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Discussione: Avanti!

  1. #71
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    Predefinito Re: Avanti!

    Bianchi, rossi e… Verdini


    Si fa un gran parlare di un gruppo di sostegno al governo Renzi formato da una frangia di senatori (che ci siano anche deputati importa molto meno) che provengono da Forza Italia, capitanati da Denis Verdini, granduca di Toscana per il partito di Berlusconi, uomo di potere e non solo politico. Ma appunto fiorentino, come il presidente del Consiglio. A volte, si sa, anche il campanilismo ha una sua importanza. Soprattutto per chi si sente figlio di Dante e di Michelangelo. Parte integrante di una storia di cultura che non ha eguali nel mondo, generata dalla capitale del Rinascimento. A occhio non mi pare però che questo sia argomento che ammalia più di tanto un solido personaggio come Verdini. Un suo loquace proselite, certo D’Anna, che è passato improvvisamente dall’intransigenza di Fitto all’assoluta transigenza di Verdini, arriva perfino a ipotizzare di confluire nel partito della nazione con Renzi. Nazione italiana, non fiorentina. La cosa merita qualche considerazione. La prima è relativa al fuggi-fuggi dell’entourage politico più stretto di Berlusconi che si è verificato negli ultimi tempi. Facciamo due conti: Cicchitto (già presidente del Gruppo alla Camera), Bondi (già coordinatore del partito), Bonaiuti (portavoce e uomo di fiducia del presidente), Capezzone (portavoce del partito), Alfano (coordinatore del partito e designato alla successione). Ho letto che Scajola si è iscritto al partito radicale. Doppia tessera o tessera unica?
    Tra cerchi magici di donne con labbra rifatte e fughe dalla terra dei cachi, il trasloco mica è di poco conto. Ma deriva oggi da un elemento indiscutibile. La nuova natura, cioè, del Partito democratico. Novità perfino auspicata da Berlusconi. Non aveva più volte affermato il buon Silvio, improvvisandosi anche nelle vesti del talent scout, che con Renzi il Pd sarebbe diventato un vero partito socialdemocratico? Si tratta di uno dei tanti errori di definizione politica del cavaliere. Intendeva affermare che finalmente la sinistra italiana con Renzi non sarebbe stata più comunista. Ma allora non perde oggi la sua giustificazione di fondo, con questa trasformazione, anche Forza Italia?
    Ecco perché non mi stupisco del movimento di Verdini, che è solo l’ultimo in ordine di tempo. E mi stupisco invece dei richiami all’ortodossia di Speranza e anche di qualcuno dei nostri. I casi sono due. Se l’opposizione del Pd mantiene l’appoggio al governo non ci sarà bisogno di nessuno. Di nessun transfuga, bianco, rosso o Verdini. Se non lo farà difficile contestare che il governo possa godere di altri appoggi. In politica dovrebbe esistere la logica. Non puoi rimproverare a un tuo interlocutore di essere sorretto da altri, se tu non lo fai. Quel che chiede oggi la minoranza del Pd è di reggersi solo coi suoi voti determinanti. Voti che al Senato sulla riforma costituzionale e su quella della scuola potrebbero non esserci. L’importante sarebbe però ammettere che la maggioranza in questo caso risulterebbe un’altra. E si fonderebbe sulla spaccatura del PD e sul supporto di una parte di ex berlusconiani (compreso il nostro ex Barani col suo immancabile garofano all’occhiello). Non si può tornare alle convergenze parallele che almeno erano politicamente esplicite. Quel che non si comprende è l’allarme della minoranza del PD che vuol tornare ad Ovidio: “Nec tecum nec sine te vivere possum”. Ma Renzi è fiorentino, mica di Sulmona…

    M. Del Bue


    Bianchi, rossi e? Verdini | Avanti!
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  2. #72
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    Predefinito Re: Avanti!

    Leggendo quest'ultimo editoriale mi ero quasi scordato che Nencini e' nativo di una piccola frazione di Aosta.
    Extra Ecclesiam Nulla Salus

  3. #73
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    Predefinito Re: Avanti!

    Vogliono sfrattarci. Giù le mani dall’Avanti e da Critica sociale

    Il comune di Milano non ha ben capito quel che sta per fare. Lo evidenzieremo in ogni modo. Usando qualsiasi mezzo. Compresi quelli a noi non abituali. Ma sfrattare il centro riformista con la raccolta di Critica sociale e dell’Avanti, che sono parte integrante della storia socialista e dell’Italia, è un affronto insopportabile. L’ennesima dimostrazione di come una sinistra acida e ignorante si rapporta col passato più limpido del riformismo italiano. Filippo Turati si rivolta nella tomba. Con lui Giuseppe Saragat e Pietro Nenni, Sandro Pertini. Nei loro nomi e nei loro messaggi sta ancora adesso il nostro riferimento politico. Anche per questo, sopratutto per questo, noi oggi siamo ancora in piedi. Pochi, speso isolati ed oscurati, ma non abbiamo mai mollato per non disperdere questo patrimonio che senza di noi non avrebbe autentici e credibili eredi. Siamo nell’Italia del paradosso, nella sinistra delle contraddizioni. In questa Italia si affaccia spesso la giusta esigenza di revisionismo nei confronti del ventennio fascista, che non è stato solo manette, olio di ricino e guerra. Ma non si affronta ancora col distacco necessario la questione dei meriti storici di un cinquantennio di vita democratica in larga parte garantita dai partiti, che sono stati elemento di unità e di cultura per masse di italiani. A maggior ragione non si sottolinea, se non superficialmente, nella nostra sinistra strabica la ragione politica dei socialisti riformisti e liberali, preferendo oggi richiamarsi ad altri riferimenti politici.
    In questo sta la grande contraddizione del Pd, che si sente un partito in continuità con la storia di Berlinguer e di Moro, non con quella di Turati e di Craxi. Lasciamo stare oggi le vertenze giudiziarie che hanno toccato il leader politico del socialismo italiano degli anni ottanta. Ma potremmo mai sentirci oggi pienamente ed emozionalmente coinvolti in un partito che riprende le feste dell’Unità e non quelle dell’Avanti? Ci sono cose che si capiscono, che si sentono, che ti prendono molto più di tanti ragionamenti. Anche la politica è fatta di razionalità e di sentimenti. Ecco, oggi questo affronto a Critica sociale e all’Archivio socialista dell’Avanti è un affronto alla ragione e al cuore dei socialisti e merita una risposta netta. Abbiamo ascoltato alcune dichiarazioni della Mondadori e del Comune di Milano. Tutte troppo burocratiche. Si dica con chiarezza che nulla verrà toccato e si riconosca che nulla verrà toccato perché lì c’è la parte più solida e più viva del mondo democratico e riformista italiano. Non la sede di una vecchia associazione di reduci, ma il cuore pulsante di un’idea che non è morta. E che merita il riconoscimento dei posteri.

