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Discussione: Revisionismo

  1. #121
    Dio e Po***o
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    Predefinito Rif: Revisionismo

    Citazione Originariamente Scritto da Harm Wulf Visualizza Messaggio
    sabato 2 maggio 2009
    LIBERTA' PER I NEGAZIONISTI. UNA DURA CRITICA DI UN LIBERALE DI DESTRA A GIANFRANCO FINI

    http://www.destraliberaleitaliana.or...id_articolo=74


    Principi generali
    Antisemitismo e negazionismo

    Maurizio d'Orlando


    Gianfranco Fini il 27 gennaio ha affermato che il negazionismo (dell’Olocausto) è infame in particolare se viene da dei religiosi. Il riferimento era ad una dichiarazione di un vescovo cattolico, Williamson, della Comunità S. Pio X, i lefevriani.
    Fini, come già più volte in quest’ultimo anno, non perde occasione per attaccare la Chiesa cattolica.
    Sono stato iscritto alla formazione giovanile della Federazione Italiana dei Volontari della Libertà, i partigiani “bianchi” anticomunisti, vale a dire sia monarchici che liberali che democristiani.
    Sono stato iscritto al PLI dal 1969, quando ero ancora adolescente, e lo sono rimasto fino allo scioglimento del partito.
    Ho avuto responsabilità di partito quando Gianfranco Fini era un dirigente del MSI la cui sigla esplicitamente si richiamava alla RSI, la Repubblica Sociale Italiana, alleata nella guerra civile italiana con la Germania nazionalsocialista di Hitler.
    Sono cattolico e considero ogni razzismo come un’orribile blasfemia contro Dio.
    Ho molti amici ebrei e non sono antisemita. Non sono e non sono mai stato né fascista né neofascista né postfascista.
    Eppure trovo che sia infame non il negazionismo, come afferma Fini, ma la mancanza di libertà di esprimere il proprio pensiero, anzi la criminalizzazione delle opinioni.
    In Germania ed in molti paesi d’Europa si può finire in prigione non per aver commesso un atto criminale ma solo per avere espresso un’opinione, vera o non vera che essa sia. È infame aver introdotto in Europa il reato d’opinione.
    Sul numero di ebrei vittime del nazionalsocialismo non sono negazionista. Affermo però che se non c’è libertà di confutazione non mi è possibile accettare un’asserzione storica per sola fede storica o politica. La mia unica Fede è quella espressa e formulata nel Credo, nella Rivelazione divina di Gesù Cristo che come prova ha fornito la Sua Resurrezione. È una prova molto forte perché avvalorata da una morte cruenta che esclude ogni possibile dubbio e perché la Resurrezione è stata constatata da testimoni oculari. Questa è la Verità di Fede che professo e non ho altre fedi.
    Non accetto perciò una proposizione fideistica come quella proclamata dalla religione dell’Olocausto, una religione ovviamente diversa dal giudaismo. Dunque non credo che le vittime ebraiche dei nazisti siano né 6 milioni né 300 mila. Per come mi sono conosciuti i fatti e per come stanno le cose penso che potrebbero essere anche più di sei milioni, o molto meno. Invero , penso che nessuno lo possa veramente dire, se non c’è libertà. Affermo cioè che per il grado di libertà di cui godiamo nella nostra epoca, non possiamo disporre in materia di alcuna conoscenza su basi storico scientifiche. Per questo affermo che dell’Olocausto se n’è fatta una religione.
    In altri termini, per quanto non rientra nella Rivelazione Divina, sono un liberale agnostico e popperiano. Non ho conoscenza se non posso sostenere che sia falsa una proposizione fin ad un determinato momento sostenuta e difendere con prove logiche la nuova affermazione. In materia di fedi affermo però che per chiunque ci deve essere rispetto e che a nessuno deve essere imposta una fede, questo è quanto intendo per libertà religiosa. Gli ebrei, e con loro i mussulmani, gli atei e tanti altri, negano la Verità proclamata dai cristiani, sono anche loro negazionisti. Non per questo devono essere incarcerati, come lo fu un altro negazionista, David Irving, o insultati, come oggi il vescovo Williamson. Se si vuole davvero la libertà religiosa, la stessa regola deve valere anche per chi nega la verità della religione dell’Olocausto.
    Nel merito ricordo che la cifra di sei milioni di vittime dei campi di concentramento si fonda (o almeno si fondava) su una stima di 4 milioni di morti ad Auschwitz-Birkneau. Ora tale cifra è rifiutata al giorno d’oggi da tutti gli storici, tanto che anche ad Auschwitz-Birkneau è stata modificata la targa. Mentre prima su di essa si affermava che le vittime erano state quattro milioni adesso sulla nuova targa si afferma che nel campo vi sono stati un milione di morti. Se la matematica non è un’opinione sono tre milioni in meno. Nonostante ciò si continua a ripetere che il numero delle vittime ebraiche dei nazisti è di sei milioni. Un chiarimento sarebbe utile, ma purtroppo non viene fornita alcuna spiegazione.
    Se Fini trova infami le dichiarazioni di un vescovo cattolico, io invece trovo infame giocare con i numeri delle vittime di un odioso stermino e fare di una tragedia una vergognosa speculazione politica come fa Fini e tanti come lui.
    Infine trovo ancor più infame e scandaloso che un politico ambizioso come Fini per fare carriera ed avere il lasciapassare per diventare ministro degli Esteri nel primo governo Berlusconi dovette fare autocritica prima di fronte ad un’assemblea della B’nai B’rith, la massoneria ebraica, e poi andare a Gerusalemme e visitare il Museo dell’Olocausto con in capo la Kippà ebraica per ottenere una legittimazione a far parte del governo della Repubblica italiana. Se la legittimazione a governare non viene da un’elezione popolare vuole dire che in Italia il popolo non è sovrano, non c’è democrazia e siamo soggetti ad un potere straniero.
    La Verità vi farà liberi, ha detto Gesù.
    Così io credo, con o senza il beneplacito di un politico miserabile.
    ONORE !

