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Discussione: Avanti!

  1. #51
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    Predefinito Re: Avanti!

    La politica e la storia

    Quello che noi dobbiamo sforzarci di chiarire anche a noi stessi è la differenza tra la cancellazione di un partito e quella di una storia. Il Psi come noi l’abbiamo vissuto, e cioè come partito della sinistra democratica e collocato in posizione di confine tra Dc e Pci, muore col vecchio sistema politico. Anzi la sua funzione di cerniera si esaurisce con la fine del Pci. Travolto più degli altri dalla vicenda di Tangentopoli il Psi viene anche sciolto da Boselli e Del Turco e rinasce come Si, cui si contrappongono altri piccoli partiti della cosiddetta diaspora. La storia di questi ultimi vent’anni è sotto i nostri occhi. Nessuno di noi, da qualsiasi parte abbia tentato, a sinistra, a destra o in autonomia, è riuscito a sfondare il tetto del 2,1 per cento. Troppo poco per pensare di avere resuscitato qualcosa che abbia a che fare col vecchio Psi. Sulle ragioni, compresa la non eccelsa qualità delle nostre leadership passate, potremmo discutere, ma anche chi la leadership ce l’ha avuta, vedi Bertinotti, è stato spazzato via. Resta il fatto che non è rinato il Pci, non è rinata la Dc e si può capire perché non sia rinato il Psi.
    Il vero problema è l’anomalia della nostra cancellazione. Contrariamente al Pci e alla Dc, la storia del Psi viene oggi oscurata quando non cancellata. Soprattutto la storia del ventennio autonomista e craxiano cui si contrappone quella, rivalutata, del Pci berlingueriano e della Dc morotea, e anche fanfaniana. Questo è assurdo, questo è iniquo, questo è violento. Noi socialisti riformisti e democratici, che abbiamo combattuto contro l’egemonia del Pci sulla sinistra italiana e contro il monopolio della Dc sul governo, siamo oggi generalmente dimenticati.
    Ci si ricorda dei socialisti meno organici a queste lotte. Di Pertini, ad esempio, che è stato il presidente di tutti gli italiani, di De Martino che finì indipendente nelle liste del Pci, quasi mai di Turati, di Nenni, di Saragat. Nella mia provincia si afferma che i deputati alla Costituente erano Nilde Iotti e Giuseppe Dossetti, dimenticandosi di Alberto Simonini, socialista democratico. Se si parla di centro-sinistra si ricorda Prodi, non Nenni, se si parla dello statuto dei lavoratori si ricorda che “la sinistra non lo votò”, non il solo Pci. Della Resistenza si esaltano il contributo dei comunisti, dei cattolici e “degli altri”, e questo nella città che ha avuto prefetto, vice prefetto e sindaco della liberazione tutti socialisti.
    Noi siamo ancora vivi per combattere questa deformazione della storia, per contrastare questa violenza che ci viene inferta, ma che in realtà viene inferta all’Italia. E siamo ancora vivi, come organizzazione politica di socialisti, che si chiama Psi ma che non può mai essere paragonata al vecchio Psi, per combattere tante battaglie del presente che si collegano a quella storia. C’è un filone di lotte di giustizia e di libertà al quale dobbiamo rimanere legati, altrimenti recidiamo il nostro cordone ombelicale e non abbiamo senso alcuno. Noi siamo un partito identitario e storico. Ma viviamo del presente, sapendo che non si può costruire il futuro dimenticandosi del passato. E oggi si sta costruendo un futuro sbagliato ingannando la storia.

    M. Del Bue

    La politica e la storia | Avanti!
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  2. #52
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    Predefinito Re: Avanti!

