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Discussione: Avanti!

  1. #171
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    Predefinito Re: Avanti!

    Citazione Originariamente Scritto da Frescobaldi Visualizza Messaggio
    ...lo stesso governo era sostenuto dai vari Alfano, Verdini, Bondi, ecc.

    Ergo, se Del Bue non può pontificare (ed è una posizione che si può sostenere), chi sta al governo o in maggioranza con i personaggi sopracitati non dico debba fare altrettanto, ma almeno evitare certa intransigenza...
    Le due cose non sono comparabili, date le due situazioni a confronto. Attualmente, il PD governa con fasce del centrodestra, fino a prova contraria, per contingenza e dopo elezioni che hanno creato un parlamento senza maggioranza.

    Del Bue, per anni, ha sposato un progetto "socialista" snaturato a tal punto da vedersi organico al centrodestra di Silvio Berlusconi, schierato apertamente contro il csx, contro la famiglia del PSE, contro i progressisti italiani ed europei...alleato con la destra postmissina, non con i postdemocristiani, con Storace, Alemanno, Fini, Mussolini, Tremaglia...per non parlare di Bossi, Salvini e Borghezio.

    Un centrodestra apertamente competitivo con l'Ulivo e le forze progressiste di csx.
    Ultima modifica di Gdem88; 14-03-16 alle 02:26
    «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro si rompe la testa, non il muro! Riformista...è uno che vuole cambiare il mondo per mezzo del buonsenso, senza tagliare teste a nessuno» [Baaria]

  2. #172
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    Predefinito Re: Avanti!

    Si potrebbe poi aprire un'altra discussione storica: prima di arrivare a parlare del Partito della Nazione ci si dovrebbe porre il tema del "socialismo largo" che da anni vede una contaminazione tra ambienti reduci dell'ex Psi e ambienti del centrodestra italiano, cosa che avviene anche in molti periodici e fondazioni e che pare ormai considerata normale e fisiologica da molti socialisti.


    Una mutazione genetica ben precedente all'arrivo di Renzi che ha una valenza storica e politica assoluta...e che non può essere ridotta ad una semplice vendetta per Mani Pulite.

    I "socialisti di centrodestra" sono un'anomalia realizzata non meno grave delle peggiori ipotesi di Partito della Nazione.

    Del Bue, per anni, ha fatto parte attiva di questa anomalia.
    Ultima modifica di Gdem88; 14-03-16 alle 02:26
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  3. #173
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    Predefinito Re: Avanti!

    E, giusto per specificare: io non ho particolari rancori verso Del Bue, né nego che possa anche avere cose interessanti da dire, ma dato il gusto della provocazione e della polemica che il direttore dell'Avanti spesso ha, ricordare e inquadrare la storia del personaggio, che ha indubbiamente avuto più fasi politiche ( alcune, più recentemente, di nuovo nel csx) serve anche a dare il giusto peso alle analisi che leggiamo.
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  4. #174
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    Predefinito Re: Avanti!

    Citazione Originariamente Scritto da Gdem88 Visualizza Messaggio
    Le due cose non sono comparabili

    Lo so… infatti ho detto che sarebbe preferibile evitare un’eccessiva intransigenza… anche perché coloro i quali stavano all’opposizione allora e stanno all’opposizione oggi (come il sottoscritto), potrebbero non notare poi tutta questa differenza tra le due situazioni e, di conseguenza, contestare entrambi (te e Del Bue).



    L’anomalia italiana del socialismo precede il 1992… questo passo di Bobbio è datato febbraio 1980:

    “La situazione obiettiva del [PSI] è quella di non essere il partito della sinistra, come esso è invece in altri paesi di democrazia occidentale, e com’è stato storicamente anche in Italia, e di non essere neppure il maggiore partito della sinistra, come è invece in tutti i paesi in cui esiste anche un partito comunista. Anzi, la distanza di voti e quindi di consensi del Partito socialista dal comunista è tale che il partito occupante lo spazio maggiore a sinistra in Italia è il Partito comunista, con la conseguenza che spesso si è avuta la tentazione di presentare il Partito socialista come un partito di terza forza, mentre esso o è un partito tendenzialmente o potenzialmente di sinistra alternativa oppure non è più un partito socialista. Effettivamente, se si osserva una mappa dei partiti italiani, appare evidente che il Partito socialista occupa una posizione di centro, si trova, insieme con gli altri partiti dell’area laica, al centro del sistema. Ma, quello che è ancora più grave, esso si trova al centro non di un sistema equilibrato bensì di un sistema profondamente e sinora irreconciliabilmente diviso fra una destra che si è proclamata sin dall’inizio costituzionale e una sinistra che, pur essendo stata accolta in questi ultimi anni nel cosiddetto arco costituzionale, non ha ancora ottenuto il riconoscimento del diritto (costituzionale) di formare un governo e neppure di farne parte. In un sistema squilibrato non esiste perché non può esistere un vero e proprio centro, e se c’è, come c’è nel nostro caso, è anch’esso (scusate il bisticcio) scentrato”.


    In ogni caso, non sono l’avvocato di Del Bue… tra l’altro è singolare che a contestarlo sia tu… in fin dei conti è un tuo alleato… non mio… (anche se, per quanto riguarda l’attuale PSI, sarebbe più appropriato parlare di “vassallaggio” piuttosto che di “alleanza”)… io, come dicevo, sto all’opposizione…
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  5. #175
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    Predefinito Re: Avanti!

    Sei tu il promoter del suo pensiero come ben sai io contesto molte delle sue uscite già dai primi post da te riportati
    «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro si rompe la testa, non il muro! Riformista...è uno che vuole cambiare il mondo per mezzo del buonsenso, senza tagliare teste a nessuno» [Baaria]

  6. #176
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    Predefinito Re: Avanti!

    Citazione Originariamente Scritto da Gdem88 Visualizza Messaggio
    Sei tu il promoter del suo pensiero come ben sai io contesto molte delle sue uscite già dai primi post da te riportati

    Non sono il “promoter” di nessuno… ... il 3d è dedicato all’ “Avanti!” ed è quindi naturale che si dia più spazio agli editoriali del direttore… si chiami egli Del Bue, Martelli, Formica o Nencini… e non è detto che, solo perché sia io a postarli, mi trovi automaticamente nelle condizioni di sottoscriverli parola per parola… anzi…
    Ultima modifica di Frescobaldi; 14-03-16 alle 22:43
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  7. #177
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    Predefinito Re: Avanti!