  2. #122
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    Predefinito Rif: Revisionismo

    Robert FAURISSON 12 septembre 2009

    Nos gendarmes face à la Shoah

    Cette année, dès l’âge de neuf ou dix ans, les enfants de France suivront, dans leur dernière année d’école primaire, des cours obligatoires de catéchisme ; il leur faudra apprendre et réciter les articles de notre nouvelle religion, celle de la Shoah. Mais nos gendarmes ne seraient-ils pas déjà logés à la même enseigne que nos enfants ? L’on est en droit de se poser la question quand on s’avise de consulter le « Site officiel Gendarmerie nationale » Concours Officier de Gendarmerie (EOGN) : déroulements, annales : Les concours : ESOG, EOGN, GPX, Officier et Commissaire de police. On y constate, par exemple, qu’en 2008, au « concours Officier de Gendarmerie », les candidats avaient eu à traiter les deux sujets suivants :

    Culture générale : La repentance est-elle justifiée ?

    Histoire : Le régime de Vichy.

    On le sait, au somptueux dîner annuel du CRIF (Conseil représentatif des institutions juives de France), il arrive que figure parmi les invités le plus haut représentant de la gendarmerie française. Ce dernier peut alors, en bon gendarme qu’il est, procéder au constat suivant : dans son discours d’accueil, le président en exercice du CRIF ne manque pas de tancer tous ses prestigieux invités, c’est-à-dire l’élite de nos institutions gouvernementales, politiques, religieuses, diplomatiques, scolaires et universitaires. A la fin de la semonce du président, les invités, dans leur ensemble, accablent de compliments le donneur de leçons qui les a grondés et qui les a avertis qu’il les mettait sous surveillance pour l’année à venir.

    Lorsque, en 2010, les pays de l’Union européenne auront adopté une loi Fabius-Gayssot aggravée et peut-être même étendue , je suggèrerai qu’au même concours de recrutement les candidats se voient proposer les sujets suivants :

    Culture générale : Donnez-vous raison au philosophe Alain Finkielkraut qui a déclaré : « Ah, qu’il est doux d’être juif en cette fin de XXe siècle ! Nous ne sommes plus les accusés de l’Histoire, nous en sommes les chouchous » (Le Monde, 7 octobre 1998) ?