    M. Del Bue

    Vogliono sfrattarci. Giù le mani dall?Avanti e da Critica sociale | Avanti!
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  4. #74
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    Predefinito Re: Avanti!

    A proposito dei circoli e delle fondazioni socialiste disperse




    Per preservare storia e immobili del Pci, com’è noto, esiste una fondazione presieduta dal potente e simpatico Sposetti. Stessa cosa per la Dc, che mantiene una fondazione con una lussuosa sede in pieno centro storico a Roma. Per il Psi esiste il recente tentativo della fondazione di Gennaro Acquaviva, ma la sua storia e suoi simboli, la tutela delle sue personalità sono tutt’ora affidati a un rivolo di circoli e di fondazioni ognuno separato e geloso dell’altro. Partiamo dalla Fondazione Nenni, oggi presieduta da Giorgio Benvenuto e passiamo alla Fondazione Craxi di Stefania, e in mezzo Critica sociale con la raccolta della storica rivista che fu di Filippo Turati, e quella parziale dell’Avanti (che parte dal 1945), poi la Fondazione Turati di Maurizio Degli Innocenti con sede a Firenze, quella intestata a Salvemini a Torino, quella dedicata a Di Vagno a Bari, quella Nevol Querci a Roma, l’unica che dispone della raccolta completa dell’Avanti e forse anche di un archivio di documenti del Psi.
    È incredibile che non si riesca a mettere insieme le forze, cioè la storia. Contrariamente a ciò che avviene per il Pci e la Dc, non esiste oggi un luogo in cui sia ubicato il nostro passato. Uno storico, un ricercatore, uno studente, un giornalista non sa oggi a chi e dove rivolgersi. Ci rendiamo conto della follia? Per non parlare della digitalizzazione dei nostri documenti e dei giornali socialisti. L’inizio della digitalizzazione dell’Avanti ad opera del Salvemini è un atto isolato e per ora senza seguito. È giusto protestare contro le assurde e burocretine decisioni del Comune di Milano coi suoi sfratti avvenuti, poi negati, infine solo attenuati. Però ci sono cose che dipendono solo da noi. Ma noi facciamo di tutto per renderle complicate, se non impossibili. È vero, in questi vent’anni i socialisti si sono divisi, frazionati, dispersi. Chi ha scelto, pochi, di continuare a militare in un piccolo partito socialista, chi ha scelto, molti, nuovi approdi politici. Da Berlusconi al Pd, i meno. In tanti hanno deciso di starsene a casa e molti non ci sono più per le inderogabili leggi della vita. D’accordo. Ma se la Fondazione democristiana tiene insieme personaggi delle diverse anime perché non si può fare altrettanto per le diverse e disarticolate arterie socialiste?
    Uno spirito individualista e anarchico è certo più presente da noi che altrove. Ma non basta per spiegare questa assurda anomalia. Ci deve essere dell’altro. Credo che abbia prevalso, da noi, molto più che in casa democristiana e comunista, il desiderio di recidere le radici, di richiudersi in un reticolato personale, familiare, amicale. Di difendere cioè più la storia di ciascuno, che quella di tutti. Oggi sono passati ormai ventitré anni dal decantato 1992, che è diventato un film, non più un evento oggetto di polemica politica. Un ricordo drammatico. Ma storico. Non è il momento di unire le forze, almeno per preservare il nostro passato? Se c’è una cosa della quale siamo fieri e di essere figli di Turati e non di Bordiga e di Sturzo, di Saragat e non di Secchia e di Scelba, di Nenni e non di Togliatti e di Tambroni, di Craxi e non di Berlinguer e di Moro. Possibile che non riusciamo a metterci d’accordo nemmeno per difendere tutti insieme le nostre ragioni?

    M. Del Bue

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  5. #75
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    Predefinito Re: Avanti!

