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Discussione: Avanti!

  1. #61
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    Predefinito Re: Avanti!

    Due parole sul risultato dei socialisti


    Rifletteremo sull’esito generale delle elezioni. Sul dato dell’astensione massiccia, sul risultato del Pd e sulle conseguenze del voto nel suo lacerante scontro interno, sulla netta avanzata congiunta di Lega e Cinque stelle, sulla vittoria di Toti in Liguria, favorita dalle divisioni della sinistra, e su quella dell’impresentabile De Luca, sul crollo della sinistra in Umbria che ha rischiato addirittura di perdere la regione. A caldo vorrei offrire qualche notizia sul risultato dei socialisti. Sono state presentate due liste di partito in Umbria e in Campania. In Umbria più di area socialista, che non specificatamente di partito. Ottima la performance umbra con circa il 4 per cento e quasi certamente due eletti (siamo ancora in attesa della conferma del secondo). In Campania é stato conseguito un più modesto 1,9 per cento con un eletto nella provincia di Salerno. I socialisti hanno anche presentato due liste civico-riformiste. Una nelle Marche e una in Toscana. Nelle Marche ottimo il risultato. Superando il 4 per cento sono stati eletti due socialisti.
    Più ridotto il risultato in Toscana dove non è stato superato lo sbarramento del tre per cento. Non abbiamo ancora risultati certi sulla Puglia e sul Veneto, dove i socialisti si sono presentati nelle liste del presidente, mentre in Liguria la debacle del Pd, dove erano presenti anche candidati socialisti, non lascia speranza di elezione. Nel pomeriggio daremo ulteriori informazioni, ma già ora possiamo confessare la nostra soddisfazione per l’elezione certa di cinque consiglieri regionali socialisti.

    M. Del Bue

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  2. #62
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    Predefinito Re: Avanti!

    Chi ha vinto, chi ha perso e chi non ha partecipato




    Politica e aritmetica non sono mai andate d’accordo. Quando si fanno paragoni elettorali si considerano sempre i dati più favorevoli, comparando risultati non omogenei o troppo lontani nel tempo. Stavolta il segnale dell’elettorato è ancora più difficile da dedurre, data la molteplicità di liste, a volte, penso a quella di Zaia che supera la Lega in Veneto, chiaramente riconducibili, anche se forse non interamente, ai confini di un partito nazionale.
    Parto allora dalle cose semplici e non contestabili. La prima è quella relativa all’astensione, che è di poco inferiore al 50 per cento. Un dato inusuale per la nostra tradizione, anche se inferiore a quello dell’Emilia-Romagna dello scorso anno, che oscillava sul 63 per cento. Non è vero che dobbiamo abituarci al trend occidentale, giacché questo non è oggi quello della Gran Bretagna dove alle ultime elezioni ha votato più del 70 per cento. Nella massiccia astensione è collocata la sfiducia e l’insofferenza per l’istituto regionale, oggi abbandonato al suo infausto destino perfino da chi ne aveva fatto la sua identità originaria. Se sommiamo all’astensione il voto ai Cinque stelle, interpretandoli entrambi come antipolitici, possiamo rilevare che la maggioranza degli italiani oggi è antipolitica. Se a questo dato sommiamo la percentuale della Lega allora arriviamo a una maggioranza davvero larga. Non è degna di fondata preoccupazione, da parte di chi governa, questa semplice constatazione? La seconda cosa semplice è il successo di Salvini. Rapportandolo a tutti i risultati precedenti, europei, politici, regionali, in percentuale e in voti assoluti, solo la sua Lega, che è ormai trasformata in Lega nazionale e che in Toscana diviene addirittura il secondo partito, vince e in taluni casi stravince. Mi fermerei qui e chiederei sommessamente a Renzi parole di riflessione per il futuro. Qualche autocritica anche, visto che il risultato del suo PD, rapportato alle europee, alle politiche e financo alle regionali, e soprattutto in termini di voti, é stato negativo. Invece lo slogan che esce da Palazzo Chigi è “vittoria”. Renzi e soprattutto i suoi fidi scudieri in televisione non sanno che ripetere lo slogan tipico della verdiana marcia trionfale. D’altronde il renzismo é una parola d’ordine. Un inno al futuro che si realizza, la volta buona di chi finalmente si è reso conto che tutti i predecessori avevano fallito. Un sorriso smagliante tipico di chi assiste soltanto ai suoi trionfi. Il renzismo non è riflessione. È autocelebrazione. Sono i gol e palla al centro del vocabolario del premier. Mai lasciare intendere che possano avere vinto altri. Sarebbe come mettere nel cassetto la rottamazione. Dunque il massimo di riflessione consentito è che qualche insuccesso, vedasi la Liguria, è colpa di altri. E poi che i candidati che hanno perso, vedasi la Paita e la Moretti, non erano renziani. Mai autocritiche. Sono vietate dal cerimoniale che ha interpreti letterali come Carbone, che sostiene che il PD ha aumentato voti. Il renzismo, a volte, ammette perfino di assumere posizioni irriguardose della realtà pur di celebrare i suoi fasti. Scrivo questo perché io non sono mai stato antirenziano. Anzi, l’Avanti ha appoggiato provvedimenti discussi come il Jobs act e la buona scuola. Ma tra il leader, la sua buona politica e il suo mito ce ne passa. Quel che emerge politicamente oggi è che, come più o meno tutti i governi, anche quello di Renzi può inciampare. Basterebbe ammetterlo, perché governare logora, oggi, caro Andreotti, più del non governare. Basterebbe precisare che taluni provvedimenti hanno destato malumore. Che sull’Italicum si potrebbe anche pensare a qualche correzione, come quelle anticipate dal Nuovo centrodestra. Invece niente. Andremo ancora più spediti, gridano i vessilliferi dell’epopea renziana. Confondendo una gara di podismo con l’esercizio del potere. E naturalmente il leader Pd è costretto ora, dicono, alla resa dei conti interna. Ma quale resa dei conti? Visto che la maggioranza del Pd è fuori discussione si intende per resa dei conti il provvedimento disciplinare? Renzi ha dichiarato che “chi viola le regole si mette fuori da solo”. Che significa? Che si autoespelle o che deve prendere atto che verrà espulso? Se la Bindi è un cerbero, se il PD vince cinque regioni nonostante Bersani (dichiarazione di Carbone), se in Liguria si perde per colpa di Cofferati, e se la minoranza non vota l’Italicum in Parlamento, perché non liberarsene? Sì, ma poi a chi dare la colpa se le cose vanno male?