    Histoire : Donnez-vous raison au philosophe Alain Finkielkraut qui a déclaré qu’aux yeux de certains les juifs peuvent apparaître comme « les chouchous de la mémoire » (Le Monde, 9 mars 2008) ? »

    « La peur du gendarme » : l’expression désigne généralement la peur qu’inspire le gendarme. Désormais va-t-elle aussi marquer la peur qu’éprouve le (futur) gendarme à l’idée que les correcteurs de ses copies ne le trouveront peut-être pas suffisamment docile aux leçons de ses maîtres ? J’ai connaissance du nom d’un candidat qui, en 2008, pour parer à tout danger, a surenchéri dans ses copies ; selon son propre aveu, il s’est « préoccupé de n’écrire que ce qu’on cherchait à [lui] faire dire ». Il a réussi son examen. Il va être officier de gendarmerie. Personnellement, je n’ai jamais eu maille à partir avec les gendarmes. Soit lors d’enquêtes de gendarmerie ordonnées sur mon compte, soit lorsque, à l’occasion de mes procès, il a fallu que je m’explique devant un tribunal en la présence de gendarmes ou de gardes du palais de justice, j’ai, au contraire, noté l’intérêt, pour ne pas dire la sympathie, avec laquelle ces derniers écoutaient le récit de mes enquêtes révisionnistes. « Ce gars-là, il est des nôtres ! », ai-je même un jour entendu un gendarme souffler à un collègue à la sortie d’une audience de la XIe chambre de la cour d’appel de Paris. Il faut dire que je venais d’expliquer à la présidente de la cour que, dans mes enquêtes, j’avais à plusieurs reprises consulté le laboratoire central de la préfecture de police de Paris, rue de Dantzig, et qu’en France comme à l’étranger j’avais conduit certaines de mes recherches soit dans le style de la police technique, c’est-à-dire sur la scène du crime supposé, soit selon les méthodes de la police scientifique, c’est-à-dire en recourant aux services de laboratoires.

    A partir des années 1995-1996, nos historiens officiels ont commencé à sentir qu’il y avait « de l’eau dans le gaz » d’Auschwitz. Auparavant ils avaient cru trouver un sauveur en la personne du pharmacien Jean-Claude Pressac, l’acolyte du couple Klarsfeld, mais, pour reprendre ses propres termes, Pressac avait fini par jeter aux « poubelles de l’histoire » (sic) le dossier, qu’il jugeait finalement « pourri » (resic), de l’histoire officielle de la déportation. Environ dix ans plus tard, un autre apparent sauveur, le Père Patrick Desbois, était porté au pinacle ; mais, là encore, il semble qu’il va falloir déchanter. En tout cas le sauveur commence depuis quelques mois à être sérieusement chahuté par certains de ses pairs. Il faut dire qu’avec sa Shoah de substitution, qu’il baptise « Shoah par balles » ou « Shoah par étouffement sous édredons ou coussins », le bon père apparaît surtout comme un sacré farceur. Ajoutons que, de nos jours, bien des juifs se mettent à craindre que l’obsédant tam-tam holocaustique ne provoque la fatigue générale (aux Etats-Unis on parle déjà couramment de « Shoa fatigue »). Ces juifs-là sentent que leur religion de la Shoah est en péril. Pour venir à son secours, ils n’ont d’autre ressource que d’en imposer l’enseignement et de faire peur à tout le monde. Ils comptent d’abord sur la peur ordinaire que tout honnête homme va éprouver devant la loi, les juges, les policiers, les gendarmes ou les chiens courants de nos médias ; mais ils tablent aussi sur une autre forme de peur, une peur sacrée, obscure, ambiante, qui incite chacun à pratiquer dans son for intérieur la plus radicale des censures : l’autocensure ; celle-là monte la garde de jour comme de nuit et ne laisse rien passer.

    Il n’empêche : à la place des juifs dans leur ensemble, on ne serait pas fier d’inspirer tant de peur à tant de braves gens. Un jour ou l’autre, les « caves » risquent de « se rebiffer ». L’histoire est sujette à de brusques retournements. Céline nous le dit en son français de France, « les couillons n’ont pas fini d’être ahuris par les galipettes de l’histoire. »

    I La loi Fabius-Gayssot (13 juillet 1990) interdit de contester les « crimes contre l’humanité » tels que définis et punis notamment par le Tribunal militaire international de Nuremberg (1945-1946) ; il va de soi que « l’humanité » se réduit ici, dans la pratique, essentiellement aux seuls juifs et cela à l’exclusion formelle, par exemple, des civils allemands systématiquement phosphorisés ou des civils japonais systématiquement atomisés.
    Dans les années qui ont suivi la promulgation de cette loi, compte tenu de la ferveur des juges à châtier toute forme possible de cette contestation, les condamnations prononcées par ces derniers ont fini par faire jurisprudence au point qu’il est devenu interdit non seulement de contester mais de paraître contester. Ainsi peut-on lire dans le Code pénal, 103e édition, 2006, p. 2059 B, que la contestation est devenue punissable « même si elle est présentée sous une forme déguisée ou dubitative ou par voie d’insinuation » ; en outre, « la minoration outrancière du nombre des victimes » est également devenue punissable. Si, pour répondre à un journaliste qui vous demande votre opinion sur l’existence de ce qu’on appelle « les chambres à gaz nazies », vous vous hasardez à répondre : « Personnellement, je n’ai pas d’opinion sur le sujet mais je souhaite que les historiens puissent librement traiter de ce point », vous encourrez les foudres de la justice française.

