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Discussione: Revisionismo

  1. #51
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    Predefinito Riferimento: Revisionismo

    Massimo Introvigne mistifica la storia del revisionismo/negazionismo
    di Miguel Martinez - 14/05/2009

    Fonte: kelebek [scheda fonte]



    Sono ormai dieci anni che seguiamo le vicende del tuttologo e dirigente di Alleanza Cattolica, l'avvocato Massimo Introvigne (qui potete leggere una breve presentazione di questo particolarissimo personaggio ).

    Massimo Introvigne adotta sempre la stessa tecnica.

    Si lascia presentare come il massimo esperto mondiale in qualunque campo di cui si stia parlando. In quanto esperto, spiega, lui è non-judgemental (l'inglese lo pronuncia discretamente), cioè non esprime giudizi ma guarda i fatti.

    Elenca quindi una serie di fatti, e lo fa bene, perché conosce il linguaggio scientifico abbastanza da apparire uno scholar, mentre conosce anche le tecniche di divulgazione, in modo da risultare sempre comprensibile.

    Dei fatti che elenca, nove portano inevitabilmente il lettore in una direzione e uno nell'altra, dimostrando così che lui prende in considerazione tutti i punti di vista.

    Il trucco sta nella scelta del campo. Introvigne si appiglia a notizie clamorose, che però riguardano qualche realtà di cui nessuno sa niente: Scientology, satanismo, testi apocalittici islamici, regolamenti ecclesiastici sul celibato, gruppi di estrema sinistra...

    Trattandosi di luoghi inesplorati, Introvigne può selezionare i propri fatti come vuole. In genere, non se li inventa di sana pianta, anche se qualche volta succede. Di solito, basta escludere tutto ciò che non indirizza il lettore dove vuole lui.

    Anche questa settimana, Massimo Introvigne ci offre un campionario di tutta la sua retorica.

    Facendo riferimento al caso del vescovo lefevriano Richard Williamson, Introvigne ha scritto un lungo articolo dall'apparenza dotta, per Il Domenicale, l'inqualificabile settimanale culturale di Marcello Dell'Utri.

    Il testo di Introvigne si intitola "Le origini di sinistra del negazionismo dell’Olocausto: in margine al caso Williamson “La via del negazionismo? Prima a sinistra”".

    Ora, gli scritti degli anticlericali (con qualche eccezione) offrono campionari straordinari di ignoranza e confusione cariche di emotività; immaginatevi poi un anticlericale medio che scrive di negazionismo/revisionismo. Quindi basterebbe qualche riga per rispondere loro [1].

    Invece, Introvigne decide di esagerare, tanto pensa che nessuno sappia in realtà nulla di sedevacantisti, revisionisti e gruppetti politici minoritari.

    Leggendo l'articolo di Introvigne, il lettore, dopo aver visto una gran quantità di fatti curiosi e sconosciuti (veri, o come vedremo presunti), il lettore si convince da solo che:

    1) Il negazionismo/revisionismo, come i Gulag, le tasse e la pioggia, è colpa dei comunisti.

    2) Esiste un saldo fronte occidentale che unisce la destra politica, gli alleati vincitori della seconda guerra mondiale, lo stato d'Israele, i cattolici e gli ebrei.

    3) Contro questo saldo fronte occidentale, si schierano vari folli islamonazicomunisti, ma in testa ci sono sempre - come abbiamo visto - i comunisti.

    4) La Società San Pio X è tutta dentro il fronte occidentale, salvo qualche mela marcia caduta vittima della propaganda comunista.

    Mica lo dice Introvigne. Lo dicono i Fatti.

    Fatti che Introvigne ha selezionato accuratamente prima.

    Introvigne dice alcune cose vere. Ad esempio, che il padre di Monsignor Lefèbvre era nella resistenza antinazista francese ed è morto nel lager di Sonnenburg. Oppure che il revisionismo storico francese (e in parte quello italiano) è stato soprattutto un fenomeno di "sinistra".

    Ma Introvigne semplicemente rimuove tutto il revisionismo anglosassone e germanico, influente quanto e forse più di quello francese. Basti pensare al più noto revisionista [2], l'inglese David Irving, incarcerato in isolamento in Austria per 400 giorni per alcune frasi dette durante una conferenza tenuta sedici anni prima. David Irving non è un "neonazista", ma è sicuramente un tipico conservatore di destra inglese: per capirlo, è sufficiente leggere il suo diario dal carcere.

    Però Introvigne ha fatto i conti senza l'oste. Serge Thion, uno studioso francese proveniente dall'estrema sinistra non stalinista, e che ha vissuto una vita avventurosa lavorando con la resistenza algerina e poi con quella vietnamita, può essere considerato un esperto di revisionismo. E' stato infatti espulso dal Centro Nazionale Francese per la Ricerca Scientifica (dove lavorava come esperto dell'Asia Sudorientale) per il suo sostegno ai revisionisti/negazionisti francesi.

    Serge Thion ha scritto un articolo che potete leggere sul blog di Andrea Carancini. Thion ha le sue posizioni, che non sono le mie. Ma il suo articolo è importante perché demolisce tutta la ricostruzione storica, apparentemente così pacata e obiettiva, di Massimo Introvigne, rivelandone la natura strumentale.

    Nota:

    [1] Favolosa l'accusa al Papa di aver "tolto la scomunica al vescovo negazionista", mentre Benedetto XVI ha semplicemente revocato la scomunica personale contro quattro individui, accusati di aver accettato un'ordinazione episcopale illecita nel 1988. Una vicenda che non ha nulla a che vedere con la storia della Seconda guerra mondiale, ma molto con il fatto che in Francia e in certi paesi latinoamericani, i sacerdoti "tradizionalisti" iniziano a superare di numero quelli della Chiesa "ufficiale".

    Comunque, anticlericali e clericali formano ciò che a Roma chiamerebbero una bella coppia. Il vescovo di Treviso, Andrea Bruno Mazzocato - attaccando il sacerdote della San Pio X don Floriano Abrahamowicz - afferma il politicamente corretto estendendo il concetto di infallibilità pontificia anche alla storiografia. Seguite attentamente la logica di questa sua dichiarazione:
    "E' infondata ed estranea al sentire cristiano l'affermazione di don Floriano Abrahamowicz. Ogni posizione che prende le distanze dal pensiero del Papa - ha sottolineato il vescovo - è da considerare storicamente infondata".
    [2] Citiamo il nome di Irving per la sua notorietà. In realtà, David Irving sostiene una posizione molto particolare che non si può definire "negazionista". Scettico su Auschwitz, in un'intervista a The Guardian ha dichiarato

    "A mio avviso, le vere operazioni omicide si sono svolte nei campi Reinhardt a occidente del fiume Bug. Nei tre campi che si trovavano lì [Sobibor, Belzec e Treblinka], gli uomini di Heinrich Himmler hanno ucciso forse addirittura 2,4 milioni di persone nei due anni fino all'ottobre del 1943".

  2. #52
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    Predefinito Riferimento: Revisionismo

    Andrea Carancini: Piccolo Belzebù Introvigne contro i revisionisti

    martedì 12 maggio 2009

    Piccolo Belzebù Introvigne contro i revisionisti



    Massimo Introvigne ha scritto nei giorni scorsi un articolo in cui attacca i revisionisti dell’Olocausto.[1] Su Introvigne esiste un corposo (e qualificato) dossier sul sito di Miguel Martinez[2]. Alle inesattezze di Introvigne risponde Serge Thion, cui segue una mia postilla.

    Andrea Carancini

    SALVARE I LEFEBVRIANI – Un commento all’articolo di Introvigne “Le origini di sinistra del negazionismo dell’Olocausto”

    Di Serge Thion, 10 Maggio 2009[3]

    Massimo Introvigne è autore, largamente screditato, di una quantità industriale di libri sulle “nuove religioni”, di cui è sospettato essere – da molti anni - un propagandista occulto. E’ considerato vicino all’Opus Dei e ad altre correnti ultraconservatrici della Chiesa Cattolica, se non addirittura un sostenitore delle sette.

    Ma dimentichiamo per un attimo le sue dubbie origini e il suo tortuoso orientamento politico e concentriamoci sull’immagine che dà delle origini di quello che lui chiama, insieme a molti altri cripto-sionisti, il negazionismo, o negazione dell’Olocausto. Naturalmente, nessuno che venga bollato in tal modo accetta questa definizione ridicola. I “negazionisti” non hanno lo scopo di “negare” nulla: essi richiamano l’attenzione sulla debolezza di alcune versioni ufficiali della seconda guerra mondiale e intendono correggerle, nel senso di riscrivere la storia per farla quadrare con i fatti reali. Per questa ragione, essi credono che la parola giusta è “revisione”, di qui il termine “revisionisti”. La definizione scelta da Introvigne tradisce un punto di vista pregiudiziale e un’implicita ostilità. I revisionisti sono abituati a questo approccio fazioso.

    Reagendo all’affare Williamson, egli dice che la versione dei media, secondo cui il revisionismo è un fenomeno “di destra” o ascrivibile al “fascismo” sembra “plausibile” ma non è vera. Egli non spiega che quest’immagine viene da una propaganda puramente ebraica, che martella da 40 anni lo stesso tema per screditare il revisionismo e rifiutare di discuterne gli argomenti.

    Egli dice che il “negazionismo” si compone di tre elementi. Esso nega che il regime nazista abbia mai avuto l’intenzione di sterminare gli ebrei (in realtà, i revisionisti dicono che non vi sono documenti per provare che vi fosse una tale intenzione. Finora gli storici non sono riusciti a fornire tali documenti, e non riescono a spiegare il perché). Esso nega l’esistenza delle camere a gas (i revisionisti dicono che nessun luogo identificato come una “camera a gas” è stato dimostrato che fosse veramente tale. Di solito essi dimostrano che era fisicamente impossibile). Ed esso riduce il numero degli ebrei uccisi nei campi a tal punto che queste cifre tendono allo zero. Questa è una patente menzogna. Le cifre vengono sempre discusse dagli storici. Le autorità dei musei dei vari campi hanno ampiamente ridotto i numeri degli uccisi forniti dopo la guerra dagli alleati. Si tratta di un fenomeno normale e mostra che c’è ancora del lavoro da fare in base ai documenti. Tra i revisionisti, non c’è accordo su nessuna cifra, ma certamente nessuno prende in considerazione una cifra prossima allo zero.

