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Discussione: Vai col gender!

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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Libro gender all'asilo, scoppia la protesta
    di Andrea Lavelli
    “Ci sono talmente tanti tipi di famiglie” comprese quella formata da due mamme gatte e il loro cucciolo, o dai due pinguini-papà “insieme ai loro piccoli”. Questi alcuni passaggi del libro Piccolo uovo di Francesca Pardi, diffuso in sempre più asili e asili nido da nord a sud Italia, spesso all’insaputa degli stessi genitori, come dimostra l’ultimo caso che viene da un asilo nido di Roma.
    Siamo nel quartiere Settecamini – quando a fine gennaio viene approvato un progetto di lettura che prevede l’acquisto, da parte dei genitori, di libri che i bambini – dell’età di 20 mesi – avrebbero consultato con le educatrici e che avrebbero potuto portare a casa come materiale extra-scolastico. La lista non viene resa nota: una mamma ha una brutta sorpresa quando scopre che il libro a lei assegnato è proprio il libro della Pardi, edito da “Stampatello”.
    La mamma si rifiuta di acquistare il testo e informa del suo disappunto le educatrici che invece difendono il libro, su cui spiegano di aver svolto un corso, uno dei tanti che il comune di Roma ha promosso negli ultimi due anni e che spesso, dietro l’obiettivo di accogliere i figli delle “nuove forme di famiglie,” impongono a senso unico alle educatici e quindi ai bambini l’equiparazione di famiglie omogenitoriali e famiglie naturali.
    Non solo: le educatrici inducono la signora a pensare che in realtà gli altri genitori erano al corrente e condividevano la scelta di Piccolo uovo. La madre riesce solo a ottenere una promessa verbale che al figlio sarebbero state proposte delle attività alternative invece della lettura del libro.
    Poco dopo l’amara scoperta: “nessun genitore era a conoscenza della scelta del libro, nel verbale non se ne parlava, né tantomeno si accennava ad argomenti inerenti questioni sensibili riguardanti la sfera famigliare e degli affetti,” raccontano i genitori che in tal modo si sono visti così completamente scavalcati. Altri genitori cominciano ad attivarsi e a manifestare il proprio disappunto alla scuola e alla cooperativa cui la struttura fa capo che decide comunque di acquistare il libro come corredo per il nido.
    Nelle riunioni con le insegnanti e con i responsabili della cooperativa i genitori chiedono semplicemente “che i propri figli non abbiano alcun contatto con tale libro, ribadendo il proprio diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire al proprio figlio.” In sostanza, l’esonero totale da un progetto educativo non condiviso dalla famiglia. La cooperativa risponde che “il genitore può liberamente scegliere di non portare a casa il libro nel week-end e si può garantire che non sarebbe stato letto dalle educatrici, ma che non si può in alcun modo garantire che non venga sfogliato autonomamente dal bambino”.
    Il Comitato Articolo 26, che si è occupato di assistere i genitori in questa vicenda, ha inviato una prima richiesta formale di chiarimenti alla cooperativa che gestisce il nido in concessione comunale. “Non avendo ricevuto alcuna risposta, abbiamo provveduto a inoltrare la richiesta agli uffici scolastici del Municipio e del Comune di Roma”, spiega Chiara Iannarelli, del direttivo del Comitato Articolo 26 e dell’area scuola di Difendiamo i Nostri Figli.
    Una delle argomentazioni di chi difende libri come Piccolo uovo è che essi non abbiano nulla a che fare la teoria gender e che quindi non ci sarebbe alcun pericolo legato alla loro diffusione. La pensa diversamente il dottor Paolo Scapellato – psicologo e psicoterapeuta, docente a contratto di Psicologia Clinica all’Università Europea di Roma – che afferma: “il libro fa parte di quel tipo di letteratura definita di genere (o gender), in quanto afferma il primato della cultura sulla natura, non riconoscendo anzi quest’ultima come fondamento della vita”. Il bambino viene così usato come un mero “strumento di cambiamento culturale determinato da una parte degli adulti. Asserendo che la famiglia tradizionale sia frutto di dinamiche puramente culturali, si fornisce un’altra concezione puramente culturale” introducendo il bambino “in un modo di leggere il proprio mondo assolutamente relativista”.
    “A livello educativo,” continua Scapellato, “è importante che il bambino colga la sua natura e la natura del mondo in cui vive: papà e mamma insieme possono generare un bambino, il quale avrà bisogno di cure e affetto per poter crescere in maniera sana,” mentre in libri come quello di Francesca Pardi, “ampliando il concetto a tutte le unioni possibili si perde l’importanza delle figure genitoriali. I concetti di padre e madre rimangono vuoti, legati esclusivamente all’esser maschio o femmina. Si perde il concetto di paternità, di maternità, di differenze sessuali”.
