anche in altri ambiti, a partire da quello dell’organizzazione socio-economica. Dalla parte opposta si colloca chi è contrario a questo progetto di occidentalizzazione universale, e utilizza volentieri l’espressione "pensiero unico" per criticarla, perché ritiene che essa snaturi la diversità costitutiva del mondo, in cui vede risiedere il fondamento della sua ricchezza e bellezza. I sostenitori di questo punto di vista reputano che questo processo di snaturamento vada combattuto su un piano di principio e sul terreno dei fatti, in quanto esso rende sì tendenzialmente tutti gli uomini "occidentali", ma li assegna a categorie diverse e squilibrate, discriminando fra occidentali "di primo livello" (gli indigeni dei paesi economicamente avanzati), occidentali "residuali" (gli immigrati residenti in Occidente) e occidentali "arretrati" o "immaturi" (gli abitanti dei paesi in via di sviluppo), dal momento che la cancellazione della distanza fra le caratteristiche dettate a ciascun uomo dalle proprie matrici culturali e quelle prescritte dal modello occidentale è un processo faticoso, sempre incompleto e gravido di strascichi negativi. A sostegno delle loro tesi, coloro che avversano l’occidentalizzazione in nome del diritto alla conservazione delle specificità culturali esibiscono i molti studi sociologici che attestano la facilità con cui dallo sradicamento si passa all’anomia, e da questa alla devianza e alla criminalità, e le recente indagini sul campo condotte in quei contesti urbani – come le banlieues di Parigi o di Lione – in cui si sono verificate rivolte a sfondo etnico i cui protagonisti non sono stati gli immigrati di prima generazione, ancora saldamente legati all’identità dei paesi di origine, ma i loro figli e nipoti, nati in terra straniera e cittadini dei paesi di accoglienza ma incapaci sia di trovare referenti nella cultura dei padri, sia di integrarsi pienamente in quella del contesto in cui sono cresciuti, subendo l’influenza incrociata delle famiglie e dell’ambiente esterno, scolastico, di lavoro e del tempo libero. Non essendo possibile soppesare schematicamente questi argomenti in concorrenza senza pagare un tributo alle proprie opinioni personali, io qui mi limiterò a formulare alcune osservazioni conclusive sulla questione, che lasciano volutamente aperti gli interrogativi di fondo che questa relazione ha affrontato ed anzi mirano a suggerirne altri all’attenzione degli studiosi. Il mio primo rilievo è, in realtà, una messa in guardia contro il cedimento a due visioni utopiche dei processi di trasformazioni che investono gli odierni scenari internazionali. È un’utopia quella che porta a credere nella possibilità di realizzare un mondo integralmente multietnico e multiculturale, un mondo-puzzle nel quale il confronto/scontro fra un massimo di diversità costituirebbe, a detta dei suoi profetti, una preziosa "risorsa". Ma è utopica – e per giunta catastrofica e foriera di conflitti intestini e guerre – anche la visione di coloro che pensano di poter cristallizzare sine die le attuali forme di coesistenza etnoculturale nel mondo o addirittura di ricostruire contesti etnicamente e culturalmente omogenei all’interno delle frontiere degli Stati nazionali. Il rischio della prima posizione è quello di stimolare una incosciente fuga in avanti in nome di un’ideologia cosmopolita che è solo il surrogato del grande credo internazionalista fallito con la bancarotta dei regimi del "socialismo reale". Il rischio della seconda è quello di alimentare la xenofobia, che è una forma disperata di non-accettazione di alcuni dati fondamentali dell’odierna realtà, una reazione umorale che non rimuove i problemi che denuncia ed ignora il fatto che alcuni aspetti del processo di globalizzazione in atto non sono revocabili né tantomeno reversibili. Un secondo rilievo riguarda la possibilità di descrivere la globalizzazione, in sé, come diffusione su scala planetaria di un "pensiero unico". Come ho già detto, sotto il profilo culturale l’emersione di forti tendenze omologanti è innegabile. La progressiva diffusione di strumenti tecnologici che permettono una comunicazione senza confini e istantanea porterà ad esempio ad intensificare le richieste di utilizzare una sola lingua veicolare per comunicare, e questa lingua sarà necessariamente quella tipicamente occidentale, l’inglese. A meno di catastrofi belliche che separino in maniera rigorosa i grandi spazi, la veicolarità della lingua parlata dagli abitanti della superpotenza mondiale molto probabilmente si imporrà. E con essa, per effetto di trascinamento, si espanderà l’influenza dei riferimenti di valore della cultura che l’ha ideata e la esprime. Non è detto che questa innovazione costituirà, come taluni paventano, l’avvio di un processo di omogeneizzazione culturale totale del mondo – anzi, è opportuno rifuggire da pronostici di questo genere, che caricaturalizzano la complessità dei processi che pretenderebbero di analizzare –, ma non si può neppure sottoscrivere l’atteggiamento riduttivo di chi pensa che, in fondo, il nostro pianeta ha attraversato nel corso dei millenni un’infinita sequela di invasioni, conquiste, colonizzazioni senza mai piegarsi al dominio di un’unica civiltà e dunque saprà trovare un assestamento anche questa volta, perché l’intensità tecnologica dei messaggi persuasivi con il cui ausilio oggi viene promossa la globalizzazione e l’entità delle migrazioni di massa da un contesto culturale all’altro sono di proporzioni tali da rendere di scarsa o nessuna utilità le analogie diacroniche. L’imposizione di codici intellettuali e psicologici unificanti – cioè il successo di un progetto di imperialismo culturale – è dunque senza dubbio uno dei possibili scenari dei processi di sviluppo di cui siamo testimoni. Un terzo ed ultimo rilievo riguarda la crucialità della scelta che spetta agli intellettuali, individualmente non meno che sotto forma di comunità scientifica internazionale, di fronte all’intensificarsi dei sintomi di una prossima evoluzione in senso monoculturale del pianeta. Si tratta di decidere se considerare la costitutiva diversità che caratterizza il mondo così come lo abbiamo conosciuto e come ci è stato consegnato dalle generazioni che si sono succedute nel tempo alla stregua di un semplice dato di fatto, modificabile secondo le opportunità e le convenienze, oppure assumerla come un valore. Cioè di scegliere fra la prospettiva di un universo declinato al singolare o al plurale (taluni direbbero: fra universo e pluriverso). Dalla risposta che le élites intellettuali daranno a questo quesito dipenderà, fra l’altro, l’avvenire del criterio democratico di organizzazione civile, che pure ha già subito nell’arco di duemilacinquecento anni sostanziali trasformazioni. Un’ulteriore crescita delle dimensioni dell’attuale e già molto ampio meccanismo migratorio segnerebbe infatti, come ha compreso per primo Giovanni Sartori, la potenziale fine del concetto di democrazia così come sino ad oggi lo abbiamo inteso. La possibilità che nel giro di qualche decennio all’interno di alcuni Stati democratici avvenga una radicale mutazione del demos che ha concorso alla formazione e all’applicazione delle regole del gioco politico – che, in altre parole, in seno alla popolazione si formi una maggioranza che pensa ed agisce ispirandosi a criteri culturali non omogenei a quelli dei cittadini originari – mette infatti in crisi lo stretto rapporto che da sempre ha legato la democrazia al pensiero liberale, legato a doppio filo alle radici culturali giudeo-cristiane ed occidentali. Non si tratta più di scenari fantapolitici. In più di un paese, i sommovimenti demografici e migratori hanno messo in discussione la capacità di autogoverno delle popolazioni autoctone rispetto agli allogeni: le turbolenze che hanno condotto alla lacerazione di Stati federali di facciata come la Jugoslavia e l’Urss (si pensi solo ai casi del Kosovo e della Cecenia) stanno a dimostrarlo, ed appaiono solo come le premesse di un fenomeno disgregativo di ben più ampia portata. Sui modi per affrontarlo o contenerlo non si è a tutt’oggi avviata una seria discussione; ma il problema incalza. Stiamo forse avviandoci verso democrazie "a geometria variabile" che contempleranno la possibilità di un autogoverno dei "corpi" etnoculturali interiori, una sorta di microfederalismo diffuso a livello substatuale ovunque non sia più possibile coordinare le esigenze espresse da settori della popolazione fondamentalmente eterogenei? Può darsi che questo sia l’orizzonte del nostro futuro. Come è possibile invece che il prevalere di modelli omologanti prevenga simili rischi di frammentazione del quadro politico degli Stati che oggi sperimentano la formazione di veri e propri mosaici etnici all’interno dei propri confini. Comunque vadano le cose, è importante capire che intorno alla scelta fra un’organizzazione singolare o plurale del mondo si gioca una partita le cui conseguenze vanno molto al di là delle polemiche di sapore propagandistico che si sono accese negli ultimi anni a proposito dell’uso della controversa espressione "pensiero unico". Dietro questa etichetta si lascia intravedere il profilo di drammi e tragedie di grande portata, che sarà impossibile evitare se non acquisteremo piena consapevolezza dei problemi che la globalizzazione e l’occidentalizzazione del mondo comportano.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