    Introvigne inventa una nuova sociologia con un nuovo concetto di “conoscenza scartata” – scartata dall’opinione degli accademici. Naturalmente, la storia delle idee è sempre caotica e le idee possono avere un breve spazio di vita. Ma creare una categoria di “conoscenza scartata” sembra un punto di vista dogmatico o staliniano, che diventa rapidamente insostenibile. Egli si riferisce anche agli eventi dell’11 Settembre, senza accorgersi che anche la tesi ufficiale è “complottista”. Se 19 arabi hanno deciso di colpire le Torri, è stato un complotto arabo. Non c’è nessun attacco a sorpresa senza un complotto. Lasciamo stare questa storia ridicola. Egli aggiunge anche un’altra fandonia: il Vescovo Williamson avrebbe frequentato questi negazionisti dell’11 Settembre e sarebbe stato progressivamente attratto verso il negazionismo dell’Olocausto. Niente è più lontano dalla verità. Il Vescovo Williamson si interessò, mentre era in Canada, ai processi canadesi di Ernst Zündel (del 1985 e del 1988) e si convinse che il revisionismo aveva ragione quando vide la misera performance dei testimoni a favore della storia ebraica ufficiale. Introvigne non ha saputo cogliere questo importante aspetto della questione. Williamson è un “figlio legittimo” di Zündel. L’espansione del revisionismo ha delle spiegazioni logiche e razionali. Chiunque può convincersene, qualunque siano le sue convinzioni religiose, politiche e nazionali.

    Passando alla storia del “negazionismo dell’Olocausto” egli parla, giustamente, di Bardèche, uno scrittore francese, di idee fasciste, ma non menziona i suoi libri – Nuremberg ou la Terre promise, e Nuremberg ou les faux-monnayeurs - che provocarono una controversia a Parigi nel 1948, e una condanna al carcere per il loro autore. Fu una conseguenza dell’incauta pubblicazione delle trascrizioni del Processo di Norimberga, che diede ad ogni lettore l’opportunità di seguire il processo e di valutare le testimonianze, i documenti, i commenti degli avvocati - e di porsi delle domande. Anche Rassinier fu un lettore avido e meticoloso di questi 42 volumi, così come lo sono stati Faurisson, Mattogno, Porter (che ha letto anche le trascrizioni del Processo di Tokio) e molti altri. Si tratta della Bibbia dei revisionisti e all’epoca non esisteva nessun altro studio e nessun’altra raccolta di documenti su questo avvenimento. Non esiste una traduzione italiana. La traduzione russa non è mai stata pubblicata. Pensiamo a tutto ciò! Anche se spesso viene dimenticato, il primo libro sull’argomento venne scritto da uno scrittore svizzero, Gaston Amaudruz, e pubblicato a Parigi: Ubu Justicier. Ma Introvigne attribuisce la nascita del revisionismo a un autore di sinistra, Paul Rassinier, anche se lui non sa che questi due autori – Rassinier e Bardèche – ebbero una corrispondenza, che qualche volta è stata citata nelle loro biografie. La conoscenza di Introvigne della carriera politica di Rassinier è un po’ scarsa. Egli ritiene, a torto, che Rassinier divenne un pacifista dopo la seconda guerra mondiale. In realtà Rassinier pacifista lo è sempre stato, come quelli che avevano combattuto nella prima guerra mondiale e avevano visto i massacri nelle trincee. All’epoca era troppo giovane per essere arruolato, ma suo padre lo era stato, e riportò a casa la visione di quegli eventi terribili. Come altri scrittori ben conosciuti, come Louis-Ferdinand Céline o Jeab Giono, pensava che niente potesse giustificare la ripetizione di quell’ecatombe. Egli si unì alla Resistenza contro i nazisti, a condizione di non essere coinvolto in nessuna violenza contro gli occupanti. Si dedicò alla fabbricazione di false carte di identità per quelli che cercavano di fuggire nella vicina Svizzera, di cui la maggior parte ovviamente erano ebrei. Le torture da lui sofferte per mano della Gestapo lo resero invalido per il resto della sua vita, la qualcosa è sufficiente, ritengo, a dissipare ogni idea che egli fosse favorevole ai nazisti, o una vittima della cosiddetta sindrome di Stoccolma, come qualche autore talvolta afferma.

    Egli non fu mai un anarchico integrale ma fu piuttosto un socialista libertario, che mantenne buoni rapporti con i gruppi anarchici e anarco-comunisti, soprattutto sulla base di un pacifismo radicale. Per quanto sia strano, questo tipo di persone dell’ultrasinistra sembra essere scomparso, probabilmente insieme alla generazione che ebbe un’esperienza personale dei massacri della prima guerra mondiale. Per contro, la maggior parte dei massacri della seconda guerra mondiale ricaddero sui civili (piuttosto che sui militari) e furono massiciamente concentrati nell’Europa orientale e in Unione Sovietica – e, naturalmente, in Germania, sebbene gli effetti mortiferi dei bombardamenti a tappeto anglo-americani in Francia, in Italia, e in altri paesi occidentali non debbono essere dimenticati. I bombardamenti massicci contro i civili e i massacri sono fatti quotidiani in Afghanistan e in Pakistan, ma il livello di protesta in Occidente è molto basso.

    Non è vero che Rassinier inventò l’argomento della non-esistenza delle camere a gas. Egli pensava che ve ne era stata qualcuna (in base all’argomento che “il n’y a pas de fumée sans feu”) ma argomentò che i casi in questione si trovavano all’epoca (dopo la guerra) oltre la cortina di ferro, e che era impossibile interrogare gli aspiranti testimoni e verificare le loro storie. I sovietici, che erano impegnati in una massiccia ristrutturazione dei campi di concentramento, non lo permettevano. Essi rifornivano il Tribunale Militare Internazionale di documenti, dichiarazioni giurate, interrogatori di polizia e prove che nessuno poteva verificare. In Occidente, per contro, Rassinier poteva mettere in discussione i testimoni e analizzare le loro invenzioni. Secondo Rassinier, quelli che avevano inventato così tante storie, riciclate dalla propaganda di guerra, erano i sovietici, non gli ebrei. Nadine Fresco, Pierre Vidal-Naquet, Florent Brayard e molti altri, si ingannano, cercando di dimostrare che Rassinier era antisemita. Già Lecache e Pierre-Bloch avevano cercato di stabilirlo come un fatto in una serie di processi dopo la pubblicazione de La Mensonge d’Ulysse. Ma nello stesso tempo, come possiamo vedere nella corrispondenza non pubblicata tra Rassinier e Albert Paraz, che scrisse la prefazione alla prima edizione della Mensonge, Rassinier scherzava sulla credulità dei leader delle organizzazioni ebraiche, che inghiottivano le invenzioni dei sovietici senza un atteggiamento critico. Egli pensava che fossero vittime della propaganda del Leviatano.

    Egli, da parte sua, aveva un atteggiamento critico ed era scettico. Ricordava di essersi bevuto da giovane la mitologia comunista, e la cosa lo rendeva molto cauto. Egli capì che nessuno dei racconti sulle camere a gas in Occidente, Germania inclusa, resisteva a un controllo incrociato, e che i testimoni erano dei puri e semplici mentitori. Ma la storia era massicciamente ancorata in Oriente, in Polonia, dove il KGB menava le danze, e lui non poteva viaggiare e verificare i racconti forniti dai testimoni di marca comunista. Inoltre, gli ebrei comunisti erano al vertice e perpetuavano la propaganda di guerra. Egli sollevò dubbi sulle camere a gas ma disse che non poteva raggiungere una certezza. Questa venne raggiunta dai suoi successori, Ditlieb Felderer e Robert Faurisson che, una generazione dopo, potevano inoltrarsi nella Polonia comunista e trovare documenti negli archivi semi-aperti che stavano lì. I testimoni, in gran parte, o erano già morti o si erano trasferiti in Israele. E’ stato Claude Lanzmann che li ha rintracciati lì, li ha pagati profumatamente con valuta israeliana e li ha filmati in quell’esercizio propagandistico conosciuto come il film Shoah.

    L’ossessione di Rassinier dopo la guerra fu quella di filtrare i racconti di guerra ed eliminare le invenzioni delle centrali della propaganda nera per riuscire a raggiungere la verità, come era stato fatto dopo la prima guerra mondiale da parte di autori ben conosciuti come H. E. Barnes negli Stati Uniti, Arthur Ponsonby in Inghilterra e Jean-Norton Cru in Francia (Témoins). Per lui, si trattava di un’opera legittima, razionale e oltremodo necessaria. Non poteva prevedere che l’instaurarsi in Europa della Guerra Fredda avrebbe congelato le posizioni della seconda guerra mondiale e avrebbe perpetuato i temi della propaganda nera. Le critiche venivano viste come una sorta di tradimento. E Rassinier, prima in Parlamento, poi nei tribunali e sulla stampa mainstream, quindi nei libri di storia e di nuovo sulla grande stampa, viene trattato come un traditore, come un attivista pro- o neo-nazista, il che è semplicemente ridicolo. Ovviamente il tempo per un giudizio equilibrato, che tenga conto dei suoi errori o delle sue scelte malaccorte, ma anche della sua ricerca solitaria e coraggiosa e dei risultati da lui raggiunti, ancora non è arrivato.

    Introvigne sbaglia quando qualifica Rassinier di essere stato un “dirigente importante di organizzazioni anarchiche e pacifiste”. Non era un leader. La sua attività non era organizzativa ma analitica: scrisse un flusso continuo di articoli di economia e, come attività collaterale, di politica, non dimenticando le sue origini marxiste. In realtà, egli predilesse quest’attività dall’inizio degli anni trenta fino alla morte.[4] Ovviamente, Introvigne non è preparato. E riguardo ai suoi commenti su Bordiga, e su altri esponenti dell’estrema sinistra, mi sembra che un’esponente di destra come lui non sia qualificato. Ricalcando Valérie Igounet e la sua scarsa erudizione, egli dice che Pierre Guillaume (La Vieille Taupe) fu “il più importante leader militare del movimento del Maggio del ’68 francese a Parigi”. Questo è totalmente ridicolo: il Maggio 68 non ebbe alcun aspetto militare. D’altronde, quello che dice sul pamphlet bordighista “Auschwitz o il Grande Alibi” è più o meno esatto, sebbene esso non abbia avuto alcun ruolo nella formazione del revisionismo. Egli ha ragione a non attribuire il saggio allo stesso Bordiga; venne scritto a Parigi e abbiamo fornito il nome del suo autore: Axelrod (soprendentemente, è lo stesso nome del più stretto consigliere di Obama…). Egli si sbaglia nel dire che la Vieille Taupe “inserì” la tesi di Faurisson in un contesto bordighista. E’ una pura fandonia. Guillaume non è mai stato un “bordighista”, né nessun altro della Vieille Taupe. Dopo di che, Introvigne tratta il ruolo di un piccolo gruppo che pubblicò La Guerre Sociale, e altri elementi di sinistra.[5] Egli non coglie il significato generale di queste controversie che, va riconosciuto, hanno qualcosa di bizantino.

