Uè ludis
benvenuto all'uomo nero


Uè ludis
benvenuto all'uomo nero
se non ci metterai troppo io ti aspetterò tutta la vita...


Scusate ho fatto casino (colpa di samba) se riuscite pls spostate su commenti?
Ultima modifica di Ucci Do; 28-07-15 alle 22:07


Il freddo di quei tempi non era la stessa cosa di quello che l’inverno ci regala oggi. Intanto case con termosifoni pochissime, si andava con le stufe a piano di cottura, che si caricavano dall’alto con legna sotto e carbone sopra. Quel genere di stufa, che era la più diffusa, serviva anche per cucinare ma di calore ne mandava ben poco, e allora ci si sedeva in cucina, unico locale leggermente riscaldato della casa, proprio vicino a quella timida fonte di calore.
Poi c’era anche quella che pomposamente veniva definita caldaia, che stava sempre in cucina ma sulla quale non si poteva far da mangiare, perché era una sorta di torre che collegata con i termosifoni della casa svolgeva funzioni da alimentatore di una sorta di riscaldamento centrale casalingo.
Però questa “caldaia” consumava troppo e quindi i caloriferi delle diverse stanze erano sempre sistematicamente chiusi, spenti. Andare a letto la sera era un dramma, sembrava di entrare in una ghiacciaia non fra le coperte, ma tant’è, anche il riscaldamento era un “vizio” che potevano permettersi solo i ricchi, e noi non lo eravamo.
L’inverno del 1943 fu rigido come tutti gli inverni che io ricordo della mia prima adolescenza, avevo le mani e i piedi pieni di geloni, un disturbo molto fastidioso che oggi nessuno conosce. Cos’erano i “geloni”? Alla voce “geloni” Wikipedia recita:-
-Il gelone, o eritema pernio, è un'irritazione cutanea, causata dall'esposizione dell'epidermide al freddo intenso e umido
e questo “eritema pernio” colpiva la gran parte della popolazione e posso garantire che era un disturbo a volte insopportabile, prudeva e faceva male contemporaneamente laddove colpiva, cioè le dita di mani e piedi.
Per riscaldare la casa, quantomeno in cucina, visto che carbone non se ne trovava nemmeno alla borsa nera, bisognava arrangiarsi. E questo è stato il principale motivo per cui le piante di robinio che percorrevano in doppia fila tutta la strada dove abitavo, alla fine della guerra erano sparite, tutte tagliate dai milanesi in cerca di legna da ardere.
La borsa nera altro non era che il mercato nero, quello che offriva, quando lo offriva, alimenti a prezzi cinque-dieci volte quelli di negozio. Per esempio io ricordo che il burro, introvabile nei negozi di Milano, veniva offerto al mercato nero a 1200 lire il chilo, e se pensate che un operaio della Pirelli guadagnava 1600 lire il mese potete rendervi conto che sempre e solo i ricchi non solo potevano riscaldarsi in inverno ma anche mangiare.
Purtroppo succedeva spesso che anche con la tessera annonaria che ti doveva garantirti 150 grammi di pane (chiamarlo pane è un eufemismo, si diceva che ci mettessero polvere di marmo per farlo pesare di più e quindi rubare farina…) al giorno, nei panifici il pane non si trovava. E allora file, casini, proteste perché si sapeva, o quantomeno si supponeva, che il fornaio usasse la farina per le tessere per fare pane da vendere sottobanco, cioè alla borsa nera, con prezzi quintuplicati.
e come si può vedere da questa fotografia di una strada di Parigi, anche nelle altre nazioni in guerra non è che si stesse meglio, in fatto di fame e di disagi per poter trovare qualcosa da mettere sotto i denti.
Dopo quel furioso e drammatico bombardamento mio padre decide di portarmi dagli zii di Villanova d’Arda. Si accorda con un camionista che sarebbe partito una mattina di sabato per Parma e quindi, con due biciclette al seguito, una sorta di zaino con quattro cose mie di ricambio, quella mattina all’alba, era ancora buio pesto, ci presentiamo all’appuntamento con il camionista.
I camionisti erano tre, o meglio un camionista e due altri personaggi, quindi nella cabina non ci si poteva mettere, il camion era aperto e io e mio padre ci infilammo sotto il telone che copriva alcune casse che il camion trasportava.
Dicevo che il freddo di quegli anni non l’ho mai più incontrato ma quello che prendemmo sotto quel telone non era nemmeno più freddo semplice, ma un serio tentativo di assideramento.
Il buio era scomparso quando il camion si fermò a Fiorenzuola d’Arda, e mio padre e io scendemmo, scaricammo le biciclette e alè, dai pedala che ti scaldi…
Da Fiorenzuola a Villanova erano circa 20 chilometri. Era ormai chiaro, non c’era il sole ma una nebbia chiara cosparsa di microscopiche gocce d’acqua che ci lavavano e la faccia. Pedala e pedala, in quel mondo per me assolutamente nuovo, fatto da campi senza case, di alberi senza foglie, di silenzio, alle 12 circa arrivammo dai miei zii.
Stavano per sedersi a tavola, sedetevi, mangiate qualcosa, avrete fame…oddio, il pane bianco! Sulla lunga tavola c’era due grandi forme di pane bianco!!!! Tieni, prendine una fetta, mi disse una donna che poi conobbi come zia Gina, e davanti a MEZZO uovo cotto che mi era stato messo sul piatto, iniziai a mangiare quel pane bianco.
Decisamente ero sbarcato in un mondo nuovo. Ci sarei stato, e lo avrei molto amato, per tre anni.
Ultima modifica di cireno; 31-07-15 alle 06:53


Bello
So' Gonfu (cit.)


Se pensi che l'istruzione sia cara, prova con l'ignoranza


GRAZIE GONFU
Mio padre era del 1891 e suo padre, mio nonno, del 1851. Sono stato ore e ore e ore, davanti al camino, a sentire quello che mio nonno mi raccontava. Spesso mi ricordo e ancora mi commuovo al ricordo di quel mio nonno che aveva due baffi che sembravano il maubrio di una bicicletta.
Mio padre parlava poco, volontario nella guerra di Libia del 1909, carabiniere fino alla fine della prima guerra mondiale, marcia su Roma, fascista, deluso poi per la guerra del 1940, per la siperficialità, l'impreparazione, l'inutilità. Non parlava mai della sua vita passata, ma i suoi occhi esprimevano la sua delusione.
Qiello che sto scrivendo me l'hanno chiesto un paio di amico del forum e a me è sembrato bello far rivivere certi ricordi con chi magari non sa nemmeno cos'era la borsa nera, tanto per dire.................
tutta sapienza, come diceva la mia nonna umbra...............tutta sapienza


«The world is less explainable than we would like to admit» Jeff Jarvis
«Io non capisco come si possa passare davanti a un albero e non essere felici di vederlo» - Fëdor Dostoevskij






Grazie per aver condiviso, bel 3d.