    Dopo gli addii la nostra resistenza


    Condivido l’idea che dopo l’annuncio di abbandono di Di Lello e di Lello (Di Gioia), non possiamo far finta di niente. Anche perché queste fughe si sommano a quelle del cosiddetto Risorgimento socialista che pensa di risorgere con Vendola e Fassina. Inutile minimizzare. È in atto una piccola incursione per toglierci di mezzo. Non siamo così decisivi sul piano parlamentare e neppure siamo stati particolarmente incisivi e pericolosi sul piano politico. Eppure rappresentiamo una storia ambita e un’identità oggi assunta da altri con ritardo e contraddizioni. Penso che dobbiamo prepararci alla sfida e sapere subito con chiarezza su chi possiamo contare e per fare cosa.
    Innanzitutto, visto che ci aspettano giorni duri, occorre che coloro che intendono restare siano davvero disposti a combattere. È finito il tempo delle mele, e anche quello delle melasse. Gruppi di compagni che antepongono il loro particolare interesse a quello della nostra piccola comunità cambino subito atteggiamento. I delusi delle ultime elezioni si tolgano le ambasce e vengano al fronte a combattere con noi, con elmetto e fucile. I cultori dei post su Facebook, la smettano di seminare discordia e pessimismo. Si accomodino e vengano a lavorare con noi. O si crogiolino da soli nel loro disfattismo.
    Noi stiamo lavorando per preparare una conferenza programmatica e un congresso. Ho proposto personalmente quattro capitoli di un programma con diverse idee concrete che possono diventare iniziative parlamentari. Il Psi deve oggi rilanciare un progetto di socialismo liberale e le proposte ho tentato di metterle coi piedi per terra: reddito minimo di cittadinanza, cogestione sul modello tedesco, abolizione dell’Irap, immediata riforma dell’Italicum con premio di coalizione e non di lista, una sessione parlamentare sull’Europa politica, affermazione dello “ius soli” per i figli di immigrati nati in Italia, stessi diritti per cittadini stanziali e non, senza sopraffazioni ma anche senza assurdi privilegi, una difesa ad oltranza della nostra civiltà liberale dalle incursioni dell’integralismo islamico, che va combattuto anche militarmente con una vasta coalizione, il lancio immediato di una nuova stagione di diritti civili, con testamento biologico, unioni civili, fecondazione eterologa, una riforma della giustizia con separazione delle carriere e doppio Csm.
    Su questo e altro dobbiamo sfidare la nostra insufficiente visibilità. E lavorare per presentare alle comunali delle grandi città e poi alle politiche una lista riformista, alleata col Pd, se la legge elettorale subirà il mutamento prima richiamato. Per quest’ultimo obiettivo dobbiamo utilizzare anche le nostre residue forze, che al Senato restano invariate. E in accordo col partito di Alfano pretendere il premio di coalizione per votare a favore della legge costituzionale. I nostri parlamentari devono diventare una sorta di drappello di mischia, per sfondare il muro di silenzio e di ostracismo che si è creato attorno a noi.
    Se questo sapremo fare subito allora l’addio di uno o due parlamentari ci avrà fatto anche bene. Ci avrà svegliato da qualche sonno di troppo. Ci avrà convinto che per vivere non basta sopravvivere. Nessuno deve illudersi che possa tornare l’era del cinghiale bianco e mi stupisco che dopo più di vent’anni ancora qualcuno speri che possa prendere piede un Psi più o meno come l’abbiamo conosciuto. Non so quanti anni servano ancora per dimostrare che il sistema è cambiato e che i vecchi partiti in Italia sono spariti. Noi siamo una piccola comunità, come in fondo quella radicale, che ha il compito di affermare la validità di una storia non ereditata da nessuno (quella del socialismo riformista e liberale, non la storia del socialismo, dove è maturato di tutto). Ma siamo una piccola comunità che pensa di avere una sua specifica identità da affermare nel presente, legando, i soli, alle grandi battaglie di equità, quella per la laicità e i diritti delle persone. Socialisti e liberali, dunque, altro che. Oggi è in gioco la nostra esistenza. Occorre reagire. Per farlo, c’è bisogno di unità, di consapevolezza e di chiarezza, di coraggio e di generosità, di tanta, tantissima generosità.

    M. Del Bue

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  6. #76
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    Predefinito Re: Avanti!

