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Discussione: Iraq - Focus

  1. #341
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Mi sa che re Abdallah ad Amman sta cominciando a mugugnare vista l'ondata di profughi siriani ed iraqeni e la possibile espansione ideologica dell'islmaismo in salsa isis .

    Non dimentichiamo che l'isis ( sotto sigle diverse ) trova genesi proprio in Giordania per mano del giordano Zarqawi .

  2. #342
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Citazione Originariamente Scritto da kodiak Visualizza Messaggio
    Dietro l'isis non credo ci sia la mano dei regnanti sauditi ( ma quasi certamente i privati finanziano bene ) .
    Certo che da un governo di barbari come quello saudita , capace di uscite come quella qua sotto , mi aspetto di tutto .

    https://twitter.com/LoyaltyIsFirst/s...71885800800256
    Anche la Russia li finanza

  3. #343
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Il caos iracheno: la Waterloo di Obama, lo Yarmuq dell’Iran

    giugno 19, 2014 Lascia un commento

    Ziad al-Fadil Syrian Perspective
    Syrian Perspective ricorda umilmente di essere stata tra i primi a rivelare il ruolo di Izat Ibrahim al-Duri nel disastro in Iraq. Abbiamo seguito al-Duri per anni dopo esser sfuggito ai tribunali illegali istituiti dall’alto commissario statunitense L. Paul Bremer, forse uno dei più completi imbecilli del mondo, nascondendosi nel nord, nella sua città natale di Mosul, svicolando lungo le linee di faglia tra arabi, curdi e turchi. Finalmente arrivato in Turchia, fu adottato da una squadra di spettri statunitensi e inglesi presentatigli dai sicari del MIT di Erdoghan. Da quel momento svolge il ruolo che gioca ora. Attenzione, non credo che il SIIS sia ciò che sembra. Non è un’organizzazione salafita, poiché tali organizzazioni, ripeto, non prendono quali capi ex-baathisti come al-Duri. Alcuni di voi avranno sentito parlare di una recente dichiarazione da Mosul secondo cui il SIIS ha ora un comando unificato con al-Duri. È vero, al-Duri è un ex-militare iracheno salito alla ribalta sotto Sadam, divenendo l’unico uomo capace di sputare in faccia a leader temibili senza nemmeno alzare un sopracciglio. Tuttavia al-Duri non ha alcuna esperienza militare sostanziale come comandante sul campo, e se ne vedrà abbastanza presto il fallimento. È inoltre in cattive condizioni di salute, soffre di gravi condizioni respiratorie e nefrite che lo spacceranno al più presto. Che un naqshbandi/baathista (sufi) come al-Duri si possa alleare con Abu Baqr al-Baghdadi prova che il SIIS è un fantoccio statunitense ingrassato dai soldi sauditi e abbellito dalle banalità dei terroristi jihadisti. La pretesa di Obama di esser disposto ad inviare la propria potenza aerea in Iraq per aiutare al-Maliqi, è un semplice cavallo di Troia o dote di Jalila, un metodo per rimuovere il Primo Ministro al-Maliqi una volta divenuto chiaro che il disgraziato presidente statunitense non è riuscito a spodestare il nostro Dr. Bashar al-Assad. Il piano sionista, inventato e promosso dai traditori neo-con, viole che la Mezzaluna Fatimide sia più una collana di perle che una vera mezzaluna. Se non è possibile sbarazzarsi del cordone siriano, si passi a quello iracheno. Questo è un piano sionista, reso evidente dal fatto che solo possono profferire una visione così sociopatica da comportare lo sterminio dei cristiani d’Iraq e Siria.