    Volgendosi all’estrema destra, Introvigne giustamente menziona François Duprat, che morì nel 1978 in un attacco terroristico con una bomba messa sulla sua macchina. Sebbene fosse un attivo revisionista, non si può dire per quale precisa ragione venne ucciso. Gli assassini non vennero mai identificati. Ma la nostra conoscenza di quel periodo ci indirizza verso qualche servizio segreto. Introvigne dimentica di menzionare il ruolo di Duprat nella pubblicazione in lingua francese – e nella sua massiccia distribuzione – di un pamphlet inglese, Did Six Million Really Die? [Ne sono morti davvero sei milioni?] che fu realmente il punto di partenza della consapevolezza pubblica del revisionismo. Introvigne cerca di coprire i lefebvriani ma tutti sanno che essi furono molto solidali con la tesi revisionista, fin dall’inizio. Per anni, Pierre Guillaume ha distribuito volantini, la domenica mattina, nella chiesa lefebvriana di Saint-Nicolas-du-Chardonnet a Parigi. Quest’imbarazzata negazione mostra lo scopo dell’articolo di Introvigne: tenere i cattolici di destra il più lontano possibile dalla tentazione revisionista. Inchinarsi agli ebrei e tenere un basso profilo. Imitare Ratzinger. Naturalmente, non tutti i lefebvriani sono come Mons. Williamson, ma egli è rappresentativo di almeno una gran parte di loro. Anche se questo non appare nei discorsi pubblici. Questo è il caso di un gran numero di persone. Alcuni sondaggi hanno dato un 20% favorevole al revisionismo. Ma sempre come opinione privata. Questa dittatura delle leggi ingiuste è un fenomeno molto antico. Ma il diritto di combatterle lo è altrettanto.

    POSTILLA

    Di Andrea Carancini

    L’articolo di Introvigne è interessante per due ragioni:

    1. Al di là dei contenuti, esso nasce dalla paura che le argomentazioni del revisionismo diventino di dominio pubblico. Per rendersene conto basta leggere su internet considerazioni del genere: “«Quali sono queste inconfutabili prove storiche che dimostrano che le camere a gas non furono usate per sterminare delle persone? Nel video dell’intervista al “vescovo” Williamson riportato dal Corriere Online non ce n’era traccia. (…) Quello che mi stupisce è che nessuno neghi le affermazioni dei lefevriani citando dati di fatto, studi scientifici, letture varie che abbiano saputo tener testa e affondare le tesi del rapporto Leuchter e i suoi successivi approfondimenti e sviluppi. (…) Continuo a chiedere che si faccia luce su una questione importante e chi conosca prove inconfutabili ne dia notizia. Aiutando a capire» (da un commento apparso su Corriere.it). Di fatto occorre riconoscere che si sta delineando una realtà preoccupante. Il negazionismo «sta facendo breccia; cresce il numero di chi non osa ammetterlo, ma viene impressionato e turbato da certe argomentazioni. E sapete perché? Per il fatto che se ne perseguitano i sostenitori e che li si condanna senza dar loro il diritto di parlare e senza controbattere. Ma in questo modo si crea nell’opinione pubblica la crescente sensazione che se ne abbia paura, e che essi stiano dicendo cose vere: e questo sì può costituire la premessa a una nuova ondata di pregiudizio antisemita» (Franco Cardini)".[6]



    2. A un certo punto del suo articolo, Introvigne ascrive il revisionismo a “una certa sinistra anarchica, insurrezionalista e “comunista di sinistra””. Il termine "anarchica" associato a "insurrezionalista" farà alzare il sopracciglio a qualche ispettore della Digos. Questo dimostra che Introvigne, se ha perso il gusto – e da un pezzo – del rigore scientifico, non ha perso il gusto della delazione.[7] Il peso politico del “nostro”, però, negli ultimi anni sembra un po’ ridimensionato.

    Quindi, il problema dei nemici del revisionismo rimane il medesimo: quello di trovare “dati di fatto, studi scientifici, prove inconfutabili”, come qualcuno comincia a chiedere. Non sembra un problema di facile soluzione.

    [1] Le origini di sinistra del negazionismo dell’Olocausto: in margine al caso Williamson “La via del negazionismo? Prima a sinistra”, di Massimo Introvigne
    [2] Massimo Introvigne, fondatore del CESNUR
    [3] Traduzione di Andrea Carancini
    [4] Una collezione dei suoi articoli, come pure tutti i suoi libri, sono disponibili a chiunque voglia farsi un’opinione: Archive Rassinier de l'AAARGH
    [5] I lettori interessati possono consultare i documenti di quel periodo sul sito aaargh suddetto.
    [6] Il Sussidiario.net :: STORIA/ La “tigre di carta†del negazionismo
    [7] Introvigne riuscì nel 1998 a far inserire nel “Rapporto sulle sette” del ministero dell’Interno i suoi ex amici lefebvriani: Cristianita' - Molto rumore per nulla? Il "rapporto italiano sulle sette" . Dieci anni dopo “segnalava” dalle colonne de Il Giornale il Campo Antimperialista: Se le Brigate rosse ripartono dalle moschee, di Massimo Introvigne .
    Pubblicato da Andrea Carancini a 13.11

  3. #53
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    Predefinito Riferimento: Revisionismo

    Robert Faurisson, "Il Revisionismo di Pio XII", pp. 94, €15 (ed. all'insegna del Veltro)

    Favorevole agli Alleati e soccorrevole verso gli ebrei, Pio XII era anche revisionista. È proprio il suo scetticismo di revisionista, e non una comune ignoranza dei fatti, che spiega il suo silenzio sul preteso sterminio fisico degli ebrei, sulle pretese camere a gas naziste e sui pretesi sei milioni di vittime ebree di ciò che si chiama oggi "l'Olocausto" o "la Shoah".

    Per coloro che lo desiderano, il solo mezzo per riabilitare la memoria del loro "papa oltraggiato" è quello di parlare il linguaggio della verità verificabile, dell'esattezza storica o, semplicemente, dei fatti. In tal modo, si darà il caso che essi difenderanno le vittime, che si contano oggi a miliardi, della "mistificazione del XX secolo" (Arthur Robert Butz).


    In appendice:
    · Un falso: "la preghiera di Giovanni XXIII per gli ebrei"
    · Secondo il Talmud, Gesù è immerso, per l'eternità, in escrementi in
    ebollizione
    · Sei domande a Giovanni Paolo II a proposito di Edith Stein
    · Una lettera di Henri Roques a Henri Amouroux

    Robert Faurisson, nato nel 1929, ha insegnato letteratura francese moderna e
    contemporanea alla Sorbona; poi, all'Università di Lione 2, ha messo a punto
    un insegnamento di "critica di testi e documenti (letteratura, storia, mezzi
    di comunicazione)".

  4. #54
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    Predefinito Riferimento: Revisionismo

    Please note that Dr Töben’s next court appearance is 10.00am, Wednesday .27th May 2009, at the Federal Court of Australia, Angas Street, Adelaide. It is expected that he will be imprisoned at this time. Anyone who is able to support Dr Töben and attend this hearing, please make a special effort.

    Please advise your intended presence to Peter Hartung
    admin@australiafreepress.org
    or
    info@adelaideinstitute.org

    Best regards,

    Peter Hartung, Director Adelaide Institute

  5. #55
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    Predefinito Riferimento: Revisionismo

    Lu dans l'hebdomadaire "Rivarol" (1 rue d'Hauteville, 75010 Paris), n° 2904
    du 7 mai 2009, p. 3:




    <Vers l'interdiction de la liste "antisioniste" de Dieudonné ?>


    Par Jérôme Bourbon


    (...)
    -- Le poids du dogme --


    Ce débat sur l'interdiction préalable de la liste de Dieudonné prouve
    également à quel point tout ce qui touche de près ou de loin au
    révisionnisme fait l'objet d'une persécution implacable et déclenche des
    réactions d'hystérie collective comme l'a montré l'affaire Williamson où les
    déclarations d'un simple évêque sans juridiction ont mis en transe la
    planète entière pendant des semaines entières. Ce qui démontre,
    contrairement à ce que veulent croire les imbéciles et les lâches, que le
    Dogme de l'"Holocauste" est une question centrale sur le plan politique,
    géopolitique et même religieux puisqu'il s'agit de substituer à l'unique
    sacrifice salvifique du Christ au Golgotha le sacrifice collectif du peuple
    juif dans la chambre à gaz. Mais il et vrai qu'il est plus confortable, plus
    prudent, surtout si l'on a une carrière à assurer, une position sociale à
    conserver, des intérêts matériels à sauvegarder, une tranquillité familiale
    à maintenir, si l'on veut être invité par les media ou obtenir la
    bénédiction d'une Rome moderniste soumise au Sanhédrin de hurler avec les
    loups et même au besoin de poignarder publiquement un camarade qui a
    "blasphémé". C'est pourquoi tant de partis politiques, même de droite dite
    radicale, de publications nationales, de sociétés religieuses, fussent-elles
    traditionalistes, se croient-ils obligés de verser leur grain d'encens à la
    nouvelle contre-religion mondialiste, ce qui, soit dit en passant, en dit
    long sur la pauvre nature humaine et ses sordides petits calculs.
    (...)

  6. #56
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    Predefinito Riferimento: Revisionismo

    Primo Levi
    Lilìt e altri racconti
    Torino, Einaudi 1981


    Per la Storia è soprattutto interessante la p. 25 (inizio del racconto "Un discepolo"), con gli ebrei ungheresi invasori - sic - ad Auschwitz nonostante, secondo la Vulgata, sterminati.


    Ma sull'altra pagina (178, la fine del racconto "Un testamento"), il paragrafo intitolato Del mentire) è proprio da non mancare.




  7. #57
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    Predefinito Riferimento: Revisionismo

    Friday, 15 May 2009

    Dear Peter,
    This is for publication:

    This country will not be a haven for fanaticism. Fanatic Jews must not be allowed to tarnish the image of ordinary Jews. If an Australian, like Dr. Toben or myself, is of the opinion that the Jewish Holocaust is a hoax, such Australian is free to express his views and to publicly offer data that would support his argument.