    Rinnovarsi a partire dalle idee



    Carissime compagne, cari compagni,

    è un momento delicato, per l’Italia e nella vita dei partiti. Noi non facciamo eccezione. Ed è di noi che voglio parlare. Senza veli e senza ipocrisie. Per questo mi affido a una nota inviata a tutti i dirigenti, locali e nazionali. Meditata e formale. La preferisco alla rete. Che rimanga, come traccia per un disegno e come risposta a fantomatiche ricostruzioni di un passato recente, tanto più gravi quando provengono da chi condivise le decisioni sedendo nella segreteria nazionale. Avrei molti esempi da portare. Ne basti uno: come arrivammo alle elezioni politiche del 2013 – con voto unanime meno Bartolomei – e la rappresentazione che in seguito taluni hanno dato. Fasulla! Salvo che Bartolomei sia uno e trino. Ma il punto non è il passato. Il nodo è il futuro. Ed e’ del futuro che bisogna discutere. Per non disarmare.
    Un sistema politico in evoluzione dove non vedo forze autosufficienti, la crisi più acuta del socialismo europeo, afono rispetto ai mutamenti epocali che tagliano l’universo mondo, il cambio di marcia imposto alle democrazie occidentali dalla congiunzione ‘perfetta’ di finanza e tecnologia, letale per la cultura socialdemocratica se non si rinnova, un governo che ci invita a nuove sfide. Siamo di fronte a quattro novità. E ora parlo di noi. Non prima però di evidenziare un fattore che di tanto in tanto si riaffaccia: l’antico conflitto – uso termini tradizionali – massimalisti/riformisti. Non si è mai spento. Nemmeno negli anni di massimo splendore, tra il 1983 e il 1987. Fummo i primi, allora, a parlare di voucher per scegliere tra scuola pubblica e scuola privata. Fummo i primi, allora, a parlare di riforma della democrazia parlamentare, considerata inadeguata ad affrontare le emergenze di fine secolo (Nenni, Severo Giannini e Calamandrei, in verità, proposero un senato con funzioni diverse dalla Camera già durante i lavori della Costituente). Fummo i primi, allora, a pretendere modifiche incisive per il mondo del lavoro e ad aprire una finestra sul terziario e sul ‘piccolo e’ bello’. Fummo i primi, allora, a rimettere nel gioco parlamentare la destra almirantiana. Fummo i primi, allora, a porre la questione di una riforma decisa degli enti locali. Fummo i primi, allora, a concepire un’idea di Europa libera e sovrana – ricordate la polemica sui missili e la prosopopea dei ‘Comuni denuclearizzati’ imposta dal Pci? Ci siamo vantati a lungo per aver assunto quelle posizioni poi rivelatesi giuste. Ma allora non fu ovunque così. Nella casa socialista fioccarono le polemiche e i ‘distinguo’ a tal punto da mettere a rischio il voto sul referendum sulla scala mobile. Mondoperaio ha pubblicato un interessante studio su quel voto: il 15% dei comunisti non sposò le posizioni di Berlinguer; il 48% (quarantotto!) degli elettori socialisti tradì le indicazioni di Craxi. Per non parlare della raccolta delle firme sul doppio referendum nucleare – giustizia giusta. Furono soprattutto i radicali a fare il lavoro sporco. Lo si evince dai tabulati.
    L’altra faccia di questa dualità e’ rappresentata dalle frequenti scissioni e dalle rare unificazioni. Nell’ultimo ventennio ne ho contate almeno cinque. Oggi siamo rimasti da soli a reggere il testimone. Dunque, le quattro novità.
    Una esigua pattuglia socialista lavora per creare un nuovo partito di sinistra radicale dialogando con Sel, Fassina e dintorni. E’ organizzata, si è data un piano di lavoro, organi dirigenti addirittura. Ha inneggiato a Tzipras e ora e’ alla ricerca di santi patroni più credibili. Domando: si può stare in un partito mentre si lavora a farne un altro?
    L’onorevole Di Lello si appresta a entrare, solitario, nel Pd. In segreteria, pochi giorni fa, aveva parlato di una ‘riflessione’ necessaria sul nostro futuro. Benissimo. Poi un’accelerazione violenta. E la riflessione e’ diventata scelta individuale in un nanosecondo. Una riunione con pochissimi invitati, una dichiarazione a un quotidiano, l’affermazione che la spinta viene dal basso – allora perché non portarla al congresso? – e che a settembre, comunque vadano le cose, aderirà al Pd. Di questo percorso non sono mai stato informato, né io né la segreteria. Poco male? Poco male un corno. Io credo ancora alle relazioni umane e ai rapporti politici. Credo al confronto. E c’è addirittura qualcuno che mi attribuisce la colpa del suo gesto come se io fossi il badante e ne avessi concusso il libero arbitrio. Ma per piacere.
    Terzo. Via l’ipocrisia. I più duri verso di noi sono quei dirigenti che nel cuore della crisi degli anni ’90 o se ne andarono o nascosero le loro responsabilità dopo aver lasciato in eredità un partito distrutto. Ti guardano con sufficienza e non hanno fatto nemmeno un esame di coscienza. Craxiani acritici e d’un colpo anticraxiani. Folgorati! Sono in buona compagnia. Dirigenti storici fino a ieri mattina, e con incarichi di rilievo – da Labellarte, candidato alle politiche in Basilicata, a Ciucchi, consigliere regionale toscano eletto infine nelle liste del Pd e segretario regionale dal 2001 al 2014, da Sollazzo, sostenitore in toto di una lista elettorale unica con il Pd di Bersani, a Biscardini, già eletto con il Pd a Milano – si ostinano a narrare da marziani fatti di cui sono stati protagonisti. Leggo e non li riconosco. Nessuno li riconosce. C’erano tutti, eccome se c’erano. Ciucchi, in verità, più distante, e così Biscardini, che in quei giorni si curava da una brutta malattia. Basta rileggersi i verbali delle riunioni e le dichiarazioni rese fino al gennaio 2013. Perché il Psi non ha mai avuto un uomo solo al comando.
    Abbiamo bisogno della loro intelligenza e della loro esperienza. E se ci saranno posizioni diverse, sarà il congresso a valutarle.
    Infine il segno più. Nelle regioni, dall’Abruzzo alla Sicilia, dalle Marche alla Campania, crescono le adesioni al partito, dentro e fuori le istituzioni. Sono recenti la riapertura della federazione di Pescara, amministratori che aderiscono in Campania, l’elezione di un presidente socialista alla provincia di Imperia e la formazione di un gruppo di cinque eletti presso l’Assemblea Regionale siciliana.
    Bene ma non basta. La priorità è uscire dai fatti contingenti. Dal 2008 ad oggi abbiamo tenuto in vita il partito, unica forza politica della prima repubblica a resistere in uno scenario profondamente cambiato. Scomparsi tutti gli altri, anche quella Scelta Civica con un bagaglio elettorale del 10%.
    Va detto che oggi operiamo in una cornice diversa anche rispetto all’età boselliana. Dal bipolarismo sostenuto da una pluralità di partiti al tripolarismo elettorale che si regge grazie al trasformismo parlamentare; dalla politica finanziata con denaro pubblico alla cancellazione di ogni contributo statale; dalla presenza in parlamento di forze molto piccole a sbarramenti elettorali diffusi ovunque; dalla proliferazione dei partiti alla moltiplicazione dei gruppetti parlamentari. Un altro mondo.
    Eppure siamo in piedi. Nonostante tutto.
    Nonostante le ruggini post elettorali, nonostante una campagna, tutta interna, ispirata al più nero disfattismo, come se il confronto andasse fatto tra noi e il PSI pre tangentopoli, nonostante la caduta di Italia Bene Comune cui avevamo affidato il nostro destino, nonostante lo spirito polemico che pervade l’essere socialista, decisamente meno solidale di chi è stato democristiano, nonostante alcuni errori di cui anch’io porto la responsabilità.