    Il piano dei traditori neo-con è questo: Per soffocare Hezbollah è necessario troncarne i legami con l’Iran. Ciò significa distruggere Siria e Iraq. Hanno preso di mira la Siria per prima, dato che sembrava la più debole dei due. Ma la Siria non era la più debole dato l’immenso sostegno ricevuto da Federazione Russa e Iran. Ciò lascia l’Iraq unico obiettivo per respingere gli iraniani dalla regione e isolare Hezbollah. Se l’Iraq finisse nelle mani di sadamisti come al-Duri, l’Iraq ancora una volta diverrebbe un cuscinetto contro l’Iran e un buco nero per Hezbollah. Voglio qui ricordare, inoltre, che il recente ammonimento dell’Arabia Saudita che le forze straniere dovrebbero rimanere fuori dal conflitto iracheno, serve solo a sviare le accuse sul suo netto coinvolgimento nel finanziamento del mostro SIIS in Siria e Iraq. Tre realtà sono ormai emerse da tutto ciò, per le sanguisughe sioniste: 1. La campagna di Bush contro Sadam fu un disastro di proporzioni storiche, che deve essere corretto; 2. Hezbollah è una delle forze più minacciose che lo Stato-colono sionista deve affrontare nei conflitti futuri; 3. Lo stesso piano disastroso contro la Siria potrebbe ancora funzionare in Iraq con una corretta pianificazione.
    Nota: le dichiarazioni del Generale Qasim Ata a Baghdad, ieri, avvertivano i cittadini e l’opinione pubblica a diffidare di articoli faziosi da fonti che vomitano menzogne e propaganda. E’ la stessa situazione della Siria, con la condizione che gli iracheni sono pienamente consapevoli della campagna mediatica in Siria e sono disposti a contrastarla. Il Generale Qasim Ata, portavoce dell’esercito iracheno, cerca di assicurare avvertendo i cittadini su al-Arabiya, al-Jazeera e tutto il resto di ben noti menzognifici già utilizzati contro la Siria. E ancora più interessante notare come SIIS ed alleati del Baath iracheni usino in modo sofisticato internet, manipolando l’opinione popolare. Il modo con cui tali selvaggi utilizzano internet chiaramente indica una tutela di Stati Uniti ed alleati inglesi, turchi e altri. Suggerimento: si guardi attentamente come la BBC copre gli avvenimenti in Iraq e saprete chi c’è dietro tutto ciò.
    Con il SIIS che sostiene di controllare le province del nord dell’Iraq contigue alla Turchia, si assicura le aree con i principali impianti petroliferi e basi militari. Ieri ha falsamente affermato di aver invaso la raffineria di petrolio di Bayji, la più grande dell’Iraq. Con tale piano, gli Stati Uniti probabilmente continueranno a sostenere logisticamente il SIIS fino a che al-Maliqi farà ciò che il Presidente Assad doveva fare: dimettersi. Ma ora la palla è nelle mani di Teheran. Potrà sostenere al-Maliqi come ha fatto con Assad? E (un grande E) Mosca interverrà anche qui? L’Iran ha un profondo rapporto storico con Mesopotamia/Iraq. Gli esempi dell’interazione tra i due popoli sono infiniti. Difficilmente si deve risalire ad Artaserse o Barmecide per spiegarlo. Ma oggi, nell’Iran teocratico, i luoghi santi di Najaf e Qarbala ne domineranno il pensiero geo-politico. L’Iran andrà in guerra per proteggere i santuari