    La grande finzione



    Quel che penso dell’Italicum l’ho scritto più volte. Credo che rappresenti bene un modo di intendere la politica come rappresentazione. La finzione, o fiction, qui è alla massima potenza. Tutto quel che si dice non è vero. Tutti lo sanno e nessuno, nemmeno l’opposizione, lo dice. Cominciamo col sottolineare quel che vero non può essere. Non è vero, non può essere vero che bisogna convincere i parlamentari a votarlo perché in caso contrario c’è il rischio che vadano a casa. Nessuno di noi può permettersi di fare il moralista di fronte alle preoccupazioni dei parlamentari per il loro futuro, ma se il voto su uno strumento così rilevante di organizzazione della nostra democrazia deve essere determinato, non già dalla coscienza dei nostri rappresentanti, ma dal solo loro desiderio di mantenere il posto, e questo diventa l’argomento principe usato sia dal presidente del Consiglio, sia dai suoi oppositori, per indurli a un voto favorevole o contrario, saremmo davvero alla frutta. Non può essere vero, se no dovremmo dare ragione a Grillo.
    Non è vero, non può essere vero, che accogliere qualche emendamento alla Camera rischia di affossare la legge che sarebbe costretta a tornare al Senato, con grave pericolo di tenuta della maggioranza. Significherebbe ammettere che la legge elettorale pensata come terreno della convergenza tra maggioranza e minoranza, non solo viene approvata solo da una parte della maggioranza (in particolare dalla maggioranza del partito di maggioranza), ma che non avrebbe neppure il consenso dell’altra Camera dalla quale non si vuole tornare per il rischio di finire sotto. Se così fosse dovremmo approvare una legge che non solo non ha la larga convergenza auspicata, ma non ha neppure il consenso della maggioranza di governo, della totalità del partito di maggioranza e forse nemmeno del Senato, se vi facesse ritorno.
    Non è vero, non può essere vero che se l’Italicum non fosse approvato il governo sarebbe tenuto a dimettersi. La legge elettorale non fa parte, Renzi lo ha più volte ribadito, dei patti di governo. Tanto è vero che su questa materia egli aveva sottoscritto un altro patto, quello del Nazareno, e quest’ultimo è già caduto dopo l’elezione del presidente della Repubblica. Che c’entra il governo che dovrebbe dunque cadere su un argomento al quale il suo stesso presidente aveva esplicitamente sottratto la paternità? E non è vero, non può essere vero, che una inconsueta crisi di governo dovrebbe poi portare il paese alle elezioni. Siamo ancora una Repubblica parlamentare e lo scioglimento della Camere non è affidato al presidente del Consiglio ma al capo dello Stato, che dovrà accertarsi della indisponibilità di una maggioranza parlamentare.
    Poi non sono certamente vere tutte le cose che si dicono sull’Italicum. Che cioè si eleggerebbe un governo e un presidente del Consiglio, visto che restiamo in una repubblica parlamentare e con le elezioni si eleggono dunque i parlamentari soltanto. Non è vero che le elezioni del Parlamento, anche nella nuova dimensione del monocameralismo elettivo, servano per decretare un vincitore. Questo vale solo in occasione delle elezioni dei singoli (sindaci, governatori) e nelle repubbliche presidenziali (America e Francia) dove si eleggono i capi del governo e dello stato insieme. Non è vero che in altri paesi si vinca per legge solo col 40 per cento. Nemmeno in Inghilterra dove non a caso, nonostante l’uninominale secco, dopo le ultime elezioni si è dovuto formare un governo di coalizione tra conservatori e liberali. Non è vero che esista in Francia il doppio turno previsto dall’Italicum. Esiste il doppio turno di collegio che è tutt’altra cosa. Non è vero che col premio di lista saranno superate le “maledette” coalizioni, perché le singole liste saranno obbligate a coalizzarsi formando proprio liste di coalizione, se vogliono concorrere al premio, per poi dividersi il giorno dopo le elezioni. E non è neanche vero che una legge del genere esista in altre parti del mondo. Per dirla alla Turati anch’io non conosco “leggi arabe e turche”, conosco quelle europee e la nostra che si chiama, riconoscendo la sua straordinaria originalità, non a caso solo Italicum.

    M.Del Bue

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  3. #53
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    Predefinito Re: Avanti!