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    the dark knight's return
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    Predefinito Rif: Globalizzazione

    globalizzazione e ipocrisia
    marco tarchi
    AVVERTENZA: SI RINGRAZIA PER LA GENTILE CONCESSIONE DEL PRESENTE ARTICOLO IL PROF.MARCO TARCHI, IL QUALE PERO' RISULTA TOTALMENTE ESTRANEO AL NOSTRO PROGETTO POLITICO. -------------- Da che mondo è mondo, le lotte per il potere si sono combattute (anche) con le armi della dialettica, con le menzogne, con le parole scelte a bella posta per rincuorare gli alleati e spaventare gli avversari, seminare il dubbio in casa d’altri e pavimentare di certezze la propria causa. Chi abbia un briciolo di conoscenza delle norme non sempre scritte della politica non ha dunque, in linea di principio, nessun motivo per scandalizzarsi dei toni aspri, faziosi e spesso falsi che costeggiano, di questi tempi, il cosiddetto dibattito – che tale non è, non essendo alcuno degli intervenienti interessato ad ascoltare i presunti interlocutori – intorno alla globalizzazione. Eppure, anche per l’osservatore più realista è difficile abituarsi al crescente frastuono massmediale sul tema e all’inconsistenza di gran parte delle argomentazioni che ne emergono. I toni striduli e gli argomenti fuori misura contraddistinguono entrambi i fronti costituitisi attorno alla questione e pesano sia sulla possibilità di affrontarla con cognizione di causa sia – quel che più conta – di renderne consapevole la larga massa degli spettatori non partecipanti allo scontro. Sul movimento del no global, pesa una letale contraddizione: la pretesa di combattere sul terreno meramente economico un fenomeno che nel contempo viene auspicato e magnificato in tutti i suoi aspetti culturali. Chi non capisce che l’immigrazione di massa dai paesi poveri e la pretesa di costruire società multietniche basate sull’assimilazione degli ospiti alla cultura degli Stati ospitanti sono parte integrante – e oggi preponderante – del processo di occidentalizzazione del mondo, ha armi spuntate in partenza. L’intensificazione di una già esagerata industrializzazione, lo sfruttamento di una manodopera scarsamente sindacalizzata e disposta ad accontentarsi di condizioni di vita degradate, l’ulteriore esplosione del consumismo, l’omologazione delle abitudini e dei gusti, e l’aggravamento della catastrofe ecologica che consegue al coniugarsi di tutti questi fenomeni, hanno come motore il trasferimento di “braccia in eccedenza” da zone ad alta natalità e basso reddito. Il rischio del formarsi di un governo mondiale unico, sostenuto e condizionato dalle concentrazioni transnazionali di potere economico, in grado di esercitare selettivamente il ruolo di giudice di colpe e meriti dei singoli Stati e delle popolazioni che li abitano, servendo gli interessi politici, militari, economici, sociali e culturali dei più forti è alimentato da quell’isteria propagandistica sui diritti umani che, in seno alla sinistra più o meno radicale che alimenta o costeggia il “popolo di Seattle”, ha trovato i più fervidi sostenitori. Non ha avuto torto Ernesto Galli della Loggia nel fustigare di recente i tanti contestatori del mercato globale che hanno per stella polare, sia pure in versioni aggiornate e rimaneggiate, l’una o l’altra delle due concezioni del mondo che alla rimozione delle barriere nazionali e culturali si sono maggiormente adoperate, il marxismo e il cristianesimo. I ragazzi con lo zainetto che sono scesi a Genova, a Göteborg, nel Québec, a Seattle, a Davos per gridare la loro rabbia contro la sopraffazione dei potenti sui diseredati, con una mano sostengono la propria causa e con l’altra la indeboliscono: non capiscono che la pretesa di eguaglianza è incompatibile con la difesa delle specificità dei popoli e delle loro culture, né che il “mondo senza frontiere” che reclamano è proprio quello che serve alle multinazionali per spadroneggiare ad ogni latitudine. E non c’è solo questo difetto a lasciare scettici sulle capacità di effettiva incidenza delle mobilitazioni di massa suscitate da ogni incontro al vertice dei “Grandi” del pianeta. Cosa si può pensare di un movimento che sfoga sugli obiettivi simbolici della sua protesta gli istinti violenti di qualche frangia estremista ma non sa farli oggetto di un’azione di contenimento efficace? Sfondare le vetrine di un McDonald’s non è segno di impotenza quando non si dispone di una capacità di suggestione sufficiente quantomeno ad invertire – non si pretende certo di disseccarlo dall’oggi al domani – il flusso che porta milioni di coetanei ad invadere ogni giorno i negozi della catena alimentare americana ingurgitando un cibo che “fa tendenza”? Rischiare la vita in scontri con la polizia che difende gli appuntamenti internazionali di politici o banchieri per poi farsi ritrarre, feriti, con ai piedi un paio di Nike, come è accaduto in Svezia, non significa dare un’impressione di confusione mentale e di subordinazione psicologica all’avversario? I contestatori del nuovo ordine mondiale dovrebbero porsi, su questi e molti altri problemi – a partire dalla militarizzazione sceneggiata della propria presenza nei cortei, che di certo non è fatta per rassicurare e convincere gli osservatori indecisi – quesiti seri e risolverli in fretta, se non vogliono appassire nel folklore; ma, date le premesse su cui si è sviluppata la fioritura dei gruppi in cui sono riuniti, è improbabile che lo facciano. Con la conseguenza che un fallimento della loro azione verrà spacciato per una prova di invulnerabilità dell’avversario. Se questo è il non esaltante panorama del fronte antiglobalista, dalla parte opposta un osservatore dotato di senso critico trova ancora maggiori motivi per dispiacersi. Perché fra gli entusiasti della prospettiva di un governo mondiale dell’economia e della politica lo strumento di espressione più diffuso è l’ipocrisia, che della retorica è, da sempre, l’ingrediente più indigesto. Non ci si può non lamentare, da questo punto di vista, della sostanziale inesistenza di osservatori, centri di ricerca, sedi istituzionali di dibattito in cui gli argomenti a carico e a discarico della globalizzazione possano essere confrontati e soppesati. Per la vastità degli interessi che sono sul tappeto e per l’esigenza dei mezzi d’informazione di rappresentare i temi in discussione secondo lo schema fuorviante ma attraente che mira a porre sempre lo spettatore di fronte alla scelta di collocarsi “o di qua o di là”, gli spazi di riflessione neutri in questa materia non hanno diritto di cittadinanza. Esperti, commentatori, parlatori da talk show sono scelti in ordine all’attribuzione di posizioni precostituite e secondo dosaggi numerici che variano a seconda del colore politico – o, nei casi migliori, delle opinioni sul punto specifico – di testate e programmi. In questo modo, il problema della presentazione del fenomeno al pubblico, nei suoi termini più generali, si trasforma in un primo terreno di scontro fazioso. E sì che già di per sé la questione non sarebbe di quelle che si dipanano facilmente. Malgrado il profluvio di studi già editi, il significato da attribuire al termine attorno a cui ruotano le polemiche resta infatti ancora molto vago. Si deve intendere per globalizzazione un dato di fatto già acquisito oppure una tendenza suscettibile di diversi e non ancora chiari sviluppi? È un fenomeno di ordine prevalentemente economico o culturale? È lo scenario indispensabile allo svolgersi delle “leggi di mercato” preconizzate dai fondatori dell’economia liberale classica, oppure è solo il frutto di scelte arbitrarie di alcuni specifici soggetti provvisti di forti quote di potere, politico-militare o economico-finanziario, statale o transnazionale, a sostegno dei propri interessi? Insomma: si tratta di un concetto dai connotati descrittivi, che deve servire a comprendere e spiegare l’eliminazione progressiva degli ostacoli alla circolazione delle merci, dei flussi finanziari, degli esseri umani, delle forme di pensiero, dei modelli di comportamento e degli stili di vita oggi in atto, oppure di una nozione normativa e prescrittiva che, lodando e giustificando in modo incondizionato i processi ora accennati, pretende di indicare la direzione verso la quale l’umanità dovrebbe incamminarsi per raggiungere fulgidi traguardi? La differenza non è di poco conto, perché a seconda della prospettiva in cui si sceglie di esaminarla la globalizzazione si presta a considerazioni diverse. E poiché i maggiori canali informativi rinunciano ad una “noiosa” esposizione dei fatti affidata ad esperti di diversa formazione ma uniti da un approccio avalutativo, preferendo la “vivace” diatriba fra intellettuali schierati da una parte o dall’altra, gli argomenti esibiti danno piuttosto l’idea di assomigliare a clave. È innegabile che gli esponenti del movimento no global danno spesso la sensazione di disconoscere la complessità del problema e di procedere per slogans; ma il modo di procedere della parte avversaria è davvero più accurato? Ad onta dei mezzi certamente più adeguati messi in campo – scienziati, economisti, intellettuali generalisti, politici di prima fila, giornalisti di nome –, non si direbbe. Gli esponenti del fronte dell’accettazione indulgono alla tentazione di truccare le regole del gioco quando premettono al proprio discorso un fervorino sulla “inevitabilità” della globalizzazione; che può essere più buona per certi versi e meno per altri, ma c’è e non è eliminabile; e neppure, se non marginalmente (qui, a seconda dei casi, la perorazione può oscillare nei toni), correggibile. La versione estrema di questo discorso edificante giunge addirittura a presentarla come “una tappa della storia della specie, un passo inevitabile”, per cui “rifiutarla sarebbe folle, oltre che impossibile”[i]. Curiosamente, si esprime qui in filigrana quella contraddizione che in precedenza abbiamo constatato nel campo avverso. Molti dei teorizzatori della bontà del pianeta senza spazi chiusi, limiti e frontiere appartengono ad un campo convenzionalmente definibile “di destra”, ma tutte le loro argomentazioni si richiamano a uno schema culturale tipicamente “di sinistra”: il culto del Progresso, filo conduttore di un inarrestabile Senso della storia. Convinta di celebrare il proprio trionfo, la destra globalista si smentisce, abiura radici e storia, dà torto alle cause combattute in passato; si spoglia dei panni conservatori e della prudenza del realismo, proiettandosi con foga incosciente nell’utopia e in quel “costruttivismo” che i liberali alla Hayek e alla Mises tanto detestavano. Ogni parola dei suoi portavoce si abbevera all’idea che la tecnologia e la scienza – manipolazioni genetiche in primo luogo – forgeranno un mondo migliore, più ricco e più giusto, finalmente libero dalla tirannide della natura (alla quale vengono attribuite le responsabilità di ingiustizie in realtà sin troppo umane e quasi sempre legate all’avidità istigata dalle filosofie individualiste). Così facendo, ancora una volta l’arrugginita paratia che divide la destra e la sinistra otto-novecentesche cede e si annulla non in una mistura indistinta, ma in una retorica che distingue comunque vinti e vincitori dei precedenti scontri epocali. Il peggio di sé, l’arcipelago globalista lo dà però quando è chiamato a reagire alle tesi che avversa. Se già gli accenti della sua apologetica tendono a oscillare fra il patetico e il ridicolo – il sottotitolo di un recente dossier del “Corriere della Sera” intitolato Il bello della globalizzazione recitava testualmente: “È una rivoluzione che crea anche perdenti. Ma che in tre decenni ha dimezzato la povertà nei Paesi emergenti. E che sta aprendo le porte della crescita a miliardi di persone. Fa paura, soprattutto all’Occidente ricco”. E poi si dice che i toni della propaganda in stile Komintern sono relitti di ere sepolte… –, quelli della critica scadono ulteriormente di livello. In compenso, ne cresce la varietà. C’è infatti la tecnica liberale classica, che scivola rapidamente nell’anatema, identificando nella Cosmopoli globalizzata il modello realizzato della “società aperta” e agitando sulle teste chi non l’apprezza lo spettro demonizzante della tentata ricostituzione delle “società chiuse” totalitarie (non senza citarne, in spirito di par condicio, le due versioni classiche: nazista e comunista sovietica. La Cina attende il suo turno, in attesa di vedere dove la condurranno le robuste iniezioni di economia capitalista). In questa lettura, la globalizzazione non è apprezzata in prima battuta per i supposti miracoli economici che attiverà, ma perché indebolirebbe i regimi autoritari (forse sarebbe il caso di aggiungere: quelli che non servono gli interessi del paese-perno del mondo globalizzato, gli Stati Uniti d’America) e porta libertà dove non c’era. In quest’ottica, l’aumento del PIL di un paese è considerato di per sé segno di “benessere” (associato alla libertà da un principio ideologico elevato a teorema scientifico) e dunque di miglioramento delle condizioni di vita dei suoi abitanti. Le preoccupazioni per l’ingiusta distribuzione della ricchezza, per la perdita di sovranità dei governi, per la disgregazione dei patrimoni culturali o per le catastrofi ecologiche indotte dal circuito “virtuoso” della produzione e dell’accumulo di ricchezza sono spazzate via con qualche cenno sprezzante alle ubbìe di chi ancora cocciutamente se la prende con la mercificazione dell’esistenza: roba da secondo millennio, gettata in quella pattumiera della Storia in cui Marx vedeva ormai sul punto