sciiti e ciò significa centinaia di migliaia di guerrieri Basij pronti ad attraversare il confine iracheno per sradicare le larve supportate dagli statunitensi che operano sotto la bandiera della banda di cannibali finanziati dai sauditi. Il SIIS ha già chiarito l’intenzione di uccidere gli “apostati” e distruggerne i santuari, galvanizzando i volontari iracheni che proteggono i santuari di Sayid Zaynab e Suqayna di Damasco e spingendoli a continuare la lotta in Iraq. Avvertiamo i politici statunitensi di non permettere che la politica estera statunitense sia diretta dai traditori sionisti neo-con a Washington DC. Il loro movimento deve essere fermato e processato per alto tradimento.
    La Russia osserva questi eventi con molta attenzione. L’Iraq è una miniera d’oro per i produttori di armi russi e Mosca non traballerà nel suo approccio. Tuttavia, Putin affronta molte questioni oggi. La crisi ucraina creata dalla NATO, soprattutto da Obama, potrebbe essere una mossa volta a distrarre i russi, mentre gli Stati Uniti cercano di far risorgere il fallito piano sionista per sloggiare i leader di governi legittimi, soppiantandoli con i loro corrotti adulatori filo-sionisti, le cui vite saranno alquanto effimere. Già i media occidentali si scagliano su al-Maliqi accusandolo di settarismo e brutalità nella guida del suo Paese. Non stupitevi se sentirete parlare di atrocità commesse dai “lealisti pro-Maliqi”. Già delle storie vengono diffuse su prigionieri sunniti a Mosul giustiziati da guardie sciite mentre il SIIS tentava di liberarli. Nauseanti storie inventate, menzogne e propaganda, ci si può aspettare cose ancor più nauseanti di quelle sentite sulla Siria. Non si arrendono. I sionisti non mollano, a meno che i popoli statunitense, francese, inglese e australiano s’oppongono e si riprendono la propria politica estera, tale rapporto da vampiro parassita continuerà a loro danno. Al-Maliqi deve fare ciò che il Dottor Assad ha fatto in Siria, deve serrare i ranghi e prepararsi a un lungo confronto con la chimera statunitense di Obama. Non è fantasia. La dirigenza sionista è ossessionata dall’Iran e trascinerà nel baratro dell’Inferno gli USA pur di prolungare l’esistenza del fasullo Stato-Ghetto. Al-Maliqi deve tendere la mano, come fa oggi, a tutti i sunniti, unendo le forze per bloccare l’assalto alla cultura semitica irachena arabo-musulmano-cristiana da parte dei coloni ebrei europei e cazari che non hanno portato nulla se non peste e miseria al nostro amato Vicino Oriente. Deve inoltre continuare l’alleanza con il Dr. Assad e utilizzare l’esperienza dell’Esercito siriano nel combattere le orde barbariche di Obama e del sionismo. Più che altro, il Primo Ministro al-Maliqi deve avere ciò che il Dottor George Habash chiamava “chiara visione”. Non deve permettere che la pletora di trappole e disinformazione l’accechino dalla pura oggettività nel valutare la situazione. Ciò che ha mantenuto lucido il Dr. Assad è la sua formazione scientifica. O come GWF Hegel suggerirebbe nel suo Die Welt Verkehrte (Il mondo capovolto), che al-Maliqi si metta nella posizione dei suoi nemici e veda il loro punto di vista, svelandone i piani come se fossero stati creati dalla sua mente. Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