    M. Del Bue


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  3. #63
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    Predefinito Re: Avanti!

    La variante Alfano

    I giornalisti, perfino quelli più attenti e preparati, addirittura i sondaggisti, ancora non hanno capito le conseguenze naturali dell’Italicum. Un partito di governo, il Nuovo centrodestra, dopo avere sostenuto e votato la legge, adesso ne chiede una sostanziale modifica per reintrodurre gli apparentamenti e le coalizioni, che l’Italicum, con la clausola del premio alla lista, ha abolito. Il partito di Alfano, determinante, fino a prova contraria, nella maggioranza di governo, ha capito, in ritardo, una cosa semplice. E cioè che difficilmente potrà far parte di una lista di centrodestra con Salvini e Berlusconi e che solo la resurrezione delle vecchie coalizioni gli permette di avere un ruolo, da un lato o dall’altro non importa.
    Oltre a Renzi l’unico che ha compreso la logica politica della nuova legge elettorale è Silvio Berlusconi. Il suo progetto di unire il centro-destra in un’unica lista è l’unico che gli può permettere di gareggiare per vincere. La lista di Salvini da sola potrebbe anche andare al ballottaggio e sarebbe un miracolo. Ma senza speranza. Unire in un’unica lista Forza Italia e Lega darebbe ben altro segno alla battaglia. Ma l’incaglio vero è rappresentato dalla leadership. La Lega è oggi più forte di Forza Italia e legittimamente rivendica la guida per Salvini. Berlusconi non può fare a meno di Salvini ma è consapevole che una sua leadership gli farebbe fuggire l’elettorato moderato, per il quale Renzi rappresenta oggi una credibile alternativa.
    Il problema non è di facile soluzione, ma il tempo per risolverlo c’è. Chi non ha interesse a votare a breve è proprio il centro-destra. Gli servono un paio di anni per indebolire Renzi e costruire una soluzione credibile Sono convinto che alla fine la partita sarà a due, non a tre o a quattro come qualcuno ipotizza con le variabili Grillo e Landini. Ecco perché è nata la variante Alfano. Il leader del Nuovo centrodestra ha annunciato che il sostegno del suo partito al governo Renzi durerà ancora un anno, il tempo per completare la riforma costituzionale. Poi si vedrà. Alfano ha capito che allungare i tempi è il più grande favore che può recare al vecchio centro-destra: favorire la nascita di una lista, se non di un partito, che gareggi per vincere. Ma che lo esclude.

    M. Del Bue


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  4. #64
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    Predefinito Re: Avanti!

    Le due sinistre: Greganti e Buzzi


    C’era una volta il Pci. Partito serio, disciplinato che, pur prospettando la berlingueriana questione morale, prendeva soldi dall’Urss e anche dai piani regolatori. Solo che aveva funzionari scrupolosi, silenziosi, quasi misteriosi. Come Greganti, che non parlava nemmeno se torturato. E al quale al festival dell’Unità di un comune della mia provincia hanno dedicato una maglietta. Strano, no? Se i soldi, come confessò, se li teneva per sé, perché trattarlo da eroe? Sempre a casa mia, nella rossa e comunista Reggio Emilia, ho conosciuto qualche personaggio che, si diceva, facesse affari per il partito. Uno di loro non parlava mai, nemmeno con la moglie. Se gli chiedevi il nome si girava circospetto perché non lo sentisse nessuno e magari ti chiedeva se volevi il nome vero o quello di battaglia. Che era poi il nome da partigiano. Un nome che ricordava una saetta, un fulmine, un tuono. O un’evocazione mitologica, come quella di Enea o Ulisse. Il Pci era un partito che ha segnato l’epopea della politica coi suoi valori, le sue liturgie, i suoi misteri, i suoi silenzi, appunto.
    Oggi il caso Roma segnala l’esistenza di un altro partito, chiacchierone, arruffone, come già si è detto, “alla vaccinara”. Tutti parlano e si vantano. Scambiandosi battute da trattoria fuori porta. “Ce stamo a magnà Roma” o “La mucca va fatta magnà se vuoi mungerla”. Tutto è comparato con i piatti tipici della cucina romanesca. È una corruzione all’ammatriciana. Condita con olio, peperoncino e sarcasmo. Qua e là anche con uno sconcertante moralismo: “Quello parlava di valori e poi se prende i sordi”. Naturalmente qui il finanziamento alla politica c’entra poco. Qui si intasca pè magnà. Sono coinvolti in tanti, assessori, consiglieri comunali, provinciali e regionali. Anche del Pd, appunto.
    L’epopea di Greganti segnalava l’esistenza di un robusto corpo politico che aveva bisogno di alimentarsi con acqua di altri bacini. Qui siamo di fronte a una sistema corruttivo che ha come unica motivazione l’arricchimento, anzi l’ingrassamento. Anche consolandosi e auto giustificandosi, come nella dichiarazione di Odevaine, ex capo di gabinetto di Veltroni: “Sto per andare in pensione. Qualcosa adesso devo prendermi anch’io”. Una sorta di liquidazione sugli extracomunitari. Uno o due euro a testa. Mi viene spontaneo paragonare il Pci dei vari Greganti al Pd di questo Buzzi. Vuoi che sia anche un fatto geografico? Un torinese schivo e un romano ciarliero? In questa tempesta non so come parlare del sindaco Marino. Sicuramente una brava persona che non si è accorta di niente. Tanto che ha pensato di versare il suo primo stipendio di sindaco proprio a Buzzi. È la testimonianza della sua estraneità, anzi della sua extraterrestrità.