    La posta in palio


    Abbiamo più volte sottolineato i punti critici dell’Italicum. Anzi abbiamo più volte manifestato la nostra contrarietà di fondo a un modo di procedere per rattoppi, e senza un modello di Stato. Senza affrontare la scelta di fondo tra modello presidenziale e parlamentare, dal quale dovrebbe discendere anche la legge elettorale più coerente. Ciò detto occorre sottolineare anche le incongruenze dei contestatori dell’ultimo miglio. Prendiamo Forza Italia che vota contro la costituzionalità delle legge alla Camera dopo averla approvata con piena soddisfazione al Senato. E che dire di Brunetta che ne ha delineato il carattere fascista dopo che i suoi senatori ne avevano esaltato il significato democratico?
    Anche la minoranza del Pd non appare coerente. Perché Bersani e i suoi non hanno appoggiato, quando il piccolo Psi l’aveva avanzata, l’idea della elezione di un’assemblea costituente? E perché hanno accettato il premio di lista che può andare bene ad Alfano che di coalizioni non ne vuole sapere visto che non vuole finire con Salvini né può allearsi col centro-sinistra se non altro per incompatibilità lessicale, ma che certo, spero che ne siamo ben coscienti noi socialisti, rende ben più temeraria, se non impossibile, la formazione di una lista che punti al tre per cento, fuori da ogni alleanza.
    È vero, sono stati apportati miglioramenti alle legge: sugli sbarramenti, sulle preferenze, sulla parità di genere, sulla soglia per accaparrarsi il premio. Ma sostituendo il premio alla coalizione col premio alla lista si introduce un sostanziale mutamento dello stesso sistema politico-elettorale. Vedo che ancora i giornali, i grandi padroni dei talk show, perfino i sondaggisti non lo hanno compreso. Parlano ancora di centro-destra e di centro-sinistra, poi di liste di partito, ipotizzando che al ballottaggio possano andare PD e grillini. Che professionalità e che profondità di analisi. Non ci saranno più, con l’Italicum, centro-destra e centro-sinistra come alleanze, e non ci saranno, tranne eccezioni, liste di partito.
    Si formeranno liste di coalizione. Da un lato quella del PD che si aprirà ai suoi alleati per tentare di superare al primo turno il 40 per cento. Dall’altro quella di Forza Italia, con Lega e Fratelli d’Italia per tentare di competere, come seconda lista, verso lo stesso obiettivo. A meno che i partiti di centro-destra scelgano, presentandosi divisi, di perdere ancora prima di cominciare la campagna elettorale. La rivoluzione del sistema elettorale non è detto che porti poi alla rivoluzione del sistema politico. Questo per due motivi. Il primo è attinente il rapporto tra liste e partiti. Si possono presentare liste di coalizione che poi si sfasciano il giorno dopo le elezioni. Il secondo attiene la situazione interna dei partiti. Oggi nel Pd si scontra non solo la maggioranza e la minoranza del partito, ma la maggioranza e la minoranza del paese. E non su una questione marginale, ma sulla concezione della democrazia. Può anche essere che con le elezioni Renzi faccia piazza pulita dei suoi avversari. Su questo non gli darei torto. Come si fa a restare nello stesso partito se non solo non si vota la fiducia al governo presieduto dal suo segretario, ma se si grida all’attentato alla democrazia?

    M.Del Bue

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  4. #54
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    Predefinito Re: Avanti!

    (Dall’ “Avanti!”, 20 gennaio 1924)


    Oggi, prima del decreto di scioglimento, prima della convocazione dei comizi, prima della giornata elettorale, le elezioni sono già fatte e il governo è già plebiscitariamente rieletto colla sua maggioranza fedelissima. Gran virtù della mirifica riforma elettorale, mercé la quale la dittatura si fa dare l’avallo dalla sovranità popolare ridotta a un fantoccio… senza corona e senza scettro!
    Bisogna proprio essere della levatura portentosa di Michelino Bianchi per insistere sulla necessità di una riforma costituzionale che garantisca al governo il potere per tutta la durata della legislatura. E bisogna essere costituzionali della stoffa della “miserabile classe dirigente”, per non capire che la riforma costituzionale c’è già tutta nella riforma elettorale a cui hanno dato il “placet” tutti i più ortodossi zelatori di tanti princìpi.
    Ora le elezioni sono fatte a Palazzo Chigi, là il governo ha manipolato la sua maggioranza futura, ha dato i primi posti e i più numerosi, agli uomini del suo partito, e poi ha dosato il resto con una scelta di ascari fedeli dalle truccature variopinte. Varata ufficialmente quella lista, essa è già eletta, nella sua integrità, senza possibilità di contendenti nel campo nazionale perché la minaccia è sospesa contro chi ardisse da parte costituzionale contrastare razionalmente la lista del governo, che rappresenta il Partito fascista e quindi, senz’altro, la patria. Se non c’è già qui una riforma costituzionale – dato che si possa chiamare riforma… l’abrogazione della Costituzione – non sappiamo quali altre elucubrazioni possano a tal riguardo fermentare nei cervelli geniali dei nuovi statisti pullulati dalla marcia su Roma.
    […] Basta che il duce arroti i denti, e agiti lo staffile, ed eccoli tutti accovacciati come nella storica seduta del bivacco”.



    Pietro Nenni


    https://www.facebook.com/pages/Pietr...20101778106336
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  5. #55
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    Predefinito Re: Avanti!