    Nel libro per di più viene presentata al bambino una realtà alla rovescia, sottolinea lo psicoterapeuta: “affermare che ogni tipo di unione è famiglia e quindi tutte le famiglie hanno diritto ad avere figli è un’inversione logica delle cose: dal fatto che due persone, maschio e femmina, si uniscono e generano un figlio, allora la società li riconosce ufficialmente come famiglia responsabile della crescita di quel nuovo cittadino, si passa al riconoscimento della famiglia e quindi al diritto di avere un bambino”. Piccolo uovo viene proposto a bambini dai 2 ai 4 anni che non hanno “capacità riflessive per cogliere tali sottigliezze e prendere quindi una posizione critica. Insegnargli quindi un concetto esclusivamente artificiale, allontanandolo dalla comprensione della natura di cui fa parte, assomiglia molto a un atto di plagio,” afferma Scapellato, che conclude: “dato che tutta la psicologia dello sviluppo si basa sull’individuazione delle fasi universali della crescita umana (sviluppo affettivo, cognitivo, sociale e morale), appare ingiustificato qualsiasi azione educativa basata su un relativismo assoluto”.
    Libro gender all'asilo di Roma, scoppia la protesta


    Usa: Mississippi, il governatore firma la legge antigay
    Le norme antigay varate in Mississippi sono diventate legge. Il controverso provvedimento sulla libertà religiosa è stato infatti firmato dal governatore dello Stato, Phil Bryant. Consente di non prestare servizi alle coppie gay per motivi religiosi.
    Il Mississippi si aggiunge così alla lista di altri Stati Usa che di recente hanno preso in considerazione leggi simili, come il North Carolina, la Georgia e il South Dakota. Negli ultimi due casi, però, i governatori in carica hanno posto il veto.
    La firma del governatore Bryant, invece, è arrivata nonostante la ferma opposizione delle associazioni per la difesa dei diritti civili e della comunità Lgbt, nonché da parte di molte imprese che parlano apertamente di discriminazione.
    L'obiettivo delle norme è quello di proteggere coloro che in virtù della propria fede credono che il matrimonio debba essere solo tra uomo e donna. E che le relazioni sessuali debbano essere solamente all'interno delle nozze tradizionali.
    "La legge rafforza semplicemente diritti che già esistono e che riguardano l'esercizio della libertà religiosa come sancito nel primo emendamento della costituzione Usa", ha commentato il governatore Bryant. Nel dettaglio le controverse norme consentono alle chiese, alle organizzazioni di beneficenza religiose e alle imprese private di rifiutare ogni tipo di servizio alle persone il cui stile di vita - si legge - violi il loro credo religioso. Anche i dipendenti statali possono individualmente avvalersi della legge, anche se si sottolinea come gli uffici governativi debbano continuare a garantire il servizio a tutti i cittadini.
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  2. #162
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Assegnati ad Arcigay beni confiscati alla mafia

    Prima volta ad associazione immobili sottratti a Cosa nostra

    ​Immobili decisamente ... s-figati.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #163
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Mapà e pammà: i nuovi nomi gender di madre e padre
    di Ermes Dovico
    La neolingua delle associazioni Lgbt potrebbe presto ottenere un altro risultato diretto all’annacquamento culturale delle differenze sessuali. Come riporta il quotidiano The Local, infatti, in Svezia un preside è stato denunciato all’Equality Ombudsman, l’ente governativo che si occupa principalmente di uguaglianza di genere, per aver usato il pronome femminile hon (lei) durante un colloquio di lavoro con una candidata che dice di non sentirsi “né donna né uomo” e preferisce essere chiamata con un secondo nome (nel Paese scandinavo gli uomini possono scegliere nomi di donne e viceversa e, inoltre, sono legali 170 nomi unisex).
    Dall’Equality Ombudsman spiegano che «l’indagine è appena iniziata, quindi non sappiamo ancora se porteremo il caso in tribunale». La vicenda potrebbe rappresentare uno spartiacque per le rivendicazioni trans, perché se il preside venisse sanzionato si imporrebbe - anche in ambito linguistico - l’irrilevanza di un elemento oggettivo (il sesso di una persona) rispetto a uno soggettivo (il genere a cui una persona “si sente” o meno di appartenere), con tutto ciò che ne consegue sul piano della certezza del diritto. Comunque vada, il solo fatto di rischiare una sanzione per l’uso di un vocabolo corretto è già di per sé una forma di condizionamento.