    Uno, due… dieci PD

    Sono esplosivi i contrasti nel Pd a tre mesi dalle elezioni per i sindaci del prossimo giugno. Antonio Bassolino contesta le elezioni primarie vinte a Napoli dalla renziana Valeria Fedeli. L’ex sindaco della metropoli partenopea e già governatore della Campania parla di “schifezze” nelle votazioni e non esclude di presentare una lista elettorale contro quella ufficiale del Pd.
    Anche Roma è nella bufera, il quadro è analogo. Le primarie sono state vinte dal renziano Roberto Giachetti, ma l’ex sindaco Ignazio Marino e il dalemiano Massimo Bray potrebbero correre con loro liste. Analoga situazione potrebbe replicarsi a Torino, su iniziativa della sinistra interna ed esterna al Pd, città nella quale si è ricandidato a sindaco Piero Fassino, in sintonia con Matteo Renzi.
    Le divisioni potrebbero rivelarsi pericolosissime: il Pd, spaccato in più tronconi, potrebbe regalare la vittoria al M5S o al centrodestra. C’è già un brutto precedente. Un anno fa Sergio Cofferati lasciò il Pd, accusò Renzi di sbandare “a destra”, lanciò una nuova lista contro la candidata ufficiale dei democratici a presidente della Liguria, e il risultato fu una bomba: le elezioni regionali furono vinte dal centrodestra. Giovanni Toti, Forza Italia, divenne il governatore della Liguria, una regione per decenni roccaforte del centrosinistra. Ora Cofferati ha avvertito: «C’è spazio a sinistra per un nuovo partito».
    La virata a destra c’è anche per Massimo D’Alema, perché Renzi vuole prendere “il posto” di Silvio Berlusconi in crisi. L’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, ha usato parole durissime contro il giovane “rottamatore” fiorentino. Ha parlato di “arroganza”, del tentativo di «trasformare il Pd nel partito del capo», di una fuga di molti elettori e militanti di sinistra dal partito. Ha delineato l’ipotesi di una scissione: «Nessuno può escludere che, alla fine, qualcuno riesca a trasformare questo malessere in un nuovo partito».
    Le varie minoranze del Pd sono in gran parte sul piede di guerra, tuttavia marciano in ordine sparso. Alcuni (il presidente del Pd Matteo Orfini, i ministri Andrea Orlando e Maurizio Martina) appoggiano il presidente del Consiglio e segretario dei democratici. Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, Gianni Cuperlo, Rosy Bindi, Enrico Letta, invece, attaccano a testa bassa Renzi. Contestano le riforme liberiste del governo e il cambiamento dell’identità di centrosinistra del Pd in una neocentrista. Bersani ha rivendicato i suoi meriti e quelli della coalizione di centrosinistra nelle elezioni politiche del 2013: «Renzi sta comodamente governando con i voti che ho preso io. Non io Bersani, io centrosinistra». La lacerazione è profonda: «Il segretario deve fare la sintesi, non deve insultare un pezzo di partito».
    Le minoranze di sinistra, però, smentiscono il progetto di una scissione. Speranza ha indicato la volontà di combattere una battaglia dall’interno dei democratici: «Noi non restiamo nel Pd, noi siamo il Pd. Non c’è più il Pd se non c’è più questo pezzo del partito». Tutto, però, è al limite della rottura. Speranza ha perfino paragonato Renzi a Berlusconi per «un’idea padronale del partito» nel quale si rischia di cantare «meno male che Matteo c’è» come accadeva in Forza Italia per il leader del centrodestra.
    Una pesante emorragia a sinistra già c’è stata. Oltre a Cofferati hanno detto addio al Pd anche Stefano Fassina, Pippo Civati, Alfredo D’Attorre. Hanno costituito Sinistra Italiana e la prima prova di forza ci sarà nelle amministrative di giugno. Fassina, ad esempio, è candidato sindaco a Roma, dove il terremoto dell’inchiesta di Mafia Capitale ha colpito uomini del Pd e del centrodestra. Ma anche qui i problemi non mancano. Sinistra Italiana è alleata con Sel e l’obiettivo immediato è di spuntare il migliore risultato possibile nel voto per i sindaci, tuttavia le divisioni rendono la situazione difficile: molti non vogliono sottoscrivere intese elettorali con il Pd mentre molti sono favorevoli; non si sa quale sarà il nome del nuovo partito della sinistra e, almeno per ora, Civati sta per conto suo. L’ambizione era di ottenere il 10%-15% alle elezioni politiche, ma per adesso i sondaggi danno il 3%-4% a un nuovo partito alla sinistra del Pd, più o meno la forza di Sel.
    Renzi è sul chi vive. Definisce “di sinistra” le riforme strutturali del governo come quella del mercato del lavoro, perché combattono il precariato e aumentano l’occupazione. Teme brutti scherzi nella sfida per i sindaci come è successo in Liguria. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha avvertito: «Chi cerca di usare strumentalmente il risultato delle amministrative in chiave interna sta sbagliando campo di gioco». Ha definito “surreale” l’attacco contro di lui ed ha invitato le minoranze a “saper perdere” perché lui ha vinto le elezioni primarie per la segreteria del partito. Ha respinto la richiesta dei bersaniani di anticipare il congresso perché «chi vuole mandarmi a casa la battaglia la farà al congresso nel 2017».
    Renzi, da due anni segretario del Pd e presidente del Consiglio, è stato un “rottamatore” della vecchia classe dirigente del partito; “la vecchia guardia”, come l’ha chiamata. Massimo D’Alema e Walter Veltroni sono state due vittime dell’operazione ricambio generazionale. Le reazioni sono state diverse: D’Alema attacca e Veltroni si mantiene defilato. Il fondatore del Pd ed ex vice presidente del Consiglio ha smentito di dissentire da Renzi assieme alla sinistra del partito. In una lettera al Corriere della Sera ha scritto: «Semplicemente non è vero». Veltroni si è chiamato fuori: «Non partecipo da anni al dibattito interno alla variopinta articolazione di correnti e posizioni del Pd». Nel caos si stanno formando molteplici partiti: uno, due, dieci Pd.