    II Il est question que le délit de contestation s’étende également à la contestation des « crimes contre l’humanité » commis contre les Arméniens et contre les Noirs. En tout état de cause seraient exclus les crimes commis contre les Vendéens ou, à travers les siècles, contre les prolétaires de nos usines ou de nos champs ou encore contre la chair à canon de nos boucheries à répétition ou contre les victimes de l’Epuration ou contre les minorités allemandes déportées en masse (avec, à la clé, vols, viols et meurtres en série) ou contre les prisonniers, par dizaines de millions, du Goulag russe et du Laogai chinois.

  3. #123
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    Udine, proteste per il negazionista Irving - Interni - ilGiornale.it del 12-09-2009

    sabato 12 settembre 2009

    Udine, proteste per il negazionista Irving
    di Redazione

    David John Irving sbarca in Italia e scoppiano le polemiche. Il discusso storico britannico accusato di negare l’Olocausto terrà una conferenza oggi a Udine. Lo ha invitato il centro culturale «Utinum et Patria», di estrema destra. Il titolo della conferenza è: «Libertà di pensiero in questa finta democrazia». Irving è autore di una trentina di volumi sulla seconda guerra mondiale, che gli sono costati una condanna per negazione dell’Olocausto e la prigione in Austria nel 2005. «Non sarà una conferenza sull’Olocausto, che senza dubbio è accaduto, ma sulla libertà di parola. Ed inoltre bisogna ricordare che ci sono stati altri massacri come i 200mila morti nel bombardamento alleato di Dresda», dichiara Alessandro Battistig, uno degli organizzatori. Gli «studenti antifascisti» e l’Associazione partigiani si mobiliteranno contro l’iniziativa. Proteste dalla comunità ebraica e dal sindaco di Udine, Furio Honsell, di centrosinistra. «A Honsell ricordo che ha invitato il vicepresidente iraniano. Non mi sembra che Teheran sia tenero con Israele», ribatte Battistig. La conferenza si terrà in un luogo segreto.

  4. #124
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    Predefinito Rif: Revisionismo

    Robert Faurisson est un humaniste



    Sous le titre d’En confidence, l’éditeur Pierre Marteau, à Milan, vient de publier un long entretien de Robert Faurisson avec une « Inconnue » (distribué par les éditions Akribeia, 45/3, Route de Vourles, 69320 Saint Genis Laval). Par bien des aspects, cet entretien ne manquera pas de semer le trouble chez ceux qui ont cru devoir condamner l’homme sans l’avoir, au préalable, réellement lu et entendu. Pour notre part, ses réponses aux questions de l’« Inconnue » nous confirment que le personnage qui nous a été obstinément décrit comme un être diabolique est en réalité un humaniste dans la double acception du terme : sa formation est celle d’un intellectuel rompu à l’étude des humanités classiques ou modernes et ses dispositions d’esprit le portent au doute, à la recherche scientifique, à l’examen de ce qui risque d’égarer l’homme dans le domaine de la politique, de la religion, de la guerre, de l’esprit de croisade ou encore de la simple propagande médiatique.



    Le Contre Sainte-Beuve de Marcel Proust illustre l’idée qu’une œuvre peut être le produit d’un autre moi que celui que nous montrons dans la vie courante. Nous inspirant de cette idée, tentons l’effort, au moins pour un instant, d’approcher l’homme qu’est Robert Faurisson sans entrer dans l’examen de ce que nous savons ou croyons savoir de l’auteur, de ses recherches littéraires ou de ses enquêtes historiques.