    Questa denuncia arriva un anno dopo l’introduzione del pronome neutro hen nel Dizionario della Accademia svedese, pronome inventato da un linguista negli Anni ’60, ma mai radicatosi nell’uso comune, fino alla recente “riscoperta” da parte della comunità transgender che ha visto nel neologismo un potenziale cavallo di Troia per il radicamento di una cultura favorevole alle proprie richieste. Ora si può trovare il pronome hen in testi ufficiali, articoli di giornale, libri per l’infanzia, questi ultimi diffusi già a partire dagli asili nido, nonostante le proteste seguite alla diffusione nel 2012 del libro per bambini Kivi e il cane mostruoso, in cui non solo il termine hen sostituì i pronomi maschili e femminili ma furono introdotti pure altri vocaboli neutri come mappor (come se in italiano dicessimo mapà) e pammor (pamma) al posto di mamma e papà.
    Altro esempio paradigmatico della diffusione del gender in Svezia è l’asilo Egalia, dove dal 2010 le maestre si rivolgono ai bambini da 1 a 6 anni chiamandoli genericamente friend o con il pronome hen: i termini “lui” e “lei”, assieme a tutte le altre parole che identificano un maschio e una femmina, vengono rigorosamente evitati. A Egalia si considera “neutro” raccontare storie d’amore di due maschi di giraffa, mentre sono bandite favole classiche come Biancaneve e Cenerentola. A questa iniziativa, riproposta in modo simile da altri asili, se ne sono affiancate altre come quella di diversi rivenditori di giocattoli di allestire reparti di genere neutri all’interno dei negozi o come la campagna di una grande catena che tentò di promuovere le bambole per i bambini e le mitragliatrici per le bambine…
    Tutte queste operazioni culturali rientrano nel solco della “norma critica”, una teoria molto in voga (con diversi punti di contatto con l’ideologia gender) che punta a eliminare tutte le norme tradizionali della cultura svedese, in primis la distinzione uomo-donna. Non è un caso che la Svezia abbia uno dei più alti indici di gradimento (il 72%) agli occhi dell’Ilga, l’International lesbian and gay association, che ogni anno pubblica la cosiddetta Rainbow Map per registrare i progressi delle normative dei vari Stati verso la completa attuazione dell’agenda gay, a conferma ulteriore che l’ideologia gender esiste eccome e prevede di conseguire, uno dopo l’altro, tutti gli obiettivi che si è posta.
    Per restare in tema, l’indice di gradimento dell’Italia in chiave di norme gay-friendly è fermo al 22%, ma se - com’è probabile - la Camera approverà il ddl Cirinnà, certamente il nostro Paese registrerà un balzo percentuale, ricevendo la “benedizione” dell’Ilga. La Svezia prevede già il matrimonio egualitario e le adozioni arcobaleno, i trans possono cambiare genere senza sottoporsi a intervento chirurgico e molti Comuni svedesi hanno pensato di predisporre dei bagni “gender neutral”. Per l’Ilga, che grazie al suo status consultivo presso l’Onu e numerosi governi riesce a influenzare gli indirizzi politici, Stoccolma è sulla strada giusta, ma deve completare l’opera, perché «ci sono ancora importanti questioni irrisolte». Vista l’ultra permissiva legislazione svedese, sorge una domanda: le rivendicazioni Lgbt prevedono un limite?
    Mapà e pammà: i nuovi nomi gender di madre e padre


    Mamma, papà e figli, ecco la famiglia per l'Europa
    Ce lo chiede l’Europa! È il leitmotiv che accompagna tutte le ingerenze di Bruxelles nelle politiche nazionali ed è l’assunto da cui partono tutti i progetti di riforma che incontrano la netta contrarietà dei delle opinioni pubbliche del Vecchio Continente. Il ritornello lo sentiamo pronunciare come un mantra in occasione di ogni legge di stabilità e ad ogni “ritocco” del sistema previdenziale.
    Non fanno eccezione cosiddetti temi etici come il diritto di famiglia, il matrimonio, il fine vita, l’aborto, le adozioni e tante altre questioni sensibili rispetto alle quali i burocrati delle istituzioni comunitarie si arroga il diritto di additare da una parte chi rispetta gli standard umanitari dell’attuale società politicamente corretta e dall’altra quanti invece si ostinano a restare i “fanalini di coda” del circuito dei nuovi diritti di civili. I gruppi pro-family di sette Paesi comunitari hanno deciso che è arrivato il momento di ribaltare questo schema e sono loro a “chiedere all’Europa” che, una volta per tutte, venga inserita nei trattati dell’Unione la definizione di famiglia come unione tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio o la discendenza e la filiazione.
    Per fare questo il 4 aprile scorso, in tutti 28 Stati membri, è stata lanciata la petizione “Mun Dad and Kids”. L’iniziativa è stata presentata oggi in Italia dal Comitato Difendiamo i Nostri Figli promotore dei due grandi Family day di giugno e gennaio scorsi. Secondo il regolamento delle petizioni europee deve essere raccolto almeno un milione di firme entro 12 mesi in tutti gli Stati membri, e una quota minima di sottoscrizioni deve essere raggiunta in ogni singolo Paese, circa 54 mila in Italia. Ciò è necessario perché la Commissione Europea prenda in considerazione la proposta. Tecnicamente diventa quindi una sorta di mozione su cui i vertici dell’Ue sono obbligati ad esprimersi.