    Rodolfo Ruocco


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  8. #178
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    Predefinito Re: Avanti!

    Il complotto

    Risuonano nelle mie orecchie queste frasi: “I poteri forti ci vogliono indebolire”. E anche: “I magistrati fanno politica e vogliono procurare il quorum al referendum”. E ancora: “Mi assumo interamente la responsabilità dell’emendamento (parliamo di quello alla Legge di stabilità che ha reso poi inevitabili le dimissioni della Guidi). Se vogliono interrogarmi sono pronto”. Il tutto anticipato da quell’invito a non votare al referendum e non andare al mare solo perché la consultazione si svolge in aprile e non in giugno. Difficile non evocare un illustre e purtroppo disgraziato precedente.
    Il conflitto tra magistratura e politica è costante in Italia dalla caduta del muro di Berlino in poi. E’ evidente che il potere giudiziario colpisce la politica perchè quest’ultima si è profondamente indebolita. Craxi era un bersaglio troppo fragile dopo l’ottantanove. Anche a causa dell’errore politico di non capire il cambiamento d’epoca. Senza appoggi internazionali, che non fossero un paio di amicizie con leader socialisti di paesi europei neppure troppo influenti e di parte del movimento palestinese, senza l’ausilio del mondo imprenditoriale eccezion fatta per il primo Berlusconi, che poi lo abbandonò durante i mesi di Tangentopoli, senza un partito di dimensioni consistenti, senza sindacati, senza giornali, era impossibile inventarsi una difesa.
    Oggi Renzi è messo un po’ meglio. Basterà? Può contare su un partito molto più forte e su un consenso generale incomparabile rispetto a quello del leader socialista, anche se il vecchio Psi era un partito unito e il Pd un partito lacerato. Può avere un consenso maggiore nella stampa (ma fino a che punto De Benedetti lo appoggerà?) anche se ha perso, per il sempre più stretto rapporto con Marchionne, l’amichevole frequentazione di Della Valle. Può sviluppare con uno stile al passo coi tempi la sua azione incisiva sui social che prima non esistevano. Può contare su una presidenza del Consiglio e sui servizi segreti siano o meo affidati al suo Carrai. E dunque Renzi oggi é messo assai meglio.
    Se esiste un complotto Renzi ha trovato perfino la sigla dei complottari. E’ il Gan, la Grande alleanza nazionale, che comprende tutti quelli che lo osteggiano. Anche noi avevamo il Pdr, e cioè il partito di Repubblica. Ma il nemico era più circoscritto. Oggi tutti quelli che non sono con Renzi sono contro di lui. La partita, per usare il linguaggio a lui caro, è tra Renzi e il Resto del mondo. La sindrome dell’assedio è anche utile per definire la posta in palio. Che al referendum costituzionale sarà tra Renzi e il Gan, così come alle elezioni comunali e perfino al referendum sulle trivelle. Un solo dubbio. Ma a forza di caricare di significato politico tutto quel che accade Renzi non finisce per cementare anche l’alleanza dei suoi oppositori, e di favorirne l’unità dei comportamenti pur nell’eterogenesi dei fini?

    M. Del Bue

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  9. #179
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    Predefinito Re: Avanti!