    Repubblicani contro democratici

    L’Italicum costringerà il centro-destra a una nuova fase costituente. Berlusconi lo ha già capito. E pensa di contrapporre al Partito democratico una sorta di Partito repubblicano. Tutto in stile prettamente americano. Dove il bipartitismo ormai pluricentenario è ancorato a questo schema. In America la formazione di questo sistema politico è determinato dal suo radicamento territoriale che ne ha storicamente individuato le identità. Tanto che i repubblicani al nord erano più progressisti dei democratici al sud. Ma questo poco importa. Ciò che non si può non registrare è il fatto che si trasferirebbe così in Italia tutto il modello americano. Non esisterebbe solo l’anomalia di un partito democratico sia pur faticosamente inserito in quello socialista europeo, ma anche quella di un partito repubblicano, magari ancor più faticosamente collocato in quello popolare. L’Italia diventa sempre più americana e sempre meno europea, dove il bipartitismo, dove c’è, è imperniato sull’antitesi tra forze socialiste, socialdemocratiche, laburiste e soggetti d’ispirazione popolare o, come nella protestante Inghilterra, conservatrici.
    Chi si sorprende di questo è fuori dalla realtà. Per due motivi su tutti. L’esplosione del vecchio sistema politico dopo la cosiddetta rivoluzione giudiziaria del 1992-94, che seguiva di tre anni la caduta del comunismo e la liberazione dal voto ideologico, non consente in Italia di tornare indietro. Ma anche se l’Italia volesse tornare indietro, più indietro ancora di Tangentopoli, più indietro perfino della caduta del muro, non troveremmo segni di omogeneità col sistema europeo.
    In Italia, solo in Italia, non esisteva l’alternanza di partiti al governo e solo in Italia questo era assente perché nella sinistra si era sviluppato il più forte partito comunista d’Occidente. Di europeo in Italia non c’era proprio nulla. Il fattore K della sinistra italiana si è così, sempre in una logica dell’anomalia rispetto all’Europa, trasformato nel fattore D, cioè nell’unico partito democratico europeo. Il fattore B, quello dell’egemonia del leader imprenditoriale trasferito in politica, si può trasformare nel fattore R, quello della presenza dell’unico partito repubblicano europeo. L’anomalia italiana resiste così a tutte le esplosioni.
    Due partiti senza passato possono al massimo consentire buoni ricordi. Da un lato Renzi continuerà ad esaltare Berlinguer e le feste dell’Unità, ma ad eliminare tutti gli ex comunisti, dall’altro Berlusconi o chi per lui, magari il nuovo Renzi repubblicano, esalterà De Gasperi e le feste dell’Amicizia, ma romperà il cordone ombelicale con la vecchia nomenclatura di Forza Italia. Nessuno dei due avrà nulla a che vedere col passato. Così il centro-destra è atteso da una nuova costituente. Che non sarà come quella del predellino. L’uomo della svolta sul fianco di un auto deve cedere il passo. Non riesco ancora a intravedere il sostituto, ma è evidente che la mossa del Partito repubblicano metterà in difficoltà la destra di Salvini. Così come sul predellino inciampò Fini, sulla nuova costituente rischia si sbilanciarsi Salvini. L’Italicum impone l’unità di lista, non di coalizione, e anche la lista di destra deve recuperare al centro.
    Adesso attendo i soliti commenti dei nostri. E i socialisti? E noi, che dobbiamo fare? Come se noi fossimo l’ombelico del mondo e non un piccolo partito identitario ed europeo in un sistema non identitario e domani tutto americano. Dopo ventun’anni se ancora qualcuno non l’ha capito non si lascerà convincere da me che la mancata rinascita del Psi non è dovuta al mediocre ruolo di Boselli, o agli eventuali errori di Nencini. Quindi non insisto. L’unica cosa che mi sento di dire è che non dobbiamo diventare anche noi americani. Capire che non ci si può opporre alla realtà. Fare tutti i tentativi per esistere, fare tutte le alleanze anche di lista per strappare posizioni. Lanciare alcune idee chiave per l’Italia come quelle uscite dal convegno di Roma. Ma senza continuamente sfibrarci con frustranti accuse perché il mondo non è quello che vogliamo.

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  6. #56
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    Predefinito Re: Avanti!

    Fatta la legge trovato l’inganno?