    M. Del Bue


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  5. #65
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    Predefinito Re: Avanti!

    Per l'appunto, come si diceva altrove: il rancorismo della revanche che tiene un intero partito fermo a rancori di 23 anni fa
    «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro si rompe la testa, non il muro! Riformista...è uno che vuole cambiare il mondo per mezzo del buonsenso, senza tagliare teste a nessuno» [Baaria]

  6. #66
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    Predefinito Re: Avanti!

    Socialismo liberale oggi come non mai


    I grandi partiti italiani sono tutti post identitari. Forse la nuova Lega fa eccezione. Bossi e la sua Padania sono stati deposti in soffitta e la destra di Salvini si forgia sulla paura dei migranti, sulla difesa degli interessi della nazione, sul concetto di origine tardo-contadino di famiglia. A proposito di quest’ultima e pur rispettando le opinioni di tutti e le manifestazioni di ciascuno, mi pare giusto rimarcare che un po’ meno rispetto merita una dimostrazione, quella di ieri, che intende calare il sipario su diritti di altri. In generale penso che dovremmo tornare alle forti idealità e che oggi ce n’è quanto mani bisogno per comprendere la nuova realtà e per fornire risposte attraverso progetti e non provvedimenti legati all’emozione del momento. Tutto quello che resta a filo di terra porta infatti acqua al mulino di Salvini, l’unico che un progetto, sbagliato, ce l’ha. E anche proporre soluzioni che si avvicinino al progetto Salvini non ne indebolisce, ma anzi ne rafforza, l’attrazione. Un progetto che il nostro piccolo Psi dovrebbe proporre a tutta la sinistra è quello di un moderno socialismo liberale. Lo fonderei affrontando il tema dell’emigrazione nella sua inevitabile connessione a una concezione internazionale del governo. Oggi, nella fase della globalizzazione economica, è assurdo rimandare a soluzioni nazionali. Il problema della migrazione è mondiale e discende dagli squilibri, dalle sofferenze, dalle miserie. Possibile, vedi la soluzione Salvini, rinchiudersi nel nazionalismo? Come quello praticato anche da Hollande, con eserciti schierati alle frontiere, e come quello ungherese, che ha resuscitato antichi, tragici muri? Ma il fenomeno travolgerà militari e distruggerà muri se non risolviamo i problemi che lo hanno generato. Non solo esso discende dagli squilibri economici, ma oggi anche dalla guerre. Quelle accese nel continente africano, nelle espressioni di un integralismo terroristico di matrice islamista, ne sono palese dimostrazione. Non sono mai stato pacifista perché ho sempre pensato che pacifismo e indifferenza rischiassero di divenire sinonimi. Se c’è una guerra nel mondo interessa anche a noi e dobbiamo sempre assumerci le nostre responsabilità, a livello politico, diplomatico e se serve anche militare. Come scriveva Hemingway, la campana suona sempre per tutti.
    E’ giusto nella contrapposizione tra nazionalismo e internazionalismo stare dalla parte di quest’ultimo perché nel nazionalismo sono incorporati quei valori di sufficienza, di egoismo, di indifferenza che lo stesso pontefice ha giustamente contestato. Ma se un governo del mondo, quello stesso che Dante Alighieri auspicava nel Trecento nel suo “De Monarchia”, è ancora lontano, anche se ad esso inevitabilmente si dovrà tendere, oggi va praticata l’accoglienza di tutti i profughi di tutto il mondo in nome dei diritti dell’uomo e sui migranti clandestini va individuato uno strumento credibile di riconoscimento e, se necessario, anche di respingimento. Ho però l’impressione che sarà molto difficile distinguere gli uni dagli altri. Tutti quelli che fuggono dalla Siria o dalla Libia, cioè da territori di guerra, come li vogliamo definire? Un governo mondiale, una sorta di Nazioni unite della solidarietà, che possa, cito ancora Bergoglio, togliere a chi sta meglio per assicurare agli altri di stare meno peggio, è una forma di socialismo necessario, di nuovo socialismo che elimini le cause dei grandi contrasti del mondo senza restare alla superficie dei fenomeni che si sviluppano.
    Ma non basta ipotizzare un nuovo moderno socialismo delle opportunità, delle equità, dei livellamenti degli squilibri. Occorre esaltare, nel contempo, la nostra civiltà liberale, quella che ci è derivata dall’illuminismo, dal razionalismo, dai grandi ideali della rivoluzione francese. Perché anche questi oggi sono in discussione. La libertà non è una possibilità, non può essere barattata o equiparata ad altre concezioni della vita. La libertà è “a priori” di tutto. Lo dico soprattutto per coloro che provengono da altre tradizioni e da un’interpretazione estrema di una religione, perché non si scambi mai l’accoglienza con l’accettazione del valore della sopraffazione. Ma lo potrei ripetere anche per tutti coloro che provengono dalla nostra storia italica e oggi negano diritti e vincoli normati da leggi che esistono in tutti i paesi del mondo e che oggi vengono rispettati anche dalla Chiesa. Mille, centomila, o anche un milione che siano, anche se fossero la maggioranza, non importa. Nessuna maggioranza, mai, può abbattere i diritti delle minoranze. Lo dico a tutti i tagliagola delle libertà. Noi dobbiamo difendere i valori liberali, oggi in discussione, da concezioni barbariche o anche solo arretrate della vita, della famiglia, del rapporto tra stato e religione e tra religione e cittadini. Quella della lotta per il riequilibrio è ispirata a ideali di solidarietà che sono inscritti nella tradizione di un socialismo umanitario e cristiano. La lotta per affermare e difendere i valori della nostra civiltà è ispirata alla storia e alle accezioni del liberalismo innanzitutto francese e poi europeo e mondiale. E’ una lotta anche quest’ultima, della tolleranza contro l’intolleranza. Lo sosteneva con chiarezza Karl Popper. Non si può essere tolleranti con gli intolleranti, altrimenti questi ultimi distruggeranno la nostra tolleranza. Lo capiremo?