    Da Salerno lanciamo la Convenzione liberalsocialista


    In vista del congresso di Salerno il dibattito sull’Avanti e altrove è diventato serrato, talvolta polemico ma in ogni caso testimonia la vitalità di questo piccolo partito, il Psi, che comunque ha compiuto 124 anni di vita: è il più vecchio partito politico italiano, sopravvissuto a tragedie di ogni tipo (dal fascismo a Tangentopoli ). Miracolosamente la bandiera Psi non è stata mai ammainata grazie – è giusto ricordarlo – a un manipolo di coraggiosi militanti e dirigenti che hanno fatto sacrifici immani per continuare a rimanere fedeli a un ideale, a un simbolo storico di socialismo, di giustizia sociale, a una bandiera gloriosa che rappresenta anche sacrifici, vittime ed eroi prima, durante e dopo la Resistenza. Con queste parole, senza cadere nella retorica, vorrei ricordare che in quasi tredici decenni di vita il Psi non ha mai vissuto una vita tranquilla: è stato sempre combattuto da nemici esterni e interni, minato da contrasti, segnato da scissioni profonde, conflitti laceranti che hanno lasciato il segno sino a ridurre il Psi un testimone delle glorie passate, di una storia del movimento operaio fra le più luminose del nostro paese. Mi sembra che nelle polemiche di queste settimane non si tiene nel debito conto questo retroterra storico-politico e giustamente si rivendica nostalgicamente “il socialismo dei nostri padri”. Il Psi ha molti padri e vorremmo ricordarne solo alcuni,anche perché ad elencarli tutti non basterebbe l’intero numero di questo giornale. Cominciamo dal padre del riformismo italiano, Filippo Turati. Proseguiamo poi con Anna Kuliscioff, ”la dottora”, che insieme a Turati dirigeva la “Critica Sociale”. Anche se le femministe italiane non la ricordano mai è stata la pioniera del femminismo italiano. Nel 1890 tenne una conferenza a Milano (poi pubblicata col titolo “Il monopolio dell’uomo” ) in cui “la russa dai capelli d’oro, come amavano chiamarla, si occupava attivamente della “questione femminile”, del “problema della emancipazione” e della uguaglianza tra i sessi, della tutela del lavoro della donna e dei minori, della conquista dei diritti civili e politici e, in primo luogo, del diritto di voto. Ma le femministe di oggi probabilmente hanno un qualche imbarazzo a ricordarla perché la Kuliscioff riuscì, come ha ricordato Craxi, a “stringere in un nodo saldissimo la causa della emancipazione femminile con la causa del socialismo”.

    Ricordiamo poi il passionale Andrea Costa, primo deputato socialista al parlamento italiano. E poi ancora: Claudio Treves, Giacomo Matteotti, Emanuele e Vera Modigliani, Bruno Buozzi (segretario della Fiom prefascista e poi della Confederazione del lavoro, Cgl, ucciso a Roma dai nazisti poco prima della Liberazione), Sandro Pertini, Pietro Nenni, Lelio Basso, Bettino Craxi, Francesco De Martino, Riccardo Lombardi, Giacomo Mancini, Giacomo Brodolini (il “padre” dello Statuto dei lavoratori). E poi non dimentichiamo Giuseppe Saragat e Ignazio Silone. E possiamo ignorare i combattenti per la conquista dei diritti civili, a cominciare da Lina Merlin (che ha promosso la legge sulle “case chiuse”, per colpire lo sfruttamento della prostituzione), proseguendo con Loris Fortuna, che propose e riuscì a fare approvare,col sostegno dei radicali, le leggi sul divorzio e sull’aborto). Anche nella costruzione europea i socialisti ebbero un ruolo importante, a partire da Ventotene “dove il socialista Eugenio Colorni scrisse con Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, il celebre “Manifesto” per l’unità europea. Il filosofo Colorni venne poi assassinato da una banda di fascisti durante l’occupazione tedesca della capitale. Fra i padri del socialismo italiano vi sono anche molti sindacalisti (come Fernando Santi, Giovanni Mosca, Fernando Montagnani, Piero Boni, Italo Viglianesi, Giorgio Benvenuto, Agostino Marianetti, Ottaviano Del Turco ecc. ), cooperatori, intellettuali che hanno contribuito a far crescere, a far diventare un grande patrimonio politico, ideologico e culturale il Partito socialista.

    Ma ora,a distanza di oltre 120 anni, che cosa ne sarà del Psi ?