    L’essentiel des enquêtes proprement historiques de Robert Faurisson tient dans les 2 500 pages de ses Ecrits révisionnistes, ouvrage, en cinq volumes, également disponible auprès d’Akribeia. On peut récuser son travail et le décrier comme on est en droit, au contraire, de l’approuver et de le défendre. L’histoire tranchera tôt ou tard, mais encore faudrait-il que son jugement fût précédé d’un débat public. Robert Faurisson, pour sa part, n’a cessé d’appeler de ses vœux un tel débat. Ses détracteurs ont malheureusement décliné sa proposition parce que, selon certains d’entre eux, « on peut discuter sur le révisionnisme mais on ne discute pas avec les révisionnistes », ces derniers n’étant, paraît-il, que des « faussaires de l’histoire », « des gangsters de l’histoire » ou encore des « assassins de la mémoire ». Il me semble pourtant, tout comme il a semblé à Noam Chomsky, à Jean-Gabriel Cohn-Bendit, à Claude Karnoouh, à Jacob Assous et à d’autres encore, que Faurisson devrait avoir le droit de se défendre ailleurs que dans les prétoires de la République, c’est-à-dire sans être sous la constante menace du glaive de la justice. Pourquoi lui dénier un droit qu’on accorde à ceux qui l’attaquent ? Pourquoi lui refuser l’accès à des moyens médiatiques que ses adversaires utilisent à discrétion ?



    La loi du 13 juillet 1990, qu’on l’appelle « loi Gayssot », « loi Fabius-Gayssot » ou « loi Faurisson », interdit tout débat public et contradictoire sur une page et une seule de l’histoire de la seconde guerre mondiale. Cette page porte sur ce qu’a pu être exactement le sort des Juifs d’Europe à partir de 1941/1942 et jusqu’au début de l’année 1945. Nul ne doute, y compris parmi les révisionnistes, que, de 1933 jusqu’à la fin de la guerre, les Juifs ont eu à subir une persécution à grande échelle, mais la controverse historique porte sur des sujets qui vont bien au-delà de cette indéniable persécution.



    Pour beaucoup, l’œuvre révisionniste de Robert Faurisson serait d’inspiration néo-nazie ou, à tout le moins, puiserait dans certaines idées chères à l’extrême droite. Pour notre part, faisant abstraction de ce que, selon l’œuvre de Robert Faurisson, il n’y aurait pas eu pendant la seconde guerre mondiale de génocide des Juifs et de chambres à gaz homicides, nous sommes parti à la recherche de l’homme et ce que nous avons découvert infirme l’impression que certains peuvent avoir à la seule mention d’une thèse historique qu’ils jugent révoltante. Mieux : il y a fort loin de cette fâcheuse impression à l’homme singulier de chair, de cœur et d’esprit qu’est Robert Faurisson.



    Robert Faurisson est-il un disciple d’Hitler ?



    A ceux qui s’imaginent que Robert Faurisson serait un nostalgique du IIIe Reich et professerait des idées néo-nazies, nous conseillons d’aller à la quête des quelques révélations qu’il a pu faire, soit dans En confidence, soit ailleurs, quand il a été interrogé sur son enfance, sur son milieu familial, sur son activité professionnelle, sur sa vie intime et sur les à-côtés de sa vie publique.



    Né près de Londres, en 1929, d’un père français et d’une mère écossaise, à la fois sujet britannique et citoyen français, il a eu dix ans en 1939 et seize ans en 1945. Il a vécu intensément les péripéties de la guerre avec, chevillée au cœur, la détestation de l’Allemagne. Dans En confidence, on l’entend dire : « Abreuvé aux sources de Radio-Londres, que j’écoutais religieusement avec mon père, je haïssais l’Allemand et j’appelais de mes vœux plus de bombardements encore sur mon propre pays [la France] et sur l’Allemagne ».



    En juin 1942, à l’âge de treize ans, au collège des Jésuites de Marseille, le jeune Robert grave au couteau sur son pupitre d’écolier les mots « Mort à Laval », ce qui lui vaudra quelques ennuis. Aujourd’hui, il se reproche cet « appel au meurtre » et condamne les abominations de la justice d’exception qui s’est exercée contre les vaincus à l’heure de la « Libération ».



    Quand on lui pose la question de savoir comment il aurait vécu la victoire de l’Allemagne nazie, il répond qu’il aurait vraisemblablement pris la défense des vaincus car l’expérience enseigne que le vainqueur abuse presque toujours de sa victoire surtout si, au cours de la guerre, il a pu, à un moment donné, frôler la défaite. En pareil cas, le vaincu éveille la compassion de Robert Faurisson tandis que le vainqueur provoque sa méfiance. Le simple fait que le vainqueur, en tout cas, imposera presque nécessairement sa version de l’histoire poussera notre homme à se défier de cette version devenue officielle.