    Sancire nei trattati europei una definizione di famiglia aderente al modello naturale che ha rappresentato il caposaldo di tutta l’antropologia umana non è una mera azione speculativa tesa a riaffermare che le foglie sono verdi d’estate. Questo perché, come ha spiegato il membro del Comitato promotore Difendiamo i Nostri Figli, Simone Pillon, «purtroppo, ultimamente, grazie anche al diffondersi delle ideologie individualiste, in molti Paesi si è allargato ad una definizione di famiglia che non rispecchia più la realtà. Ci sono, quindi, alcuni Paesi che intendono come famiglia anche tre, quattro persone che vivono insieme, legate magari da una relazione di poli-amore». Dunque, «se tutto è famiglia, se ogni relazione è considerata familiare, a quel punto anche le politiche sociali non possono più andare a incidere efficacemente», prosegue Pillon. «É chiaro, infatti, che se la mano pubblica deve andare incontro, di fatto, a tutti i soggetti, perché tutti si ritengono famiglia, a quel punto non ci saranno più le risorse per andare a fare politiche selettive per quel nucleo sociale e relazionale che è la famiglia».
    L’obiettivo che si sono posti gli organizzatori della petizione, tra cui si annovera anche il grande movimento di massa francese La Manif Pour Tous, è quello di raccogliere un numero di sottoscrizioni molto superiore a quello previsto dal regolamento, per dare proprio il segnale forte che i popoli europei tengono alla famiglia.
    La battaglia per la famiglia iniziata con l’opposizione al ddl Cirinnà si sposta quindi anche sul piano europeo: «Invitiamo i nostri governati», ribadiscono i membri del comitato, ad «uscire dal provincialismo americocentrico, che pone come obiettivo semplicemente lo scimmiottare le politiche familiari di Obama, e seguire invece una politica fondata sulla natura e sul sostegno delle relazioni umane significative». L’alternativa alla famiglia – sottolineano i promotori del Family day – non è una unione arcobaleno ma la solitudine, lo dicono le statistiche dei Paesi dell'Europa, dove la disintegrazione del concetto stesso di famiglia ha portato il 65% popolazione a vivere in un nucleo “mono-parentale”.
    Un vento diverso spira però dai Paesi dell’Est e questo lascia presagire che il milione di firme sarà in tempi molto rapidi. Tra i promotori ci sono, infatti, anche i movimenti polacchi, ungheresi e croati. Questi ultimi, nel 2014, con un referendum, sono riusciti a far introdurre nella Costituzione del Paese balcanico proprio la definizione di famiglia come unione tra un uomo e una donna, chiudendo di fatto la porta al riconoscimento delle unioni omosessuali. La petizione europea “Mamma, papa e figli” (Mum, Dad and Kids) può essere sottoscritta on line all’indirizzo Vater, Mutter, Kind e su carta (il modulo può essere scaricato dal sito internet e spedito all’indirizzo indicato sul modulo per ogni Paese). Ulteriori informazioni possono essere reperite sul sito Difendiamo i nostri figli
    Mamma, papà e figli, ecco la famiglia per l'Europa



  4. #164
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Bruce Springsteen cancella concerto in North Carolina. “I bagni discriminano i trans”
    Una notizia che ha del ridicolo quella che giunge oggi dagli States. La rockstar Bruce Springsteen ha cancellato, appena due giorni prima, il concerto previsto per domani a Greensboro, in North Carolina. La motivazione? Una legge appena approvata prevede che l’uso dei bagni sia legato al sesso registrato sui certificati di nascita, quindi i banalissimi “man & woman”, niente “transgender”, “queer” o roba del genere. Così tanto grave questa legge, da indignarsi a tal punto?
    Come al solito, moda, musica e spettacolo fanno da traino dei cambiamenti di mentalità della società. Chi meglio del “Boss”, assurto a simbolo americano con la sua “Born in the USA” per sollevare un polverone contro chi non si allinea ai “progressi raggiunti nel nostro paese nel riconoscimento dei diritti”? La campagna di boicottaggio contro il North Carolina è già partita. Lo stato sulla costa atlantica si ritrova già accerchiato, Obama da un lato, minacciante di non finanziare scuole e infrastrutture, companies dall’altro, intimanti di revocare la legge, pena la migrazione di capitali altrove.
    Solito copione. Come con Barilla, come con Dolce&Gabbana. Benvenuti nel mondo gay-friendly. Dove o ti pieghi, o soccombi.