    E’ la domanda chiave, soprattutto (come appare molto probabile) se non sarà modificata la legge elettorale voluta da Renzi. La questione che si pone è dunque, non solo di come “sopravvivere”, ma di quale modello di partito ipotizzare oggi nella contemporaneità, fatta di problemi nuovi, che si chiamano terrorismo islamico, immigrazione massiccia, welfare a rischio, con un’Europa debole e litigiosa, che non ha una politica estera comunitaria, una crisi economica e finanziaria tutt’altro che risolta, con una crescente disoccupazione, specie giovanile,ecc.).

    In questo scenario, in che misura il pesciolino Psi potrà influenzare il capodoglio Pd, senza esserne ingoiato o neutralizzato? Sono questi i temi al centro del congresso di Salerno.

    Da parte nostra possiamo provare a esprimere delle opinioni senza alcun timore, anche perché il Psi non ha smarrito la propria ragione sociale di esistenza, semmai il problema è oggi come darsene una nuova,senza dimenticare le proprie radici, anche perché le iniquità sociali e le diseguaglianze non appartengono solo al passato, ma sono drammaticamente attuali. Sottolineiamo questo, senza velleitarismi e ponendoci obiettivi realistici, che salvaguardino i ceti più deboli, ma senza dimenticare i corpi intermedi che, se lasciati senza tutela, potrebbero arricchire il serbatoio elettorale del centro destra.

    L’obiettivo prioritario penso sia quello di trovare il coraggio di promuovere un grande rassemblement di tutte le forze socialiste, socialdemocratiche, radicali, laiche, liberali per dar vita a una Convenzione laica e socialista,che rappresenti un punto di riferimento,il più ampio e aperto possibile, per una nuova forza politica che dialoghi col Pd e vi si allei per un programma di riforme sociali e civili. E’ possibile realizzare una “forza organizzata” di questo tipo, anche solo come Movimento? Per poterlo dire bisognerà prima provarci, cercando di coinvolgere partiti, movimenti, club nazionali e locali, insieme a tutte quelle associazioni e fondazioni di area laica e socialista (la Nenni, la Modigliani, la Turati, Socialismo, Silone, Matteotti, Rosselli, ecc. ). Non solo, ma anche tutti quei circoli laici, liberali e socialisti ancora esistenti nel territorio. E’ probabile che si tratti di un’utopia, ma l’obiettivo vero è quello di dare “una scossa” a tutti quei laici e socialisti dormienti, che hanno perso la fiducia in una forza autenticamente laica e liberale, non conformista, libertaria, che oggi trova porte aperte (ma poco spazio operativo) solo nel centro destra o nel Pd. Ed è per questo motivo che chi si riconosce in quest’area preferisce rifugiarsi nel disimpegno, preferendo stare alla finestra.

    L’alternativa (come sostengono alcuni) sarebbe la confluenza nel Pd, con l’illusione di influenzare le scelte della maggioranza, ancora oggi assemblaggio di post comunisti e di post democristiani di sinistra. Potrebbe essere questa l’estrema ratio, per conservare una bandierina all’interno del grande partito della sinistra, che fa molta fatica a progredire verso un modello laburista, socialdemocratico o semplicemente progressista. Personalmente questa scelta non mi convince e credo che comunque sia necessario impegnarsi al massimo per realizzare il socialismo “dei nostri padri”, aggiornato alla società di oggi .Ovviamente anche gli strumenti di comunicazione del Psi dovrebbero essere adeguati a questi nuovi obiettivi .Questo significa che sia l’Avanti ! che Mondoperaio dovrebbero essere profondamente rinnovati, così come l’intera strategia di comunicazione del partito. Ma di tutto questo se ne parlerà dopo il congresso di Salerno.

    A. Forbice

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  10. #180
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    Predefinito Re: Avanti!

