@Druuna, manco sai leggere e vuoi correggere gli altri come una maestrina del cazzo


@Druuna, manco sai leggere e vuoi correggere gli altri come una maestrina del cazzo


Originariamente Scritto da cireno
Cioè, l'interpretazione del testo, diobòno...


La logica... Non la insegnano, al DAMS?


Fu un altro “grande” generale, Rodolfo Graziani, a guidare i 500mila soldati italiani nell’attacco contro i 50mila soldati britannici che difendevano l’Egitto. La Libia era italiana e l’Egitto un protettorato inglese quindi gli eserciti erano piazzati l’un contro l’altro armati.
Oddio, armati. Noi eravamo armati più per andare a caccia di cinghiali che non per fare una guerra, nostri mezzi corazzati per esempio erano delle scatolette, che saltavano per aria anche solo passando su una mina anti-uomo,
i nostri fanti avevano ancora il glorioso 91, cioè il fucile usato nel corso della prima guerra mondiale progettato appunto, come dice il nome, nel 1891. Inoltre le nostre truppe erano mal organizzate e peggio guidate. Quando attaccammo, quasi di sorpresa, gli inglesi solo per la forza d’urto di un numero di soldati dieci volte superiore a quelli che stavano subendo, arrivammo a poche miglia dal confine con l’Egitto ma l’obiettivo, il nostro obiettivo, di arrivare ad occupare il Canale di Suez si frantumò sulla decisa difesa delle truppe inglesi. Graziani attacco nell’ottobre del 1940, gli inglesi contrattaccarono nel dicembre dello stesso anno, e in poco tempo ci ricacciarono da dove eravamo partiti e, anzi, conquistarono tutta la Cirenaica che vuol dire mezza Libia: un disastro colossale, oltre dodicimila morti e 60mila prigionieri.
Chi viveva in Italia sapeva ben poco di quel che succedeva sui fronti di guerra. Il Popolo d’Italia ma anche gli altri giornali cosiddetti indipendenti, diffondevano notizie che a prenderle seriamente sembrava sempre che l’Italia stesse vincendo su ogni fronte. L’attacco alla Grecia, per esempio, che si rivelò come ho già scritto un buco nell’acqua, ebbene, guardate il Corriere della Sera
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che quel titolo in prima pagina sembrava dirci “stiamo trionfando” , mentre in Grecia stavamo tranquillamente subendo.
Quello che sapevamo, perché era il nostro percorso quotidiano, era la fame che ci accompagnava sempre, e il sonno perchè tutte le notti che Dio mandava sulla terra ci si doveva alzare per andare in cantina, cioè in rifugio, visto che l’allarme aerei nemici suonava di media due tre volte per notte.
Le scuole funzionavamo sempre ma bisogna sapere che a quel tempo non si era studenti così come sono adesso i miei nipoti. A scuola si andava a piedi, non c’erano motorini e figuriamoci mamme o papà che ci portavano in macchina (e chi ce l’aveva la macchina?). La scuola apriva alle 8.30 ma bisognava essere in aula almeno dieci minuti prima, quindi io uscivo di casa alle 7.50. Per lavarmi, anche se a quel tempo certo non si faceva la doccia tutte le mattine che bastava un bagno settimanale nella vasca, quindici minuti, vestirmi, fingere di mangiare, insomma mi chiamavano alle 6.30, magari due ore dopo essere andato a letto dal rifugio. I maschi andavano a scuola da soli le femminucce no, venivano accompagnate sempre da qualcuno della famiglia oppure, se la loro famiglia era ricca, da una cameriera.
Quando io frequentavo le elementari chi finiva quel primo percorso educativo normalmente aveva davanti una vita di lavoro, che la licenza elementare in una società dove l’analfabetismo era ancora molti diffuso era già un traguardo. Chi non si immergeva immediatamente nel mercato del lavoro si iscriveva alle cosiddette scuole commerciali, tre anni di percorso, o a quelle cosiddette di “avviamento al lavoro” che come si può dedurre dal nome “avviavano al lavoro”, quindi erano praticamente scuole di meccanica, di vari artigianati ecc.
Come ho già detto, Milano era diventata una città completamente diversa. Intanto era diventata la città delle donne e degli anziani, che i giovani erano alle armi, in guerra o nelle caserme, eppoi non c’era più illuminazione, i tram erano oscurati, le case avevano le finestre con teli blu sui vetri, le stesse illuminazioni stradali erano state ridotte del 70%, i fabali delle poche macchine ridotti a una fessura da dove filtrava un po’ di luce.
E qui mi ritorna in mente la scenetta sul tema mancanza di uomini che ho ascoltato dalla mia cameretta.
Personaggi:-
Piera, figlia del portiere dello stabile, piccolina, non so se carina o brutta, che per l’età che aveva, cioè all’incirca quella di mia mamma, era da me ragazzino in giudicabile, nubile.
Giuseppina, amica di Piera, anche lei quasi quarantenne
Mia mamma
Mia zia Anna, sorella della mamma
O bambini, o vecchi o riformati, che è anche peggio-dice Piera- oggi chi trova un uomo giusto deve ringraziare la dea Fortuna…
Ti devi accontentare-dice Giuseppina- o hai un marito ancora valido in casa oppure ti adegui
Senti lei- sempre Piera che parla-che alla sua età è ancora vergine…
Mi fermo a queste parole di Piera: cosa significava “essere ancora vergine”? E perché all’età di Giuseppina non si sarebbe potuto o dovuto esserlo? E ancora: era una cosa grave essere vergini?
Ancora non sapevo, avrei imparato di lì a qualche anno cosa volesse dire “essere vergini”
Ultima modifica di cireno; 26-07-15 alle 16:12