    Da cento a trentotto oppositori, risaliti poi a sessantuno, con le minoranze che hanno abbandonato l’Aula per evitare franchi tiratori all’incontrario. Così è passato l’Italicum, la legge concordata tra Renzi e Berlusconi dopo il patto del Nazareno, e poi osteggiata con una clamorosa ritirata di tipo militare da Forza Italia. Renzi continua a commentare con gergo calcistico: “Vittoria su tutti i fronti”. Poi, dopo l’approvazione della legge, il presidente del Consiglio ha addirittura manifestato la sua consapevolezza di “scrivere un pagina storica”. La Boschi ha accennato addirittura ai “vent’anni che l’Italia attendeva”.
    Un po’ meno enfasi e un po’ più di coscienza della storia non guasterebbe. La vittoria è stata di misura, con pochi voti di scarto e il prezzo di una lacerazione all’interno del partito. I vent’anni son quelli non già trascorsi senza legge elettorale, ma con l’approvazione di ben sei leggi elettorali diverse, da quella sui sindaci al Mattarellum a quella sui governatori regionali, fino al Porcellum e alla nuova legge elettorale per il Parlamento europeo. Ma tant’è. L’impressione è ormai quella che conta, assai più della verità.
    E che Renzi abbia vinto il braccio di ferro coi suoi è un fatto. Forse è la sola cosa che davvero gli importava. La legge dell’Italicum poteva essere emendata è rivotata senza l’assillo del Patto del Nazareno in versione Mattarella, cioè con un ampio arco di forze che avrebbero potuto o approvare il ritorno al Mattarellum, con grande soddisfazione per l’inquilino del Colle, o instaurare un doppio turno alla francese, ipotesi tradizionalmente propria della sinistra e che univa il Pd. Niente. Renzi ha voluto tirare dritto e andare allo scontro. Nell’epoca dell’immagine l’impressione che Renzi vinca è più forte del che cosa si approva.
    Così oggi faremo almeno una consultazione elettorale con l’Italicum. Che sconvolgerà il sistema elettorale, ma non quello politico. In Italia i piccoli partiti sono sopravvissuti col Mattarellum e col Porcellum. A volte aggregandosi nelle coalizioni, a volte anche in liste comuni o inserendosi in liste altrui. Sopravviveranno anche stavolta. E non tanto per lo sbarramento abbassato al tre per cento. Sopravviveranno nelle liste di coalizione che prenderanno forma. Col Pd, che vorrà raggiungere il 40 per cento al primo turno e sara interessato a evitare liste di disturbo e col centro-destra che sarà obbligato ad unirsi quanto meno per concorrere al ballottaggio.
    Altro che eleggere un governo e un premier (che l’Italicum non eleggerà, ma eleggerà solo la Camera dei deputati) che dureranno per l’intera legislatura. Le liste di coalizione come si formano si possono poi sfrangiare e i singoli partiti dividere e scindere come è successo prima al Pdl e oggi al Pd. Un sistema politico trova sempre il modo di difendersi, anche occultando le sue diverse articolazioni. Ma ciò che lascia ancora più perplessi è la procedura di attivazione della legge, che resta in frigorifero fino al luglio del 2016, data del presumibile compimento della riforma costituzionale e dell’abolizione del Senato elettivo.
    Fino al luglio del 2016 dunque, se si dovesse andare al voto a causa di una crisi di governo, si voterebbe col Consultellum sia per la Camera sia per il Senato. Se poi, nel luglio del 2016, come è possibile, si andasse al voto in mancanza della definitiva approvazione della legge costituzionale, si vorrebbe con l’Italicum per la Camera e col Consultellum per il Senato. Se infine si dovesse emendare la riforma costituzionale introducendo, come pretende la minoranza del Pd, l’eleggibilità totale o anche parziale del Senato, bisognerebbe approvare un’altra legge perché l’Italicum vale solo per la Camera. Ma una legge elettorale per il Senato prevede una riforma costituzionale perché la sua elezione “su base regionale” è prevista dall’articolo 57 della nostra Carta.
    Dunque, riepilogando nel suo gergo, Renzi ha vinto il girone d’andata, non il campionato. Che è ancora lungo. E che adesso dovrà affrontare il girone di ritorno. Non tutti i club che sono campioni d’inverno arrivano allo scudetto. Molte squadre per questo desidererebbero che il campionato finisse in gennaio. Ma il calendario prevede che non sia possibile. Se poi si prescrive che finisca addirittura l’anno successivo chissà come andrà a finire. Resta il fatto che oggi dietro la Juventus non c’è praticamente nessuno. Ma fra un anno sarà ancora così?

    M. Del Bue

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  7. #57
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    Predefinito Re: Avanti!

    Renzi, Berlinguer e Craxi


    Non capisco cos’abbia in comune Renzi con Berlinguer, visto che di solito il leader del Pd e presidente del Consiglio loda l’ex segretario del Pci. Berlinguer morì mentre sfidava il governo sulla scala mobile, Renzi approva il Jobs act che supera l’articolo 18. Berlinguer, dopo il fallimento del compromesso storico, auspicava l’alternativa democratica con la famosa svolta di Salerno numero due, Renzi ha rotto ogni ponte alla sua sinistra tanto che si va profilando un polo a lui alternativo guidato da Landini e forse “dal sempre in forse” Civati. Berlinguer era per l’eurocomunismo, una sorta di terra di nessuno, ma alternativa al socialismo reale e anche all’eurosocialismo, Renzi è entrato a pieno titolo nel Partito socialista europeo.