    M. Del Bue

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  7. #67
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    Predefinito Re: Avanti!

    Se vogliamo dircela tutta




    Dietro gli affondo di qualche nostro compagno di partito c’è una convinzione, e cioè che cambiando gruppo dirigente si rilancia in Italia il Psi. Questo è ciò che unifica i dissidenti, ma in realtà l’opzione possibile finisce per essere un’altra. E cioè quella di rilanciare il Psi in un aggregato di estrema sinistra che comprenda Landini, Vendola, Civati, Cofferati e Fassina. Cioè in un polo della cosiddetta sinistra radicale. Vorrei che coloro che sentono solo la prima esigenza si rendessero conto che l’obiettivo che stanno perseguendo, anche per condivisibile esigenza di smarcarsi dal Pd, è un altro. Non quello di rilanciare il Psi rinnovando chi è al timone e con una più forte autonomia, ma quello di annullarlo in un contenitore dell’estrema sinistra.
    Se qualche compagno ha questa idea o chiede subito un congresso per ribaltare la linea del partito decisa all’ultima assise nazionale e poi si aggiudica la maggioranza con questa proposta oppure esce dal Psi, fonda un movimento diverso e finisce dove vuole. Può fare qualche proselite l’angoscia, la frustrazione di tanti compagni che in questi venti e più anni hanno seguito la nostra disgraziata odissea. Ci tengo a fare notare che se costoro pensavano di far rinascere il Psi nelle dimensioni di venti e più anni fa non hanno fatto i conti con la realtà. Era infatti impossibile ricostruire il vecchio Psi, senza Pci, Dc, Msi e via dicendo. Dovevamo essere proprio noi i prescelti nella reincarnazione dei vecchi partiti? Dovevamo diventare la mosca bianca identitaria in un sistema che non lo era più? Perché mai?
    Certo in questi vent’anni non siamo riusciti a compiere quel capolavoro storico-politico che è invece riuscito a Dc e Pci. E cioè di salvaguardare una tradizione, assai più pesante della nostra, e un patrimonio di idee e anche di uomini in soggetti nuovi. Che altro è il Pd se non la sintesi di questa doppia identità, anche se corroborata da altre esperienze e dall’influsso di nuove generazioni? Che altro è stata, ammesso che ancora non sia, Forza Italia, se non l’erede della parte moderata della Dc, ma anche del centro laico, che altro sono stati Rifondazione, Pdci, e adesso Sel, lista Tsipras, l’odierno tentativo di rilanciare un soggetto alla sinistra del Pd, se non la continuazione del ciclo storico e politico della parte di sinistra del vecchio Pci? Direi che Pci e Dc hanno dunque oggi molteplici eredi, noi no.
    In questi vent’anni e più ci abbiamo anche messo del nostro. Dopo la fine del Psi un frammento di vecchio gruppo dirigente ha fondato il Si, altri i laburisti, altri ancora il Ps. Poi il tentativo di unire le forze, o le debolezze, e la nascita dello Sdi nel 1999 che è sfociata nell’incapacità di fare politica se non finendo in altri soggetti elettorali (prima ci era accucciati con Segni, poi con Dini, nel 2001 si finì nel Girasole) e con l’immediata scissione, prima dei laburisti e poi della Lega socialista che, unendosi al Ps, dopo la morte di Craxi, diede vita al Nuovo Psi. Quest’ultimo, dal 2001, ha presentato lista autonome alle politiche e alle europee, ma è stato falcidiato dalle scissioni prima di Martelli e poi di Zavettieri. Quel che restava si è poi diviso ulteriormente in due, con De Michelis e il sottoscritto che hanno aderito alla Costituente socialista e con Caldoro che ha preferito l’adesione al Pdl.
    Non basta. La Costituente socialista del 2007, infrantasi contro gli scogli del mancato apparentamento veltroniano, è andata poi in frantumi, con Angius, Spini, Grillini, De Michelis, e alla fine perfino Boselli, che hanno abbondato la navicella in tempesta. Tanto che dei membri della Costituente solo chi scrive, con Bobo Craxi, è rimasto nel Psi. Aggiungo. Chi ha fatto scissioni da sinistra spesso si è poi ritrovato a destra (potrei citare i casi di Zavettieri, Crinò e Mancini), chi le ha fatte perché il partito non doveva stare a sinistra è finito nel Pd (Andò, La Ganga, Manca). Chi oggi solleva il vecchio massimalismo ieri era a destra (Bartolomei) e chi guarda a nuovi orizzonti più moderati era ieri a sinistra (Cicchitto). Chi ha assunto la politica come motivo di una contestazione lo ha quasi sempre fatto dopo essere stato escluso dalle liste elettorali, o da incarichi di governo. Questa è la verità. E pensate che oggi di tutto questo si debba incolpare questo gruppo dirigente, che almeno ha avuto il merito di tenere duro e di riportare in Parlamento un drappello di socialisti?
    Continuiamo pure così. Aggiungiamo qualche altra perla a questa deprimente catena di autogol. Sempre in nome della politica, ci mancherebbe. E aggiungiamo anche un ulteriore motivo alla nostra crisi e alla mancata esistenza se non del Psi di un soggetto che ne rinnovi la tradizione: i nostri comportamenti. Non salgo certo in cattedra e non mi ritengo esente da errori. Posso dire che sono stato forse il primo socialista ad avvertire la crisi del vecchio Psi, dopo la caduta del muro di Berlino, ancor prima di Martelli. Posso anche aggiungere che sono venuto alla Costituente da deputato e ne sono uscito da semplice militante. Posso altresì aggiungere che mi sono chiamato fuori dalla ressa di pretendenti alle candidature alle ultime elezioni politiche. Ma capisco che questo non è il mio tempo. Sarebbe tempo di giovani, che dovrebbero inaugurare un modo diverso di comportarsi e di fare politica. Di giovani temerari, disponibili a sfidare il mondo. Con l’assillo della rottamazione del solito modo di fare politica e con la passione di rinverdire i fasti del partito più vecchio. Ma esistono o sono anche loro, come quei ragazzi anche in buona fede, che presiedono riunioni di corrente, intossicati dalla vecchia politica?