  4. #344
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    La curiosa vendita dell’oro ucraino all’Iraq

    giugno 19, 2014 Lascia un commento

    Marco Antonio Moreno El Blog Salmon 7 aprile 2014 All’alba del 7 marzo, in segreto e procedendo nel buio della notte, a Borispol, l’aeroporto di Kiev, un grosso aereo, senza distintivi e con una forte scorta armata, caricava 40 casse di lingotti d’oro della Banca Centrale ucraina. L’operazione fu annunciata dal giornale russo Iskra, inizialmente smentito dalla FED, ma l’aereo si diresse negli Stati Uniti. I media europei non ne parlano nonostante il grande sostegno al colpo di Stato e al governo ad interim del primo ministro Arsenij Jatsenjuk. Era il prezzo della “liberazione” dell’Ucraina per mano di UE e USA? 40 pallet con lingotti d’oro sono molto più delle riserve auree dell’Ucraina. Secondo il World Gold Council, nel febbraio di quest’anno l’Ucraina aveva 42,3 tonnellate di riserve auree nelle casse della banca centrale. Ogni pallet contiene 290 lingotti d’oro da 400 once, cioè 3,6 tonnellate per pallet, e a 1300 dollari l’oncia sono 150 milioni di dollari per pallet. Dieci pallet fanno 36 tonnellate di oro che ammontano a poco più di 1,5 miliardi di dollari. 1,5 miliardi
    Il 25 marzo, il Financial Times informava che l’Iraq ha acquistato 36 tonnellate di oro per un valore di circa 1,5 miliardi di dollari. La Banca centrale irachena ha riferito sul suo sito web che l’oro acquistato è volto a “rafforzare la politica monetaria e la valuta (il dinaro) iracheni”. L’Iraq ha acquistato 36 tonnellate di oro, aggiungendole alle 29,8 tonnellate della riserva, al prezzo di 1,5 milioni di dollari. Ora ha 65,8 tonnellate di oro e ciò significa la promozione che vedremo sul prossimo numero di World Gold Council. Sulla mappa delle riserve auree, l’Iraq si trova ora tra Brasile, Egitto ed Indonesia. Tuttavia, anche se nessun governo ha acquistato tanto oro in una sola volta, negli ultimi tre anni, tale acquisto non ha generato reazioni sul prezzo dell’oro. Quando l’anno scorso Cipro fu costretta a vendere parte parte delle sue 13,9 tonnellate di oro delle riserve, vi furono grandi convulsioni sui mercati. Questa volta, con una operazione quasi tre volte più grande, i mercati sono calmi. Ciò forse per la segretezza con cui l’operazione è stata condotta (Reuters e Financial Times confermano l’acquisto, ma non ne indicano l’origine), e gli speculatori della City di Londra sono in stato di shock dopo le sanzioni per la manipolazione dei Tibor e Libor; i tassi di cambio e dei prezzi delle derrate e delle materie prime. La domanda globale di oro
    La domanda globale di oro è diretta da Cina e India, principali consumatori di prodotti di gioielleria, elettronica e finanziari. Come mostra questa lista della WGC, la Cina l’anno scorso ha acquistato 1066 tonnellate di oro, e l’India 975 tonnellate, anche sul mercato nero. Questa era la domanda di oro nel 2013, secondo WGC: L’oro ucraino è stato acquistato dall’Iraq? Essendo l’Ucraina appena divenuta un satellite degli Stati Uniti, sulla giusta via della “liberazione”, e Baghdad “liberata” dagli Stati Uniti da dieci anni, è lecito sospettarlo: l’Iraq acquista oro dall’Ucraina. Ora dobbiamo vedere se l’Ucraina ha ricevuto 1,5 miliardi di dollari. Almeno, gli Stati Uniti hanno offerto una garanzia di 1 miliardo sui prestiti da concedere all’Ucraina. Secondo GoogleMaps, il viaggio in aereo da Kiev a Baghdad dura 6 ore e 55 minuti: Come sottolineato qui, ciò che veramente dovrebbe riguardare l’Europa, e soprattutto la Germania, è la velocità con cui gli Stati Uniti spostano l’oro dall’Ucraina alla Federal Reserve o a Baghdad, e la lentezza che dimostrano nel restituire alla Germania 33 tonnellate di oro in un anno, su 1500 tonnellate custodite dalla Federal Reserve a Fort Knox. Un altro fatto non privo di significato è l’assenza d’interesse dell’Unione europea su tali informazioni e la mancanza di trasparenza nel sapere il motivo per cui, a un paio di giorni dalla presa del potere, il primo ministro ad interim Jatsenjuk s’arroga il diritto di liquidare le riserve auree del Paese. L’unica certezza è che gli ucraini sono stati espropriati delle loro riserve auree, e forse per sempre. Benvenuti nel mondo occidentale. Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
    Ultima modifica di Metabo; 19-06-14 alle 20:20

  5. #345
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Citazione Originariamente Scritto da kodiak Visualizza Messaggio
    ( ma quasi certamente i privati finanziano bene ) .
    Per esempio :
    https://pbs.twimg.com/media/BqhA27kIAAA6kob.jpg

  6. #346
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Iraq: fine dell?influenza americana e trionfo dell?Asse della Resistenza - Stato & Potenza
    Iraq: fine dell’influenza americana e trionfo dell’Asse della Resistenza