    Potrei naturalmente continuare. È pericoloso scrivere sull’Avanti che semmai Renzi ricorda Craxi, non tanto come personalità o come coerenza socialista, ma come contenuti dell’azione politica, come capacità decisionista. Il Craxi della scala mobile, il Craxi del liberalsocialismo, quello sempre espulso dalla sinistra ufficiale, quello che aveva cambiato “geneticamente” il Psi. Certo gli manca l’autorevolezza dello statista a livello internazionale, la capacità di dir di no ai grandi. Attenzione, perché qui sta semmai la diversità tra i due. Craxi sfidava tutti i poteri forti a livello economico, politico, di stati. Si era messo contro la Fiat e il partito di Repubblica, contro Pci e Dc, contro l’Urss coi missili a Comiso e contro gli Usa con Sigonella. Renzi no, flirta coi poteri forti e se ne compiace.
    Craxi era garibaldino, Renzi più cavouriano. Forse anche per questo il primo ci rimise le penne e il secondo durerà. Anche se Renzi sfida i sindacati come Craxi e proprio sul tema dell’innovazione. Ma Craxi dialogava con loro e sulla scala mobile cercò fino all’ultimo di evitare il referendum, convincendo anche Lama, poi “convinto” politicamente da Berlinguer. Renzi si pavoneggia della sua indisponibilità. Craxi amava la storia e apprezzava gli anziani (anche i comunisti, da Pajetta a Cossutta) ai quali mai mancava di rispetto, mentre Renzi ama la rottamazione e li paragona ad auto usate da gettare al macero.
    I due hanno stili diversi, hanno caratteri diversi, hanno stature diverse. Anche Blair, che oggi apprezza Renzi, era paragonato a Craxi. Anzi ricordo che gli inglesi dichiaravano che il precedente del New Labour era il Psi di Craxi e Martelli. Eppure Craxi non avrebbe mai partecipato alla guerra in Iraq. Non diede neppure le basi agli americani per bombardare la Libia nel 1986. Resta il fatto che chi è stato abituato ad essere espulso dalla sinistra ortodossa e più o meno ufficiale, chi ha dovuto fare i conti col suo tasso di socialismo, sempre sottoposto ad esami dai soliti cultori del dogmatismo, chi ha avuto la ventura di essere, non solo politicamente, processato da coloro che dovevano essere sottoposti a giudizio dopo la clamorosa caduta del loro muro ideologico, non può stare oggi dalla parte opposta. È una questione di coerenza. E forse anche di sangue.

    M Del Bue

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    Predefinito Re: Avanti!

    Lo scandalo de “L’Unità”





    Nella lunga, tortuosa, e aggiungo anche scandalosa, vicenda de “L’Unità”, sottolineiamo, di passaggio, aspetti storico-politici per addentrarci poi in talune considerazioni economiche e anche morali, alla luce della ricostruzione del recente servizio di Report della brava Gabanelli. Continua a stupirmi la superficialità e la strumentalità dell’uso del giornale fondato da Gramsci. Si continua a sostenere che si tratta di un foglio storico della sinistra italiana, mentre “L’Unità” è stato il quotidiano del Pci, tanto che dopo la svolta dell’Ottantanove Occhetto pensò di cambiare il nome anche al giornale e non solo al partito. Che Renzi prometta di rilanciarla come quotidiano più o meno di partito è assai contraddittorio con l’esplicita natura del Pd, partito socialista in Europa e democratico in Italia. Anche se l’annunciata resurrezione si rivela utile per suscitare simpatia nella base di un partito che si intende conquistare, decapitando, nel contempo, i più naturali eredi della storia di quel giornale.
    L’aspetto più inquietante è quello economico. Complessivamente “L’Unità”, dal 1994 ad oggi, ha cambiato diverse proprietà, l’ultima quella affidata al famoso cane Gunter, in realtà Maurizio Mian, il facoltoso ex imprenditore farmaceutico, che avrebbe intestato al suo cane (ma è una gustosa storiella) più di cento di milioni di euro, e che ha versato a “L’Unità” 10-12 milioni in pochi anni in cambio di un appoggio politico per un cosiddetto piano della comunicazione tendente alla “felicità alternativa”. Da stropicciarsi gli occhi. Un misto tra Playboy e il vecchio Owen. L’ultimo editore, Veneziani, che con la sua vecchia società ha accumulato un sacco di milioni di debiti, ha licenziato alcuni dipendenti solo per forzare la mano ai sindacati. Ha poi confidato che la linea del giornale sarà vicina a quella del presidente del Consiglio. Ci mancava..
    Ma la cosa più impressionante è che, dopo il fallimento (“L’Unità” ha accumulato una media di circa 5-6 milioni di passivo l’anno dal 2000) i giornalisti siano stati chiamati in causa direttamente in mancanza di un editore. A Concita De Gregorio è stata pignorata la casa e ad altri è successa la stessa cosa, mentre il partito si è voltato dall’altra parte. Non c’entra il Pd? Ma nello statuto del giornale il Pd, pur socio solo per lo 0,1 per cento, risulta determinante per la nomina del direttore, del vice direttore, del presidente e dell’amministratore. Come dire, un socio di minoranza parecchio assoluta. Lo testimonia l’ultimo proprietario del fallimento, espressione dell’ex governatore sardo Soru, Fabrizio Meli, che sostiene che nulla si potesse fare senza il consenso del partito. L’avremmo intuito da soli…
    Ma la cosa diventa ancora più delicata se si ritorna al 1994 quando la società che amministrava il giornale comunista (l’Unità spa) lasciò oltre 125 milioni di debiti. Seguite bene la trafila perché ne vale la pena. Essendo questa società di proprietà del Pds, il partito fu obbligato ad accollarsi i debiti, ottenendo una rateizzazione. E iniziò a pagarli. Nel 2007, però, entrò in pista l’arguto Sposetti che blindò tutto il patrimonio del Pci-Pds-Ds in una fondazione e, in base a una norma voluta dal governo Prodi, i 95 milioni rimanenti vennero ereditati dalla presidenza del Consiglio. Cioè dagli italiani. Un debito di 95 milioni di un giornale di partito, che ha avuto complessivamente oltre 60 milioni di provvidenze pubbliche, viene così riversato sui cittadini. Ci torneremo su questo argomento, anche perché l’Avanti è stato chiuso nell’indifferenza generale senza che un solo soldo gravasse sullo stato. Anzi non gli vennero concessi neppure quelli dovuti. Lo avvertiamo come un dovere morale per rispetto della nostra testata e della nostra storia, per ristabilire verità e giustizia.