Quel passaggio era un attimo contorto effettivamente, ma lei va dritta con i paraocchi, neanche ha l'umiltà di rileggere quando qualcuno scrive una cosa differente. Il prossimo è un coglione, lei è quella dritta.
Poi si lamenta se viene presa a pesci in faccia. Strano.
I vincenti hanno sempre una soluzione ad ogni problema, i no(n)euro hanno sempre una scusa.


Avrei imparato di lì a qualche anno cosa significasse “essere vergini”, ho scritto, nel frattempo dovevo accettare la guerra e tutto quello che comportava: fame, morte, distruzioni. Ma la nostra fede di ragazzini balilla moschettieri nel Duce e nel fascismo non subiva alcun attacco: rimanevamo fermamente convinti che “il Duce avesse sempre ragione” e che prima o poi il fascismo avrebbe sconfitto le demo-plutocrazie giudaico-occidentali.
E qui è il caso di spendere qualche parola sul fascismo e sul suo “autoritarismo”.
Intanto bisogna dire subito che il seguito popolare che ha avuto Mussolini per diversi anni sta a testimoniare che non può esserci autoritarismo senza consenso. La domanda è: come mai e perché quel consenso? Questa è un interrogativo che non investe solo l’autoritarismo del fascismo ma anche molte situazioni politiche dove si vede un popolo, o una gran parte di esso, sottomettersi, cioè in democrazia votare, per un leader che socialmente realizzerà interessi in contrasto con quelli del popolo stesso.
A questo proposito un grande politologo del passato si chiedeva “perché la maggioranza di coloro che sono affamati non ruba e la maggioranza degli sfruttati non si ribella eliminando chi li sfrutta?”.
Il fascismo non aveva come principio di base lo sfruttamento del popolo ma l’esaltazione della sua identità storica che il liberalismo, secondo Mussolini, aveva quasi completamente cancellato. Dall’altra parte il fascismo tedesco aveva come sua base di principio l’esaltazione dell’identità razziale e quindi in qualche modo i due fascismi erano almeno cugini di primo grado, se non fratelli, con la differenza sostanziale dell’obiettivo primario: la purezza della razza per il duce tedesco e la ricostruzione del popolo italiano sulle vestigia del glorioso passato storico per quello italiano.
Leggendo il famoso Mein Kampf di Hitler si nota come la lobby economica ebraica viene descritta come una delle cause principali della crisi economica tedesca dopo la Prima Guerra Mondiale, da parte sua il fascismo italiano non aveva un testo specifico a cui richiamarsi, Mussolini aveva spesso parlato di hegelismo come terreno dove il fascismo si è coltivato ma una vera e propria sua filosofia non esisteva, tanto che negli anni Trenta Mussolini diede ordine a Giovanni Gentile di crearne una.
Tutto nell’Italia fascista era indirizzato a far sentire il popolo come l’erede delle glorie dell’Antica Roma ma specialmente per tenerlo lontano dal socialismo marxista che si era stabilito in Russia, marxismo che Mussolini vedeva come una mostruosità sociale e, ovviamente visti anche i suoi primi referenti, anche economico e che in qualche modo aleggiava sull’Europa.