    M. Del Bue

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    Predefinito Re: Avanti!

    Liberalsocialismo, stella polare: per noi e l’Italia

    “Liberalsocialismo oggi più che mai”: così il direttore di questo giornale ha intitolato l’editoriale del 21 giugno. E’ una data albo notanda lapillo, come dicevano i romani antichi. Mauro Del Bue deve aver pensato che in una notte buia è meglio accendere una candela che imprecare contro l’oscurità. E la candela accesa, quella del liberalsocialismo, è la stella polare che sola può guidare la nostra piccola comunità, mentre la Repubblica vive uno dei momenti più drammatici della sua storia. Provo a ricapitolare. L’Italia, che dal 1946 al 1992 aveva raggiunto alti livelli di sviluppo economico e di prestigio internazionale, è stata retrocessa dai partiti e dai governi della seconda Repubblica all’attuale stato di decadenza.

    Il segno più eloquente è il rifiuto di metà dei cittadini di partecipare alla vita politica. Per di più, alla diserzione delle urne, si aggiungono le percentuali corpose dei seguaci del capocomico Grillo e del pluri-felpato Matteo Salvini. Nel contempo l’invenzione politico-imprenditoriale di Berlusconi ha esaurito, per così dire, la sua spinta propulsiva. Essa invero era consustanziale al bipolarismo cruento fra il partito di Berlusconi, da una parte, e, dall’altra, la “macchina da guerra” di Achille Occhetto, che diverrà poi l’amalgama non riuscito di Massimo D’Alema, Valter Veltroni e Romano Prodi.

    Dopo vent’anni di questa improduttiva contrapposizione, l’Italia subisce gli effetti nefasti del suo odierno sistema politico destrutturato ed esangue. Il maggior partito, il PD, già DS-PDS, è dilaniato da lotte intestine senza quartiere. Le formazioni di Grillo e Salvini sono il megafono dell’antipolitica. E’ del tutto naturale che in questo scenario il solo potere che si rafforza è la Magistratura. Intanto, ovunque trionfano corruzione e ruberie: altro che scandalo dei finanziamenti occulti ai partiti, stroncato nel 1992 dal glorificato pool della Procura di Milano, con salvaguardia del PCI! Alla crisi italiana si sovrappone la delusione di chi sperava nel successo della costruzione europea. Ho già avuto modo di scrivere che Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni si rivolteranno nella tomba. La complicata macchina burocratica di Bruxelles, anche per la scarsa rilevanza politica del Parlamento di Strasburgo, non è in grado di produrre in tempi utili le decisioni necessarie per fronteggiare le migrazioni bibliche di migliaia e migliaia di disperati, che fuggono dalla miseria e dalla truce guerra guerreggiata dell’estremismo islamico.