    M. Del Bue

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  9. #59
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    Predefinito Re: Avanti!

    Come fallì l’Avanti, come non fallì L’Unità



    Era il 1993, nel pieno di Tangentopoli. Il Psi era quasi sparito. Tentava di resistere con una nuova segreteria alla guida della quale, dopo le dimissioni di Giorgio Benvenuto, era stato chiamato Ottaviano Del Turco. L'”Avanti!” era in forte difficoltà dall’anno prima. Da qualche mese non si pagavano gli stipendi. Il passivo del giornale era arrivato a sfiorare i dieci milioni di euro (venti miliardi di vecchie lire). Esistevano fondi a disposizione della presidenza del Consiglio, la quota dei fondi per l’editoria, che l’Avanti doveva avere anche per onorare i più impellenti impegni con il personale. Con motivazioni infondate, e anche provocatorie, questi contributi vennero negati. Il Psi era giudicato un soggetto troppo coinvolto in inchieste giudiziarie e conseguentemente anche l’Avanti.
    Il quotidiano, ormai in crisi perenne, chiude alla fine del 1993 senza un soldo di contributi pubblici: dopo nove mesi di lavoro senza retribuzione, i giornalisti non giudicarono più credibili le rassicurazioni dei vertici del giornale e del partito e cessarono di presentarsi in redazione. La casa editrice, la «Nuova Editrice Avanti!», venne messa in liquidazione nel gennaio del 1994 dall’editore. Dal vecchio Psi nacquero due Avanti senza alcuna attinenza con la proprietà del vecchio: un quotidiano di centro-destra, finito nelle mani di Walter Lavitola, con una testata posticcia, e uno di centro-sinistra, ma solo settimanale, l”Avanti della domenica”. L'”Avanti!” quotidiano in versione cartacea non venne più editato e oggi l’attuale “Avantionline” è la prosecuzione in versione telematica del quotidiano originale, ma solo dal punto di vista politico.
    “L’Unità”, nel 1994, registrava un passivo molto superiore a quello dell'”Avanti!”, e il suo debito ammontava a 125 milioni di euro, pari a 250 miliardi di vecchie lire (quello del Pci-Pds era arrivato a 447 milioni, quasi 900 miliardi di vecchie lire). Lo sappiamo dai dati ufficiali recentemente diffusi dalla rubrica di Rai Tre di Milena Gabanelli “Report”. “L’Unità” con quel passivo non fallì, l’Avanti, con un passivo inferiore, invece sì. Adesso sappiamo anche perché. I giornali di partito (ad eccezione dell’Avanti ed de “Il Popolo” della vecchia Dc) con la legge sull’editoria godevano di un sostanzioso finanziamento. E poterono tirare avanti con una certa disinvoltura. Il giornale comunista, nel 1994 di proprietà dell’allora Pds, aveva in mente però anche un altro percorso, perché continuava a fare debiti, tra i cinque e sei milioni di euro l’anno.
    Il Pds si accollò i debiti che aveva con le banche e riuscì a rateizzarli. Poi dissociò la proprietà dal partito quando nacque il Pd, che ne divenne azionista per solo lo 0,1 per cento (ma con clausole che gli garantivano il controllo del giornale), e nel contempo blindò il patrimonio immobiliare enorme del vecchio Pci-Pds-Ds in una fondazione. Era stata approvata dal governo Prodi, nel 1998, una legge, la 224 dell’11 luglio, in base alla quale le fidejussioni date alle banche dai giornali di partito, qualora questi ultimi non fossero stati in grado di pagare, sarebbero passati allo Stato o meglio alla Presidenza del Consiglio che erogava fondi per l’editoria. E così, da un lato, riversarono i debiti sui giornalisti in mancanza di un editore dopo il fallimento e la chiusura del giornale e dall’altro orientarono la maggior parte del debito, circa 110 milioni di euro, sullo Stato, separando partito e proprietà del giornale e poi partito e fondazione. Da registrare che la fondazione oggi detiene un patrimonio di centinaia di milioni di euro che sono assolutamente distinti dalle proprietà del Pd.
    Questo, di un partito che ha un disavanzo oggi di circa 10 milioni di euro, e che però può contare su una fondazione autonoma che detiene proprietà di centinaia di milioni di euro, è davvero una anomalia. Anche dal punto di vista politico. Adesso capisco meglio anche il significato della parola “ditta”. In realtà la vera ditta è la fondazione. Usando un termine marxista la fondazione è la struttura e il Pd la sovrastruttura. L’una ha soldi e proprietà, l’altro debiti. Ma la fondazione non c’entra nulla col Pd. Domanda. Come fa la sovrastruttura a comandare? Semplice. Lascia spazio e offre garanzie al presidente della fondazione, l’unico non soggetto mai a logiche rottamatorie. Che può dire e fare tutto quel che vuole. La ditta non ammette scissioni. L’unica davvero pericolosa sarebbe quella del presidente della fondazione. Meglio sposato che separato, anzi meglio Sposetti …