di precipitare, un secolo e mezzo fa, lo Stato borghese e il modo di produzione capitalistico… Naturalmente, questo schema argomentativo fa a sua volta ricorso alla clausola del determinismo storicistico e progressista, secondo cui, giusto per prendere un esempio, “tornare indietro sarebbe dannoso soprattutto per i poveri del mondo. È la via del tribalismo, del nazionalismo, della miseria” […] Oggi che la tecnologia dei trasporti e delle comunicazioni rende arduo ogni tentativo di isolare un Paese, tornare indietro richiederebbe ancor più repressione e crudeltà che in passato”. L’opposizione all’ideologia globalista viene dunque equiparata a una regressione reazionaria, ad una volontà di isolamento, alla chiusura di ogni frontiera, caricaturalizzando le idee di chi dissente dal Verbo. L’idea che il mondo a venire possa essere ordinato, invece che attorno a un’unica polarità egemonizzata da un’unica superpotenza, per grandi spazi continentali comunicanti ma sovrani e autosufficienti, non viene neppure presa in considerazione. Gli anacronismi diventano strumenti dialettici di annientamento del dissenso: “Non si può ignorare che la questione sociale fu aggravata, non risolta, con la soppressione del mercato e la chiusura delle frontiere”. L’intenzione di imporre un’egemonia planetaria politicamente e geograficamente connotata viene coperta dal velo di un eufemismo polemico: “[non si può ignorare] che il terzomondismo inteso come ideologia alternativa abbia portato tirannia, disuguaglianza e povertà”[ii]. Una seconda versione, più “socialdemocratica”, ammette che la globalizzazione non è tutta rose e fiori ma si sforza di minimizzarne le ricadute negative, raggiungendo vette ineguagliabili di quell’ipocrisia cui abbiamo fatto cenno. I versanti argomentativi prediletti in questo caso sono due. Uno, più schiettamente economico, punta sul fatto che la liberalizzazione totale dei mercati creerà ricchezza nei paesi oggi svantaggiati per una automatica applicazione delle leggi elementari della concorrenza: offrendo quei paesi manodopera a prezzi (molto) più bassi, la produzione vi si orienterà in proporzioni crescenti, delocalizzando stabilimenti e, in certi casi, uffici. Le multinazionali si trasformeranno dunque da sfruttatrici in benefattrici. Il difetto di una ricetta di questo genere è che passa sotto silenzio le controindicazioni del farmaco. Solo per citarne alcune: a) la regola che spinge i paesi in cui cresce la ricchezza ad innescare una crescita dei consumi e dunque dei salari, rendendo in breve tempo più conveniente ai detentori di capitali l’investimento in zone più depresse e di minori pretese ed innescando quindi trasferimenti dei cicli produttivi; b) la sproporzione della crescita indotta dagli investimenti, che, gonfiando i profitti delle imprese occidentali, aumenta, anziché ridurlo, il divario fra i paesi che dispongono dei capitali e quelli che forniscono la forza-lavoro; c) il dominio del capitale finanziario virtuale, trasferibile in tempo reale, su quello reale legato alla produzione, al territorio e a tempi più lenti, che può riaggiustare in un attimo i processi di redistribuzione planetaria della ricchezza attraverso manovre speculative, come è accaduto nel caso dei paesi del Sud-Est asiatico, che avevano alzato troppo le pretese; d) la necessità dei colossi economici occidentali di garantirsi pace sociale e condizioni politiche favorevoli nei paesi d’origine, mantenendo quantomeno invariato il divario di ricchezza e livelli di consumo nei confronti dei paesi deboli del Terzo Mondo, la cui povertà è l’unica garanzia di poter usufruire di duraturi serbatoi di manodopera a prezzi irrisori. La seconda via dialettica privilegiata da questi ambienti chiama in causa fattori più direttamente culturali. Appartengono a questo filone i discorsi più rozzi ed elementari – ma proprio per questo, ohinoi, efficaci a livello di massa – che pretendono di liquidare l’accusa di omologazione degli stili di vita ricordando che nei McDonald’s giapponesi le polpette di carne si mangiano con salsa sushi e nelle Filippine con un condimento molto più piccante, o che le soap operas che vanno per la maggiore in Europa non sono solo made in Usa ma anche messicane, australiane o persino di produzione autarchica, quasi che sia l’origine geografica e non la stereotipia dei modi di pensare o di comportarsi a definire il carattere seriale di queste espressioni della cultura. Ma anche argomentazioni più raffinate. Molte di esse mirano a spacciare per difesa delle diversità quei processi di omologazione che coinvolgono gli immigrati nelle società occidentali, diffondendo la convinzione che si può restare fedeli alle proprie radici pur coniugandole con gli usi delle società di accoglienza. In questo modo, il sistema di dominio legato all’espansione imperialistica dello stile di vita occidentale americanomorfo viene camuffato e edulcorato. Si citano ad esempio la “Nike-babbuccia, metà scarpa da tennis e metà ciabatta araba” che l’industria di articoli sportivi statunitense assurta al ruolo di icona cosmopolita ha immesso sul mercato “essendosi accorta che i giovani arabi tagliavano le scarpe da tennis nella parte del tallone per toglierle comodamente entrando in moschea”, oppure “una strana bambola Barbie bionda con gli occhi azzurri che però balla la danza del ventre al suono di una melodia di musica araba”. Queste banali ma efficacissime forme di sradicamento culturale vengono presentate, con uno stravolgimento radicale dei fatti, come fecondi esempi di contaminazione prodotti dalla libertà di circolazione, modelli di integrazione “societaria” da opporre all’oscurantista preservazione “comunitaria” dei caratteri formativi di una popolazione, finendo addirittura col sostenere che “il mercato e il consumo, con la loro indifferenza, sono più avanti nel produrre inclusione e accettazione delle diversità (sic!) di quanto lo siano le nostre società”[iii]. Nessun traguardo sembra precluso a questa strategia di eufemizzazione dei guasti che l’applicazione di un’ideologia cosmopolita ai processi di transnazionalizzazione oggi in atto sta provocando. Siamo arrivati al punto che il presidente e amministratore delegato di McDonald’s può rivendicare senza vergogna alla sua compagnia quella democraticità che l’Unione europea faticosamente si sforza di acquisire e di cui i bersagli istituzionali del “popolo di Seattle” – G-8, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale del commercio, Banca mondiale – sono privi. I 175 milioni di persone che “hanno frequentato McDonald’s in tutto il mondo durante i quattro giorni di protesta a Seattle nel 1999 contro la Wto” possono essere invocati a testimoni di una “correttezza politica” che si illustra anche nei modi più impensabili. Queste megastrutture devastano il tessuto connettivo delle attività economiche locali? Ma quando mai! “Noi offriamo dovunque un’opportunità agli imprenditori di gestire un esercizio locale con personale locale rifornito con prodotti locali da un’infrastruttura locale”, assicura mr. Greenberg. Aggiungendo: “Che io sappia non esiste nessun’altra azienda di servizi che tocchi così tante persone in maniera così personale. Noi serviamo 45 milioni di persone al giorno in 28 mila ristoranti di 120 paesi […] McDonald’s è vista come una minaccia culturale. Siamo diventati il simbolo di tutto quello che non piace alla gente o che rappresenta una minaccia per la propria cultura. Siamo presenti in nazioni come il Giappone, il Canada e la Germania da quasi 30 anni. Non vedo vacillare queste culture a causa di McDonald’s. […] Il fatto è che noi vendiamo carne, patate, pane e latte, Coca-Cola e lattuga […] Quello che una persona decide di mangiare è una questione puramente personale […] Ma la gente che cosa fa? Non indica forse la propria preferenza frequentando i nostri ristoranti? E quei ristoranti […] non creano posti di lavoro per migliaia di ragazzi che […] hanno passato tempi duri cercando di entrare nel mondo del lavoro?”[iv]. La strategia argomentativa, ammettiamolo, è perfetta (e, del resto, certamente curata da una delle migliori agenzie di marketing disponibili – e globali). Si potrebbe dire di meglio? Il Grande Fratello di Orwell avrebbe detto qualcosa di diverso? C’è tutto: la banalizzazione della democrazia per via gastronomica, la tutela del diritto inalienabile della persona a farsi condizionare dalle mode e dalla pubblicità, persino il principio di sussidiarietà: a noi le vetrine e i megaspazi, a voi locali la catena dell’indotto con i relativi proventi. E la manipolazione? Scomparsa. Finiti i tempi dei vecchi tiranni totalitari, che avevano bisogno di reprimere e mobilitare con parate e palchi. Gli stessi risultati si possono ottenere con gli spot e con il denaro che li finanzia: l’illusione di libertà che rende i sudditi ancor più obbedienti, inutilmente perseguita in 1984, è finalmente realtà. E chi si oppone alla deriva ha due possibilità: rinchiudersi nella solitaria devianza, finché ne ha gli strumenti, o protestare ad alta voce. In questo caso c’è, per lui, l’accusa di voler coartare il diritto delle maggioranze, di inseguire i sogni anacronistici del protezionismo, di non prestarsi a cooperare per dar vita ad un mondo più ricco. E la condanna senza appello come “perdente della modernizzazione”, passatista, retrogrado. Forma contemporanea di omologazione a un progetto totalizzante, la propaganda globalista decreta per i miscredenti lo stesso ostracismo che i totalitarismi del XX secolo riservavano ai nemici, condannandoli come gente finita ai margini della Storia. L’accusa di guardare al passato e non sapersi aprire alle novità serve contemporaneamente a tessere quell’apologia del presente su cui l’ideologia liberale fonda le proprie pretese di superiorità e a far ritenere irrevocabili le scelte fatte, senza alcun controllo, dalle élites economiche. Ne abbiamo un esempio sotto gli occhi con la triste farsa dell’impiego in agricoltura degli organismi geneticamente modificati, la cui messa al bando, decisa almeno pro tempore dall’Unione europea, viene irrisa dalle società produttrici e dai loro consulenti perché, data l’estensione delle coltivazioni transgeniche nordamericane e asiatiche, l’eliminazione degli Ogm, quand’anche se ne accertasse la nocività, richiederebbe troppo tempo e troppo denaro. La logica ipocrita del fatto compiuto, che permette a un funzionario delle multinazionali prestato alla politica come Renato Ruggiero di tuonare contro chi vorrebbe “invertire il corso degli eventi”, svuota di senso il concetto di democrazia e mostra sempre di più l’asservimento della politica ai grandi interessi economici. Da questo punto di vista, anche un movimento dai contorni incerti e contraddittori come quello che ha manifestato i suoi umori a Genova può rappresentare un sintomo positivo di riappropriazione della vita pubblica da parte di chi ne dovrebbe essere il soggetto attivo. Catalizzando le inquietudini di una frangia generazionale che non si accontenta – almeno per ora – delle prospettive esistenziali garantite dalle sempre maggiori dosi di panem et circenses promesse dai profeti della politica-azienda, per ricreare voglia di partecipare, discutere, controllare. In un’epoca di delega delle opinioni personali al telecomando e di riduzione dello spazio della politica ai luoghi scenici della rappresentazione comunicativa, è almeno un punto da cui ripartire. Marco Tarchi -------------------------------------------------------------------------------- [i] Così Aldo Schiavone, intervistato da Edoardo Segantini, in “Tramonto dell’Occidente? Io vedo un’alba”, in “Corriere Economia”, 16.7.2001, pag. 2. Non a caso ospitato dal quotidiano che più coerentemente esprime oggi la strategia egemonica liberale in campo intellettuale, l’articolo è un piccolo capolavoro del suo genere: a recitare le lodi del presunto nuovo anello evolutivo dell’umanità è infatti uno studioso che si è occupato dell’ascesa e successiva caduta dell’Impero romano, e le sue affermazioni acquistano un’autorevolezza quasi profetica. In questa chiave di presunta – e falsa – oggettività vengono presentate argomentazioni tanto “forti” quanto strettamente personali. Tanto per citarne alcune: “Per millenni abbiamo considerato la Natura un’entità inviolabile, che, in cambio, come in un patto, ci proteggeva. Il fatto che oggi si stia sempre più modificando la Natura (in senso positivo, scientifico) viene percepito come la perdita della regola, la rottura del patto, con un senso di angoscia e di catastrofe imminente. Ma io credo che dovremmo mettere radicalmente in discussione questa idea dell’inviolabilità, soprattutto noi intellettuali”. E ancora: “ha ragione il ministro Ruggiero quando dice che dove non passano le merci passano gli eserciti”; “il mondo di oggi è più omologato. Ma io non credo che questo sia un fatto negativo di per sé”. [ii] Le frasi sono tratte dall’articolo di Tommaso Padoa-Schioppa Globalizzazione? Purtroppo è poca, pubblicato nel “Corriere della Sera” del 19.7.2001, pag. 1, con l’interessante occhiello “Una democrazia mondiale da inventare”. Non sfuggirà che l’autore è uno dei più noti esponenti dell’eurocrazia politico-finanziaria, che in quanto a legittimazione democratica non sembra avere troppi motivi di vanto. [iii] Così il sociologo Aldo Bonomi, Ma il mercato ama l’immigrato, in “Corriere Economia”, 12.2.2001, pag. 1. [iv] Jack Greenberg, Io, l’“imputato” McDonald’s e i miei 45 milioni di clienti, in “Corriere della Sera”, 27.6.2001, pagg. 1-2.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