    Bruce Springsteen cancella concerto in North Carolina. ?I bagni discriminano i trans? | Azione Tradizionale

    Mondo alla deriva: dopo i gay, l’incesto
    Lo abbiamo detto. Dopo i cosiddetti ‘matrimoni gay’, sarà la volta della poligamia, della pedofilia e dell’incesto.
    Che del resto in molti paesi non è già più reato. Del resto quando l’unica discriminante è il cosiddetto ‘ammmore’, e la presunta ‘consensualità’, non ci sono limiti: perché ci sono un buon numero di malati mentali al mondo.
    Kim West, britannica di cinquantuno anni, vive un rapporto con il figlio Ben Ford, trentadue anni, da quando la ‘coppia’ si è ‘ritrovata’ due anni fa e rendendosi conto di essere ‘sessualmente attratti l’uno dall’altro’: ora vivono in Michigan, Usa. West, che è cresciuta a Islington, Londra, è rimasta incinta durante gli studi in California e dopo aver dato alla luce suo figlio, lo aveva dato in adozione. Ma da quando i due si sono riuniti nel gennaio 2014, la storia a ‘lieto’ fine ha preso una strada torbida e oscena, Ford che era ancora sposato con la moglie Victoria, e la madre, si sono resi conto che erano attratti l’uno dall’altra e ora dicono che stanno cercando di avere un bambino insieme. Cirinnà e Renzi direbbero che è la “vittoria dell’ammmore”.
    Mondo alla deriva: dopo i gay, l?incesto | Azione Tradizionale

    Libri di testo gender free, al via la campagna
    di Elisabetta Broli
    "Cari genitori state attenti: questo è il momento per la scelta dei libri di testo nelle scuole statali primarie e secondarie frequentate dai vostri figli". "Controllate che non ci siano “messaggi” riconducibili all’ideologia gender". Sono alcuni dei messaggi contenuti nel comunicato di associazioni impegnate nel campo della libertà di educazione in vista dell'adozione dei libri di testo che si sta facendo in queste settimane da parte delle scuole.
    Le case editrici è da almeno due anni che si sono adeguate al pensiero unico, che sta attaccando la famiglia così come la conosciamo, padre-madre-figli. La legge è chiara: “L’adozione dei libri di testo, come stabilisce l’art. 7 del D.L. n. 297/94, rientra nei compiti attribuiti al collegio dei docenti, dopo aver sentito il parere dei consigli d’interclasse (scuola primaria) o di classe (scuola secondaria di primo o secondo livello)”.
    L’appello, tramite un comunicato, arriva da tre associazioni legate al mondo della scuola: Generazione famiglia – La Manif pour tous Italia (associazione senza bandiere di partito né simboli religiosi che si impegna nel quotidiano per promuovere e proteggere la famiglia), Non si tocca la famiglia (realtà apolitica, aconfessionale e apartitica) e Articolo 26. (che riunisce persone di differente credo religioso e filosofico). In pochi sanno che i genitori rappresentanti d’interclasse e di classe “hanno il diritto – come si legge nel comunicato – ad essere informati preventivamente sulla rosa dei libri che i docenti sono orientati ad adottare, ponendo attenzione su quanto di loro competenza: i valori educativi, compresa l’educazione affettiva”.
    Riassumendo: in base all’art. 30 della Costituzione ("I genitori hanno il diritto e il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli…") i genitori possono rifiutare testi che contraddicano i loro valori educativi. Spetta ai docenti proporre libri diversi, fino a incontrare il consenso di docenti e genitori. Ma le tre associazioni sono troppo allarmistiche? L’ideologia gender avanza veramente nella scuola?
    Che la teoria del gender sia già insegnata nelle scuole, a partire dall’asilo, molti genitori hanno potuto constatarlo personalmente. Leggendo qua e là nei libri scolastici. “La persona al centro” di Elisabetta Clemente, biennio scuola superiore: “Un caso a sé è poi rappresentato dalle coppie omosessuali, che negli ultimi anni sono state legalmente riconosciute dalla maggioranza dei paesi europei, mentre in Italia non godono di alcun diritto” (affermazione tra l’altro falsa, come ha scritto anche La Bussola). Segue una foto di un bambino felice mano-nella-mano di due papà. Il diritto negato è, secondo l’autrice del testo, l’adozione di minori a coppie dello stesso sesso. E il diritto dei bambini di avere una mamma e un papà?
    In “Extraterrestre alla pari” di Bianca Pitzorno, indirizzato alla scuola media, c’è la storia di un/a extraterrestre che soggiorna in una famiglia terrestre: prima di veste da ragazza e poi da ragazzo perché nel suo pianeta il sesso si decide nell’adolescenza dopo averli sperimentati entrambi.