    Tutta la verità, dati alla mano, sul governo Craxi

    Francamente non sopporto più l’approssimazione dei dati, se non addirittura la loro falsificazione, quando si parla del governo Craxi e dell’apporto dell’esecutivo a presidenza socialista per risolvere i problemi economici e sociali italiani tra il 1983 e il 1987. Con il prezioso ausilio di Gennaro Acquaviva, che di Craxi fu fondamentale collaboratore a palazzo Chigi, ho potuto leggere un’ampia nota di Nicola Scalzini, all’epoca consulente economico di Craxi, e intendo diffonderne i contenuti. Scalzini compie un bilancio oggettivo del quadriennio del governo Craxi sottolineandone difficoltà, successi e anche problemi che rimasero aperti.
    Partiamo dalla situazione che Craxi si trovò a fronteggiare nell’agosto del 1983, caratterizzata solo da elementi negativi: il Pil era tornato sotto a quello del 1980, il valore aggiunto dell’industria italiana era diminuito del 1,6%, l’occupazione era in calo da due anni, con una conseguente crescita della Cassa integrazione (il tasso di disoccupazione aveva sfondato il tetto del 10% e nell’ultima fase del 1983 toccherà il vertice dell’11,8%). Gli investimenti erano scesi del 5,3%, la pressione fiscale era aumentata di 2-3 punti, la spesa sociale era aumentata del 33% nel 1981 e del 14,5% nel 1982. Tutto questo mentre i grandi paesi stavano ripartendo. Dagli Stati uniti alla Germania al Giappone tutti avevano ricondotto l’inflazione alla fase precedente le due crisi petrolifere mentre da noi continuava ad aumentare e a metà 1983 era attestata sul 16%.
    Il perverso meccanismo della scala mobile a punto unico fungeva da acceleratore dell’inflazione e da appiattimento retributivo. Così induceva a ulteriori aumenti per le qualifiche più alte, oltre che a nuovi accordi sui contratti. La finanza pubblica era fuori controllo. Il fabbisogno pubblico aveva segnato il record dal dopoguerra e si attestava al 16,9 del Pil. Parallelamente però l’industria italiana attraversava una fase di forte dinamismo, caratterizzato da ristrutturazioni, decentramenti, ricambio occupazionale che determinavano una crescita della produttività per addetto, ma anche un complessivo indebolimento occupazionale.
    Il cosiddetto lodo Scotti portò, dopo un accordo governo-sindacati, a fissare l’obiettivo dell’inflazione al 13% per il 1983 e del 10 per il 1984. I sindacati accettarono anche talune correzioni alla scala mobile, mentre Craxi, già alla fiera del Levante del 1983, teorizzò la necessita di una politica dei redditi. Nel 1984 sia la spesa sia i saldi per interessi cominciavano per la prima volta a diminuire in percentuale di Pil. Nel contempo il governo Craxi lanciò con la Finanziaria di fine anno una strategia fondata su un pressione fiscale stabile e su una spesa corrente bloccata. Nel quadriennio la pressione fiscale rimase stabile, mentre la spesa non riuscirà a scendere di quota rispetto al Pil. Crescerà anch’essa con i tassi di Pil e non con quella dei prezzi come indicato dal governo. L’unica che scenderà sarà quella relativa all’attività finanziaria in relazione alla diminuzione degli oneri per l’industria pubblica che migliorerà i suoi conti.
    La finanziaria 1984 modificò profondamente la spesa sociale. Si costruì la cosiddetta “Italia a fasce”, come la definì il ministro De Michelis con prestazioni gratuite per i ceti meno abbienti, ridotte per le fasce medie e a pagamento per quelle medio alte. Questa selezione veniva applicata anche agli assegni familiari, ai ticket sanitari, all’adeguamento delle pensioni. E anche la scala mobile sulle pensioni venne rimodulata per fasce di reddito, sopprimendo il punto unico. Questa finanziaria anticipava il decreto di San Valentino e poi l’accordo, conseguente alla vittoria referendaria, tra governo e sindacati sulle retribuzioni concordate.