Prima che Mussolini decidesse di portare l’Italia nella tragica avventura della guerra, gli italiani del loro due erano perfino soddisfatti. Oddio, non che la povertà fosse stata vinta, non che lo sfruttamento di chi lavorava fosse stato cancellato ma insomma il popolo poteva vedere le nuove costruzioni del fascismo, che l’architetto Piacentini progettava nello stile romano-imperiale tanto caro al fascismo
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Il fascismo, dicevo, non aveva sconfitto completamente la povertà nel Paese ma se si guarda a come si viveva nelle campagne intorno a Roma, intorno a Latina la bonifica di quelle zone anche malariche fu certamente un salto di qualità per la vita delle popolazioni indigene.
Così si viveva prima della bonifica fascista
così la bonifica fece nascere nuovi centri (Aprilia, Sabaudia, Pontinia ecc.)
Ma il fascismo fece anche altro, per esempio gli attuali Parchi Nazionali, lo Stelvio, il Gran Paradiso, il Circeo, quello d’Abruzzo, opere non certo minori. Anche la Metropolitana di Roma ebbe inizio nel periodo fascista, e così anche l’ampliamento e il potenziamento della rete ferroviaria. E non bisogna dimenticare la scuola, la riforma Bottai, e l’obbligo dell’alfabetizzazione, anche per gli anziani che non sapevano leggere e scrivere e firmavano con una croce. E le Colonie per i figli del popolo: io stesso andai al mare, a Rimini e a Pietraligure, in quelle colonie.
Ero davvero ancora piccolo, la Storia dice che correva l’anno 1934, quando Mussolini incontra l’altro duce fascista, quello tedesco, Hitler. Fino a quel giorno Mussolini era assolutamente contrario alla discriminazione ebraica, aveva amici ebrei, sostenitori ebrei e perfino un’amante ebrea, la poetessa Margherita Sarfatti, ma dopo quell’incontro le sue idee cominciarono a cambiare. Nel 1938 esce il Manifesto della Razza e immediatamente anche vengono promulgate le Leggi Razziali.
http://www.internetsv.info/Manifesto.html
Il Manifesto ricalca la teoria nazista sulle razze. Secondo i sostenitori di questa teoria esistoino popoli superiori, gli ariani, e altri inferiori, e la mescolanza delle razze porta inevitabilmente alla decadenza morale e fisica: il mantenimento della purezza della razza e del sangue diventa così il compito primario di una nazione. Questa aberrante teoria sulla purezza delle razze umane e sulla superiorità di un popolo, gli ariani, che nel migliore dei casi(gli Ari) proveniva dalla valle del Gange e quindi sarebbe stato scuro di pelli con occhi e capelli scuri, ccome sono le popolazioni indiane, ha poi causato l’orrendo momento della Shoah.
Ma a noi ragazzini balilla tutto questo non interessava, noi dovevamo credere al Duce e combattere, come potevamo, per la vittoria finale del fascismo
Ultima modifica di cireno; 28-07-15 alle 12:54


anche mio padre è del 1930.
certi ricordi sono molto simili ai tuoi.


forse avremo avuto esperienze diverse ma quello che è successo è successo. Spero che tuo padre stia bene, rispettalo e vogligli bene, anche se quelli della mia età sembrano (ripeto sembrano) un po' scostanti, in verità, dentro, non lo sono.
Mio padre è morto da 33 anni e io ancora me lo ricordo con una certa commozione.