    Su “L’acero rosso” indirizzato alle elementari si legge: “E’ bello collaborare o oziare pigramente. Si può essere adottati o avere due mamme o due papà. Si può stare sottosopra o sopra-e-sotto… Si è accettati per quello che si è o per quello che si vuole… Il legame che unisce la famiglia non è il sangue: è il cuore che ci rende genitori e figli”. Già a sei, sette anni si insegna che non c’è differenza tra uomo e donna. Eppure secondo alcuni, anche tanti genitori che non vogliono vedere, non esiste una teoria gender nelle scuole.
    Il libro-denuncia di Gianfranco Amato: Gender (d)istruzione – Le nuove forme d’indottrinamento nelle scuole italiane, (centottanta pagine) è un’accurata, documentata e chiara ricostruzione del tentativo di indottrinare i bambini e i ragazzi operato nelle nostre scuole italiane che stanno sempre di più assomigliando “a campi di rieducazione e che ricordano gli orrori della manipolazione educativa già vissuta nelle grandi dittature del XX secolo, oggi sostituite dalla dittatura del pensiero unico”.
    Libri di testo gender free, al via la campagna

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  5. #165
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    “I maschi usino il bagno dei maschi”: la legge che scandalizza la lobby Lgbt
    Cosa sta accadendo in North Carolina? Semplicemente la morte del buon senso. E’ stata infatti approvata una legge in cui si specifica che i bagni pubblici vanno divisi in maschili e femminili e chi è nato geneticamente maschio non può accedere al bagno femminile, e viceversa.
    Ciò che stupisce non è tanto l’ovvietà di tale legge, ma il fatto che le associazioni Lgbt e diverse multinazionali -come Apple, Twitter e Paypal, Disney, Google, American Airlines ecc.-, si siano ferocemente opposte, affermando che non bisogna discriminare e va permesso ad ogni individuo di scegliere il servizio igenico che vuole e che “si sente” di utilizzare.
    La decisione di istituire questa legge è nata dopo la diffusione di casi in cui transessuali geneticamente maschi, o maschi che fingevano di essere transessuali, hanno approfittato della società gay-friendly americana per introdursi tranquillamente nei bagni femminili, arrivando a molestare sessualmente donne e bambine. Tra i casi più famosi c’è quello di Christopher Hambrook, un maniaco sessuale che ha deciso di fingere di essere un transessuale donna per potersi avvicinare ai luoghi frequentati dal sesso femminile, violentando quattro donne. «Chiunque poteva accedere ai bagni del sesso opposto. Tutto quello che doveva fare era affermare che il suo vero genere non era quello biologico», si legge sul National Review. «Lo scopo della legge è di garantire che le persone, soprattutto donne e bambini, possano utilizzare bagni pubblici e spogliatoi, senza essere esposti a persone di sesso biologico diverso. Si chiama buon senso».
    L’Università di Toronto ha dovuto sospendere, almeno temporaneamente, le sue “politiche inclusive e non discriminanti” sull’uso dei bagni gender per le persone transessuali, dopo che alcune studentesse sono state molestate e videoriprese in momenti intimi da parte di alcuni studenti. Si sta quindi pensando di creare servizi igenici destinati solamente agli uomini che si identificano come donne, ma così si discriminerebbero i transessuali donna che si sentono uomni, anche loro necessitano di un bagno esclusivo. Così facendo, tuttavia, si violerebbero i diritti di Nano, la giovane donna che si “sente nata in un corpo sbagliato” e ritiene di essere un gatto. Servirebbe dunque creare una lettiera pubblica per felini a misura di esseri umani, e così via per accontentare ogni tipo delle più svariate “auto-sensazioni”. Siamo alla follia.
    Nota di folklore: il più attivo contestatore della legge del North Carolina si chiama Chad Sevearance-Turner, presidente della Charlotte’s LGBT Chamber of Commerce. Ha dovuto dimettersi dopo che si è scoperto essere lui stesso un molestatore sessuale, condannato nel 2000 per pedofilia.
    Tutto questo dimostra che le conseguenze sociali, una volta approvate le istanze Lgbt, sono anche concrete, arrivando a recare danno e discriminazione verso gli altri cittadini. La domanda “a te personalmente cosa cambia” se vengono istituite le nozze gay o accettate le richieste dei transgender, è fallace, poiché viviamo in un’unica società e ogni legge, lo insegnavano già gli antichi Greci, crea costume e condiziona la vita di tutti. Senza considerare che alla persona che pone tale quesito, non cambierebbe personalmente nulla nemmeno se venissero legalizzati ed istituiti la poligamia, l’eugenetica, l’incesto, la clonazione umana o la creazione di ibridi uomo-animale. Eppure, molto probabilmente, sarebbe ad essi comunque contraria.