    A cet égard, une date-clé commande le destin de Robert Faurisson : celle du 8 mai 1945. Il avait alors seize ans. Laissons-le s’expliquer.



    « … Je me trouve à Paris où j’habite à proximité du Luxembourg. Les cloches de la Victoire sonnent. Pour mieux les entendre, j’ouvre la fenêtre de la chambre que je partageais avec mon frère cadet. Notre père survient qui me demande si je suis ‘heureux’. Je lui réponds oui, mais comme pour me débarrasser d’une question que je trouve trop intime et, là, pour la première fois de ma vie, je me prends tout à coup à songer aux Allemands, aux ‘Boches’, aux nazis comme à des êtres de chair et de sang pour qui, à la réflexion, ce jour du 8 mai 1945 doit être beaucoup plus horrible encore que le 11 novembre 1918. C’est, je pense, de ce jour-là que le doute a commencé à me ronger. Reste que, par la suite, ‘On n’est pas sérieux quand on a dix-sept ans !’. Mes études et les plaisirs de la vie continuent d’accaparer toute mon attention. Cependant l’Epuration bat son plein : on fusille tous les jours. Gaullistes et communistes rivalisent d’ardeur dans la répression. Les vainqueurs sont pris d’une frénésie criminelle. Après Hiroshima, Nagasaki, voici, en plein cœur de l’Europe, les nettoyages ethniques, les massacres et déportations systématiques des minorités allemandes dans des proportions et dans des conditions bien plus horribles que celles qu’on peut reprocher aux vaincus. On livre au moloch soviétique les proies qu’il exige. On ferme les yeux sur les massacres perpétrés par Tito. Ces crimes qui n’ont plus l’excuse de la guerre, s’accompagnent des mascarades du procès de Nuremberg, du procès de Tokyo et d’un flot de procès identiques ».



    S’il arrive à Robert Faurisson de prendre la défense de dignitaires nazis, c’est qu’au risque d’être traité de nazi il entend « prendre la défense de tout vaincu soumis à la loi de son vainqueur ». Il dénonce le procès de Nuremberg et en récuse le jugement. Allant encore plus loin et affrontant le danger de passer pour un antisémite, il met en cause ces organisations juives ou sionistes « qui accusent quasiment le monde entier puisqu’elles s’en prennent non seulement à Hitler, Himmler, Goering, Goebbels, mais aussi à l’Allemagne, à l’Autriche, à leurs alliés, sans oublier les Collaborateurs et puis les Musulmans qui se sont rangés du côté d’Hitler ; elles incriminent également Roosevelt, Churchill, Staline, le Pape Pie XII, le Comité international de la Croix-Rouge et les pays restés neutres durant le conflit ; autrement dit, ces organisations dénoncent pour ainsi dire le genre humain tout entier ou peu s’en faut. Elles ne font exception que pour quelques milliers de ‘Justes parmi les nations’, ce qui leur est un moyen de mieux accabler le reste de l’humanité, accusé soit d’avoir suivi Hitler, soit de l’avoir laissé commettre des crimes indicibles. »



    Au début des années 1980, à Los Angeles, Robert Faurisson est marqué par sa visite du Musée de la Tolérance, alors dirigé par le rabbin Marvin Hier. Tout muséographe sait par expérience que c’est dans la dernière salle d’un musée qu’on marque le mieux l’esprit du visiteur ; c’est de là que le visiteur emportera sa dernière impression, sa dernière émotion. Evoquant le lointain souvenir qu’il a conservé de sa visite et, en particulier, ses impressions de la première et de la dernière salle de ce musée, Robert Faurisson nous livre le commentaire suivant : « Dans la première salle, les accusés sont, comme on pouvait s’y attendre, Adolf Hitler, Hermann Goering, Heinrich Himmler, Joseph Goebbels et d’autres dignitaires du IIIe Reich ; les photos sont en noir et blanc et la pièce est sombre. En revanche, dans la dernière salle, vivement éclairée, le visiteur a la surprise de tomber sur un grand artefact en couleurs représentant six fois un homme en tenue de déporté qui, d’un geste accusateur, désigne cette fois-ci Roosevelt, Churchill, le Pape Pie XII (peut-être aussi le Comité international de la Croix Rouge et peut-être Staline ; je ne m’en souviens pas, il faudrait que je consulte mes notes). La première salle est donc celle des assassins et la dernière, celle de ceux qui se sont faits les complices, par inaction ou par indifférence, du plus grand crime de l’histoire. Une telle accusation ainsi proférée contre les Alliés est d’autant plus impudente qu’elle vise des pays qui, dans leur lutte contre Hitler, ont perdu des millions de leurs soldats et de leurs civils. »



    Robert Faurisson est-il une figure de proue de l’extrême-droite ?