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    Predefinito Rif: Globalizzazione

    ambiente e globalizzazione
    intervista a Marco Tarchi
    Intervista rilasciata a "La Padania" dal Prof. Marco Tarchi quattro giorni prima degli attentati negli Usa e - forse per l'accavallarsi degli eventi successivi - mai pubblicata.

    Può sintetizzarci in poche parole in cosa consiste la globalizzazione? A suo parere, essa coincide con il mondialismo?
    Non amo il termine "mondialismo", connotato ideologicamente e che sa di slogan. La globalizzazione è un fenomeno di progressivo abbattimento delle frontiere e delle distanze, spaziali e temporali, fra gli aggregati umani e i singoli individui che li compongono. Ha aspetti diversi a seconda degli ambiti in cui opera: economia, finanza, cultura, informazione, comunicazioni...

    La giudica un fenomeno positivo? Nell'insieme, no. Ne temo soprattutto le ricadute in termini di omogeneizzazione culturale del mondo, di progressiva imposizione di un modello sociopolitico unico (quello occidentalista di stampo americano), di cancellazione di quei tratti di diversità che costituiscono la ricchezza della specie umana. Ovviamente, ci possono essere anche vantaggi, ad esempio, nella circolazione di informazioni in tempo reale in tutto il pianeta. Ma non sarà facile far prevalere i guadagni sulle perdite.

    Considera che la battaglia degli "antiglobal" si situi su una "posizione perduta", destinata per necessità ad essere travolta?
    No. Dipenderà dagli strumenti scelti per combatterla e dalle strategie con cui verranno usati. Occorre meno antagonismo di piazza di vecchio tipo e più forza di seduzione culturale. E' molto più importante convincere dieci ragazzi che il fast food è solo una ridicola moda che spaccare le vetrine di un McDonald's. In altre parole, occorre che il movimento antiglobalista eviti di scimmiottare modelli vecchi di trent'anni e sappia comunicare contenuti - e immagini - positivi.

    Quali sono i principali referenti culturali all'interno del composito schieramento degli antiglobalizzatori? Esistono alcune "linee-guida" che ne caratterizzino e accomunino il pensiero?
    Al momento prevale un generico sentimento di diffidenza verso i guasti prodotti dalla tirannia liberista del mercato, senza una visione del mondo "in positivo" accettata da tutti. Ecologismo, lotta alla mentalità consumistica, difesa delle specificità culturali, lotta allo sfruttamento da parte dei grandi poteri economici e finanziari potrebbero esserne i cardini.

    Quale ruolo crede possano rivestire le piccole patrie e gli autonomismi localistici nel contrastare i progetti di livellamento e uniformazione planetario?
    Un ruolo significativo, a patto che non significhino gretta e incosciente chiusura negli egoismi particolari. Il livellimento lo si combatte non sognando comunità microscopiche arroccate nelle loro fortezze, ma armonizzando vita locale e crescita di grandi spazi sovranazionali che contrastino l'egemonia politica, economica, militare e culturale degli Usa.

    Un'ultima domanda riguardo l'ambiente. L'aggressione verso la natura, a suo avviso, ha a che vedere con la globalizzazione?
    Altroché. Dietro la globalizzazione economica c'è una concezione predatoria della natura, che include lo sfruttamento intensivo dei paesi del Terzo Mondo, dove ci sono materie prime e manodopera a basso costo. Se questo modo di ragionare non verrà contrastato, dobbiamo seriamente attenderci catastrofi ambientali di proporzioni mai viste.
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    Antonio Cassano 99

  8. #8
    the dark knight's return
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    Predefinito Rif: Globalizzazione

    Il costo della Globalizzazione
    Prof. Serge Latouche
    La mondializzazione o globalizzazione, come dicono gli anglosassoni, è un concetto alla moda, imposto dalle recenti evoluzioni. Fa parte dello spirito del tempo. In pochi anni, se non in pochi mesi, tutti i problemi sono divenuti globali: la finanza e gli scambi economici anzitutto, ma anche l’ambiente, la tecnica, la comunicazione, la pubblicità, la cultura e persino la politica. Soprattutto negli Stati Uniti, l’aggettivo globale è stato all’improvviso affibbiato a tutti questi settori.

    Si parla di inquinamenti globali, della televisione globale, della globalizzazione dello spazio politico, della società civile globale, del governo globale, del tecnoglobalismo, ecc.

    Non c’è dubbio che il fenomeno nascosto dietro tali parole non è così nuovo come si vuol far credere. Alcune voci profetiche, come quella di Marshall Mc Luhan, annunciavano già da diversi decenni l’avvento di un “villaggio planetario” (global village). Alcuni specialisti hanno parlato di occidentalizzazione, di uniformazione o di modernizzazione del mondo e gli storici ne hanno scoperto tutti i sintomi dentro evoluzioni di lunga durata. Ma che cosa di nuovo?

    La mondializzazione, sotto l’apparenza di una constatazione neutra del fenomeno, è anche, invece, uno slogan che incita e orienta ad agire in vista di una trasformazione considerata come auspicabile per tutti. Il termine che non è affatto “innocente”, lascia anzi intendere che ci si trova di fronte ad un processo anonimo e universale benefico per l’umanità e non invece che si è trascinati in una impresa, auspicata da certe persone, per i loro interessi, impresa che presenta rischi enormi e pericoli considerevoli per tutti, particolarmente per i popoli del Sud del mondo.

    Come il capitale al quale è intimamente legata, la mondializzazione è in realtà un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento nella scala planetaria.

    Dietro l’anonimato del processo, ci sono dei beneficiari e delle vittime, i padroni e gli schiavi.

    I principali rappresentati della megamacchina senza volto si chiamano G7, Club de Paris, complesso FMI/Banca Mondiale/OMC (W.T.O.), l’OCSE, la Camera di Commercio Internazionale, forum di Davos, ma vi sono anche delle istituzioni meno note, dalle sigle esoteriche, ma di enorme influenza: il Comitato di Bali per la supervisione bancaria e l’IOSCO (International Organisation of Securities Commissions), che è l’organizzazione internazionale delle Commissioni nazionali emettitrici di titoli obbligatori, l’ISMA (International Securities Market Association), che ha un noto equivalente per i titoli obbligatori, l’ISO (Industrial Standard Organisation), che l’incarico di definire gli standard industriali.

    Infine, non si possono trascurare le grandi imprese, i grandi uffici di consulenza, i grandi studi legali e le fondazioni private. Società come Price e Watherhouse, Peat Marwick, Ernst e Yung o Arthur Andersen sono protagoniste essenziali della mondializzazione, anche se a prima vista il loro ruolo, come la certificazione della contabilità delle imprese, può apparire puramente tecnico.