    Filippo Bovo Che dietro all’avanzata delle milizie dell’ISIS ci siano gli Stati Uniti, non c’è da sorprendersi: proprio quest’ultimi, infatti, sostengono tale gruppo insieme ad altri in Siria, passandogli armamenti e finanziamenti in abbondanza. Di fatto, e col beneplacito di Washington, l’ISIS ha iniziato ad usare in Iraq tutto quel materiale che gli era stato consegnato per la guerra in Siria, sfruttando l’elevata permeabilità che attualmente caratterizza il confine tra i due paesi.
    In ogni caso, i successi dell’ISIS nella sua avanzata verso Baghdad sono stati decisamente gonfiati dai media occidentali, ed anche questo è una dimostrazione del fatto che vi sia una regia americana. Il mondo politico occidentale, guidato dagli Stati Uniti, costituisce insieme ai media occidentali un vero e proprio cartello pronto a muoversi a supporto d’ogni campagna d’aggressione, demonizzazione, oppure di sdoganamento che viene decisa alla Casa Bianca. E’ stato così quando bisognava dipingere come dei mostri Saddam, Gheddafi o Milosevic o Assad, con un’operazione mediatica che serviva a preparare il terreno ai bombardamenti, oppure quando si trattava di presentare la giunta golpista ucraina come un eroico faro di democrazia: in tal caso fu fatta l’operazione inversa, di promozione mediatica e politica. A Washington si da il “la” e l’orchestra suona: i politici si mettono a belare e i giornalisti a mentire, da una sponda all’altra dell’Atlantico.
    Tutto questo per dire che cosa? Che Washington ha sostenuto l’ISIS in Iraq non solo militarmente e finanziariamente, per consentirle d’avanzare a danno del debole esercito iracheno, ma fornendole anche una copertura mediatica. In questo modo, facendo credere all’opinione pubblica che l’ISIS fosse praticamente invincibile per le forze armate di Baghdad, e che a breve l’Iraq sarebbe diventato il nuovo califfato vagheggiato da Bin Laden, si giustificava un nuovo intervento statunitense e lo si presentava addirittura come necessario ed inevitabile, dal momento che nessun altro avrebbe potuto prendersi tale briga.
    Invece le cose sono andate diversamente: innanzitutto perché gli Stati Uniti, come al solito ed anche in questo caso, hanno sottovalutato i loro avversari credendo che lo stato iracheno ed il suo esercito si sarebbero davvero liquefatti rapidamente e che l’Asse della Resistenza formato dall’Iran, dalla Siria e da Hezbollah non avrebbe avuto il coraggio d’intervenire nelle complicate beghe di Baghdad. La Siria perché alle prese con la guerra civile interna, l’Iran perché non interessato a farsi risucchiare in un conflitto iracheno visto come una trappola, Hezbollah perché troppo lontano e già impegnato nell’eterno confronto con Israele. Invece il governo di Al Maliki ha retto, l’esercito pure, la campagna d’arruolamento di nuovi volontari tra i cittadini è andata bene, e le controffensive si sono pertanto rilevate di successo. Certo, non sono tutte rose e fiori. Ma intanto la “Caporetto irachena” si sta riassorbendo abbastanza rapidamente e la reazione di Baghdad e dell’Asse della Resistenza è decisa e destinata al successo. La Siria bombarda le retrovie dell’ISIS, l’Iran ha inviato duemila propri uomini ed anche Hezbollah è sul punto d’intervenire: proprio oggi Nasrallah ha dichiarato che gli uomini del “Partito di Dio” sono pronti a sacrificarsi.
    Dunque, come andrà a finire? L’Iraq diventerà il punto d’incontro fra le varie forze dell’Asse della Resistenza, al quale ormai gli Stati Uniti hanno lasciato per palese inettitudine il campo libero. Washington, dopo aver escluso un intervento di terra, ha dichiarato che non ci saranno neppure azioni condotte dal cielo, bombardamenti o droni che siano. Il governo di Al Maliki, dal canto suo, non ha mai manifestato un grande entusiasmo all’idea che gli Stati Uniti tornassero ad ingerire negli affari interni dell’Iraq. Di conseguenza, gli Stati Uniti si limiteranno a mettere al sicuro la loro ambasciata a Baghdad, un’immensa base militare, e non certo dagli uomini dell’ISIS, che controllano, ma da quelli dell’Iraq e dell’Asse della Resistenza, che invece temono. Mandano insomma rinforzi al loro fortino assediato: è tutto quello che ormai possono fare.
    L’errore di calcolo degli Stati Uniti s’è rivelato fatale, perché ha fatto perdere a quest’ultimi anche la residua influenza che ancora potevano vantare in Iraq. Non essendo riusciti a sottrarre quest’ultimo all’influenza dell’Asse della Resistenza e dei suoi alleati russi e cinesi, e men che meno a fomentarvi con successo ed in modo duraturo il caos, finiscono per esserne letteralmente espulsi. Ed anche per l’ISIS, che a questo punto non serve più a nulla e che sta subendo duri colpi da parte degli iracheni e delle forze dell’Asse della Resistenza, si preparano giorni bui. Tra l’altro la pulizia che l’Asse della Resistenza farà in Iraq sarà di grande aiuto anche per la Siria: la bonifica del suolo siriano dai terroristi dell’ISIS e non, privati dell’importante retrovia irachena così come d’una quota significativa di uomini e di mezzi, risulterà decisamente più facile e veloce.