    Si Robert Faurisson ne peut être taxé de néo-nazisme, serait-il néanmoins un homme d’extrême droite ?



    Robert Faurisson se définit comme apolitique. Il a tendance à reconnaître la légitimité des régimes démocratiques qui sont en place et, selon la formule bien connue, il tient que la politique est surtout l’art du possible. Il répugne aux poncifs de la pensée de droite ou de gauche. Il a eu des amis communistes. Sans doute est-ce pour avoir appartenu au SNES (Syndicat national de l’enseignement secondaire) quand il était professeur agrégé des lettres dans l’enseignement secondaire et que ce syndicat était dirigé par des communistes. Il a même été, pendant des années, secrétaire de section et ses réunions syndicales étaient appréciées car elles étaient brèves et concrètes ; elles portaient sur des sujets précis ; généralités et palabres étaient proscrites. Si Robert Faurisson avait été de droite, il aurait adhéré au SNALC (Syndicat national autonome des lycées et collèges). Par la suite, dans l’enseignement supérieur, il adhérera au SNESUP (Syndicat national de l’enseignement supérieur), syndicat marqué à gauche et, quand la Sorbonne se scindera en plusieurs universités, ce n’est pas à « Paris IV », réputé de droite, qu’il choisira d’enseigner mais à « Paris III », qui est notoirement de gauche.


    Auparavant, alors qu’il était encore professeur au lycée « Blaise Pascal » de Clermont-Ferrand, il s’était signalé par sa participation active aux événements de mai et juin 1968. Place de Jaude, on l’avait vu défiler aux côtés de ceux que les communistes appelaient alors « les révolutionnaires » (sic) et reprendre à son compte le slogan « Nous sommes tous des Juifs allemands ». Pour un esprit aujourd’hui taxé d’antisémitisme obsessionnel, on pouvait imaginer de tout autres slogans. Robert Faurisson nous confiera que, s’il avait vécu à l’époque de l’affaire Dreyfus, il aurait pris fait et cause pour l’officier qui était accusé sans preuves.



    Il est arrivé que des éditeurs d’extrême droite le publient, mais c’est que, partout ailleurs, les portes lui étaient fermées. Quand la gauche libertaire, notamment en la personne de Pierre Guillaume ou de Serge Thion, lui a ouvert sa porte, il s’y est engouffré. Il n’a jamais cautionné les opinions politiques ou religieuses de ceux qui le publiaient. Il a conservé son indépendance et s’est tenu sur la réserve. L’un de ses collègues de gauche avait un jour écrit que Faurisson n’était ni de droite ni de gauche mais d’un pragmatisme à l’anglaise s’accompagnant de méfiance pour l’abstraction. On a entendu Robert Faurisson dire avec le sourire : « Mes idées se trouvent résumées dans la marque de voiture que je possède depuis longtemps. Il s’agit d’une Renault Mégane de la version ‘Classic’. Je crois avoir été marqué par ce qu’on appelait autrefois les humanités classiques et il se trouve que, de naissance, je suis half-British ; d’où l’orthographe, n’est-ce pas, de ‘Classic’.»



    En certaines circonstances, sa réserve peut lui causer du tort. Il s’est vu accuser de complaisance pour des idéologies d’extrême droite mais n’a pas cru devoir toujours expliquer que, s’il s’était effectivement porté au secours d’un ami d’extrême droite jeté en prison pour avoir défendu l’Algérie française, il avait, pour sa part, cotisé au Comité Maurice Audin contre la torture en Algérie. Par la suite, il n’allait pas non plus faire état, sinon en passant, de son anticolonialisme de fait ou de son aide concrète en faveur d’un village palestinien.



