
Originariamente Scritto da
cireno
Calcutta è una città incredibile, perfino assurda. Vero, qui i camion del comune tutte le mattine si portano via qualche decina di morti per strada, di fame, di stenti, di malattia.
Varanasi è un luogo allucinante, alla mattina all’alba si scende verso il Gange e si passa in mezzo a una fila di lebbrosi coperti fino agli occhi che hanno la ciotolina davanti in cui TUTTI, tutti, mettono qualche rupia. E sulla sponda del Gange ci sono i sadu nudi, vestiti di sola cenere, che fumano spinelli grossi come cetrioli. E lettini, lettini per i vecchi che vengono da tutte le parti per morire sulla sponda del fiume sacro e vivono lì fino a che l’ultimo respiro li porta via. E pire di legname dove si bruciano i morti, cinquanta, cento ogni giorno, e gente vestita con quattro stracci, con le gote infossate che parlano di fame antica. E più sopra il castello del maharaja, un uomo che di solito vive sraiato su miliardi. Eppure, ripeto, la vita si svolge in maniera “più umana”, elefanti colorati che camminano per strada, in mezzo a vacche sacre, a scimmiette che saltano sui tetti, tutto è un’altra dimensione, per me assolutamente attraente, richiamante: perché? Non lo so.
Io invece vado in Sicilia, una regione che amo molto, ma non vado più a san Vito o in altri luoghi del turismo, ma nelle isole, dove la vita è veramente quella che a me piacerebbe vivere. E quando torno a Milano mi viene sempre voglia di chiudermi in casa, ma non posso, perché qui si deve lavorare, correre, ansimare, sudare, scalare, arrivare. Fanculo.