  7. #347
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Forse vado un po OT , ma è importante capire il fine intelletto di codesti personaggi .

    Ieri ho letto l'intervento di un emiro australiano collegato all'isis ( con nome italiano ,padre italiano ) che tesseva le lodi di boko haram e faceva l'apologia della schiavitù nei confronti delle famiglie degli infedeli , ma solo in guerra eh ( quindi praticamente sempre per i loro standard ) .

    Su altre pagine saltavano all'occhio gli interventi-piagnisteo riguardo alla codardia dei poliziotti infedeli inglesi che ''maltrattano'' una donna velata e appena sotto minaccie di genocidio e conversione di massa verso sciiti , occidentali ecc .

    Questa gente chiaramente non sta molto bene , speriamo che questa piaga non si estenda ulteriormente .
    Ultima modifica di kodiak; 20-06-14 alle 14:27

  8. #348
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    A prominent Iraqi cleric has said that militants from the so-called Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) must be expelled from the country before it gets too late.

    Sheikh Abdul Mahdi al-Karbalai who is a representative of Iraq’s top Shia cleric, Grand Ayatollah Ali al-Sistani, said the al-Qaeda-linked militants from the ISIL should be dealt with and driven out of Iraq immediately.
    He added that Iraqis from all religions and sects should join the fight against the terrorists.
    Earlier on Friday, Sheikh Karbalai said during a Friday prayers sermon that the newly-elected Iraqi parliament should start work without any delay and commence the process of forming a new government.
    This comes as Ayatollah Sistani has recently called on all Iraqi people and political factions to unite and support the government and army in their battle against the terrorists.
    Iraqi men from all walks of life are flocking to recruitment centers to join the army in its fight against the ISIL militants.
    This is while the Iraqi army presses ahead with its offensive against al-Qaeda-linked militants, killing a top commander of ISIL around Tikrit. Saudi national, Abu Khabib al-Jazaeeri, has been killed during clashes in Baiji, north of Tikrit.
    Iraqi troops also continued their clean-up operations in the Balad district of Salahuddin Province. They have managed to regain full control of the main refinery in the province.
    The government forces have also seized the Abu Tayban region in the city of Ramadi, and almost all parts of the town of Tal Afar in Nineveh Province. Iraqi forces aided by volunteers have also made advances in Anbar Province.
    Earlier this week, Iraq’s Prime Minister Nouri al-Maliki lashed out at Saudi Arabia for supporting the ISIL terrorists, who are perpetrating genocide against the Iraqi nation.
    Riyadh’s support for the ISIL makes the Al Saud regime responsible for the “crimes that may qualify as genocide: the spilling of Iraqi blood, the destruction of Iraqi state institutions and historic and religious sites,” Maliki said in a statement.
    JR/AB/SS

  9. #349
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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Nord America. Iraq, è guerra per la raffineria di Beiji<br>Obama: Truppe Usa non torneranno a combattere - LaPresse
    Iraq, è guerra per la raffineria di Beiji
    Obama: Truppe Usa non torneranno a combattere