    If such discourse or debate happen to upset any narrow minded person, whether such person is in the legal system or otherwise, this should not be sufficient grounds to stifle debate or detract from the right to free expression.

    Any laws that criminalise free expression are unconstitutional and should be challenged for the sake and benefit of all Australians. The pretext that historical research upsets some minority group is ludicrous.

    We are indebted to Dr Toben for sacrificing his freedom in order to expose the narrow mindedness of some people in the Australian legal system, who seem to have some vested interest in making a mockery of the law of the land.

    Mohammed A. Hegazi
    Melbourne, Australia

    Mohammed A. Hegazi
    -------------------------------------------------------------------------------
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    Fact not Fiction by Mohammed A. Hegazi

  8. #58
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    Predefinito Riferimento: Revisionismo

    L'ultima battaglia (trad. cap. 15)






    Quando la verità è il destino, ora più che mai


    Abbiamo accolto l'invito di Ingrid Rimland (The Zundelsite) a tradurre e diramare una dichiarazione del ricercatore revisionista Jurgen Graf che ora vive esiliato in Russia (il testo è stato invece scritto a Teheran). La relazione è estremamente significativa e tratta l'argomento secondo un'ottica politica, storica e sociale. Di agile lettura, redatta alla fine dell'anno 2000, come riportato dallo stesso autore, prima dell'undici settembre. È bene riflettere su questo dettaglio: l'undici settembre fu forse necessario proprio perchè l'Olocausto aveva perso la sua risonanza? Dopo quella data il potere Sionista si è rafforzato ed assestato come mai prima, in modo particolare nel continente americano.

    Questo documento è quindi molto importante, per questo invitiamo te, caro lettore, ad una diffusione capillare, preferibilmente ai media ed ai politici.






    L'ultima battaglia


    di Jurgen Graf

    "La risposta alle questioni circa il nuovo ordine mondiale è in stretta dipendenza con l'apprendimento della lezione olocaustica" {Ian Kagedan, il direttore delle relazioni governative del B'nai B'rith, secondo quanto riportato dal Toronto Star il 26 novembre 1991}

    La trasformazione dell'olocausto in una religione

    La storia ortodossa dell'olocausto non ha possibilità di essere difesa con argomentazioni razionali poichè la sua assurdità è soverchiante. Siamo chiamati ad obbedire alla fata morgana di un immenso massacro compiuto da industrie omicide che non lasciano traccia alcuna - nessun documento, niente ossa, niente cenere - niente! Ancora, siamo obbligati a credere che gli Alleati, con una vastissima rete di informatori in tutta Europa ed una spia nella leadership tedesca (l'Ammiraglio Canaris, la mente dell'intelligence Tedesca), non si resero conto di questo gigantesco genocidio fino alla fine della guerra e che se fossero venuti a conoscenza del massacro avrebbero agito molto prima.




    Infine ci obbligano a credere che gli Ebrei polacchi, nell'epicentro dell'olocausto, non sapevano nulla circa le camere a gas di Auschwitz fino all'agosto 1944, mentre gli Ebrei del ghetto di Lodz non si recarono ad Auschwitz volontariamente - cosa che invece fecero, così come dimostrato da Raul Hildberg nella sua opera "Die Vernichtung der europaein Juden", p.543,544.

    Proprio per questi motivi il sistema delle democrazie occidentali, controllato dai sionisti, ed incapace di controbattere i revisionisti con serie argomentazioni, ha fatto ricorso alla censura ed alla forza bruta in modo da ridurre al silenzio i pericolosissimi eretici. E gli Ebrei sembra stiano trasformando l'olocausto in una religione. Una strategia efficacissima poichè, come evidenziato dal Faurisson, un uomo non potrà mai refutare una religione con argomenti scientifici.

    Così, i musei ed i monumenti olocaustici si diffondono come funghi negli USA e in Europa, divenendo i templi della nuova religione, dove professionisti "sopravvissuti all'olocausto", come Elie Wiesel, sono i sacerdoti di questo nuovo credo. Lo stesso Wiesel dichiara:«L'olocausto è un santo mistero, il segreto la cui conoscenza rimane limitata alla cerchia dei sacerdoti sopravvissuti» (P. Novick, L'Olocausto nella vita americana, 1999, p.211,212). Un altro alto sacerdote del culto olocaustico, Simon Wiesenthal, va oltre: «When each of us comes before the Six Million, we will be asked what we did with our lives... I will say: I did not forget you» ("S. Wiesenthal in response", vol.20, nr.1)

    Nessuna critica è permessa poichè rappresenterebbe un atto blasfemo: le domande critiche causano un fortissimo disappunto alle eterne vittime della persecuzione, gli Ebrei, e sono un tentativo per ripulire il Nazional Socialismo - la più malefica ideologia di tutti i tempi che ha reso possibile l'olocausto. Nell'attuale Germania viene considerato inammissibile comparare l'olocausto con le atrocità dei tiranni comunisti come Stalin o del dittatore cambogiano Pol Pot, perchè ciò è visto come una "relativizzazione" o "trivializzazione" del peggiore crimine della storia.




    Il propagandista Sionista francese Claude Lanzmann, produttore di un film di inesplicabile stupidità circa l'olocausto (il titolo di questo film è "Shoa", in ebraico "catastrofe", spesso usato dagli Ebrei come sinonimo di "olocausto"), non fa alcuno sforzo nel dichiarare che il culto dell'olocausto si pone in sostituzione della cristianità: «Se Auschwitz è un orrore della storia, allora la Cristianità vacilla dalle sue fondamenta. Cristo è il figlio di Dio, esso si è spinto all'estremo della sopportazione umana, patendo la più crudele delle sofferenze. [...] Se ciò che è accaduto ad Auschwitz fosse vero allora c'è una sofferenza con la quale quella di Cristo non può neanche essere comparata. [...] In questo caso, Cristo è falso e la salvezza non verrà certo da lui. [...] Auschwitz è la refutazione di Cristo.» (Les temps modernes, Paris, Dicembre 1993, p.132, 133)

    Ad oggi, una grossissima percentuale degli Ebrei non crede più in Dio, ma virtualmente ognuno di loro crede ai Sei Milioni. La leadership Sionista sfrutta l'olocausto per unire tutti gli Ebrei tenendoli in un costante stato di isteria e mania di persecuzione, insinuando che soltanto se rimarranno uniti riusciranno ad evitare una nuova tragedia.

    Non c'è bisogno di dire che pochi non-Ebrei hanno intenzione di abbracciare l'oscura religione olocaustica. Nonostante la schiacciante maggioranza degli uomini occidentali ancora creda nella versione ufficiale dell'olocausto sia essenzialmente vera (anche se c'è il sospetto che il numero delle vittime sia alquanto esagerato/gonfiato) essi vengono continuamente bombardati dal lamento eterno sulle le vittime ebraiche e della sofferenza ebraica. Molti di loro non vogliono più sentirne parlare. In Germania, delle statistiche hanno mostrato la maggioranza della popolazione avversa alla progettazione di un monumento dell'olocausto a Berlino (e non si tratta di una singola parte, non di un singolo partito politico e non di un quotidiano d'opposizione). È probabile che privatamente i politici siano anch'essi profondamente disgustati dalla litania infinita sull'olocausto come il resto della popolazione, ma non potranno mai appoggiare i revisionisti perchè danneggerebbero le vere fondamenta del sistema democratico al quale devono la carriera.

    La funzione dell'olocausto nel mondo dal 1945

    Le conseguenze politiche dell'olocausto sono state tremende. Ricordo che, ogni qual volta userò il termine "olocausto", non mi riferirò ad un fatto storico, poichè lo sterminio degli Ebrei in macellerie chimiche non è accreditabile. Ma nella mente del popolo questo olocausto è vero quanto la Seconda Guerra Mondiale o le piramidi Egizie, mentre i veri genocidi come il massacro degli Ucraini da parte dei Comunisti nel 1932/1933, sembra siano stati dimenticati.

    Ma procediamo approfondendo l'analisi delle conseguenze

    La creazione dello stato di Israele

    "Senza l'Olocausto non ci sarebbe stato nessuno stato Ebraico".
    Questa candida dichiarazione è stata fatta da un Ebreo, Robert Goldman (Frankfurter Allgemeine Zeitung, 19 Dicembre 1997, p.9); costui aveva ragione. Senza l'olocausto, il mondo non avrebbe mai permesso la fondazione di uno stato Ebraico in Palestina, appena tre anni dopo la guerra. L'era coloniale era giunta al termine proprio in quel periodo. Gli inglesi avevano già deciso di conferire l'indipendenza all'India, mentre dozzine di territori Asiatici e Africani erano sottoposti a numerosi cambiamenti per eliminare il ruolo dominante degli Uomini Bianchi. Mentre gli altri poteri stavano spingendosi al garantismo dell'indipendenza delle loro colonie, agli Ebrei in Palestina veniva permesso di intraprendere l'avventura colonialista per eccellenza, con la benedizione dell'Occidente e dell'Unione Sovietica. Per assicurare che il loro stato avesse una maggioranza Ebraica, i Sionisti procedettero con una brutalità inaudita; interi villaggi furono rasi al suolo, migliaia di Arabi furono uccisi (Deir Yassein fu soltanto uno dei molti massacri) e moltissimi Palestinesi furono espulsi dalla terra dei loro avi. Gli unici che rimasero furono assoggettati ad una severa repressione, una repressione mai vista prima.

    Come riportato sul settimanale filo-sionista Svizzero (22 Ottobre 1992), non meno di 15.000 prigionieri politici Palestinesi stavano marcendo in prigione nel 1992, e l'uso della tortura era ufficialmente sanzionato dalla Corte Suprema d'Israele nel Novembre 1996. Ma anche ora, mentre scrivo queste righe, i soldati Israeliani stanno facendo fuoco su dimostranti Palestinesi disarmati, molti dei quali bambini, ogni giorno.

    Il terrore Ebraico nella Palestina occupata non è attualmente incoraggiato o approvato dall'opinione mondiale, ma è tollerato. Dopo tutto, gli Ebrei hanno bisogno di una loro terra per proteggersi da un nuovo olocausto, e cosa sono le sofferenze dei Palestinesi se paragonate a quelle degli Ebrei sotto il regime di Hitler? Cerchiamo di distoglierci da queste illusioni: fino a quando gli uomini dell'Occidente crederanno ai Sei Milioni e alle camere a gas, questi supporteranno sempre Israele, per principio, anche se criticheranno il trattamento riservato da Israele ai Palestinesi come eccessivamente crudele.