    L’esito del referendum del 1985 fu foriero di risultati economici davvero superiori anche alle più ottimistiche previsioni perché, oltre agli effetti pratici, ne provocò altri di carattere psicologico. Il governatore della Banca d’Italia Ciampi dirà: “Nel 1986 si sono concentrati i frutti di un’azione tenace e di tendenze positive. L’inflazione è stata piegata al 4,2 in dicembre, nel confronto con i principali paesi il differenziale inflazionistico, che all’inizio degli anni ottanta era di 9 punti, è adesso ridotto a 2. Il fabbisogno statale è stato contenuto entro i 110.000 miliardi, ma al netto degli interessi è sceso da 47.000 a 36.000 miliardi, la bilancia commerciale è migliorata di 18.000 miliardi e quella corrente è tornata in attivo per 6.000 miliardi”. Di più il costo del lavoro scende di 2,5 punti e i salari netti reali segnano forti incrementi per il calo dell’inflazione e della riduzione delle imposte sui redditi. Aumenta l’occupazione e si mantiene alto il ciclo degli investimenti.
    Certo tutto questo è favorito da una congiuntura internazionale favorevole caratterizzata dalla diminuzione del dollaro e da quella delle materie prime. Anche la riforma dell’Irpef porta al recupero delle perdite sul salario lordo da parte delle aziende a favore dei lavoratori, che rinunciano ad aumenti salariali compensati da una loro minore tassazione. I minori costi energetici e del lavoro permettono alle imprese maggiori investimenti. Lo stato compensa il minore gettito Irpef con una fiscalizzazione dei ribassi dei prezzi dei combustibili. Tutto questo può aprire la porta anche ad una più incisiva azione per diminuire il disavanzo pubblico.
    Invece a fine 1986 si apre la questione politica. La legge finanziaria del 1987 è ormai di carattere elettorale. La Dc e De Mita pensano al ritorno a palazzo Chigi, temono i successi del governo Craxi il cui partito nel giugno otterrà la percentuale più alta dal 1946. Dopo le elezioni, in un clima da “la guerra è finita” riprenderanno gli assalti alla Finanziaria, come quelli del 1988. La spesa pubblica, costante in percentuale del Pil, nel quadriennio 1983-1987, torna di nuovo a crescere in quota del prodotto lordo e nel quadriennio successivo (1987-1990) guadagna ben 5 punti, la pressione fiscale è in aumento di 3,5 punti nel medesimo periodo e il debito continua a salire soprattutto per la torrentizia crescita degli interessi.
    Il 7 marzo del 1987 Eugenio Scalfari, direttore di Repubblica, scrive: “L’inflazione è discesa dal 16 al 4 per cento e questo è stato il risultato più apprezzabile e più vistoso dei quattro anni che ci stanno alle spalle (…), il livello della spesa pubblica non solo non è aumentato, ma è anzi lievemente diminuito. Nel frattempo la pressione fiscale è rimasta complessivamente stabile. Il favorevole andamento dei prezzi internazionali ha liberato risorse ingenti che sono state in discreta parte utilizzate per non far peggiorare i conti dello stato. Questo è il merito che va riconosciuto al governo e per questo merita lode. E’ pur vero tuttavia che con quelle risorse si sarebbe potuto fare molto di più per il risanamento della finanza pubblica”.
    Secondo Cirino Pomicino l’aumento del debito si deve a tre elementi: 1) la bassa pressione fiscale (era in quel periodo inferiore al 35%, contro il 45 della Francia e il 43,5 della Germania), che però ha portato a quel massiccio risparmio delle famiglie italiane di cui oggi si parla. 2) l’abnorme crescita degli interessi, che passarono dal 5,1 all’8,3. 3) il modesto aumento delle spese sociali, di soli due punti di Pil. Ma il debito era tutto nelle mani delle famiglie italiane e non metteva in alcun rischio la sovranità nazionale. La serena considerazione di Scalfari e i dati forniti da Pomicino portano a un’ultima considerazione politica. Era ragionevole pensare che un intervento più massiccio sulla spesa pubblica non avrebbe allora costituito occasione per nuove tensioni politiche e sociali, visto che il taglio solo di alcuni punti di scala mobile era stato così palesemente osteggiato dal Pci e dalla maggioranza della Cgii? Che proprio da coloro che con maggiore forza e intransigenza contestarono la politica economica del governo vengano i rimproveri per non avere diminuito la spesa pubblica e con essa il debito, appare singolare, contraddittorio e inaccettabile. Oggi.

    M. Del Bue

    Tutta la verità, dati alla mano, sul governo Craxi | Avanti!
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 
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