    Ma rimestare in questa scodella è un errore. Urge una riflessione più larga, serena, perché la posta in gioco è alta. E’ questa la ragione che ha spinto la segreteria a presentare un programma di medio periodo: festa Avanti! a Roma in settembre; conferenza programmatica in autunno; preparazione delle elezioni nei tanti comuni capoluogo al voto nel 2016; congresso nazionale.
    Chi porta responsabilità deve decidere assieme alla sua comunità. Non contro di essa.
    Conosco le obiezioni. La domanda ‘Che fare?’ ci insegue, maledetta, da oltre un ventennio. Da quando si chiusero i primi cento anni della nostra storia e restammo con un partito al di sotto del 2% dei consensi.
    Ricordo una battuta fulminante di D’Alema: ‘Ora siete inutili o nocivi’. Beato lui che ha sempre ragione.
    Allora, che fare?
    Boselli ha sempre adottato lo stesso schema di gioco: tesseramento al partito ridotto all’essenziale, alleanze elettorali ad ogni scadenza (meno che nel 2008) e fedeltà all’Ulivo, simbolo del partito presentato in alcune, ma solo alcune, regioni (erano inesistenti gli sbarramenti elettorali), né rilancio dell’Avanti! né festa nazionale di partito. Nelle grandi città del nord non eleggemmo mai nostri consiglieri. Meglio al centro e al sud, soprattutto sotto altri simboli.
    Lo scenario cambia nel 2008. Profondamente. E intanto, e per cinque anni, non siamo in Parlamento, il partito ereditato al congresso di Montecatini sta morendo (scendemmo in pochi mesi da 72.000 a poco più di 10.000 iscritti, con il bilancio in ordine ma con la cassa vuota), la Costituente Socialista è stata irrisa dagli elettori.
    Dal 2013, ulteriore giro di vite. La sconfitta elettorale di Italia Bene Comune fa andare in pezzi la coalizione, spinge Sel più a sinistra e fuori dai confini del Pse, logora e divide il Pd, ci priva di una strategia convincente che avevamo contribuito a costruire.
    Ultimo atto. La vittoria di Renzi e l’adesione del Pd al Pse in un’Italia corsa dal populismo e ferita da un diffuso impoverimento.
    Non dice il vero chi sostiene che siamo rimasti immobili. Anzi, è doppiamente bugiardo. Tra il 2008 e il 2013 abbiamo mosso lungo due fronti. Siamo stati soci fondatori di Sel poi abbiamo partecipato alla costituzione della coalizione guidata da Bersani.
    Il voto ha bruciato entrambe. Dunque. Chi pensa di affrontare i prossimi passi senza tenere conto dell’evoluzione politica italiana fa semplicemente fantapolitica.
    C’è solo un modo. Per dare un futuro alla comunità socialista ognuno faccia la sua parte. Il comportamento di tante compagne e di numerosi compagni in sezioni sperdute o in un Consiglio Comunale oppure gli Intini, gli Acquaviva, i Covatta, i Del Bue, grazie ai quali Fondazione, Rivista e Quotidiano on line vivono e si fanno rispettare.
    Insomma, sporcarsi le mani.
    Per farlo, intanto bisogna abbandonare la nostalgia e rinnovarsi. A partire dalle idee. Nenni docet.
    Servono unità, strategia, passione civile. E la consapevolezza che Roma non può risolvere tutti i problemi se non c’è sinergia con i territori.
    Ho parlato a lungo con i parlamentari, con i segretari e con i consiglieri regionali, con i nostri sindaci. Condividono questo percorso. Non si tratta solo di salvare una storia ma di consentire a quella storia di scrivere pagine di futuro di questa Italia.
    La prima cosa da fare e’ accantonare le polemiche. La seconda: qualificarsi per singole battaglie di civiltà’ sposando il partito a iniziative di associazioni, movimenti civici, gruppi di interesse. E cominciare da una critica feroce a questa Europa, inetta ed autoreferenziale, destinata ad un ruolo marginale se non si trasforma fino a federarsi; e per finire rileggendo il tema ‘migranti’ per ancorarlo a un multiculturalismo attivo che valorizzi i valori di libertà conquistati. I nostri! Perché si vive meglio dove c’è parità di diritti tra uomo e donna e dove religione e stato sono entità separate.
    La terza. Siamo un partito che sostiene il governo ma che non sta acriticamente al governo. Non c’è un solo provvedimento, alla Camera e al Senato, che non abbia conosciuto emendamenti socialisti. Gli ultimi ieri, sulla riforma della Rai. Non godiamo di molta stampa per farli conoscere ma almeno leggete l’Avanti.
    A proposito. Alcune battaglie le abbiamo vinte, altre le abbiamo perse. I risultati. Divorzio breve, una giustizia più giusta, nuovo codice appalti, modifiche importanti apportate alla riforma scolastica e alla legge elettorale, una tassazione più alta del gioco d’azzardo, un nuovo piano casa da destinare ai soggetti deboli. Sconfitti sulla proposta di Assemblea Costituente. In partita sulla tassazione per le scuole paritarie (vecchia Ici). In autunno partiranno le campagne sui diritti civili e sulla ‘quattordicesima’ per le pensioni medio-basse.
    Riassumo. Nessun partito sarà elettoralmente autosufficiente; c’è bisogno di ridisegnare i confini della sinistra riformista; va incalzato il Pse; va colta la sfida del governo.
    Lavorare su poche significative questioni cui legare la nuova identità del socialismo italiano.
    Predisporre liste elettorali nei comuni che vanno al voto nel 2016 rappresentative di una coalizione sociale alternativa a quella di Landini – penso a liste riformiste in grado di competere e di eleggere per rafforzare la nostra presenza nelle istituzioni e offrire un’alternativa credibile ai cittadini. Liste figlie di un progetto politico che abbia respiro, che coinvolga i sindacati più attenti all’evoluzione sociale italiana, che prenda corpo fino dal prossimo autunno.
    Correggere la legge elettorale sul premio di maggioranza.
    Mantenere viva la nostra organizzazione. Autonomi ma non isolati. Il peana al ‘come eravamo’ è il sigillo sulla marginalità. Mettere a disposizione la nostra rete per accogliere chi ha perso ogni diritto di cittadinanza politico.
    Tessere un’alleanza intanto con i socialismi mediterranei per influire sul Pse, troppo dipendente dalla socialdemocrazia tedesca.
    Preparare il congresso fino dalla conferenza programmatica. Un congresso aperto, unitario, che investa in una nuova generazione socialista senza disperdere le esperienze di questi anni. In ultimo, Renzi.
    Lo conosco bene. Coraggioso, abile, alieno da paratoie ideologiche – una virtù e un difetto – più’ uomo di governo che di partito. Il limite? Accentratore. E un tattico eccellente. Non scomparirà dalla scena con la rapidità con cui l’ha raggiunta. Dovremo farci i conti. E raccogliere la sfida. Da alleati che hanno la loro bussola e che non deflettono sull’asse libertà – merito – inclusione, si parli di giustizia, di diritti o di redistribuzione della ricchezza poco importa. E’ all’orizzonte strategico che lo inviteremo a guardare. Le grandi riforme necessitano di un’idea d’Italia e di una missione condivisa da larghe fasce sociali. La cornice, insomma, che Fanfani e Nenni diedero al primo centrosinistra. Non ci stancheremo di dirlo.
    Non dobbiamo sommare i nostri voti alla minoranza interna del Pd ma incalzare il governo perché il piano delle riforme sia il più incisivo possibile.
    I detrattori di casa nostra sostengono che non c’è da fidarsi. Vi fidate di più dei nipotini di Palmiro? Con un abbraccio per un’estate felice.