    Questa eclissi dell’Europa indebolisca la civiltà occidentale, perchè coincide con l’affievolimento del rapporto euro-atlantico, causato dal declino della leadership mondiale di Obama. Oggi “la grande Nazione americana”, come la chiamava Garibaldi, rimane indifferente di fronte ai massacri perpetrati dai fanatici seguaci del Califfo. Ed è preoccupata della Grecia, solo perché paventa l’intrusione di Putin. Per somma sventura, il quadro si completa con le sconfitte della socialdemocrazia europea, che perde le elezioni nel Regno Unito e in Danimarca. Intanto l’Ungheria, a me assai cara, sbanda a destra e si accinge ad elevare nuovi muri al servizio di una sua folle apartheid.

    Se questa è la realtà, ha ragione il Direttore dell’Avanti! ad alzare la bandiera del socialismo liberale, come il solo patrimonio che può guidare nell’azione politica non solo quel che resta del socialismo italiano, ma l’intero Paese. Ho molto apprezzato che Mauro lo abbia fatto con una prosa ricca di pregevoli riflessioni storico-culturali. Dove mai, nel trito dibattito politico italiano, dominato dalle grida e dalla risse degli stucchevoli talk-show, si ode qualcuno in grado di evocare, a proposito della globalizzazione, il De Monarchia di Dante Alighieri?!

    Di fronte alla più drammatica condizione in cui l’Italia si trova dai tempi del terrorismo, è forte il desiderio di seguire l’esempio del Machiavelli, così ben descritto nella lettera a Francesco Vettori. Racconta il segretario fiorentino che preferiva starsene in villa, “uccellare tordi, ingaglioffirsi all’osteria giocando a cricca e a tric-trac con un beccaio, un mugnaio e due fornaciai”. Poi, venuta sera, amava “svestirsi di quella vesta cotidiana, piena di fango e di loto”, e pascersi del “cibo che solo è nostro. Dunque, per quanto ci riguarda, potremmo, fuori dall’agone politico, rileggere in solitudine i classici del socialismo liberale: “Maestri e Compagni” di Norberto Bobbio, gli atti dei Convegni de “Il Mondo”, i discorsi di Bettino Craxi, Leo Valiani e Riccardo Lombardi, la nota aggiuntiva al bilancio di Ugo La Malfa, gli elaborati programmatici di Antonio Giolitti e Giorgio Ruffolo. Poiché la casa brucia, la nostra comunità non deve appartarsi nella contemplazione del passato. Può e deve segnalare agli immemori che attingendo al patrimonio del socialismo liberale è possibile riprendere la via del progresso.

    Visto che il PD appartiene, come noi, alla famiglia del socialismo europeo, abbiamo titolo per proporre a Matteo Renzi, che sembra dimentico di questa adesione, un incontro dei leader socialisti e socialdemocratici europei, allo scopo di progettare insieme come fronteggiare la gravissima emergenza europea e mondiale. Sarà anche l’occasione per riflettere, con accento autocritico, sugli errori commessi dal PSE e dall’Internazionale Socialista, entrambi immemori del lascito di Willy Brandt e Bettino Craxi, che indicavano nel superamento del divario fra il Nord e il Sud il primo obiettivo per un futuro di pace e progresso del pianeta.

    E a chi, se non ai partiti europei del socialismo liberale, spetta il compito di proporre la riforma radicale dell’attuale inefficiente impalcatura comunitaria, per dar vita agli Stati Uniti d’Europa?

    Sul versante interno serve una “Rimini del nuovo secolo”, per elaborare il nostro progetto liberalsocialista da proporre al Paese, chiamando alla collaborazione le migliori energie della cultura liberal, che fortunatamente non mancano, compresi i radicali di Marco Pannella. In questa Conferenza programmatica dovremo rilanciare la proposta di dar vita ad una Assemblea Costituente per modificare, dove occorre, la Carta costituzionale. Sono necessari mutazioni profonde, cominciando dallo smantellamento dell’attuale articolazione regionale dello Stato, palesemente fallimentare.

    Poi vengono in campo alcune delle campagne d’azione già prospettate sull’Avanti!: la cogestione delle imprese secondo il modello tedesco, la separazione della carriere dei magistrati, un nuovo eco-socialismo incentrato sul piano nazionale per la difesa del suolo, la riforma del sistema bancario, una rinnovata politica per il Mezzogiorno.

    Vorrei fermarmi qui, scusandomi per essermi dilungato anche troppo. Ma c’è un’altra questione che non possiamo eludere. Essa riguarda la nostra opinione su Matteo Renzi: sul suo operato a tutt’oggi, sulla classe dirigente che ha messo in campo. Non possiamo cavarcela dichiarandoci “a-renziani”, neologismo forgiato a suo tempo da Riccardo Lombardi, che definiva i socialisti a-comunisti. Sappiamo che, poi, Nenni e Saragat costruirono il centro-sinistra con la DC, provocando il duro scontro con il PCI.

    Quando penso alla invereconda legge che abolisce il “mio Senato”, creando un mostro istituzionale; quando rileggo l’orrenda legge elettorale, mi si drizzano i capelli. Non mi sfugge neppure lo scarno retroterra politico al servizio del giovanotto di Rignano. Renzi, inoltre, parla troppo e non ha ancora acquisito l’autorevolezza che deve possedere il leader politico (non dico l’uomo di Stato). Detto tutto questo, sento spesso i commenti di molti compagni che apprezzano il decisionismo del “Royal Baby”, approvano il suo giudizio critico nei confronti di certo sindacalismo bolso e obsoleto, apprezzano la riforma del mercato del lavoro, quella della scuola e la resistenza allo straripamento del potere della Magistratura. E così, finisco per concordare con il giudizio dell’Ambasciatore Sergio Romano, che evoca i cartelli affissi nei saloni del Far West: “Non sparate sul pianista. Non ne abbiamo altri”.