    E’ del tutto evidente che, lasciando credere che il fenomeno, buono o cattivo, sia incontrastabile, ci si rende complici del fatto che accada. Una volta compreso quello che si nasconde dietro la sua manifestazione, non vi è alcun motivo di ritenere che il fenomeno sia irresistibile e in arginabile.

    La mondializzazione non è positiva per tutto il mondo ed è pienamente possibile concepire un altro destino. Bisogna dunque tentare di vedere i pericoli del mercato mondiale specialmente per i paesi del Sud del Mondo, analizzare la trappola del debito e, finalmente, come far fronte a quessti pericoli.

    Sin dall’origine, il funzionamento del mercato è sopranazionale se non addirittura mondiale. Il trionfo recente del mercato non è altro che il trionfo del tout marché (tutto è mercato): Si tratta dell’ultima metamorfosi di una lunghissima storia mondiale.

    La prima mondializzazione porta la data della conquista dell’America, quando l’Occidente prese coscienza della rotondità della Terra per scoprirla e imporre le proprie conquiste: Quando, secondo la formula di Paul Valery, “comincia il tempo del mondo finito”: Questa prima mondializzazione è stata forse più determinante delle successive: Con la conquista europea delle Americhe, sono stati accelerati gli scambi di piante, di animali, ma anche di malattie.

    Una seconda mondializzazione risalirebbe alla Conferenza di Berlino e alla spartizione dell’Africa fra il 1885 ed il 1887. Una terza sarebbe cominciata con la decolonizzazione e l’era degli “sviluppi”. La globalizzazione, proprio perché è anzitutto globalizzazione dei mercati, allarga il campo della competitività e la intensifica fino al parossismo. In conseguenza, costringe le intrepresi ad una flessibilità più forte.

    Sotto l’egida delle istituzioni di Bretton Woods, il mercato mondiale sta distruggendo il pianeta. Ritratta di una banale constatazione, confermata in modo uniforme dallo spettacolo quotidiano: i comportamenti delle multinazionali, le delocalizzazioni massicce (di impieghi, attività, eccetera), il genocidio degli indigeni dell’Amazzonia, la distruzione delle identità culturali e i conflitti etnici ricorrenti, la collusione tra i narcotrafficanti e i poteri pubblici in quasi tutti i paesi, l’eliminazione programmata degli organismi nazionali ed internazionali (il FMI, la Banca mondiale o quella dei regolamenti internazionali), degli ultimi freni alla flessibilità dei salari, la smantellamento dei sistemi di protezione sociale nei paesi del Nord, la scomparsa delle foreste, la desertificazione, l’agonia degli oceani e così via. Dietro tutti questi fenomeni, direttamente o indirettamente, si ritrova la mano invisibile del mercato mondiale.

    Tuttavia, con la mondializzazione dell’economia, la concorrenza della miseria del Sud si ritorce contro il Nord e sta a sua volta per distruggerlo. Parti consistenti del tessuto industriale sono già lacerate; certe economie, certe regioni sono veramente devastate, e non ancora finita.

    Mentre si continua a distruggere l’agricoltura alimentare e l’allevamento nei paesi africani, esportandovi a basso prezzo l’eccedenza dei nostri prodotti agricoli (peraltro sovvenzionati), i pescatori, o comunque le zone costiere di quegli stessi paesi, rovinano la nostra pesca, esportando a loro volta del pesce miserabile. Di conseguenza, vengono dilapidati i modi di vita e i patrimoni sociali che si sono costituiti attraverso l’accumulazione di saperi tradizionali e di relazioni e si spezzano gli equilibri ecologici.

    L’attuale mondializzazione sta completando l’opera di distruzione dell’Oikos planetario. Non fosse altro perché la concorrenza esacerbata spinge i paesi del Nord a manipolare la natura senza alcun controllo, e quelli del Sud ad esaurire le risorse non rinnovabili. In agricoltura, l’uso intensivo di concimi chimici e pesticidi, nonché l’irrigazione sistematica e il ricorso ad organismi geneticamente modificati, hanno avuto come conseguenza la distruzione dei suoli, l’esaurimento o l’inquinamento delle falde freatiche, la desertificazione, la diffusione dei parassiti, il rischio di epidemie catastrofiche....

    I misfatti del liberismo economico sul Terzo mondo non sono certo nuovi né sconosciuti. Risalgono all’epoca in cui gli occidentali si sono arrogati il diritto di aprire a cannonate la via al libero commercio. Dalle guerre dell’oppio all’ammiraglio Perry, passando per l’eliminazione dei tessitori indiani, l’analisi delle disastrose conseguenze per i paesi deboli della divisione del lavoro non resta certo da fare. I processi attuali, stimolati dal Fondo monetario internazionale e dai piani di aggiustamento strutturale, i comportamenti della Banca mondiale e dell’Organizzazione mondiale del commercio sono una nuova versione della medesima tendenza. L’importazione massiccio di riso in Senegal, a scapito della risicoltura locale, e più in generale in Africa, i tentativi di smantellamento dell’uso collettivo della terra, poiché non consentono i prestiti ipotecari e la modernizzazione dell’agricoltura, fanno parte di questo schieramento di mezzi per garantire all’Africa una morte sicura.

    Meriterebbe riflettere bene su due casi, quello del cacao e quello delle banane, per comprendere gli effetti della globalizzazione nel Sud. Quando il prezzo mondiale del cacao era al suo minimo, negli anni ’80, e le economie del Ghana e della Costa d’Avorio erano perciò immerse in una crisi drammatica, gli esperti della banca mondiale non trovarono niente di meglio che incoraggiare e finanziare la piantagione di migliaia di ettari di alberi di cacao in Indonesia, Malaysia e Filippine. Se ne poteva ancora trarre profitto speculando sulla miseria dei lavoratori di questi paesi, e a detrimento della natura..

    Per coronare l’opera, gli europei di Bruxelles, allineandosi sulla sola Inghilterra, hanno capitolato davanti alla “lobby” del cioccolato. Definendo il cioccolato come un prodotto che può contenere fino al 15% di grassi vegetali (e ciò senza verifica possibile) oltre che burro di cacao, hanno fatto perdere alla Costa d’Avorio e al Ghana alcuni miliardi. Bisogna scandalizzarsi se alcuni piantatori hanno tolto le piante per rimpiazzarle con l’hashish?

    Il caso delle banane è legato allo stabex, il meccanismo di garanzia di introiti da esportazione concesso dai paesi del mercato comune ai paesi A.C.P. (Africo, Carabo, Pacifico). Quel sistema messo in piedi delle convenzioni di Lome (da 1 a 5) era stato salutato come l’inizio di un nuovo ordine economico internazionale. Il prezzo della banana acquistata in Guadalupa, in Martinica, nelle Canarie o nell’Africa nera permette ai produttori locali di sopravvivere (in situazioni diversissime, ovviamente....). Senza essere nulli, i risultati sono stati modesti, con un certo numero di effetti perversi. Ad ogni modo, era ancora troppo. Spinti dalle multinazionali nordamericane, come la Chiquita Brands (ex United Fruit) e la Castel e Cooke, che controllano la gran parte della produzione e della distribuzione delle repubbliche delle banane e delle piantagioni della Colombia, i paesi dell’America Centrale hanno trascinato l’Europa davanti ai panels del GATT, poi del W.T.O., e denunciato le barriere e gli ostacoli al libero gioco del mercato. Vogliono ad ogni costo aumentare la loro quota di mercato grazie ai bassissimi salari dei contadini, centinaia dei quali sono morti in seguito al folle uso di pesticidi (contro i nematodi). Il W.T.O. ha dato loro ragione. “State conducendo la peggiore delle guerre economiche contro un popolo senza difesa. Importate le nostre banane e ci lasciate nella miseria, nei conflitti e nella sofferenza”, ha dichiarato il presidente dei piantatori di banane della piccola isola di Santa Lucia, commentando il verdetto e condannando la campagna politicamente scorretta dell’amministrazione Clinton: Evidentemente, i Tedeschi, grandi consumatori, per nulla intenzionati a pagare le loro banane ad un prezzo un po’ più alto di quelle della Colombia, non sono stati degli alleati a prova di bomba in quest’affare. A Jacques Chirac che rimproverava quel tradimento all’amico Kohl, e denunciava le conseguenze della produzione “ancora peggiori della schiavitù” sulle piantagioni americane, il cancelliere tedesco ha risposto: “La morale è una cosa, gli affari un’altra”.

    Con la deregulation in tutti i paesi del mondo, con lo smantellamento delle regolamentazioni nazionali, non vi è più alcun limite alla riduzione dei costi e al circolo vizioso suicida. E’ un vero e proprio gioco al massacro tra individui e tra popoli, a spese della natura.

    Infine, l’attuale mercificazione totale non risparmia l’Africa. Qui essa assume la forma particolare della “zairizzazione”, vale a dire della mercificazione e la privatizzazione integrale della vita politica. I rapporti sociali, il notabilato e l’accesso al potere sono inglobati ad ogni livello nella sfera mercantile. Il mercato colonizza lo Stato, molto di più di quanto non avvenga il contrario. L’esito di questo processo è ciò che Jean-Francois Bayard chiama “via somala allo sviluppo”, fondata sul traffico di droga, criminalità di Stato, stoccaggio di rifiuti tossici industriali, e così via.

    E’ in questo contesto dei rapporti “imperialisti” di dominazione Nord-Sud che occorre collocare il problema del debito. Il debito non è che uno degli elementi dell’insieme che contribuisce al soffocamento dell’Africa: “C’è una vera ipocrisia nel pretendere di favorire lo sviluppo dei paesi poveri e nel medesimo tempo saccheggiarli senza vergogna” dice André Franqueville. Aggiunge: “ Le due facce del saccheggio attuale del Sud da parte dei paesi ricchi sono conosciute: da una parte, un rimborso esatto senza pietà di un debito esterno in realtà inestinguibile perché aumenta in proporzione alla restituzione, grazie a un ingranaggio finanziario davvero machiavellico, d’altra parte, un saccheggio delle risorse naturali, materie prime, minerali e energetiche, produzioni agricole (e in conseguenza rovina dei suoli) per obbligare a questa restituzione.