    Riccardo Nencini

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  7. #77
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    Predefinito Re: Avanti!

    Pd: partito di Renzi e Berlinguer




    Il Pd sta ovunque tenendo manifestazioni, alcune anche con Sel, per ricordare e celebrare Enrico Berlinguer. Questo avviene mentre col consenso, anzi su iniziativa, di Renzi, ha ripreso le sue pubblicazioni L’Unità e al vecchio giornale comunista sono dedicate le feste del partito. La schizofrenia è evidente. Un partito che ha scelto il socialismo europeo, e che per aderirvi ha vissuto una lunga fase di problematica gestazione da un versante moderato, oggi risuscita, non già i maggiori protagonisti della storia socialista e riformista, da Turati, a Nenni, a Saragat, e lasciamo per un attimo fuori Bettino Craxi, ma un comunista, d’accordo anomalo, anche eurocomunista, ma certo mai socialista neppure nella versione più comoda e cioè europea, come appunto fu Enrico Berlinguer.
    Anche L’Unità è stato un giornale comunista, fondato da Antonio Gramsci in polemica con le posizioni dell’Avanti e ispirato al soviettismo più dogmatico. Tanto che Occhetto, nella svolta del 1989, aveva ipotizzato non solo la modifica del nome del partito, ma anche quella del giornale, con quello, in verità tutt’altro che suggestivo, de “La novità”. Anche Occhetto non volle rifarsi a Berlinguer che di cambiare il nome del partito e di aderire all’Internazionale socialista non aveva mai minimamente neanche pensato. Eppure Occhetto viene oggi ignorato dal Pd, nonostante a lui e non a Berlinguer, si debba la nascita del Pds, che poi divenne Ds e che nel 2007 confluì con la Margherita nel Pd.
    Perché oggi si riprendono i vecchi nomi e i simboli del comunismo? Perché a questo recupero non è estraneo lo stesso Renzi, che pur proviene da ben altra storia? Credo che il motivo sia semplice. Nel Pd è ancora radicata la componente che proviene dal mondo comunista. Sono in tanti che provengono dal Pci, dalla Fgci, che sono figli e nipoti di quella storia. Renzi deve sostenere un duro scontro con un’opposizione che prevalentemente da quelle radici era stata partorita. Il giovin signor fiorentino vuole aggirare la sua opposizione con una manovra di sentimental suasion della base ex comunista. E gli resuscita i vecchi miti, simboli e dirigenti. Anzi ha previsto una vera e propria divisione dei compiti. A lui la politica e il potere, agli ex comunisti la storia.
    Rintanandoli nell’archivio ha l’impressione di avere più chanches e meno fastidi. Sembra dire loro con un tasso di cinismo non indifferente: “Volete Berlinguer? Eccolo. Volete L’Unità? E io ve l’ho data. E vi faccio pure i comizi alle feste de L’Unità. Che volete di più? Lasciatemi lavorare, dunque”. Ho letto che Bersani non ci sta. Che adombra che dietro il richiamo al Vietnam ci sia la voglia di napalm. Addirittura. Dovrebbe però spiegarlo ai militanti che si godono le feste e l’Unità e che possono bearsi dei richiami a Berlinguer. Una volta una militante del Pci, dopo la svolta della Bolognina, disse (ero presente anch’io): “Ci sarà la festa dell’Unità quest’anno? Si, bé allora non è cambiato niente”….

    M. Del Bue

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  8. #78
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    Predefinito Re: Avanti!

    Il Senato, la democrazia, il governo e il Pd



    Non ci trovo nulla di scandaloso a legiferare su un Senato non eletto direttamente. Com’è noto accade anche per il Bundesrat tedesco e originariamente anche per il Senato italiano fino al 1948. Era il Senato delle onorificenze regie, riservato a uomini che s’erano particolarmente distinti nella politica, nelle scienze, nell’economia, nell’educazione. I padri costituenti concepirono invece una seconda Camera con gli stessi poteri della prima, con l’unica distinzione della sua regola elettiva, prevista in Costituzione contrariamente a quella della Camera, esplicitamente su base regionale. Il Senato, già nelle intenzioni dei costituenti, avrebbe dovuto dunque meglio rappresentare le istanze dei territori regionali da cui prescindevano invece le norme per l’elezione della Camera dei deputati.
    Quel che oggi invece preoccupa è il combinato disposto tra Senato, non più elettivo, e Italicum, che prevede la nomina della gran parte dei deputati, riservando l’elezione esclusivamente ai non capilista che saranno cento. Dunque per lo più alla sola lista che supererà i cento deputati, presumibilmente solo a quella che si aggiudicherà il premio di maggioranza. Aggiungiamo che l’insieme della democrazia, cioè del potere del popolo, viene oggi messo in discussione da un massiccio spostamento di poteri verso le oligarchie: pensiamo alle giunte comunali e regionali nominate dai sindaci e presidenti, pensiamo alle province degli eletti dagli eletti, senza più Consigli, pensiamo nelle amministrazioni ai poteri decisionali, grazie alla Bassanini, passati dai politici ai dirigenti, pensiamo all’abolizione delle circoscrizioni come enti elettivi nelle città con meno di 250mila abitanti.
    Ma pensiamo soprattutto ad altri due fattori ancora più preoccupanti: la crisi, anzi la fine, dei partiti e l’esclusivo spostamento del confronto politico sui mezzi di informazione, soprattutto televisiva. I partiti italiani, previsti e tutelati, e dev’essere un caso unico, nel dettato costituzionale, hanno per decenni pienamente assunto, ricorrendo anche a forme di sostegno illegittimo, ad una funzione di unità del paese, di educazione delle masse, di promozione sociale. Oggi, i pochi rimasti in piedi, non assolvono più ad alcuna funzione. Il caso del Pd è emblematico. Le primarie aperte per la scelta dei segretari e dei candidati hanno azzerato ogni potere dell’iscritto uniformandolo a quello del non iscritto. I congressi sono generalmente sostituiti da convenzioni, mentre regge nel partito di Forza Italia, oggi allo sfascio, la forma della regola all’incontrario dove è il vertice che elegge la base.
    I partiti di tradizione e di identità solo in Italia sono scomparsi o quasi e vengono sostituiti da sigle gestite da capi che i cittadini individuano come unici depositari di una posizione politica. Il confronto è sempre più tra nomi. Tanto che Salvini ha operato la più profonda trasformazione del suo partito, da secessionista a nazionalista, nella più assoluta indifferenza dei suoi. Se vi è un vistoso spostamento di poteri dal popolo al decisore di scelte politiche e di nomine (dei deputati, dei senatori, degli assessori, degli enti nazionali, regionali, locali) in un nuovo assetto che dalla democrazia oggi sconfina nell’oligarchia, sostituendo al potere del popolo il potere del capo, con la scomparsa dei partiti e delle loro funzioni tradizionali, ma anche dei loro organi e delle loro strutture periferiche, municipali, frazionali, perfino di caseggiato, si è aperta da diversi anni ormai la fase di una sorta di dittatura dell’informazione. Sempre nella solita forma del capo che decide, generalmente i decisori qui sono i conduttori, in pochi salotti televisivi si condizionano gran parte delle sorti elettorali dei partiti o liste o movimenti politici. Basta un invito o un mancato invito per cambiare l’esito di un sondaggio. Ma chi controlla chi detiene questo enorme potere sono gli stessi che si possono avvantaggiare dalla frequentazione di questi spazi. La commissione di vigilanza, che peraltro riguarda solo la Rai, da chi è composta infatti?
    Si potrà aggiungere che in epoca di Internet, di social network, di mailing list, la libertà di esprimere opinioni si è dilatata. E’ vero, ma anche l’esempio dei Cinque stelle, che sono nati grazie alla rete, dimostra che senza un riscontro con le reti televisive anche il web fa fatica a tenere. Nuovi personaggi del movimento di Grillo sono stati conosciuti, e taluni anche apprezzati, grazie alla presenza nei talk show televisivi. I social sono concepiti infatti più come occasione per manifestare dissenso, spesso anche rabbia e ira, per dire sì o no, non certo per affrontare un ragionamento o per svolgere un approfondimento. Come suggeriva Popper a proposito del ruolo della televisione, non può esistere una libertà senza regole, perché altrimenti si rischia di generare una informazione sbagliata. Tutto questo sento il dovere di sottolineare mentre si parla del solo Senato e della sua elezione, nomina, addirittura semielezione. E’ evidente che Renzi cercherà, e secondo me ci riuscirà, di sostituire i molti voti mancanti del suo partito con soccorsi di diverso fronte, rossi, bianchi e Verdini. La minoranza dem dovrà prendere atto della sua marginalità e credo che prima o poi almeno una parte sarà indotta a seguire Fassina e Civati. Il Psi dovrebbe aprire una grande questione sulla democrazia, seguire gli intendimenti di Buemi, puntare a un’alleanza con tutte le forze che intendono cambiare l’Italicum. Poi alzare il tiro e guardare oltre. Il cielo, non il dito.