    Senza assistenza esterna, lo stato parassita Sionista non sarebbe stato costruito. La principale fonte d'introito è costituita dagli aiuti finanziari degli USA, dal supporto dell'Ebraismo internazionale e dal pagamento tedesco per debito di guerra. Secondo fonti ufficiali, la Repubblica Federale Tedesca pagò 85,4 billioni di marchi dal 1992 (Der Spiegel, 18/1992), ma la somma reale è ben più considerevole. In aggiunta Israele ha ricevuto enormi consegne di merce da parte della Germania. Nahum Goldman, per molto tempo presidente del Congresso Mondiale Ebraico, non ne ha mai fatto un segreto; infatti scrive:

    «Senza gli introiti pervenuti dalla Germania durante i primi dieci anni dalla sua costituzione, Israele non avrebbe neanche la metà delle infrastrutture odierne. Tutti i treni sono Tedeschi, e lo stesso si può dire per le installazioni elettriche e in grandissima parte per l'industria d'Israele» (Nahum Goldman, Das juedische Paradox, Europaeische Verlagsanstalt, 1978, p.171).

    Nel 1999 la Germania ha rifornito Israele di modernissimi sottomarini adatti al trasporto di testate nucleari. Gli Israeliani non ebbero a pagare nulla - i sottomarini furono un altro lascito per la responsabilità tedesca dell'olocausto.

    L'immunità ebraica alle critiche

    Prima del 1945, la critica agli Ebrei era legittima. Oggi, non c'è scampo, anche la più insignificante critica al potere Ebraico e alla sua arroganza - per esempio sulla pesante influenza Ebraica sui mass-media dell'Occidente, o lo scioccante numero di Ebrei nell'amministrazione Clinton o Bush, o ancora l'influenza impertinente del Consiglio Centrale Ebraico in Germania - viene immediatamente schiacciata dalle urla di Auschwitz. L'effetto di queste intimidazioni è dimostrato dai seguenti fatti: la "Mafia Russa" viene regolarmente definita come l'organizzazione criminale più disgustosa al mondo. Tutti i capi di questa organizzazione sono Ebrei, spesso con passaporto israeliano. Ciò è inconfutabilmente dimostrato da Juergen Roth nella sua documentazione "Die Russen Mafia" (Rasch und Roehring, Amburgo 1996). Se il titolo di questo testo fosse "La Mafia Ebraica", l'autore verrebbe rinchiuso in una prigione tedesca ed il suo libro verrebbe bruciato. Nella Russia contemporanea ben cinque o sei dei sette oligarchi che fecero la loro fortuna con il denaro rubato al popolo russo sono Ebrei.

    Questo non viene mai menzionato dai media dell'Occidente.




    La creazione dello sdegno per la nazione Tedesca

    Dal 1945, i tedeschi sono stati marcati dalla vergogna. La tendenza prevalente fu l'odio e lo sdegno per se stessi, mentre il patriottismo ed il rispetto furono oltraggiati con disprezzo.

    Dopo la guerra contro l'Iraq del 1991, George Bush Senior, che poi divenne Presidente degli Stati Uniti, parlò pubblicamente di un "Nuovo Ordine Mondiale". Così come provato dai fatti, il "Nuovo Ordine Mondiale" significa che l'America, come indiscussa superpotenza, può imporre la sua politica ed i suoi dubbi valori alle altre nazioni. E l'America è largamente governata dagli Ebrei. (Anche se l'influenza ebraica è meno pervasiva nel partito Repubblicano piuttosto che in quello Democratico, gli Ebrei posseggono ancora i maggiori quotidiani e la maggior parte delle reti televisive cosicchè nessun repubblicano potrebbe pensare di governare senza di loro. Nella società moderna, nessuno può governare contro i media, come Richard Nixon imparò a suo discapito un quarto di secolo fa)

    Cosa accadrebbe se l'olocausto fosse esposto pubblicamente come una frode?

    Se l'olocausto venisse mostrato pubblicamente come una frode vergognosa, e se tutte le persone al mondo venissero a conoscenza che, mentre gli Ebrei venivano indubbiamente perseguitati durante la Seconda Guerra Mondiale non ci fu mai un tentativo di sterminarli, che le industrie di morte, le camere a gas ed i vagoni a gas sono una fandonia Ebraica, e che l'immagine dei 6 milioni è una fantasiosa esagerazione, il Nuovo Ordine Mondiale condotto dai Sionisti sarebbe finito.

    La Germania diverrebbe ingovernabile; il popolo Tedesco non proverebbe altro che odio per i politicanti, gli intellettuali ed i giornalisti che li hanno traditi e umiliati giorno dopo giorno. Tutto il regime della nazione verrebbe screditato senza alcuna speranza.

    Questi alcuni esempi della consapevolezza di regime:
    Il 15 Agosto 1994 il giornalista Patrick Bahners, commentando la vicenda del revisionista Guenter Deckert, carcerato per “negazione dell'olocausto”, scrisse sul Frankfurter Allgemeine Zeitung: «Se le constatazioni di Deckert sull'olocausto fossero corrette, la Repubblica Federale Tedesca sarebbe basata su una menzogna. Ogni dichiarazione del Presidente, ogni minuto di silenzio. Ogni libro di storia sarebbe una bugia. Per questo Deckert, negando il genocidio degli Ebrei, nega la legittimità della Repubblica Federale Tedesca».

    Con estrema difficoltà si potrebbe esprimere più propriamente il problema. Alcuni opinionisti Tedeschi ora dichiarano apertamente che l'Olocausto è il fondamento dello stato di Germania del dopoguerra, come mostrato da una citazione di un quotidiano molto influente, il Die Welt (28 Aprile 1994):

    “Chiunque neghi la verità circa i campi di sterminio Nazional socialisti fa cedere le fondamenta sulle quali fu costruita la Repubblica Federale di Germania.”

    Ma anche in altre nazioni Occidentali, il credo nel cosidetto “sistema democratico” sarebbe profondamente scosso se la gente domandasse a se stessa perchè questa pantomima deve essere mantenuta tramite la censura ed un nudo terrore per un pericolo di cedimento.

    Mentre le conseguenze di un'esposizione pubblica della frode olocaustica sarebbero molto più serie per il sistema Occidentale, esse sarebbero catastrofiche per il giudaismo internazionale sotto la protezione dello Stato d'Israele. Ci sarebbe un'ondata mondiale di sentimenti anti-Ebraici, e nessun non-Ebreo rimarrebbe più di supporto allo stato Sionista parassita. Gli esborsi Tedeschi verrebbero interrotti la notte stessa, e gli USA dovrebbero ridurre il loro aiuto finanziario a Israele così drasticamente che si verificherebbe la bancarotta dopo non più di un anno. Gli Ebrei d'Israele rimarrebbero completamente demoralizzati, poiché capirebbero istintivamente che uno stato fondato su una così colossale frode non avrebbe nessun diritto morale all'esistenza. Se la religione olocaustica, che unisce gli Ebrei di tutto il mondo, giungesse al collasso, la solidarietà al Giudaismo internazionale diverrebbe materia del passato. E la rabbia dei Palestinesi assumerebbe dimensioni gigantesche, poiché questo popolo capirebbe di aver subito il furto della propria patria e il genocidio dei loro figli nel nome di una menzogna.



    L'ultima arma contro il Sionismo e lo stato d'Israele

    Alla fine del 2000 Israele è una nazione circondata, ma sotto il punto di vista militare è ancora largamente superiore ai suoi vicini, e ciò rallegra l'incondizionato supporto degli Stati Uniti d'America. Se qualche stato Islamico crescesse al punto tale da intimidire Israele, sarebbe sicuramente attaccato ed annichilito militarmente dall'America. Mentre alla Russia non intende rischiare un confronto con gli USA per il destino dei Palestinesi. Intanto ammiriamo il coraggio degli stessi Palestinesi che combattono nella resistenza, sacrificando la vita per liberare le loro terre dagli intrusi ma, realisticamente, essi non hanno alcuna probabilità di vittoria, armati di sole pietre e fionde e costretti ad un confronto con un esercito dotato di elicotteri e carri armati.




    Combattendo un nemico si dovrebbe sembre guardare il suo punto più debole. Il punto debole di Israele, il suo tallone d'Achille, è la menzogna olocaustica alla quale deve la sua esistenza. I revisionisti hanno la possibilità di fornire un'arma terribile agli avversari di Israele e del Sionismo internazionale. Molti revisionisti sono senza dubbio guidati da considerazioni politiche. Alcuni di essi – Carlo Mattogno è un buon esempio – sono motivati soltanto da curiosità intellettuale: vogliono appurare cosa accadde realmente agli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma anche se il revisionismo non è un movimento politico, le sue implicazioni politiche sono tremende. I revisionisti stanno tentando di scovare la verità, e la verità è la morte dello stato d'Israele e dell'internazionale Ebraica. Per questo i revisionisti, in ogni caso, lavorano oggettivamente contro Israele ed il Sionismo, anche se soggettivamente mirano a fini puramente scientifici evitando qualsiasi ambizione politica.




    Questa è naturalmente la ragione per la quale sono perseguitati ed i loro testi vengono bruciati in moltissime nazioni.

    In vista del controllo Ebraico totale dei media e della repressione anti-revisionista in costante crescita in molte nazioni Occidentali è quindi davvero dificoltoso prevedere la penetrazione revisionista. Noi revisionisti stiamo affrontando una durissima battaglia, che può essere spiegata solo in parte a causa della totale mancanza di risorse finanziarie. Fortunatamente internet, che gli Ebrei non possono censurare, ha incrementato notevolmente le nostre possibilità, almeno per rendere noti al Mondo i risultati delle nostre ricerche. Ma, nonostante ciò, non possiamo farci illusioni: non tutti i cittadini del mondo Occidentale, informati sugli argomenti revisionisti diverranno automaticamente revisionisti ed anti-Sionisti. La media della popolazione di questo Occidente, specialmente in Germania, è stata esposta ad un tale lavaggio del cervello che un'improvvisa esposizione alla verità può provocare cedimenti nervosi o crampi allo stomaco. Ho avuto modo di verificarlo personalmente.
    Altre persone potrebbero accettare volentieri la verità sull'olocausto, ma venendo a conoscenza delle conseguenze (ostracismo sociale, rovina economica e persecuzione legale), preferiscono comprensibilmente non essere coinvolte. Comunque, se vogliamo vincere la guerra contro quelli che un mio amico Russo ha definito come “i nemici di Dio e del genere umano”, non abbiamo molte scelte: o distruggere la Grande Menzogna o lasciare che la Grande Menzogna ci distrugga.