    Inoltre, questo saccheggio si trova rinforzato dalla svalutazione dei pressi di queste materie prime, saggiamente organizzata sul mercato internazionale e dichiarata ineluttabile, e sottomessa all’ingiunzione neo-liberista di esportare sempre di più purché nuovi prestiti siano accordati. Dalle conquiste coloniali il saccheggio continua; la sua ultima forma è quella dell’accaparramento delle risorse genetiche di questi paesi grazie al deposito di brevetti usurpati, come quello dei Nord-Americani sulla quinoa in Bolivia”.

    Non verranno qui sviluppati commenti sul modo in cui la trappola del debito s’è innescata, tra riciclaggio di petroldollari da parte delle banche dopo il 1974 ed innalzamento congiunturale dei tassi di interesse per finanziare il debito americano. I miti dello sviluppo basato sul credito diffusi dal Nord, spesso in perfetta buona fede, e le illusioni dello scambio indebitamento-crescita nutrite al Sud sono stati nel medesimo tempo alibi e prove del dramma. Così, come dicono Fottorino, Guillemin e Orsenna: “L’Africa è un cimitero di elefanti bianchi (...). A differenza dei veri pachidermi, ahimè non sono però in via di estinzione. Si tratta di costruzioni sontuose, inutili, costose, che in più hanno la facoltà di aggravare il debito dei paesi africani, di non funzionare, di trasformarsi nel giro di pochi anni in rovine, in ruggine o in fantasmi: Dighe, cementifici, alberghi nel deserto, zuccherifici, centrali elettriche, i branchi di elefanti bianchi calpestano l’Africa, spremono la finanza pubblica, arricchiscono le imprese occidentali con la compiacenza, se non l’incoraggiamento, delle organizzazioni internazionali” . La perversione intrinseca dell’anatocismo (interessi composti) strangola il debitore dal momento che questo utilizza il denaro per finanziare spese improduttive (armamenti o consumi) oppure fa cattivi affari. Ricordiamo che un soldo prestato al 3% all’epoca di Carlo Magno renderebbe oggi pianeti d’oro.

    In un racconto di fantascienza intitolato “interesse composto” si immagina un eroe, che viaggia nel passato, proprio al fine di investire qualche spicciolo i cui interessi gli serviranno a costruire la sua macchina per risalire il tempo. Questa situazione potrebbe valere fino ad un certo punto per i fondi di pensione, non ceto per l’Africa! Certamente anche la crescita obbedisce in teoria alla medesima legge, in un secolo il PIL sarebbe moltiplicato per 867 al tasso del 10%! Ma ahimè i piani di aggiustamento strutturale imposti dal FMI laciano poche speranze di raggiungere stabilmente tassi simili! Bisogna esportare sempre più e far circolare le entrate da esportazione, il che però porta al risultato di far abbassare i corsi (svalutazione). Come per Sisifo, bisogna risalire una china senza fine ed il carico diventa sempre più pesante.

    Anche se le entrate da esportazione faticosamente ottenute fossero confiscate, i nuovi prestiti non arriverebbero a liquidare gli interessi maturati. Una volta attivato, lo strangolamento si rafforza, il debito nutre il debito. La terapia infernale delle istituzioni finanziarie internazionali dà il colpo di grazia al malato, pretendendo di guarirlo. L’antica rappresentazione del vampirismo degli usurai viene rinnovata. La morsa del debito (per riprendere il titolo del libro di Aminata Traore) costituisce un eccellente mezzo per mantenere i paesi del Sud in stretta subordinazione.

    "Grazie alla morsa del debito esterno e dell’abbassamento dei prezzi delle materie prime, scrive André Franqueville, una riconolizzazione si è messa in atto sotto il giogo degli organismi internazionali di cui gli Stati Uniti sono il capo”.

    E’ stata proclamata con grande pubblicità la possibilità di annullare l’80% del debito dei paesi poveri nel giugno 1996 nel corso del G7 di Lione, poi in quello di Colonia il sacrificio dei ricchi è salito al 90%. Tuttavia, dietro l’annuncio ad effetto, si nasconde una grande truffa.

    I dati sono impietosi e mettono in luce l’indecenza, o meglio l’oscenità della pretesa generosità. Tra il 1982 ed il1998 i paesi del Sud hanno rimborsato quattro volte l’ammontare del debito. Tuttavia, questo era quattro volte più elevato che nel 1982 ed arrivava a 1950 miliardi di dollari! Il Terzo mondo rimborsa ogni anno più di 200 miliardi di dollari, quando gli aiuti pubblici allo sviluppo (compresi prestiti rimborsabili) non oltrepassano i 45 miliardi di dollari l’anno. L’Africa subsahariana, dal canto suo, spende per rimborsare il suo debito quattro volte di più di quanto spenda per la salute e per l’istruzione.

    Le misure d’annullamento rasentano l’effetto della peggior vaselina. Occorre, in effetti, distinguere tre tipi di debito: quello verso la Banca Mondiale ed il FMI, che non è negoziabile, ma che per i paesi africani rappresenta dal 30 al 75% dell’indebitamento; quello verso le istituzioni private che non è proprio questione d’annullare e che rappresenta più del 50% dell’indebitamento dei paesi latino-americani ed asiatici; quello infine tra Stato e Stato che è il solo per il quale è pensabile l’annullamento. Questo, per i paesi poveri e più indebitati, deve essere negoziato caso per caso con il Club di Parigi. In tal modo un paese dell’Africa nera che deve, per esempio, quattro miliardi di dollari, di cui due a Banca Mondiale-FMI ed uno a banche private, può sperare nell’annullamento dell’80-90% del restante miliardo dovuto al Club di Parigi.

    Tuttavia un artificio tecnico riduce ancor di più quest’ultimo ammontare. Se ha già avuto luogo, com’è probabile, un riscaglionamento del debito (per esempio su 600 milioni), l’annullamento non riguarderà che la parte non scaglionata, al massimo relativa a 360 milioni, ovvero il 9% del totale del debito. E’ così che, fino ad oggi, l’ammontare annullato rappresenta 25 miliardi di dollari, ossia meno del 2% del totale! . Siamo ben lontani dall’iniziativa Jubilée 2000 che riguarderebbe circa 300 miliardi e che è ben al di qua dell’ampiezza del problema.

    Anche se tutti i debiti fossero davvero annullati, tutti i “meccanismi” che hanno generato questa situazione perversa resterebbero al loro posto. La partita ricomincerebbe ancora più dura. Non è l’indebitamento che crea la povertà, ma è vero il contrario. A dispetto di quello che ci fanno credere, rifiutare il debito, come ho sempre sostenuto, non avrebbe probabilmente grossi effetti pregiudizievoli sul piano economico per i paesi interessati, anzi il ontrario. L’irrealismo della proposta è altrove. Per i paesi dell’Africa, in ogni caso, sarebbe semplicemente suicida: la loro indipendenza è infatti totalmente fittizia. Se il Cile di Allende, per aver toccato gli interessi americani, è stato vittima di un colpo si stato fomentato dalla CIA e dall’ATT, si consideri che tutti i regimi dell’Africa, infinitamente più fragili, sono sotto stretta sorveglianza. Essi debbono “filare a bacchetta”. Dal momento che la resistenza è votata alla sconfitta, non resta loro che la dissidenza.

    L’economia mondiale, con l’aiuto delle istituzioni di Bretton Woods, ha escuso dalle campagne milioni e milioni di persone, ha distrutto il loro modo di vita tradizionale, soppresso i loro mezzi di sussistenza, per gettarli e ammucchiarli nelle “bidonville” nelle periferie del Terzo Mondo. Sono questi i “naufraghi dello sviluppo”. Condannati, nella logica dominante, a scomparire, non hanno altra scelta per sopravvivere che organizzarsi secondo un’altra logica. Devono inventare, e certi lo fanno davvero, un altro sistema, un’altra vita.

    Vedere l’altra Africa come un laboratorio del doposviluppo, significa vedere l’informale in positivo, vederlo positivamente, di per se stesso per quanto possibile, cioè in funzione delle sue proprie norme, e non commisurato al paradigma dello sviluppo. Si tratta di vedere con occhio diverso il modo stupefacente in cui sopravvivono gli esclusi dal mondo ufficiale. Nell’informale che ci interessa, non si in un’economia, sia pure altra, si è in un’altra società. L’economico non si è autonomizzato in quanto tale. Esso è dissolto, incorporato (embedded) nel sociale, in particolare nelle reti complesse che strutturano le città popolari dell’Africa. Per questo il termine di società vernacolare è più appropriato per parlare di questa realtà di quello di economia informale.

    Tuttavia la società vernacolare non è sicuramente un paradiso ritrovato. Prima di tutto, si tratta dei modi in cui i naufraghi dello sviluppo producono e riproducono la loro vita, al di fuori del campo ufficiale, mediante strategie relazionali. Queste strategie incorporano ogni sorta di attività economiche, ma tali attività non sono ( o sono poco) professionalizzate. Gli espedienti, il bricolage, la capacità di arrangiarsi di ciascuno si iscrivono nelle reti. I “collegati” (reliés) formano dei “grappoli” (grappes). In fondo, queste strategie fondate su un gioco sottile si “cassetti” (tiroirs) sociali ed economici sono paragonabili alle strategie familiari, che sono nella maggior parte dei casi le strategie delle massaie, ma trasposte in una società in cui i membri della famiglia allargata si contano a centinaia.

    Così la società vernacolare ( o l’oikonomia neo clanica come la chiamo nel libro) è a prima vista soprattutto femminile, fondata sulla pluriattività, sul non professionalismo e sulle strategie relazionali.

    Gli esclusi della grande società realizzano il miracolo della loro sopravivenza reinventando il legame sociale e facendo funzionare tale legame sociale. Esclusi dalle forme canoniche della modernità, dalla cittadinanza dello Stato-nazione e dalla partecipazione al mercato nazionale, essi vivono, in effetti, grazie alle reti di solidarietà neoclaniche.

    Al di là della pluriattività e della non professionalizzazione, quel che colpisce l’osservatore attento ai “grappoli” di “collegati” della società vernacolare è l’importanza del tempo, dell’energia e delle risorse destinate ai rapporti sociali. Se si dispiega un’attività intensa, sarebbe abusivo nella maggior parte dei casi parlare di vero lavoro. Gli incontri, le visite, i ricevimenti, le discussioni prendono molto tempo. Dare e prendere in prestito, donare, ricevere, aiutarsi reciprocamente, fare una ordinazione, consegnare, informarsi, occupano gran parte della giornata, senza parlare del tempo dedicato alla festa, alla danza, al sogno, al gioco… “La festa, osserva Eric de Rosny, occupa un posto smisurato in proporzione ai mezzi finanziari della popolazione, tutti gli economisti lo dicono, ma essa è appropriata ai suoi bisogni affettivi”.