    E’ certo che quelli della ditta post-comunista lo vogliono liquidare. Spero poi che a nessuno dei nostri verrà in mente di aggregarsi a Pippo Civati (‘Il Foglio’ lo chiama l’indossatore), a Stefano Fassina l’acrimonioso e al vetero-comunista di San Polo d’Enza, Maurizio Landini, tutti intenti a creare un nuovo PSIUP con cent’anni di ritardo. Tuona Alfredo Reichlin: ”Renzi è un ignorante che non può asfaltare i valori del centro-sinistra”. In realtà questi “valori” sono difficilmente riconoscibili, mentre è certo che il centro-sinistra della seconda Repubblica è corresponsabile del declino che è davanti a noi.

    Leggo in questi giorni un editoriale di Claudio Martelli duramente critico nei confronti del Presidente del Consiglio, “forte in casa e debole in Europa”, abile “nel dileguarsi dagli scenari di crisi più preoccupanti: l’Ucraina e la Grecia”.

    Certo, il pensiero politico di Renzi, che sembra incentrato sul lascito di Nelson Mandela e Giorgio La Pira, è assai scarno.

    Noi, invece, un pensiero politico forte lo possediamo: è quello del socialismo-liberale rivendicato da Mauro Del Bue. Quando cominciò a brillare la stella di Renzi il nostro Covatta condivise con il nuovo Presidente del Consiglio l’evocazione di Telemaco e disse che Telemaco doveva tenere in gran conto i consigli di Ulisse; e dunque, oggi, degli “ulissidi” del liberalsocialismo. Finora l’ascolto è stato minimo.

    Perchè ciò possa avvenire, dobbiamo mobilitare le nostre energie per presentare al Governo, al Partito democratico di cui siamo alleati e all’intero Paese, le nostre proposte.

    Discutiamone insieme su questo piccolo, glorioso giornale.

    Fabio Fabbri


    Liberalsocialismo, stella polare: per noi e l?Italia | Avanti!
    Ultima modifica di Frescobaldi; 03-07-15 alle 10:44
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    Cosa fare noi


    Detto e ripetuto quel che non dobbiamo fare, e cioè seguire quei pochi che ci indicano la sinistra radicale come approdo e invitandoli a scegliere tra la militanza nel Psi e quella in Risorgimento socialista perché non si possono perseguire due linee contrastanti nello stesso partito, vengo a scrivere quel che dovremmo fare noi. Noi che abbiamo contribuito a determinare le scelte politiche del congresso di Venezia e che abbiamo il compito di dirigere questo nostro piccolo partito.
    Intanto dovremmo sapere subito su quanti parlamentari possiamo contare. Alla Camera esistono alcune smagliature e tendenze non sempre compatibili con la nostra autonomia. Tendenze a recepire qualche sollecitazione del Pd e a fare i conti con una legge elettorale che induce all’adesione ai grandi partiti. Ma adesso possiamo soprassedere e concentrarci sul Senato, dove possiamo contare su tre voti certi. Il nostro unico obiettivo politico, che è condizione di vita o di morte, deve essere la riforma dell’Italicum, una legge che personalmente non avrei votato nemmeno alla Camera.
    Il premio alla lista e non alle coalizioni rende praticamente impossibile la formazione di piccole liste autonome e non apparentate capaci di raggiungere il tre per cento. Il voto utile le travolgerebbe. Questo vale per noi, per una micro coalizione con noi, forse anche per il Nuovo centrodestra. Allora la nostra proposta deve essere la seguente: visto che la riforma costituzionale al Senato pare in bilico, noi dobbiamo condizionare il nostro voto favorevole al cambiamento della legge elettorale proprio sul punto del premio alla lista, affinché venga reintrodotto il premio alla coalizione con relativi apparentamenti.
    Questo lo potremmo fare in accordo col Nuovo centrodestra che assumerà il suo nuovo nome di area o partito popolare. D’altronde sia il partito di Alfano sia noi siamo parte integrante della coalizione di governo. Non si tratta di pretesa eccessiva, né ingiusta e nemmeno inopportuna. Si tratta di tutelare non solo la nostra esistenza che non può frantumarsi nella cieca adesione a una solidarietà di governo, ma anche di garantire il rispetto della volontà dei cittadini che, come emerso chiaramente alle elezioni regionali, non aderiscono a una forma di bipartitismo o di tripartitismo (compreso Grillo), ma orientano il loro voto in modo pluralista. Questo, e qui sta l’aspetto di opportunità del centro-sinistra, dovrebbe comprendere anche il Pd. Già il sogno del partito a vocazione maggioritaria di veltroniana memoria ha favorito la vittoria di Berlusconi, oggi l’illusione europea del quaranta per cento di Renzi può anche finire in modo analogo. Meditate, dunque. E leggete l’Avanti.

    M. Del Bue

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    Predefinito Re: Avanti!