    • 19 giugno 2014



    © LaPresse

    Washington (Usa), 19 giu. (LaPresse/AP) - "Le forze americane non torneranno a combattere in Iraq". Così il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al termine di un incontro con il team per la sicurezza nazionale Usa sgombra il campo da ogni dubbio sulla possibilità di un nuovo invio di truppe di terra americane in risposta all'avanzata in Iraq del gruppo jihadista Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isil). "Non abbiamo la capacità di risolvere questo problema inviando semplicemente decine di migliaia di truppe e impegnando denaro e risorse umane", ha affermato il presidente. Il discorso di Obama, che inizialmente doveva tenersi alle 18.30, è stato ritardato, e il presidente è comparso nella sala briefing della Casa Bianca intorno alle 19.30. Intanto sul campo prosegue per il terzo giorno la battaglia fra i militanti e i soldati iracheni per il controllo della raffineria di Beiji, 250 chilometri a nord di Baghdad.

    OBAMA: PRONTI A INVIARE FINO A 300 CONSIGLIERI MILITARI. Dall'intervento di Obama emerge quanto segue: niente truppe Usa da combattimento in Iraq, niente raid aerei americani (come invece aveva chiesto il governo di Baghdad) e niente richiesta esplicita di dimissioni del premier iracheno Nouri al-Maliki. Il presidente Usa, però, ha annunciato che Washington è pronto a mandare fino a 300 consiglieri militari in Iraq, che uniti agli altri 275 soldati già inviati per sostenere l'ambasciata Usa a Baghdad e altri punti di interesse americani porteranno a quasi 600 i militari Usa sul terreno in Iraq. E ha affermato anche che gli Stati Uniti sono pronti a compiere "azioni militari mirate" e precise in Iraq se potranno contribuire a combattere la crescente minaccia proveniente dai militanti estremisti. In quel caso "saremo in stretta comunicazione con il Congresso", ha assicurato Obama. "Non ci sarà una semplice soluzione militare" per l'Iraq, ha ribadito. Gli Stati Uniti hanno ritirato dall'Iraq le loro ultime truppe alla fine del 2011, dopo oltre otto anni di guerra, dopo che Washington e Baghdad non erano riusciti a raggiungere un accordo per prolungare la presenza delle truppe Usa.

    OBAMA: SERVE GOVERNO INCLUSIVO PER EVITARE GUERRA CIVILE. Pur non chiedendo le dimissioni di al-Maliki, l'inquilino della Casa Bianca ha invitato i leader iracheni a governare con "un'agenda inclusiva" per garantire che l'Iraq non scivoli in una guerra civile e ha detto che, chiunque sia il premier in Iraq, deve assicurarsi che tutti i gruppi settari - sia gli sciiti, sia i sunniti, sia i curdi - sentano che il processo politico possa fare i loro interessi. "Non spetta a noi scegliere i leader iracheni", ha detto il presidente Usa. Fonti Usa spiegano che fare pressioni troppo forti su al-Maliki, per Washington, rischierebbe di portare a un irrigidimento del premier iracheno per restare al potere e a un suo avvicinamento all'Iran, Repubblica sciita che sta invece cercando di mantenere al-Maliki al governo.

    IRAN POTREBBE GIOCARE RUOLO COSTRUTTIVO. Obama ha fatto poi riferimento agli sforzi diplomatici in corso per gestire la crisi irachena. Dopo avere annunciato che il segretario di Stato americano John Kerry, "partirà questo fine settimana per il Medioriente e l'Europa", ha detto che l'Iran potrebbe avere un ruolo costruttivo nella crisi. Ma solo se Teheran passerà, come Washington, il messaggio che il governo di Baghdad deve essere più inclusivo e deve rispettare gli interessi dei sunniti e dei curdi. Se invece l'Iran entrasse nel conflitto solo come forza armata a sostegno del governo sciita iracheno, allora il suo intervento potrebbe solo peggiorare la situazione, ha affermato Obama.