    “Ciò che cambia” con l’introduzione del matrimonio omosessuale è la distruzione delle fondamenta del matrimonio e, quindi, della famiglia costituzionalmente intesa, con ricadute su tutti. “Ciò che cambia” nell’accettare le richieste sociali delle persone transessuali è innanzitutto farsi complici -come ha ben chiarito lo psichiatra P.R. McHugh, professore emerito di Psicologia presso la Johns Hopkins University School of Medicine- di persone affette dal disturbo dell’identità di genere, patologia inserita nel Manuale di Classificazione dei Disturbi Mentali dall’American Psychiatric Association (APA), quindi confuse nella loro capacitá di intendere e volere rispetto alla loro identitá. In secondo luogo, esistono anche conseguenze concrete e discriminanti per tutti gli altri cittadini, come insegna il caso del North Carolina.
    ?I maschi usino il bagno dei maschi?: la legge che scandalizza la lobby Lgbt | UCCR


    La “guerra dei bagni” del North Carolina
    Il governatore dello Stato ha ratificato la legge del Congresso che impedisce l’uso dei bagni pubblici in base alla percezione soggettiva del sesso. Obama minaccia di tagliare i fondi federali
    Benedetta Frigerio
    Una lettera firmata da 120 colossi del business americano chiede di abrogare una legge (“House Bill 2″) approvata dal Congresso del North Carolina, e ratificata dal suo governatore, che impedisce l’uso dei bagni pubblici in base alla percezione soggettiva del proprio sesso. La legge, approvata con processo democratico, vieta ad esempio agli uomini che si sentono donne (transgender donne), e che vogliono agire come tali senza però aver modificato il proprio apparato riproduttivo, di accedere appunto al bagno delle donne.
    LA LETTERA. Il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, tra i firmatari della lettera insieme agli amministratori delegati di Google, Microsoft, Barnes & Noble, Levi Strauss & Co, Twitter e Starbucks, ha scritto che «la comunità imprenditoriale ha sempre ed ampiamente comunicato ai legislatori di qualsiasi livello che tali leggi sono un male per i nostri dipendenti e per il commercio». Le 120 firme hanno aggiunto che la legge «renderà molto più difficile per le imprese di tutto lo Stato reclutare e conservare i lavoratori migliori e più brillanti della nazione e attirare gli studenti più talentuosi provenienti da tutto il paese. Ciò diminuirà anche le risorse dello Stato come meta turistica, imprenditoriale ed economica».
    Chad Griffin, presidente della Human Rights Campaign ha rincarato la dose spiegando che «la questione che il governatore [del North Carolina] McCrory sta affrontando è semplicemente una: coglierà l’occasione di mostrare la sua vera leadership o lascerà che il North Carolina rimanga dalla parte sbagliata della storia? Questa legge sta danneggiando enormemente la prospettiva economica dello Stato».
    INTERVIENE OBAMA. Nonostante le pressioni, McCrory ha precisato attraverso il portavoce Josh Ellis che «non ci sono dubbi, esiste una campagna nazionale ben coordinata per rovinare la reputazione del nostro Stato, che ha approvato una legge di buon senso per assicurare che nessun governo ci privi della nostra basilare aspirazione alla privacy nei bagni, negli spogliatoi e nelle docce». Ma né la volontà popolare né il buon senso sono stati accettati e la campagna ha valicato i confini nazionali: venerdì scorso il New York Times ha spiegato che a intervenire sarà direttamente l’amministrazione Obama, che potrebbe punire scuole autostrade e alloggi pubblici del North Carolina tagliando i fondi federali miliardari ad essi destinati.
    North Carolina. Guerra dei bagni diventa costosa | Tempi.it

  6. #166
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Bambino di 7 anni torturato e ucciso dalle madri lesbiche
    Il bambino era costretto persino a mangiare gli escrementi del cane domestico
    Franco Grande
    Seviziato, torturato e ucciso. È questa la tragica fine di Liam, un bambino scozzese di 7 anni che viveva con una coppia di lesbiche, Nyomi Fee di 28 anni e di Rachel Fee di 31 anni che lo aveva avuto da una precedente relazione eterosessuale.
    Secondo le indagini sembrerebbe che le due donne, prima di uccidere il bambino, lo avessero torturato minacciandolo di tagliargli i genitali con una sega, lo avessero più volte picchiato e rinchiuso in una gabbia insieme al loro cane. Il bambino, inolte, sarebbe stato persino costretto a mangiare gli escrementi dell'animale.
    Bambino di 7 anni torturato e ucciso dalle madri lesbiche - IlGiornale.it

    Buenos Aires: la Rabbina celebra le “nozze” gay
    La comunità ebraica di Buenos Aires ha aperto le danze alle “nozze gay” celebrate in “paramenti liturgici”. Lo scorso 10 aprile, nella sinagoga della Nuova Comunità Israelita Emanu El (già in odore di massoneria da diversi anni) Romina Charur e Victoria Escobar sono state dichiarare “spose” da una rabbina della comunità.