    M. Del Bue

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    Predefinito Re: Avanti!

    Il Pd che esalta il Pci


    Ormai non ci possiamo più stupire. Mentre Renzi e il suo staff ex democristiano hanno ormai occupato il Pd, la storia è diventata di competenza dell’ex Pci. Dopo l’esaltazione di Berlinguer e la mostra su Palmiro Togliatti alla Camera eccone un’altra. A Livorno, patria della scissione comunista nel gennaio del 1921, il locale Pd ha presentato la prima bandiera comunista, quella del Pcdi, che volle assuefarsi ai ventuno punti di Mosca, rompendo non solo con Turati, ma anche con Serrati. Reazione immediata di un esponente di Sel, ma dal versante comunista. Il Pd non sarebbe degno di rappresentare quella nobile tradizione. È un “partito moderato e democristiano”.
    Ma si rendono conto di cosa parlano? Stanno parlando di un evento che già uno dei suoi protagonisti, Umberto Terracini, definì un errore nel 1976. Stanno parlando di una scissione del movimento operaio che apri le porte al fascismo e che fu ordinata da Mosca, che intendeva espellere subito i riformisti (cioè Turati, Treves, Prampolini, Matteotti) e cambiare la qualifica di socialista con quella di comunista al partito. Stanno parlando di una lotta che da politica doveva diventare insurrezionale e nell’anno di occupazione delle fabbriche impiantare i soviet in Italia e instaurare la dittatura del proletario con la violenza.
    La verità è che dal 1989 si continua in Italia a deformare la storia. Noi avevamo pensato a un percorso opposto, poi accidentato e impedito dalle vicende giudiziarie. E cioè ad un’autocritica sulle scelte dei comunisti (se no, perché cambiare nome?) e ad una rivalutazione della storia socialista democratica, in funzione delle riunificazione della sinistra divisa proprio a Livorno. È avvenuto il contrario. Sono spariti o quasi i socialisti, mentre gli ex comunisti hanno potuto reggere le sorti di una sinistra anomala per oltre vent’anni, fino all’arrivo di Renzi.
    Per giustificare il nuovo potere ex democristiano, e col beneplacito del nuovo padrone, adesso siamo arrivati alla riappropriazione e perfino all’esaltazione della storia comunista. La bandiera del ’21 è il nuovo simbolo che può giustificare la subalternità alla politica moderata del renzismo. Ne sancisce una resa bilanciata. E il renzismo si afferma così senza un’identità ideale, senza un aggancio storico, nell’indifferenza e nella compiacenza della tradizione dei suoi avversari. Una sorta di baratto: a me la politica, a voi la storia. Nel pieno di un trasformismo insopportabile.

    M. Del Bue

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