Dopo le diverse incursioni notturne del 1940 i bombardieri inglesi cessarono per tutto il 1941 e per oltre mezzo 1942 di far visita a Milano con i loro micidiali carichi di morte.
Poi arrivò il 24 ottobre del 1942.
Io ero al cinema Istria di viale Zara a Milano, da solo, credo, a vedere il solito film di guerra. Casa mia era a meno di un chilometro in linea d’aria e quindi se fossi uscito dal cinema verso le 18,30 sarei stato a casa per le 19 al massimo, cioè nel perfetto orario che mio padre aveva imposto come regola per la cena.
La Storia dice che gli aerei da bombardamento che attaccarono Milano poco prime delle 18 erano almeno 80 forse anche 90. Milano era una grande città ma non era certo una metropoli e 90 quadrimotori come questo qua sotto riprodotto
carichi di bombe che venivano sganciate da un’altezza di non oltre 500 metri, anche meno, non potevano far altro che provocare gravi distruzioni e molti morti.
Ero al cinema, dicevo, e ad un tratto la luce della sala si accese e ci fu un fuggi fuggi generale verso l’uscita. Si sentivano chiaramente gli scoppi tremendi delle bombe e infatti, appena arrivato all’uscita del cinema, alzata la testa mi vedi pochi metri sopra di me questo enorme aereo che seminava bombe. Mi credetti morto, non avevo calcolato che le bombe sganciate sopra la mia testa sarebbero scoppiate qualche centinaio di metri più avanti, nella direzione di marcia dell’aereo. Il bombardamento durò circa quindici minuti, poi gli aerei, indisturbati, se ne andarono. Con il cuore in gola per lo spavento ma anche per il timore di vedere la mia casa colpita, corsi con quanto fiato avevo in corpo per arrivarci. Un carro tirato da un cavallo impazzito di paura per poco non mi travolse mentre attraversavo la strada. Arrivai a casa, e mia madre era sul balcone ad aspettarmi. Fu una delle poche volte della sua vita che quando entrai in caso mi abbracciò.
Furono sganciate circa 30mila bombe, incendiarie e dirompenti, e si contarono quasi 200 morti oltre a moltissimi feriti. Il centro di Milano, da corso di Roma a corso Buenos Ayres furono gravemente danneggiati, e perfino il carcere di san Vittore fu colpito in un’ala da dove fuggirono oltre cento detenuti.
Nel buio che sopraggiunse si potevano vedere incendi vicino e all’orizzonte: la città bruciava, e un’acre odore di morte aleggiava su di lei.
Poche ore dopo, verso circa le 23 gli aerei inglesi tornarono: altre bombe, altre distruzioni, altre morti.
L’allarme suonò di nuovo alla una e poi ancora alle 4 del mattino e poi finalmente tutto cessò: la vita ricominciava su una città gravemente colpita.
Mio padre tornò dal suo turno alla Pirelli verso le 6,30 del mattino (il turno era dalle 22 alle 6) e ricordo benissimo che parlottando con mia madre lui accennò alla possibilità di mandarmi in campagna dai miei zii che avevano una grande fattoria nelle campagne del piacentino.
Quando uscii di casa-non allontanarti troppo-le strade erano pieni di mondo in movimento: carri carichi di mobilio trainati da cavalli, gente in bicicletta con zaini o altro sulle spalle, gente a piedi, tutti che si avviavano verso le campagne intorno a Milano.
Molta gente andava fuori dalla città senza avere una meta precisa, magari per andare a dormire sulle aie di qualche casa di campagna se non addirittura nei campi.
Alla fine non andai dai miei zii. Mio padre decise che avrei dovuto finire la scuola (ero in quinta elementare) e che dopo quel pesante bombardamento Milano avrebbe avuto certamente un lungo periodo di calma. In effetti passarono novembre e dicembre e gennaio ma poi arrivò il grande bombardamento a tappeto della fine febbraio del 1943.
Suonò l’allarme, la notte del 14 febbraio 1943, ma dopo quasi mezz’ora che eravamo chiusi nelle cantine cominciammo a pensare che fosse un allarme fasullo, come molte volte capitava forse per tenere sveglia la popolazione. Mentre mia mamma mi diceva “torniamo in casa” un’esplosione terrificante fece letteralmente tremare le fondamenta della casa e una quantità di calcinacci ci colpì mentre lo spostamento d’aria ci aveva fatto letteralmente volare via dalle panche dove eravamo seduti. Una bomba di grosso peso era caduta a meno di cento metri dalla mia casa e aveva colpito la Fabbrica del Tabacco.
Il bombardamento durò almeno 30 minuti, gli aerei questa volta erano circa il doppio di quanti avevano bombardato Milano in ottobre. Furono sganciate, dice la Storia, 110 tonnellate di dombe dirompenti e quasi il doppio di incendiarie. Le distruzioni questa volta furono molto, molto maggiori del bombardamento di ottobre, fu colpito anche il Duomo, l’Arena, e molti stabilimenti. I morti furono ufficialmente oltre duecento e le case distrutte non meno centocinquanta. I senza tetto divennero il grande problema dell’amministrazione comunale, per risolvere il quale furono chiuse le scuole e date a chi non aveva un tetto sotto cui dormire.
Due giorni dopo, in bicicletta, mio padre mi accompagno dai miei zii in quel di Villanova d’Arda, vicino al Po, a pochi metri da Busseto, dai miei zii.
E così cominciò per me una nuova vita