    M. Del Bue

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  9. #79
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    Predefinito Re: Avanti!

    L’attacco

    Spesso lo ripeteva anche il buon Pertini a proposito della nazionale. E cioè: la miglior difesa è l’attacco. Vale anche per la politica. Vale anche per noi, adesso. Alle prese come siamo con qualche problema interno, con un parlamentare che ha annunciato la sua adesione al Pd (non si comprende se già definita o da definire, ma certo ineluttabile) e un altro che vorrebbe seguirlo, ma ancora non risulta chiaro, con alcuni compagni che stanno organizzandosi per creare una nuova organizzazione socialista, è utile fare chiarezza con chi se ne va e proporre un’azione politica incisiva con chi resta per marcare le nostre differenze dal partito alleato e giustificare così la nostra presenza in campo.
    Cominciamo dalla chiarezza. Qui non c’è nessuno che ha intenzione di espellere nessuno. Il deputato che se ne va ha deciso autonomamente di lasciarci e nessuno l’ha mandato via. Quando ci comunicherà la sua adesione al Pd certo avrà pure la bontà di rinunciare alla tessera del Psi. La stessa cosa riguarda Franco Bartolomei e i suoi. Hanno fondato un nuovo movimento con una struttura organizzativa e nominato dei vertici. Hanno iniziato a sviluppare iniziative autonome sulla base di una politica in netto contrasto con quella del Psi e la Commissione di vigilanza ha aperto un procedimento per capire le loro reali intenzioni. Possono benissimo tornare indietro e restare nel Psi e nei suoi organi dirigenti. Non possono però, anche loro, militare in due partiti diversi.
    Perché allora gridare alle streghe, parlare di stalinismo addirittura, di pensiero unico e di follie di questo tipo? Oltretutto se si decide di far parte di un altro partito perché continuare a occuparsi del nostro, del suo vertice, del suo segretario? Cosa importa mai loro? Si costruiscano il loro vertice e si propongano come soggetto autonomo. Noi non grideremo al tradimento, ma rispetteremo la scelta compiuta e da noi certo non condivisa. Ci sembra, ad occhio, piuttosto ardua un’operazione che parte da circa il 10 per cento ottenuto dai compagni suddetti all’ultimo congresso del piccolo Psi. E ci pare peraltro inevitabile che tale movimento sia obbligato a inserirsi, se non vuol fare solo opera di testimonianza, nel polo o partito di estrema sinistra di Vendola, Fassina e Civati. Vedo che taluno parla di vero socialismo. Già il solo sostantivo non mi affascina, ma l’aggettivo mi preoccupa. Chi mai vuole il falso socialismo? E cos’è mai questa verità che taluno possiede? Chi mai si è nominato novello sacerdote di una ideologia?
    Noi che restiamo, e restiamo più convinti che mai, senza possedere alcuna verità, ma solo opinioni, in questa nostra piccola comunità, abbiamo, come ho già scritto, il dovere di rilanciare l’azione politica. Ho proposto al segretario, che ha condiviso l’idea, e le proposte le ho anticipate sull’Avanti, di aprire a settembre quattro campagne politiche e parlamentari (perché solo i parlamentari, siano sette, sei o cinque non importa) hanno potere di incidere. La prima sulle riforme, con la trasformazione del premio di lista nel premio di coalizione, in accordo col centro di Alfano e non solo. La seconda sui diritti civili, per rilanciare i temi del fine vita, delle coppie di fatto, della fecondazione, con tre proposte di legge immediate. La terza sulla giustizia, ove la nostra posizione assomiglia a quella avanzata recentemente da Forza Italia, con separazione delle carriere del magistrati, doppio Csm, limitazione del carcere preventivo. Basterebbe ripresentate la proposta di legge Buemi-Del Bue. La quarta sull’economia e l’immigrazione, con proposte di legge sulla cogestione industriale, sul reddito minimo di cittadinanza, sul tema degli aiuti solidali per i migranti, ma nel rispetto delle leggi sui rimpatri dei clandestini.
    Da settembre il Psi e il suo gruppo parlamentare devono assolutamente innestare la quinta, vanificando così la già ingiustificata corsa di qualcuno verso il Pd e di qualcun altro verso Vendola. La nostra collocazione politica è chiara. Questa non va modificata. Siamo alleati del Pd di Renzi, che è proiezione italiana del Partito socialista europeo. Ma non siamo il PD né una componente del PD. Siamo al governo con un vice ministro, ma non siamo il governo. Abbiamo sufficiente margine di autonomia per sviluppare su molti temi un’azione autonoma. Dipende solo da noi. Se la smettessimo tutti di scaraventarci addosso le solite bolse critiche e lavorassimo insieme, ognuno offrendo quel che può, non sarebbe meglio per tutti?