    L'ISIL E GLI SCONTRI PER IL CONTROLLO DELLA RAFFINERIA DI BEIJI. L'avanzata dell'Isil in Iraq è cominciata martedì 10 giugno, quando il gruppo ha preso il controllo di Mossul, cioè la seconda città più grande del Paese. Da allora una serie di città sono cadute nelle sue mani: mercoledì Tikrit, venerdì Jalula e Sadiyah, in una provincia etnicamente mista a nordest di Baghdad, e poi altri centri più piccoli. L'Isil, che ha promesso di applicare la sharia, ha inoltre annunciato giovedì di volere marciare verso la capitale Baghdad. Inoltre oggi, per il terzo giorno consecutivo, i jihadisti e l'esercito stanno combattendo per contendersi il controllo della raffineria di petrolio più grande del Paese, quella di Beiji, che normalmente produce circa 300mila barili di greggio al giorno e ora è stata bloccata. La perdita della raffineria di Beiji per il governo di Baghdad sarebbe un simbolo devastante di perdita di potere. I militanti hanno preso il controllo di parte della struttura, tanto che è stata anche issata una bandiera nera dell'Isil, ma l'esercito ne controlla ancora la gran parte.

    LA SPACCATURA SUNNITI-SCIITI E IL GOVERNO AL-MALIKI. La conquista di città chiave da parte dell'Isil ha ulteriormente accentuato la spaccatura fra sunniti e sciiti all'interno del Paese: allo Stato islamico dell'Iraq e del Levante, gruppo sunnita, si stanno unendo lealisti dell'era di Saddam Hussein e altri sunniti; dall'altra parte a sostenere gli sforzi dell'esercito iracheno si stanno unendo milizie sciite e centinaia di giovani volontari, che hanno risposto all'appello dell'ayatollah Ali al-Sistani, il religioso sciita più rispettato del Paese. L'Isil combatte contro il governo centrale, guidato dal primo ministro sciita al-Maliki, e ha raccolto il sostegno di parte della comunità sunnita del Paese, che da tempo denuncia di essere discriminata dalle politiche dell'esecutivo, che definisce settarie. È dunque per questo che Obama nel suo discorso ha puntato sulla necessità di un governo inclusivo. Inoltre alla situazione già complessa si aggiunge un altro attore sul terreno, cioè i curdi dell'Iraq. I peshmerga, cioè i soldati curdi, si sono schierati contro i jihadisti, e parallelamente stanno approfittando della situazione per prendere il controllo di territori che rivendicavano da tempo, come il polo petrolifero di Kirkuk.

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    Predefinito Re: Iraq - Focus

    Putin voices support for Iraqi government

    Russian President Vladimir Putin has expressed support for the government of Iraqi Prime Minister Nouri al-Maliki in its war against the so-called Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) terrorist group.

    According to a statement released by the Kremlin, the two leaders spoke on the phone on Friday as Maliki informed Putin about the measures of his government to drive out the militants from the northern parts of the country.
    "Putin confirmed Russia's complete support for the efforts of the Iraqi government to speedily liberate the territory of the republic from terrorists," the statement read.
    "It was noted that the activities of extremists conducting military operations on the territory of Syria has taken on a cross-border character and now threaten the security of the whole region," the statement added.
    On June 10, the ISIL militants took control of the Nineveh provincial capital Mosul. They later took control of the city of Tikrit, located some 140 kilometers (87 miles) northwest of the capital Baghdad.
    Iraqi armed forces have managed to regain control of the Abu Tayban region in the city of Ramadi and almost all parts of the strategic town of Tal Afar in Nineveh province.
    Iraqi soldiers have also regained control of the Baiji oil refinery in the strategic Salahuddin province after the ISIL militants attacked the oil facility earlier this week.
    The ISIL militants have vowed to continue their raid towards Baghdad.
    Maliki has said that the country’s security forces would confront the terrorists, calling the seizure of Mosul a “conspiracy". He has also blamed Saudi Arabia and Qatar for the security crisis and growing terrorism in his country, and denounced the Al Saud regime as a major supporter of global terrorism.
    HRM/MHB/MAM

 

 
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