    Secondo una logica conseguenza tutte le nazioni autenticamente anti-Sioniste ed i veri amici del popolo Palestinese oppresso dovrebbero assurgere a definitiva priorità il progresso del revisionismo sull'olocausto. Un carro armato costa milioni di dollari, mentre un soldato può distruggerlo con un missile. I revisionisti possono dare un'arma che neanche migliaia di missili potrebbero distruggere.




    (Fonte: http://www.ety.com/tell/books/jglife/15.htm)

    Il testo completo di questa relazione può essere consultato in lingua inglese su http://www.ety.com/tell/books/jglife/jgtoc.htm



    Un saluto
    L'Arco e la Clava arcoclava@libero.it

    __________________________________________________ ________________________



    Quando noi sentiamo i giornali e le televisioni parlare di 6.000.000 di
    Ebrei uccisi nei campi di sterminio non ci viene mai indicata la fonte di
    questa cifra. Ebbene la fonte é solo una ed é l'Enciclopedia Ebraica dove il
    totale e di 5.820.960. Adesso, io sicuramente non sono uno storico, ma mi
    hanno sempre insegnato che bisogna diffidare delle cifre che vengono fornite
    da una delle due parti coinvolte, e che per lo meno più di una fonte deve
    essere citata. La cifra di 6.000.000 dopo essere stata ripetuta per Milioni
    di volte nei giornali, televisioni e film di Hollywood é diventata
    ufficiale. Questo nonostante, gia alla fine della guerra, si fosse in
    possesso di statistiche accurate sul numero degli Ebrei prima e dopo la
    guerra, e dei loro movimenti migratori fuori dall'Europa, verso l'America la
    Palestina e la Russia.
    Secondo l'Appendice N°VII, "Statistiche sull'Affiliazione Religiosa", del
    libro del Senato Americano "A Report of the Committee on the Judiciary of
    the United States Senate" del 1950, il numero di Ebrei nel mondo in
    quell'anno era di 15.713.638. La stessa fonte nel 1940 riporta il numero di
    Ebrei nel mondo a 15.319.359. Se lo studio statistico del governo Americano
    é corretto la popolazione Ebraica non diminuì durante la guerra, ma subì un
    piccolo incremento.
    Se in 3/4 anni i tedeschi avessero fatto sparire 6 milioni di ebrei, si
    potrebbe concludere che c’è stato un olocausto. Ma da dove proviene la cifra
    di 6 milioni? Questa cifra ci viene presentata come derivante da studi
    scientifici. In realtà è stata introdotta per la prima volta al Tribunale di
    Norimberga, da Höttl, che non aveva veste di testimone, presentata in una
    sua deposizione scritta, ma non davanti ai giudici. Höttl racconta che
    Eichmann avrebbe detto d’essere saltato di gioia apprendendo che 6 milioni
    di ebrei erano stati liquidati. Attenzione: il Tribunale ha rifiutato la
    deposizione di Höttl!
    Nel 1983 un ricercatore, che si firma Walter Sanning, ha prodotto uno studio
    statistico – "The dissolution of Eastern European Jewry" (La dissoluzione
    dell’ebraismo est europeo) – sui trasferimenti delle popolazioni ebraiche
    dell’Europa Orientale, ove precisa che una parte cospicua è emigrata,
    durante la guerra e dopo, in Palestina, altri negli USA, in Cina, in Sud
    America. Ad altri ebrei, fra quelli trasferiti all’est dai tedeschi, i
    sovietici non consentirono di ritornare all’ovest. In conclusione, afferma
    Sanning, gli ebrei che avrebbero potuto essere sterminati dai
    nazionalsocialisti erano 3/400.000. Tutti gli altri ebrei si sa che non sono
    morti, ma sopravvissuti alla guerra.
    Di fronte alla serietà dello studio di Sanning, gli storici ebrei sono
    costretti ad ammettere che non c’è stato sterminio, ma che vi sono comunque
    stati massacri qua e là. Gli storici ebrei sanno che 6 milioni di morti è
    una cifra, in quel contesto, impossibile (ciò è quanto sono costretti ad
    ammettere nelle loro pubblicazioni che hanno diffusione ristretta, mentre al
    grande pubblico le lobbies giornalistiche e televisive seguitano a propinare
    la leggenda dei 6 milioni).
    Non mancano oltretutto testimonianze di fonte ebraica che contraddicono la
    tesi ufficiale sull'argomento. Per esempio.
    1938: L'Annuario Mondiale ("World Almanac") censisce 15.688.259 ebrei, in
    tutto il mondo. Questo dato è fornito al "World Almanac" dall' "American
    Jewish Committee" (Comitato Ebreo Americano) e, altresì, dal "Jewish
    Statistical Bureau of the Synagogues of America
    1948: Secondo un articolo apparso nel "New York Times" del 22 febbraio 1948,
    firmato dal Mr. Hanson W. Baldwin, esperto di questioni demografiche del
    giornale,gli ebrei esistenti in tutto il mondo sono valutati tra i
    15.600.000 e i 18.700.000. Va detto che oltretutto il direttore e
    proprietario del giornale è l'ebreo Arthur Sulzberger, noto come sostenitore
    incondizionato del Sionismo.
    Accogliendo dunque la valutazione superiore di Mr. Baldwin,cioè di
    18.700.000 ebrei, risulterebbe che, nei dieci anni intercorsi dal 1938 al
    1948 - periodo che include gli anni del conflitto 1939-1945 e durante i
    quali si pretende che Hitler abbia fatto ammazzare sei milioni di ebrei, la
    popolazione mondiale ebraica sarebbe nondimeno
    aumentata di oltre tre milioni di unità. Ma se, agli effetti della
    comparazione, ammettiamo per vero l'ipotetico sterminio hitleriano di sei
    milioni di ebrei, ci troviamo a concludere che l'incremento demografico
    reale dovrebbe essere di oltre nove milioni di unità. Giacché l'incremento
    di tre milioni è solo apparente: occorrono altri sei milioni di sterminati,
    ergo l'incremento reale è (sarebbe ... ) di nove milioni...
    E questo incremento ad opera dei nove milioni di superstiti, dato che sei
    milioni, dei 15 milioni da cui abbiam preso le mosse, sono mancanti
    all'appello...
    Allora è giocoforza ammettere che in quei dieci anni la popolazione ebraica
    sia semplicemente... raddoppiata! Affermazione un pò forte perchè intale
    popolazione vanno compresi classi età differenti con solo una frazione atta
    alla procreazione.Senza contare il fatto che il periodo di guerra e
    persecuzione avrebbe limitato la natalità. Nulla di sorprendente allora
    che lo stesso ebreo Allen Lesser si trovasse costretto a concedere, in un
    articolo dal titolo Isteria antidiffamatoria, apparso nell'edizione
    primaverile del 1946 della rivista "Menorah Journal", che "secondo quanto
    divulgato, durante gli anni dell'immediato dopoguerra, dalle agenzie di
    stampa giudaiche, il numero di ebrei morti in Europa supera di svariati
    milioni quello di cui i nazisti non sospettarono mai l'esistenza".

    l'Uomo Libero

    edizioni di ar, libreria ar, julius evola, franco freda, giorgio freda

    Andrea Carancini

  9. #59
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    Predefinito Riferimento: Revisionismo

    Fondo Magazine|Crimini democratici

    Crimini democratici

    Luca Leonello Rimbotti

    Nel 1965 il famoso storico tedesco Andreas Hillgruber scrisse un libro che è rimasto una pietra miliare negli studi sulla Seconda guerra modiale: La strategia militare di Hitler. Ripubblicato con aggiornamenti nel 1982, questo ponderoso libro (oltre ottocento pagine fitte di note e rimandi bibliografici direttamente attinti dalle fonti) è uscito in italiano nel 1986. Relegata in una noticina sperduta tra centinaia di altre, solo un attento lettore è in grado di rintracciare - quasi fosse l’epigrafe di un reperto archeologico - la frase decisiva: «Hitler rifiutò, nel periodo da noi preso in esame [il primo anno di guerra] gli attacchi puramente terroristici a centri abitati della Gran Bretagna, come aveva suggerito Jodl. In tutte le fasi della guerra aerea contro l’Inghilterra nel 1940-41…valsero solo obiettivi militari e industriali…». Gli storici lo sanno bene: la responsabilità di avere per primi deciso di colpire dal cielo i civili ricade infatti tutta e soltanto sugli inglesi.



    Fu solo dopo la decisione, fortemente voluta da Churchill, di attaccare i centri abitati tedeschi che Hitler, dopo reiterate pressioni di Goering e di altri suoi collaboratori, si lasciò convincere a effettuare rappresaglie sulle città inglesi. E furono i bombardamenti sul centro di Londra e su Coventry. Nulla, tuttavia, in confronto con la rappresaglia della rappresaglia, lucidamente pianificata dagli strateghi angloamericani. La distruzione di Amburgo nel luglio 1943 e quelle sistematiche di Berlino, Dresda e di tutte le città del Reich grandi e piccole, fino all’ultimo raid del 25 aprile 1945, ridussero i precedenti bombardamenti tedeschi al rango di trascurabili esercitazioni pirotecniche. Il risultato è presto detto: ottocentomila civili tedeschi uccisi, secondo stime prudenti. E modalità di guerra giudicate criminali persino dai più tenaci democratici. Ad esempio, nel suo Tra le città morte: i bombardamenti sulle città tedesche: una necessità o un crimine? (Longanesi), lo studioso oxfordiano A. C. Grayling non può fare a meno di scrivere a chiare lettere che «lanciare deliberatamente attacchi militari contro le popolazioni civili allo scopo di provocare in mezzo ad esse terrore e morti indiscriminate è un crimine morale».