    M.Del Bue

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  10. #80
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    Predefinito Re: Avanti!

    Ma questa storia la volete cancellare?

    Pubblicato il 18-08-2015

    In altri articoli ho trattato questo argomento. E cioè quello relativo alla mancanza di un erede del nostro vecchio Psi, contrariamente a quello che è accaduto a Pci e Dc. Anzi, mai come oggi vengono esaltate figure della tradizione comunista e democristiana, da Berlinguer a De Gasperi, da Nilde Iotti a Dossetti, mentre si rispolverano giornali che di quelle tradizioni sono stati specchio e testimonianza. Della nostra storia si ricorda il solo Pertini, ma nelle vesti dell’antifascista e nelle funzioni di presidente di tutti gli italiani. Eppure la conversione di ex comunisti ed ex democristiani verso il socialismo democratico e riformista europeo dovrebbe consentire loro di ricordare soprattutto chi a quell’approdo è giunto con anticipo, e in particolare chi quella identità ha storicamente assunto quando la loro era diversa. Invece all’attualità del socialismo europeo fa da contrappeso il più assoluto distacco dalla tradizione socialista italiana.
    Allora riprendiamola noi questa catena di conquiste e di scelte, e ripassiamola insieme. Parlo della tradizione del socialismo democratico e riformista, perché di socialismi ce ne sono stati tanti, e molti, soprattutto quelli rivoluzionari, alcuni sfociati nel comunismo e altri nel fascismo, sono miseramente falliti. Siamo figli di Filippo Turati che fondò il partito assieme ad Anna Kuliscioff, combattendo l’intellettualismo del rinvio di Antonio Labriola, poi l’anarchismo e l’operaismo, infine il sindacalismo rivoluzionario, quel socialismo che osteggiò la guerra, proponendo un neutralismo attivo, ma poi, dopo Caporetto, invitò a combattere per difendere il suolo patrio. Il riformismo che accettò di collaborare coi governi liberali per strappare conquiste di libertà e di giustizia. Che si insediò nel sindacato, che formò case del popolo, cooperative, scuole, università popolari. Il socialismo che diviene, cito Turati, che non è lo scatto di un’ora o di un giorno, ma l’evoluzione pacifica e continua delle teste e delle cose.
    Quel socialismo nel 1921 volle la collaborazione coi popolari per salvare l’Italia in preda alla guerra civile e all’esaltazione fascista, contro i rivoluzionari e i comunisti che consideravano capitalismo e fascismo la stessa cosa. Quel socialismo lottò contro la dittatura, senza credere al mito della rivoluzione sovietica e al sopruso della dittatura del proletariato. Noi siamo quelli che sono stati espulsi dal Psi massimalista su ordine di Mosca a poche settimane dalla marcia su Roma. Siamo quelli che con Nenni si opposero alla liquidazione del Psi voluta da Lenin e accettata da Serrati e che, riunificandosi in Francia nel 1930, generarono un unico partito socialista, comprendente Nenni, Saragat e Turati.
    Siamo anche quelli che nel 1938 condannarono i processi stalinisti di Mosca, i processi delle streghe, come li definì Pietro Nenni, e che nel 1939 presero le distanze dal patto sovietico-nazista che i comunisti italiani accettarono ed esaltarono. Siamo quelli che combatterono il fascismo con le brigate Matteotti e con tutte le forze disponibili. Ma che non trucidarono mai nessuno durante la Resistenza e soprattuto dopo. Siamo ancora quelli, con Nenni, all’avanguardia della battaglia per la Repubblica, mentre i comunisti con Togliatti avevano accettato la monarchia. E siamo ancora quelli che non votarono l’articolo sette della Costituzione che includeva i patti lateranensi al contrario del Pci che lo votò.
    Siamo politicamente più con Saragat che si oppose al filo comunismo e al fronte popolare del 1948, che scelse il campo occidentale ed europeo, che si schierò con l’Internazionale socialista che non con Nenni, Basso e Morandi chi invece si schierarono coi comunisti. Ma siamo ancora con Nenni che nel 1956 si schierò cogli insorti di Budapest e non coi carri armati, come invece fecero il Pci e L’Unità. Siamo con Nenni e Saragat che vollero unificarsi per creare una grande forza socialista italiana, e che col centro-sinistra regalarono all’Italia una grande stagione di riforme. Siamo ancora con Craxi che volle il Psi ben piantato nell’eurosocialismo dopo anni di incertezze e di contraddizioni, nel riformismo, nella più completa autonomia politica, che anticipò nel 1979 il tema della grande riforma, che assunse la bussola del socialismo liberale, siamo con Martelli e i suoi referendum e i suoi “meriti e bisogni”, con quel governo a presidenza socialista che ci regalò la lotta vinta all’inflazione anche grazie al decreto di San Valentino osteggiato da Berlinguer e combattuto con un referendum perso, che sfidò i sovietici coi missili a Comiso e gli americani con Sigonella. Siamo quelli che prospettarono al Pci l’unità socialista dopo la fine del comunismo, anche se forse esitammo troppo e non fummo lucidi nel comprendere l’imminente fine del sistema politico italiano.
    Tutto questo nessuno lo può cancellare. E se oggi questa luminosa tradizione politica, la più luminosa di quella dei partiti italiani, non ha eredi è anche perché una falsa rivoluzione giudiziaria ha palesemente ribaltato le sentenze dei tribunali della storia. Noi continuiamo a esistere anche e soprattuto per questa grave carenza, per questa insolente dimenticanza, per questa colpevole manipolazione del passato in funzione dell’opportunità politica. Dunque per amore di verità.

    M. Del Bue

    Ma questa storia la volete cancellare? | Avanti!
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