    Si sarà riconosciuta facilmente in questo funzionamento della società neoclanica una logica molto diversa della logica mercantile, quella del dono e dei rituali oblativi. Qui, come ovunque, il legame sociale funziona sulla base dello scambio: m lo scambio, con o senza moneta, si basa più sul dono che sul mercato. Ci si trova di fronte al triplice obbligo di donare, ricevere e restituire così come lo analizza Marcel Mauss. La cosa centrale e fondamentale in questa logica del dono è il fatto che il legame sostituisce il bene.

    Conclusione La società vernacolare, ma anche in Europa le banche del tempo, i LETS (local exchange trade system), i SEL (systémes d’échange locaux) sono forme di dissenso dalla norma. Questi ultimi più coscienti, ma anche più fragili della società vernacolare. Sono anche forme di resistenza alla mondializzazione dell’economia e all’economicizzazione del mondo. Sono tuti dei laboratori del futuro, laboratori del dopo sviluppo.

    Nel caso dei SEL, si tratta invece piuttosto di una risposta locale a una sfida globale. Come dicono i fondatori del SEL dell’Ariege; “In qualche modo noi rispondiamo a problemi mondiali con una soluzione locale”. Un SEL stimola la produzione locale e risponde a bisogni locali. Permette di rivitalizzare la società locale senza apporto di capitali esterni. Aiuta a prendere coscienza dei problemi locali, a cercare soluzioni pratiche, concrete e realistiche. Riduce le importazioni, gli sprechi e l’inquinamento conseguente ai trasporti. Senza chiasso e senza dichiarazioni, gli “informali” dell’altra Africa non fanno nulla di diverso.

    C’è una lezione dell’esperienza africana della società vernacolare che può servire anche per tutti coloro che sono impiegati in imprese alternative.

    La nostra riflessione conduce alla realizzazione di una coerenza globale dell’insieme delle innovazioni alternative: cooperative autogestite, comunità neo-rurali, LETS (Local Exchange Trade Systems) e SEL (Systémes d’Echange Locaux), auto-organizzazione degli esclusi al Sud. Queste esperienze ci interessano soprattutto in quanto forme di resistenza e di dissidenza al processo di crescita e potenziamento dell’omnimercificazione del mondo. Il pericolo della maggior parte delle iniziative alternative volontarie è, infatti, di rinchiudersi nella fortezza che ha permesso loro di nascere e svilupparsi invece di lavorare alla costruzione e al rafforzamento di una nicchia. La “fortezza” è un concetto di strategia militare di conquista e di aggressione, legata alla nazionalità economica dominante.

    Ciò che può fare vivere l’impresa alternativa è piuttosto la nicchia, un concetto ecologico molto più vicino all’antica prudenza (la phronesis di Aristotele) e a una concezione sociale dell’efficacia, estranea all’efficienza economica. L’impresa alternativa sopravvive in un contesto che è e deve essere diverso dal mercato mondializzato.

    E’ questo contesto dissidente che occorre definire, proteggere, mantenere, rinforzare e sviluppare per la resistenza. Invece di battersi disperatamente per conservare la propria fortezza all’interno del mercato mondiale, occorre militare per ingrandire e approfondire la nicchia a margine dell’economia globale. Riuscire a imporre i prodotti del commercio equo-solidale o dell’agricoltura biologica sugli scaffali dei supermercati, a fianco dei prodotti “non equi” o “anti-biologici” non è un obbiettivo in sé. Va inscritto più in una strategia di fortezza che nell’ottica del rafforzamento della nicchia.

    E’ più importante assicurarsi del carattere equo della totalità del processo, dal trasporto alla commercializzazione, cosa che esclude in prima battuta il supermercato e allarga il tessuto organizzativo. L’estensione e l’approfondimento della rete di complicità è il segreto di riuscita e deve essere la preoccupazione principale di queste imprese. I Consum-attori (consumatori e cittadini) non sono che un elemento di un insieme che deve essere articolato: SEL, produttori alternativi, neo-rurali, movimenti associativi impegnati su questa strada. E’ questa coerenza che rappresenta vera alternativa al sistema. Si tratta di coordinare la protesta sociale con la protesta ecologica, con la solidarietà verso gli esclusi del Nord e del Sud, tramite tutte le iniziative per articolare la resistenza e la dissidenza e per sfociare, in fine, in una società autonoma. Non si tratta di concepire la “nicchia” come un’oasi conviviale nel deserto umano del mercato mondiale, ma come un organismo in crescita che fa arretrare il deserto.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  9. #9
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    Predefinito Rif: Globalizzazione

    Il piatto indigesto servito a Nizza
    di Gilberto Oneto
    Re Mida è ricordato dalla storia perché riusciva a trasformare in oro tutto quello che toccava. Il marxismo ha un potere analogo, solo che trasforma in cacca tutto quello con cui viene a contatto. E’ successo per le aspirazioni alla giustizia sociale di milioni di lavoratori ridotta a dittatura del proletariato, è successo con la voglia di giustizia diventata oppressione sovietica, si è ripetuto con le istanze ambientaliste trasformate in isteriche vessazioni per i cittadini, è sistematicamente capitato con ogni idea di libertà e di autonomia trasformata in violenza e oppressione. Invocando la libertà dei popoli ha costruito un universo di carceri e di gulag, parlando di benessere ha affamato centinaia di milioni di individui, comiziando di progresso ha condannato interi paesi al sottosviluppo culturale ed economico. Adesso ci riprova con il mondialismo. Le giuste e sacrosante opposizioni al disegno di ingrigimento globalizzante diventano in mano al marxismo violenza, brutalità, intolleranza e razzismo: si trasformano di fatto nella peggiore arma in mano al mondialismo contro l’identità dei popoli. Marxisti, comunisti e compagnia sfasciante non stanno infatti solo svaccando la resistenza antimondialista ma anche le aspirazioni all’autonomia e all’indipendenza dei popoli che sono la sola sicura garanzia proprio contro il disegno mondialista. Nelle manifestazioni di questi giorni abbiamo visto antiche bandiere autonomiste sventolare assieme a trucidi stracci rossi. Cosa c’entrano i gloriosi vessilli di Occitani, Baschi, Corsi e Sardi con la peggiore feccia marxista nella sua edizione più massimalista, statalista e spinellata? Ma, soprattutto, cosa c’entra la brodaglia poco incline al sapone dei cosiddetti centri sociali con le battaglie di liberali e di antimondialisti veri? Se c’è qualcuno che è il prodotto più coerente e avanzato della omologazione mondialista sono proprio loro, tutti uguali nei vestiti, nell’aspetto, nel comportamento, nel linguaggio e negli slogan che ripetono a memoria. Se il mondialismo è il cancro del mondo, loro ne sono le metastasi più attive e inconsapevoli. Loro che difendono l’invasione terzomondista, lo strumento più devastante della mondializzazione. Loro che sono nemici delle culture locali (li avete mai sentiti parlare dialetto?) e dei movimenti autonomisti. Loro che sono i distruttori di gazebo, quelli che picchiano la gente per bene che davvero lotta concretamente contro la tetraggine mondialista. Loro che sono i razzisti antipadani. Dicono di essere contro le mcpolpettazze (e sfasciano vetrine per tentare di dimostrarlo) ma hanno il cervello fatto di hamburger confezionati con carne di mucca pazza e internazionalista. Sono i figli del peggior mondialismo apolide, nichilista, razzista, ignorante, masochista e violento. Sia pur in versione computerizzata e internettizzata sono i comunisti di sempre, sanguinari e vigliacchi, nemici dell’umanità, del bello, del pulito e delle libertà vere, che fanno finta di fare la guerra ai loro padroni (proprio come nel ’68). Così discreditano e sporcano ogni idealità antimondialista e rendono di fatto il più bel servizio al peggiore globalismo perbenista che ha gioco facile a dimostrare (lo abbiamo visto in questi giorni) quanto sia immorale e culturalmente fragile questa opposizione. Gli antimondialisti seri vengono fatti sparire e la scena viene catturata da questi teppisti e dalla fragilità delle loro argomentazioni, con grande gioia dei mondialisti che li vezzeggiano, danno loro spazio nelle televisioni, sui giornali e nei loro locali ben riscaldati. La cacca e il cacao sono alle opposte estremità di ogni scala di valori ma sono simili per aspetto e viene facile per chi vuole gettare discredito sul cacao assimilarlo alla cacca e fare passare la cacca per cacao. Mescolandoli poi non si trasforma la cacca in cacao ma succede se mai il contrario producendo un intruglio disgustoso e vomitevole. Mettendo insieme Bové e Scalzone, le bandiere dei popoli oppressi e gli strofinacci rossi, la voglia di libertà e l’antico odio comunista per il mondo si fa solo un servizio al mondialismo, si sporcano gloriosi simboli di autonomia e di identità. Si infangano i valori delle libertà e delle autonomie: è quello che hanno sempre fatto i nemici del mondo, dai giacobini ai comunisti, fino alle loro più attuali versioni progressiste, cainiste e centrosocialiste. Chi combatte in difesa delle libertà dei popoli non si può confondere con gli eredi di Stalin e di Pol Pot; chi crede nei valori delle identità e delle autonomie locali non può essere statalista, materialista o internazionalista. Il socialismo è da sempre il principale strumento per la distruzione di ogni differenza e di ogni aspirazione all’autonomia e all’indipendenza delle comunità grandi e piccole gelose delle proprie identità. Cosa c’entrano il subcomandante Bertinotti, Dario Fo e i più trucidi guitti di un marxismo tenuto in vita artificialmente dai suoi finti avversari con le nostre lotte di popoli oppressi contro i nazionalismi giacobini, contro l’arroganza statalista, contro burocrati e banchieri apolidi e contro il mondialismo di cui sono i prodotti più coerenti e i lacchè più fedeli e ottusi? Gli autonomisti veri, quelli che non vogliono un mondo di plastica uniforme e illiberale non sono andati a Nizza perché lì si è svolta una farsesca messinscena di una finta rissa fra sodali, un triste carnevale nel quale si è permesso ai servi e ai manutengoli del mondialismo di far finta di prendersela per un giorno con i loro padroni e benefattori. Cacca e cacao sono ingredienti che non possono stare assieme. Mescolandoli in salsa comunista ne viene fuori un piatto mondialista indigesto. Se lo mangino loro.
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    Antonio Cassano 99

  10. #10
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    Predefinito Rif: Globalizzazione

    Intervista al Prof.Edward Goldsmith
    dalla rivista Fare Verde del giugno 2002
    Edward Goldsmith è il fondatore della più importante rivista europea di ecologia, The Ecologist. E' inoltre co-fondatore dell'International Forum on Globalization, di cui fanno parte studiosi di tutto il mondo che si oppongono all'economia globale.