    I quattro temi del Psi. Cominciamo dalla democrazia

    Ci viene sovente rimproverato di non avere contenuti originali. Dunque di non approfittare della nostra presenza in Parlamento e della nostra organizzazione sul territorio per caratterizzarci. Abbiamo ormai definito un percorso che ci porterà tra poco alla celebrazione della nostra conferenza programmatica. Propongo quattro temi e alcune idee concrete. Cominciamo dal primo: la democrazia. Sabino Cassese sul Corriere di quest’oggi sostiene la validità della riforma costituzionale e cita a tale proposito le posizioni, nel Psi, di Massimo Severo Giannini, all’epoca capo di gabinetto di Nenni, che avanzò, nel congresso nazionale del 1946, una opinione favorevole al monocameralismo. Lo stesso Cassese ricorda poi le parole di Calamandrei nel dibattito alla Costituente, favorevoli a garantire una maggiore stabilità dei governi, posizione che non fu recepita nel dettato costituzionale. E certo fu un errore dovuto alle convinzioni del tempo, fortemente condizionate dall’eredità fascista.
    È vero. Il bicameralismo all’italiana e la mancanza di garanzie della stabilità dei governi sono problemi tuttora insoluti e che la riforma costituzionale solo parzialmente risolve. Si poteva risolverli anche solo distinguendo le funzioni di Camera e Senato, magari con una diminuzione complessiva di parlamentari, si potrebbe ancora risolverli attraverso l’elezione diretta dei senatori, si poteva anche risolverli prima semplicemente eliminando il Senato. Quel che non comprendo è quanto influisca la riforma costituzionale nella stabilità degli esecutivi. Solo per il venir meno del doppio voto di fiducia? Mi sembra poco per costruire una democrazia governante della quale noi abbiamo prima di altri intuito la necessità. Influisce sì, ma solo incastrando la riforma costituzionale con l’Italicum che Cassese non prende neppure in considerazione. Così come non considera molte altre cose, tutt’altro che marginali.
    Egli sostiene che la riforma costituzionale assieme a molti altri ingredienti, tra i quali i nuovi mezzi d’informazione, non indebolisce la democrazia e il potere del popolo, ma non prende in esame tutte le novità introdotte nel corso di questo ventennio che fanno della nostra democrazia un sistema invero anomalo con un’inusitata serie di sottrazioni di potere al popolo. Di questo i socialisti devono innanzitutto occuparsi. Dall’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle province fino a quella dei governatori regionali, si è introdotta la regola dell’espropriazione dei consigli elettivi. Cioè il sindaco o presidente eletto, in realtà designato da una lista o da una coalizione di liste, può scegliere i suoi assessori e nominarli senza passare dal Consigli. Anzi, nella maggior parte dei casi i nominati non sono gli eletti e vengono addirittura stabilite forme di incompatibilità tra nominati ed eletti. I nominati, nella sostanza, contano assai di più degli eletti. E questo è veramente singolare.
    I Consigli elettivi hanno perso non solo questo potere. Generalmente sono ridotti a cassa di risonanza per mozioni, interpellanze e interrogazioni. La riforma delle province si è solamente limitata ad abolire l’ente elettivo, i consigli provinciali, partorendo così un semplice ente di secondo grado, espressione dei comuni. Al Senato, che resta in carica sia pur composto di sole cento unità, viene riservata identica sorte, eliminando l’elezione diretta. L’Italicum stabilisce che i capilista siano tutti nominati. Attenzione. Siccome si ipotizzano circa cento collegi, la maggior parte delle liste che non supereranno i cento eletti avranno solo deputati nominati. E siccome tutti i nominati, dagli assessori comunali e regionali, ai senatori e ai deputati, saranno nominati dai capi, cioè dai monarchi istituzionali o politici comunali, regionali e nazionali, noi stiamo costruendo un sistema in cui è il capo che si sostituisce al popolo. È lui, e non il popolo, che designa i poteri delle varie istituzioni italiane. È inutile poi aggiungere che il sistema politico italiano non si regge quasi mai su regole democratiche e che nessuno vigila sui vari statuti che dovrebbero essere coerenti coi dettati costituzionali. Aggiungo che l’idea renziana, secondo la quale qualcuno necessariamente deve vincere le elezioni politiche, in una repubblica parlamentare è anch’essa irrispettosa della volontà popolare, perché il popolo potrebbe anche scegliere che nessuno vinca. Ma qui si entra nel merito dalla mancanza di scelta tra repubblica presidenziale, che in Italia non c’è nella forma, ma c’è ormai nella sostanza, e Repubblica parlamentare, che in Italia c’è nella forma, ma non più nella sostanza.
    Le proposte nostre? Rinviare alla scelta di fondo tra modello parlamentare e modello presidenziale. Noi siamo sempre stati favorevoli a un modello presidenziale e non rifuggiamo dalle nostre vecchie convinzioni. Ma tale scelta dovrebbe essere competenza di una nuova assemblea Costituente alla quale demandare anche i provvedimenti conseguenti. Intanto si potrebbe procedere a eliminare talune forzature abolendo tutte le incompatibilità tra assessori e consiglieri, riportando più potere ai consigli, ripristinando una forma di eleggibilità dei senatori e rivedendo l’Italicum anche nelle forme già descritte nel fondo precedente. Aggiungerei due parole sulla democrazia dell’informazione. Soprattutto sulla Rai che dovrebbe essere servizio pubblico e chiedere regole da rispettare nell’esercizio della diffusione delle notizie sui Tg e negli inviti ai talk show. È ora si smetterla con le sponsorizzazioni di personaggi senza partito, di leader di partiti senza parlamentari e chiudere questo ciclo di assurdo ostracismo dei confronti dei socialisti.




    M. Del Bue




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