    È esattamente ciò che decisero a tavolino i capi alleati: gli eccidi terroristici, oltre che essere misure punitive, avrebbero dovuto produrre il crollo del morale della popolazione affrettando la fine della guerra. Il risultato, come è noto, fu quello opposto: i tedeschi, lungi dal crollare psicologicamente, rinsaldarono il loro morale ad ogni massacro e tennero duro fino all’ultimo giorno. In particolare, sappiamo che la programmazione della tempesta di fuoco sperimentata con successo su Amburgo nel ‘43 (ottantamila morti dopo cinque attacchi consecutivi in una settimana), fu presa a modello dal Bomber Command britannico per le sue successive esibizioni. Il cui apice spettacolare fu Dresda, ma il cui metodo fu attuato su decine e decine di altre città. Si puntò a fare di ogni città un crogiolo: «Nel 1942 il gabinetto di guerra e lo stato maggiore dell’aviazione decisero di distruggere tutte le città tedesche con una popolazione superiore ai 100.000 abitanti», conferma Grayling. E quando si diceva “tutte” le città, si intendeva proprio “tutte”. La programmazione dell’eccidio di massa fu certosina. Il principe dei criminali, in questo disegno di sterminio attuato a distanza di sicurezza, fu il famigerato comandante del Bomber Command Arthur Harris. Fu lui, più di ogni altro, che «soddisfece il desiderio del premier» di operare vasti massacri di popolazione tedesca, facendo della politica del bombardamento una pratica scientifica eseguita con modalità industriali. Jörg Friedrich, nel libro La Germania bombardata. La popolazione tedesca sotto gli attacchi alleati 1940-1945 (Mondadori), scrive che, in una relazione a Churchill, Harris previde entro l’aprile del ‘44 l’annientamento «del 75% dei tedeschi residenti in città con più di 50.000 abitanti», avendo come fine dell’intera operazione la «desertificazione della Germania». Siamo dunque di fronte alla cosciente e minuziosa programmazione dello sterminio. Friedrich, a un certo punto del suo libro impressionante, afferma che «la devastazione subita dalla Germania fu superiore a quella sperimentata da qualsiasi civiltà fino a quel momento, eppure il Reich resistette un anno in più del previsto sotto gli attacchi del Bomber Command e di due forze aeree statunitensi».

    Gli americani e gli inglesi facevano studi accurati sulla consistenza degli edifici di ogni città tedesca, sulla conformazione e il materiale usato per ogni singola costruzione civile. Calcolavano la struttura dei solai e delle cantine, la collocazione dei muri maestri e delle travature, la dislocazione degli isolati urbani…un lavoro maniacale, con appositi uffici tecnici che si occuparono per anni dei più minuti rilevamenti aerei, con studi particolareggiati sulla dirompenza delle bombe e l’efficacia distruttiva degli esplosivi…un lavoro che alla fine portò al risultato voluto. Si trovò eccellente la combinazione di spezzone incendiario e bomba a liquido infiammabile che, ad esempio, nel caso tragico della cittadina di Pforzheim, produsse un ottimo fatturato di omicidi: «Nella fornace bruciarono dalle quarantamila alle cinquantamila persone…nel solo quartiere di Hammerbrook perirono trentasei abitanti su cento. Settemila bambini e ragazzi persero la vita, diecimila rimasero orfani», precisa Friedrich. I settemila bambini eliminati nel giro di un’ora nella sola Pforzheim avranno certamente ringraziato Churchill e Harris per aver fatto loro conoscere la potenza dell’ideale democratico piovuto dal cielo…ma è inutile continuare l’orrido necrologio. Bisogna leggere il libro di Friedrich per provare fino in fondo la nausea di fronte alla truffa del moralismo liberaldemocratico. I fini della guerra non c’entravano, c’entrava la voglia di massacro. Su Dresda diciamo poi solo poche cose. Recentemente è uscito in Italia il mistificatorio libro di Frederick Taylor Dresda. 13 febbraio 1945: tempesta di fuoco su una città tedesca (Mondadori).

    L’autore intende subito fare i conti col precedente libro di David Irving, Apocalisse a Dresda (Mondadori), cercando di squalificarlo. Dice: Irving è uno storico discusso, si sa, Irving è screditato (ma da chi è screditato?)…Ha portato le prove che a Dresda furono ammazzati in poche ore centotrentacinquemila tedeschi, quasi tutti donne, bambini e vecchi in fuga dall’Armata Rossa? Ma si è basato su un documento coevo tenuto nascosto dalle autorità… dice Taylor che la verità, come risulta da certi documenti ritrovati a Coblenza, è che i morti non furono più di venticinquemila, al massimo, che so, quarantamila… Il fatto - continua Taylor - è che «c’era in realtà solo una spiegazione possibile. Era stato aggiunto uno zero per ragioni di propaganda…». Cioè Irving ha fatto propaganda (ma per conto di chi?), mentre invece Taylor dice la verità. L’incredibile affermazione di Taylor è dunque che si può fare storiografia semplicemente mettendo uno zero in più a una cifra…ma come fa a sapere che è così facile? Non sarà che, con uguale facilità, lo stesso zero può anche essere tolto? Ma allora, se è possibile dare i numeri con tanta disinvoltura - nonostante lo stesso Taylor dica che l’opera di Irving è «interamente documentata» - non viene in mente a nessuno che il medesimo trucco può esser stato applicato a proposito di altri, più noti eccidi di massa? Per i suoi calcoli, Irving si basò su un rapporto coevo che tenne conto non solo dei cadaveri ritrovati e riconosciuti, ma anche di quelli dispersi e presunti in base al ritrovamento di oggetti personali: la maggioranza dei morti se ne andò in cielo bruciata e fusa dal vortice di fuoco che turbinò su Dresda per giorni…e in ogni caso Irving rimase molto più basso del Tagesbefehl 47, un documento che registrava duecentoduemila morti verificati e ne stimava il totale a duecentocinquantamila…ma è un documento che Taylor dice semplicemente che è falso. Ce lo assicura lui e ci possiamo fidare…

    Ma gli angloamericani non ammazzavano soltanto dal cielo. Non mancarono di sporcarsi le mani anche a distanza ravvicinata. La documentazione esiste. Solo che non ne parla nessuno. Quello che ha documentato James Bacque in Gli altri lager. I prigionieri tedeschi nei campi alleati in Europa dopo la 2a guerra mondiale (Mursia) è semplice: un milione di morti tra i prigionieri tedeschi, tra il 1945 e il 1947, lasciati «morire lentamente di fame davanti agli occhi dei vincitori, ogni giorno per anni». Un computo che, nell’altro libro di Bacque (che non è affatto un “revisionista”) Crimes and Mercies (pubblicato dalla Warner Book di Londra nel 1998, mai tradotto e ignorato dai media), raggiunge cifre da capogiro: se considerati nel complesso delle violenze angloamericane, francesi, slave e sovietiche, i civili tedeschi liquidati dai vincitori ascendono a nove milioni. In ogni caso, sono parecchi i casi in cui, anche a guerra in corso, gli americani applicarono l’eccidio come sistema abituale. Basta leggere Il prezzo della disfatta. Massacri e saccheggi nell’Europa “liberata” di Gianantonio Valli (edizioni Effepi). In scala molto più ridotta, quasi piccoli cammei di etica democratica, abbiamo eloquenti testimonianze sul comportamento angloamericano nel caso specifico italiano. Ad esempio, in La gioia violata di Federica Saini Fasanotti (edizioni Ares), in cui si ricordano i crimini alleati contro militari e civili italiani. In proposito lo stesso Mario Cervi, su “Il Giornale”, ha testimoniato che «gli eserciti che dovevano portare democrazia e riscatto compirono essi pure sopraffazioni, rappresaglie, stragi di innocenti, atti di barbarie».

    È ciò che documentano Marco Gioannini e Giulio Massobrio in Bombardate l’Italia. Storia della guerra di distruzione area 1940-1945 (Rizzoli), in cui vengono messi in luce anche risvolti finora misconosciuti. Riferendosi ai bombardamenti indiscriminati sui civili dopo l’8 settembre, si scrive: «La ferocia di questa fase della guerra aerea è dimostrata anche dall’uso da parte alleata di armi proibite dalle convenzioni internazionali, come il fosforo bianco che sviluppa gas tossici…». Circa poi gli eccidi americani in Sicilia, Gianfranco Ciriacono ha scritto Le stragi dimenticate. Gli eccidi americani di Biscari e Piano Stella (stampato in proprio nel 2006), un lavoro molto documentato, che nel 2007 è stato confermato da uno studio apparso su “Il Giornalista”, pubblicazione dell’Università di Salerno. Si tratta di eventi drammatici. Tra i più noti, l’uccisione a freddo di trentasette soldati italiani prigionieri per mano del sergente Horace West, oppure l’eliminazione di settantatre soldati e sei civili italiani, di cui vi è traccia nei documenti della Corte Marziale di Washington e di cui ha scritto Roberto Coaloa su “Il Sole-24 Ore” circa un anno fa. Recentemente è uscito un piccolo libro di Guido Falqui Massidda, Germania, perdono (Nicolodi editore), in cui l’autore scrive che «centinaia di migliaia di persone - probabilmente milioni - furono uccise, stuprate, torturate, scacciate, spogliate di ogni loro avere solo perché tedesche…la bestialità umana sarebbe stata legalmente e deliberatamente scatenata per distruggere anche l’immagine, l’identità e la dignità di un intero popolo». E sente il bisogno di chiedere perdono alla Germania. Parole giuste e coraggiose. Ma sono gocce, nel grande oceano di menzogne e di deformazioni a senso unico.



    Sembra Auschwitz, invece è Dresda: cumuli di cadaveri dopo
    l’attacco aereo alleato del febbraio 1945 contro la capitale della Sassonia.

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    Luca Leonello Rimbotti

    Nel 1965 il famoso storico tedesco Andreas Hillgruber scrisse un libro che è rimasto una pietra miliare negli studi sulla Seconda guerra modiale: La strategia militare di Hitler. Ripubblicato con aggiornamenti nel 1982, questo ponderoso libro (oltre ottocento pagine fitte di note e rimandi bibliografici direttamente attinti dalle fonti) è uscito in italiano nel 1986. Relegata in una noticina sperduta tra centinaia di altre, solo un attento lettore è in grado di rintracciare - quasi fosse l’epigrafe di un reperto archeologico - la frase decisiva: «Hitler rifiutò, nel periodo da noi preso in esame [il primo anno di guerra] gli attacchi puramente terroristici a centri abitati della Gran Bretagna, come aveva suggerito Jodl. In tutte le fasi della guerra aerea contro l’Inghilterra nel 1940-41…valsero solo obiettivi militari e industriali…». Gli storici lo sanno bene: la responsabilità di avere per primi deciso di colpire dal cielo i civili ricade infatti tutta e soltanto sugli inglesi.



