





In realtà, a voler essere precisi, se uno pensa all'eroe antico si tratta di qualcosa di molto più "individualistico" e amorale rispetto per esempio al cavaliere medioevale, tutto sommato parlare del fine, della parte della barricata e di spirito di sacrificio è già aggiungere qualcosa al concetto. Non condivido neanche il disprezzo con cui viene pronunciata la parola "mercenario", onore al mercenario sprezzante che tiene fede fino all'ultimo al suo contratto tra il fischiare delle pallottole.


perché, non potresti trovare sia il temerario che il coraggioso presso le Termopili a resistere ai persiani? il punto è che il folle difetta di senno e il temerario non ha coscienza del pericolo (ciò che li distingue dal coraggioso è il difetto intellettuale, non l'orientamento al fine)
Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.


Non c'è coraggio, senza paura.
Aurevoir...


C'è coraggio quando c'è la piena coscienza del pericolo e delle conseguenze ma lo si affronta ugualmente. Come già detto, il temerario non è coraggioso perché non è consapevole del pericolo e delle sue conseguenze. In pratica non si può mai distinguere un gesto coraggioso da un gesto compiuto da un temerario (da un folle sì, in quanto il folle è appunto folle in tutte le situazioni), non essendo possibile sapere qual è la consapevolezza di chi compie il gesto.
Spaghetti e pistole


L'istinto di sopravvivenza lo abbiamo tutti.
Anche il coraggio nella difesa ad esempio dei propri congiunti non è ancora una nozione netta di coraggio per quanto sia meritevole.
Il coraggio come "appannaggio del Fascismo" -per usare la tua espressione- si ha quando esso è impegnato in uno scopo sovraindividuale ed è esercitato con l'impersonalità di un dovere assoluto (al di là delle forme concrete che possono essere quelle guascone dell'arditismo o quelle algide del soldato "professionista").
Riguardo al caso del mercenario ecc....tutto perfettamente vero quello che osserva Orco, ma anche là non è forse, in un modo o nell'altro, la fedeltà ad una idea superiore di "dover essere"?
Ultima modifica di amerigodumini; 17-04-15 alle 14:12


Distinguo due tipi di consapevolezza: una è quella del pericolo e l'altra è quella delle conseguenze se non si corre quel pericolo. Il coraggio, in senso generico, ha a che vedere con la prima. Se ci si concentra sulla paura di non avere il coraggio / di non compiere una determinata azione nonostante il pericolo, mi sembra che il coraggio diventi un obbligo, come se non ci fosse alternativa, una sorta di destino più che un gesto eroico.
E questo mi aiuta a comprendere il senso di quest'altro:
che mi sembra quasi una dedizione ascetica.
La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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Ultima modifica di amerigodumini; 17-04-15 alle 15:37