    D) Prof. Goldsmith, lei ha affermato che la globalizzazzione è un processo reversibile. Pensa dunque che coloro che vi si oppongono debbano semplicemente aspettare la sua "implosione", oppure possono/debbono svolgere un'azione politico-culturale per metterne in rilievo le contraddizioni?
    R) La globalizzazione è un processo mostruoso che non può durare. Non è possibile che possa durare. Ho sentito oggi che con l'accordo sull'agricoltura dell'organizzazione mondiale del commercio (WTO), si costringono tutti i paesi del Terzo Mondo ad importare il cibo. C'è una legge, sempre voluta dal WTO, secondo cui l'India deve importare circa settecento differenti qualità di cibo e questa importazione obbligata grava enormemente sul bilancio dello stato. In India ci sono circa quattrocento milioni di contadini che rischiano di restare sul lastrico. Tutta questa gente dipende dalla sua terra, se li sradichiamo ci troveremo con circa cinquecento milioni di persone condannate alle bidonville oltre alla desertificazione della campagna. Lo stesso succederà in Cina, dove circa un miliardo di persone sarà condannata allo stesso triste destino. E' la prima volta nella storia dell'uomo che si condanna un'intera popolazione alla marginalità, a un vicolo cieco in fondo al quale c'è solo la povertà e la miseria. Questo è un crimine senza precedenti perchè significa costringere miliardi di persone alla povertà. E tutto questo a causa dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. I contadini del Terzo Mondo ovviamente non hanno i soldi per far fronte alla modernizzazione tecnologica dell'agricoltura: pesticidi, concimi chimici, trattori, semi artificiali etc. I grandi produttori comprano la terra e rendono "schiavi" i piccoli produttori. Ma io dico che tutto questo non può continuare perchè sarebbe la rivoluzione! Dove li mettiamo tutti questi milioni di esseri umani che vengono cacciati dalla loro terra che non potrà più rendere? Nelle bidonville dove c'è un tasso di disoccupazione pari al 20-30% ? La mondializzazione li condanna alla miseria e forse alla morte perchè i paesi in cui abitano debbono importare cibo sovvenzionato dagli stati più ricchi, in primis dagli Stati Uniti.

    D) Lei pensa che l'ecologia profonda finisca per mettere in discussione l'ideologia del progresso fondata sul profitto all'infinito, e dunque le ideologie che ad esso si ispirano: liberalismo e marxismo?
    R) Esattamente. Le faccio un esempio concreto. Il più grande problema di oggi è il cambiamento di clima. L'industrializzazione a tappe forzate ha portato ad un tasso di inquinamento tale che lo stesso clima della Terra subisce e subirà sempre di più variazioni disastrose. Il riscaldamento del pianeta andrà avanti per altri centocinquanta anni. Perchè l'effetto serra e i gas che lo producono rimangono sospesi nell'aria per tutto questo lunghissimo periodo. Siamo solo all'inizio di questo processo. C'è una curva esponenziale che continua a svilupparsi; ci sono i rapporti di climatologi delle Nazioni Unite che lanciano questo allarme. Si parla di un aumento medio di cinque gradi nella temperatura del pianeta. Questo è un disastro. Cambia l'ecosistema, arriveranno le malattie tropicali sia per gli uomini che per le piante e questo renderà impossibile coltivare e dunque nutrirsi. Si avrà un aumento della siccità. Questi sono i risultati dell'industrializzazione, il problema è che bisogna cambiare radicalmente il modello di sviluppo se si vorrà sopravvivere. Non è un'opzione. Oggi il punto non è lo sviluppo ma la sopravvivenza. Bisogna tornare a un'agricoltura tradizionale, monosimilare, locale, fatta per i contadini, l'esatto contrario dell'agricoltura moderna, occorre insomma cambiare tutto. Il progresso è la più grande illusione nella storia dell'uomo, non c'è un'illusione più dannosa del progresso.

    D) Prof. Goldsmith lei pensa che vi sia un rapporto tra le guerre che si sono combattute e si combattono dopo la caduta del muro di Berlino, mi riferisco alla guerra del Golfo, a quella del Kossovo e all'Afghanistan, e la strategia di controllo delle fonti energetiche che l'Occidente, in testa gli Stati Uniti, intende esercitare?
    R) E' evidente che gli USA hanno fatto la guerra all'Afghanistan e ai Talebani per il petrolio. C'è una società americana, la Unocal, che voleva costruire un oleodotto che avrebbe dovuto attraversare il paese. Il governo che ha preceduto quello dei talebani non accettava questo progetto e non garantiva sufficiente stabilità. Dunque gli americani avevano bisogno di un nuovo governo, più disponibile e allora hanno finanziato i talebani. E dopo, quando al Unocal ha detto che neppure loro andavano bene e che l'investimento non si poteva fare, allora si è voluto fare la guerra ai talebani. Il problema è che l'America ha un enorme bisogno di petrolio, possibilmente a basso costo. Ci sono cinque o sei esperti del petrolio i quali affermano che entro pochi anni vi potrà essere penuria di oro nero. Nelle viscere della Terra c'è ancora parecchio petrolio ma è sempre più difficile accaparrarsene lo sfruttamento, per esempio il petrolio dell'Arabia Saudita costa due dollari al barile mentre quello del Venezuela ne costa cinque, e c'è una grande differenza per le economie occidentali. Anche il raffinamento costa sempre di più. Non ci sono sufficienti raffinerie. Gli americani volevano ridurre la loro dipendenza dal petrolio saudita. Adesso spendono undici miliardi di dollari l'anno per il greggio di quest'area, e dai quaranta ai cinquanta miliardi l'anno per assicurarsi il controllo militare di quella zona: truppe, portaerei, forze aeree, etc. Adesso gli USA hanno truppe anche in Kazachistan e Uzbechistan, sempre per "proteggere" le rotte del petrolio. Quasi tutte le guerre che si combattono oggi sono per il controllo delle risorse energetiche. La guerra del Biafra, un milione e mezzo di morti, per il petrolio. La guerra in Sudan, due milioni e mezzo di morti, è stata fatta per il controllo delle fonti energetiche oltre che per motivi etnici, e a questo proposito occorre sottolineare come le frontiere nel continente africano siano state tracciate arbitrariamente, create dalle potenze coloniali secondo il criterio che la tribù più forte costituisce il nucleo dello stato e le altre sono sottomesse. La convivenza tra differenti tribù invece sarebbe possibile solo se non ci fosse dominio da parte di una sulle altre. Ma tutto questo accade quando si creano degli stati artificiali. Anche l' Unione Europea è uno "stato" centralizzato e per molti versi artificiale, destinato ad essere dominato dalla Germania. Ma questo non potrà durare perchè francesi e inglesi non vogliono essere sottomessi ai tedeschi. Mio fratello è stato deputato europeo per la Francia e mi diceva che c'era talmente tanta mediocrità in quell'organismo che era perfino inutile farne parte.

    D) Dunque i problemi che una corretta visione ecologista pone sono molteplici.

    R) Certamente. Uno dei grandi problemi che saremo presto chiamati ad affrontare è quello dell'acqua. A questo proposito Vandana Shiva ha scritto un libro davvero eccellente relativo alle guerre che potrebbero scatenarsi per l'acqua. E' possibile vivere senza petrolio ma è impossibile vivere senz'acqua.

    D) Prof. Goldsmith secondo lei che cosa è cambiato dopo l'11 settembre?

    R) Molti dicono che l'11 settembre fornisce un pretesto per dominare i paesi islamici dove si trova il petrolio. E' un pretesto magnifico. La guerra contro l'asse del male è una bella invenzione, guarda caso l'asse del male si trova in paesi come l'Iran e l'Irak dove c'è moltissimo petrolio. La crisi di Enron è stata più grave di quella dell'11 settembre perché i mercati internazionali hanno perso fiducia nell'economia statunitense e perché si è potuto toccare con mano la corruzione generale di quel sistema economico. L'America, nonostante quello che si è soliti pensare, si trova in una situazione economica molto critica, potrebbe essere una nuova Argentina. Essa ha costretto tutti gli altri paesi a far parte del WTO ma secondo me sarà la prima a doverne uscire. Hanno cominciato con una tassa del 27% sull'importazione dell'acciaio hanno inoltre una enorme sovvenzione sull'esportazione di prodotti alimentari e tutto ciò è contro le leggi dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Gli americani hanno bisogno di approvvigionare le proprie casse con quattrocentocinquanta miliardi di dollari l'anno di capitale straniero, attraverso investimenti. Ma se viene meno la fiducia vengono meno anche gli investimenti stranieri, vitali per l'economia statunitense, e allora sarebbe la bancarotta. L'unica soluzione sarebbe volgersi verso il protezionismo e gli Stati Uniti potrebbero puntare all'autosufficienza. Ma la loro terra è la peggiore del mondo, c'è grande siccità. Ho chiesto a Mister Soros che ho incontrato recentemente a una cena, quando verrà il crollo dell'economia americana, lui mi ha risposto: "quando gli americani smetteranno di consumare", ora gli americani consumano molto ma hanno tanto debito che non potranno continuare a questo ritmo. Senza il miliardo e mezzo di investimenti stranieri giornalieri e senza il consumo frenetico l'America non potrà reggere. E allora sarà il crollo.

    D) Si parla molto degli OGM e del contrasto tra Europa e Stati Uniti rispetto a questo delicatissimo argomento. Lei pensa che sia possibile tornare indietro oppure si tratta di una battaglia persa?
    R) Il pretesto principale per lo sviluppo degli OGM è che questi combatterebbero la fame nel mondo. Ma non è vero. Il prof. Seraglini, uno dei maggiori esperti in materia di organismi geneticamente modificati, sostiene che in venticinque anni di studi hanno trovato solo una varietà di mais che porta ad un aumento di produzione di appena il 5%, quasi niente. La verità è che attraverso il sistema degli OGM si vuole controllare l'intero processo della produzione alimentare, col pretesto, falso, dell'aumento di produzione hanno comprato tutte le società che producono i semi, i brevetti, ma questo grano costa troppo e non serve per sfamare il mondo. Si cambia un gene nel genoma ed è una lotteria. Ci possono essere danni ecologici enormi, le famigerate piante Frankestain potrebbero diventare realtà. Questo sistema non è serio. E' solo pericoloso.
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