    Fu solo dopo la decisione, fortemente voluta da Churchill, di attaccare i centri abitati tedeschi che Hitler, dopo reiterate pressioni di Goering e di altri suoi collaboratori, si lasciò convincere a effettuare rappresaglie sulle città inglesi. E furono i bombardamenti sul centro di Londra e su Coventry. Nulla, tuttavia, in confronto con la rappresaglia della rappresaglia, lucidamente pianificata dagli strateghi angloamericani. La distruzione di Amburgo nel luglio 1943 e quelle sistematiche di Berlino, Dresda e di tutte le città del Reich grandi e piccole, fino all’ultimo raid del 25 aprile 1945, ridussero i precedenti bombardamenti tedeschi al rango di trascurabili esercitazioni pirotecniche. Il risultato è presto detto: ottocentomila civili tedeschi uccisi, secondo stime prudenti. E modalità di guerra giudicate criminali persino dai più tenaci democratici. Ad esempio, nel suo Tra le città morte: i bombardamenti sulle città tedesche: una necessità o un crimine? (Longanesi), lo studioso oxfordiano A. C. Grayling non può fare a meno di scrivere a chiare lettere che «lanciare deliberatamente attacchi militari contro le popolazioni civili allo scopo di provocare in mezzo ad esse terrore e morti indiscriminate è un crimine morale».

    È esattamente ciò che decisero a tavolino i capi alleati: gli eccidi terroristici, oltre che essere misure punitive, avrebbero dovuto produrre il crollo del morale della popolazione affrettando la fine della guerra. Il risultato, come è noto, fu quello opposto: i tedeschi, lungi dal crollare psicologicamente, rinsaldarono il loro morale ad ogni massacro e tennero duro fino all’ultimo giorno. In particolare, sappiamo che la programmazione della tempesta di fuoco sperimentata con successo su Amburgo nel ‘43 (ottantamila morti dopo cinque attacchi consecutivi in una settimana), fu presa a modello dal Bomber Command britannico per le sue successive esibizioni. Il cui apice spettacolare fu Dresda, ma il cui metodo fu attuato su decine e decine di altre città. Si puntò a fare di ogni città un crogiolo: «Nel 1942 il gabinetto di guerra e lo stato maggiore dell’aviazione decisero di distruggere tutte le città tedesche con una popolazione superiore ai 100.000 abitanti», conferma Grayling. E quando si diceva “tutte” le città, si intendeva proprio “tutte”. La programmazione dell’eccidio di massa fu certosina. Il principe dei criminali, in questo disegno di sterminio attuato a distanza di sicurezza, fu il famigerato comandante del Bomber Command Arthur Harris. Fu lui, più di ogni altro, che «soddisfece il desiderio del premier» di operare vasti massacri di popolazione tedesca, facendo della politica del bombardamento una pratica scientifica eseguita con modalità industriali. Jörg Friedrich, nel libro La Germania bombardata. La popolazione tedesca sotto gli attacchi alleati 1940-1945 (Mondadori), scrive che, in una relazione a Churchill, Harris previde entro l’aprile del ‘44 l’annientamento «del 75% dei tedeschi residenti in città con più di 50.000 abitanti», avendo come fine dell’intera operazione la «desertificazione della Germania». Siamo dunque di fronte alla cosciente e minuziosa programmazione dello sterminio. Friedrich, a un certo punto del suo libro impressionante, afferma che «la devastazione subita dalla Germania fu superiore a quella sperimentata da qualsiasi civiltà fino a quel momento, eppure il Reich resistette un anno in più del previsto sotto gli attacchi del Bomber Command e di due forze aeree statunitensi».

    Gli americani e gli inglesi facevano studi accurati sulla consistenza degli edifici di ogni città tedesca, sulla conformazione e il materiale usato per ogni singola costruzione civile. Calcolavano la struttura dei solai e delle cantine, la collocazione dei muri maestri e delle travature, la dislocazione degli isolati urbani…un lavoro maniacale, con appositi uffici tecnici che si occuparono per anni dei più minuti rilevamenti aerei, con studi particolareggiati sulla dirompenza delle bombe e l’efficacia distruttiva degli esplosivi…un lavoro che alla fine portò al risultato voluto. Si trovò eccellente la combinazione di spezzone incendiario e bomba a liquido infiammabile che, ad esempio, nel caso tragico della cittadina di Pforzheim, produsse un ottimo fatturato di omicidi: «Nella fornace bruciarono dalle quarantamila alle cinquantamila persone…nel solo quartiere di Hammerbrook perirono trentasei abitanti su cento. Settemila bambini e ragazzi persero la vita, diecimila rimasero orfani», precisa Friedrich. I settemila bambini eliminati nel giro di un’ora nella sola Pforzheim avranno certamente ringraziato Churchill e Harris per aver fatto loro conoscere la potenza dell’ideale democratico piovuto dal cielo…ma è inutile continuare l’orrido necrologio. Bisogna leggere il libro di Friedrich per provare fino in fondo la nausea di fronte alla truffa del moralismo liberaldemocratico. I fini della guerra non c’entravano, c’entrava la voglia di massacro. Su Dresda diciamo poi solo poche cose. Recentemente è uscito in Italia il mistificatorio libro di Frederick Taylor Dresda. 13 febbraio 1945: tempesta di fuoco su una città tedesca (Mondadori).

    L’autore intende subito fare i conti col precedente libro di David Irving, Apocalisse a Dresda (Mondadori), cercando di squalificarlo. Dice: Irving è uno storico discusso, si sa, Irving è screditato (ma da chi è screditato?)…Ha portato le prove che a Dresda furono ammazzati in poche ore centotrentacinquemila tedeschi, quasi tutti donne, bambini e vecchi in fuga dall’Armata Rossa? Ma si è basato su un documento coevo tenuto nascosto dalle autorità… dice Taylor che la verità, come risulta da certi documenti ritrovati a Coblenza, è che i morti non furono più di venticinquemila, al massimo, che so, quarantamila… Il fatto - continua Taylor - è che «c’era in realtà solo una spiegazione possibile. Era stato aggiunto uno zero per ragioni di propaganda…». Cioè Irving ha fatto propaganda (ma per conto di chi?), mentre invece Taylor dice la verità. L’incredibile affermazione di Taylor è dunque che si può fare storiografia semplicemente mettendo uno zero in più a una cifra…ma come fa a sapere che è così facile? Non sarà che, con uguale facilità, lo stesso zero può anche essere tolto? Ma allora, se è possibile dare i numeri con tanta disinvoltura - nonostante lo stesso Taylor dica che l’opera di Irving è «interamente documentata» - non viene in mente a nessuno che il medesimo trucco può esser stato applicato a proposito di altri, più noti eccidi di massa? Per i suoi calcoli, Irving si basò su un rapporto coevo che tenne conto non solo dei cadaveri ritrovati e riconosciuti, ma anche di quelli dispersi e presunti in base al ritrovamento di oggetti personali: la maggioranza dei morti se ne andò in cielo bruciata e fusa dal vortice di fuoco che turbinò su Dresda per giorni…e in ogni caso Irving rimase molto più basso del Tagesbefehl 47, un documento che registrava duecentoduemila morti verificati e ne stimava il totale a duecentocinquantamila…ma è un documento che Taylor dice semplicemente che è falso. Ce lo assicura lui e ci possiamo fidare…

    Ma gli angloamericani non ammazzavano soltanto dal cielo. Non mancarono di sporcarsi le mani anche a distanza ravvicinata. La documentazione esiste. Solo che non ne parla nessuno. Quello che ha documentato James Bacque in Gli altri lager. I prigionieri tedeschi nei campi alleati in Europa dopo la 2a guerra mondiale (Mursia) è semplice: un milione di morti tra i prigionieri tedeschi, tra il 1945 e il 1947, lasciati «morire lentamente di fame davanti agli occhi dei vincitori, ogni giorno per anni». Un computo che, nell’altro libro di Bacque (che non è affatto un “revisionista”) Crimes and Mercies (pubblicato dalla Warner Book di Londra nel 1998, mai tradotto e ignorato dai media), raggiunge cifre da capogiro: se considerati nel complesso delle violenze angloamericane, francesi, slave e sovietiche, i civili tedeschi liquidati dai vincitori ascendono a nove milioni. In ogni caso, sono parecchi i casi in cui, anche a guerra in corso, gli americani applicarono l’eccidio come sistema abituale. Basta leggere Il prezzo della disfatta. Massacri e saccheggi nell’Europa “liberata” di Gianantonio Valli (edizioni Effepi). In scala molto più ridotta, quasi piccoli cammei di etica democratica, abbiamo eloquenti testimonianze sul comportamento angloamericano nel caso specifico italiano. Ad esempio, in La gioia violata di Federica Saini Fasanotti (edizioni Ares), in cui si ricordano i crimini alleati contro militari e civili italiani. In proposito lo stesso Mario Cervi, su “Il Giornale”, ha testimoniato che «gli eserciti che dovevano portare democrazia e riscatto compirono essi pure sopraffazioni, rappresaglie, stragi di innocenti, atti di barbarie».

    È ciò che documentano Marco Gioannini e Giulio Massobrio in Bombardate l’Italia. Storia della guerra di distruzione area 1940-1945 (Rizzoli), in cui vengono messi in luce anche risvolti finora misconosciuti. Riferendosi ai bombardamenti indiscriminati sui civili dopo l’8 settembre, si scrive: «La ferocia di questa fase della guerra aerea è dimostrata anche dall’uso da parte alleata di armi proibite dalle convenzioni internazionali, come il fosforo bianco che sviluppa gas tossici…». Circa poi gli eccidi americani in Sicilia, Gianfranco Ciriacono ha scritto Le stragi dimenticate. Gli eccidi americani di Biscari e Piano Stella (stampato in proprio nel 2006), un lavoro molto documentato, che nel 2007 è stato confermato da uno studio apparso su “Il Giornalista”, pubblicazione dell’Università di Salerno. Si tratta di eventi drammatici. Tra i più noti, l’uccisione a freddo di trentasette soldati italiani prigionieri per mano del sergente Horace West, oppure l’eliminazione di settantatre soldati e sei civili italiani, di cui vi è traccia nei documenti della Corte Marziale di Washington e di cui ha scritto Roberto Coaloa su “Il Sole-24 Ore” circa un anno fa. Recentemente è uscito un piccolo libro di Guido Falqui Massidda, Germania, perdono (Nicolodi editore), in cui l’autore scrive che «centinaia di migliaia di persone - probabilmente milioni - furono uccise, stuprate, torturate, scacciate, spogliate di ogni loro avere solo perché tedesche…la bestialità umana sarebbe stata legalmente e deliberatamente scatenata per distruggere anche l’immagine, l’identità e la dignità di un intero popolo». E sente il bisogno di chiedere perdono alla Germania. Parole giuste e coraggiose. Ma sono gocce, nel grande oceano di menzogne e di deformazioni a senso unico.



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