    Robert Faurisson nous est apparu comme un homme ouvert mais qui n’aime pas trop s’étendre en déclarations publiques sur sa vie intime ou sa vie de citoyen. Au terme des divers entretiens qu’il nous a accordés, il nous a, en somme, frappé par les marques de sa formation d’universitaire nourri de français, de latin et de grec (d’humanités précisément) et par sa tournure d’esprit « écossaise » comme il aime à dire, c’est-à-dire faite d’indépendance et de hardiesse. Nous l’avons découvert chaleureux malgré sa réserve, généreux, humble, intolérant au mensonge et à la lâcheté.



    S’il nous fallait risquer une comparaison avec un personnage du théâtre classique, nous pourrions, en raison de son pessimisme, de sa droiture, de son amour de l’exactitude et d’une certaine inflexibilité, l’assimiler au personnage d’Alceste dans le Misanthrope de Molière. Quant à ses idées – nos derniers entretiens nous le confirment – , nous maintenons qu’elles sont celles d’un humaniste.



    Il convient que cesse l’indigne traitement qu’on lui inflige depuis 1974.



    Pierre PANET, Paris, le 30 août 2009

  5. #125
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    Citazione Originariamente Scritto da Daltanius Visualizza Messaggio
    ONORE !
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  6. #126
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  7. #127
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    Confermo.

  8. #128
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    http://www.ladestra.info/?p=20258

    Libertà per i Revisionisti!

    15 settembre 2009

    L’Europa non può trasformarsi in Terra liberticida! L’Italia non deve rinunciare alla Libertà di pensiero e parola! Gli storici revisionisti che vengono aggrediti e incarcerati per le loro legittime analisi e ricerche sono gli ultimi paladini delle libertà rivoluzionarie e repubblicane di questa Europa!
    Lobby e pennivendoli a pagamento anche in Italia (vedi il caso Faurisson a Teramo) cercano di imbavagliare la libertà di ricerca sul preteso “olocausto”, e lo fanno paventando il carcere per i revisionisti!
    Noi uomini e donne liberi/e siamo al fianco di questi studiosi eretici, perché riteniamo gli articoli 21 e 33 della Costituzione Italiana validi.
    Onore a R. Faurisson; E. Zündel; G. Rudolf; G. Honsik; W. Frölich; G. Theil; F. Töben; V. Rejnouard; N. Kollerstrom; H. Mahler.
    In particolare siamo vicini all’avvocato Sjlvia Stolz arrestata nel mentre difendeva in un tribunale tedesco uno storico revisionista.
    Un ringraziamento ai revisionisti italiani, alla stampa e ai militanti revisionisti … un pensiero anche agli studiosi revisionisti che hanno dovuto abbandonare le loro case, la loro Patria per evitare il carcere.No alla repressione!

    Associazione Culturale “Nuove Sintesi - Dunum”
    Ultima modifica di Harm Wulf; 16-09-09 alle 00:55

  9. #129
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    Predefinito Rif: Revisionismo

    Il y a 20 ans aujourd'hui l'agression contre le Professeur Robert Faurisson, près de son domicile à Vichy, qui a failli lui coûter la vie. Ci-dessous, un lien à l'enregistrement du journal télévisé d'alors qui racontait les faits.


    Le Professeur Faurisson, toujours là, actif et bien portant à l'âge de 80 ans, n'a pas cédé d'un millimètre dans sa résistance à l'ignoble mystification de notre monde.


    Ina.fr - Faurisson

  10. #130
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    Predefinito Rif: Revisionismo



    Andrea Carancini

    giovedì 17 settembre 2009
    Venti anni dalla criminale aggressione a Faurisson



    Venti anni fa, il 16 Settembre 1989, il professor Faurisson, mentre portava a spasso il suo piccolo cane in un parco di Vichy, veniva selvaggiamente aggredito da tre uomini che, interrotti dall'arrivo di un pescatore, fuggivano lasciando il professore con la mascella fracassata.


    Certo, venne aperta un'inchiesta, che rivelò che i tre aggressori erano "tre giovani ebrei parigini", e il loro indirizzo era quello della LICRA (Lega Internazionale contro il Razzismo e l'Antisemitismo) ma l'istruttoria si risolse in uno scandaloso NON LUOGO A PROCEDERE...


    Approfittiamo di questo messaggio per segnalare che il processo intentato a Dieudonné e al professor Faurisson per "offese razziste" nel quadro dell'"affaire Zenith" avrà luogo il prossimo 22 Settembre, per l'intera giornata, nella (famigerata, per la sua faziosità contro i revisionisti) diciassettesima camera del Tribunale di grande istanza di Parigi.

 

 
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