    “Questo è un passo storico all’interno della comunità ebraica e una grande felicità per noi tutti” – ha dichiarato la prima, accompagnata alla cerimonia da Gustavo Michanie, presidente dell’associazione Ebrei Argentini Gay. E sulla stessa scia d’onda ha esultato Victoria Escobar, fra le due quella in vesti mascoline: “Non ci posso credere, abbiamo combattuto molto per questo e, alla fine, qual giorno è arrivato. Noi siamo il primo matrimonio gay nel verbale del Tempio“
    “In quest’ottica, un rito religioso è fondamentale. Ora vogliamo avere un figlio e se Dio vuole, arriverà presto” – ha proseguito la signorina (“signora”?) Escobar, aggiungendo che si rivolgerà ad un trattamento di inseminazione.
    Purtroppo casi come questi non sono i primi e non saranno ahimè nemmeno gli ultimi, forse anzi potremmo dire che “le nozze sono aperte”. Già nella “chiesa” protestante ed anglicana si sono verificate unioni in veste “religiosa”.
    Di questo passo, con un sincretismo inequivocabilmente sfacciato e spacciato, sotto le candide vesti dell’ecumenismo, potremo aspettarci di tutto. Guarda caso i siti e le testate LGBT italiane sono già in fermento per questa fibrillante notizia: non vedono l’ora che le porte e i muri vengono abbattuti anche nella Chiesa Cattolica. Il vero obiettivo d’altronde non è altro che il medesimo, passare per un unione civile ed arrivare ad un unione “religiosa”: “il matrimonio gay nel verbale del tempio”.
    Buenos Aires: la Rabbina celebra le ?nozze? gay | Riscossa Cristiana


  7. #167
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Da Tognazzi ai nuovi film gay: è il solito vizietto
    di Rino Cammilleri
    Se andate al cinema in questi giorni trovate Weekend (due gay inglesi che si incontrano in un orinatoio) e l’italiano Un nuovo giorno (bimbo trans: i cineasti italiani sono sempre più realisti del re, poveracci). Se ci siete andati la settimana scorsa avete trovato The danish girl (storia del primo trans) e Carol (storia di due lesbiche, una delle quali malmaritata), nonché lo straziante Freeheld (una lesbica morente che lotta per far dare la pensione di reversibilità alla sua partner).
    Il pioniere fu Ed Wood, il più strampalato regista di Hollywood che nel lontano 1953 fece un prevedibile flop al botteghino col suo Glen or Glenda. Eh, i tempi non erano maturi e gli americani preferivano vedere al cinema le avventure dei machos John Wayne e Gary Cooper (non a caso, tutti e due convertiti cattolici). Ma il cinema hollywoodiano non demorse e passò la palla all’Europa, per la precisione all’Italia che, nell’abbuffata di commedie erotiche anni Settanta, infilò Splendori e miserie di Madame Royale, con un Ugo Tognazzi en travesti.
    É vero, gli americani si erano dati l’Oscar qualche anno prima con il film A qualcuno piace caldo, ma era uno scherzo, un gioco-degli-equivoci, mentre quello italiano faceva sul serio. Sempre Tognazzi insisté con Il vizietto, e fece talmente centro che gli americani si precipitarono al remake con La cage aux folles, con Gene Hackman. Tra parentesi, non c’è successo cinematografico europeo che gli americani non sentano il bisogno di “rifare” (remake) con attori e registi nazionali per soddisfare il loro sciovinismo, dall’italiano Profumo di donna allo svedese Millennium.
    Da allora, via via, sassolino dopo sassolino, si arriva alla valanga odierna, preparando il terreno con A Wong Foo e il celebratissimo Priscilla, la regina del deserto (entrambi sulle drag-queen, che sarebbero i travestiti da avanspettacolo). A quel punto l’ora di fare sul serio era giunta, e fu quella del premiatissimo Philadelphia, santificazione e martirio omosex. Seguì l’Oscar ad American beauty, dove un colonnello dell’esercito, severo, marziale, machissimo e guerrafondaio si rivela gay (classico luogo comune della subcultura dei bar “alternativi”). E, infine, ecco Milk che, ovviamente, vinse l’Oscar. Pare sia in lavorazione il kolossal Stonewall, storia della prima rivolta gay americana.
    In tutto questo tripudio di love is love (unisex) i fratelli Larry e Andy Wachowski, ideatori e registi della saga Matrix, rispettivamente 50 e 48 anni, hanno deciso che era il momento giusto per fare outing. E de che? Per dichiararsi apertamente gay? No, di più: i due hanno annunciato ufficialmente urbi et orbi che sono diventati Lana e Lilly. Cioè, hanno cambiato sesso. Lilly ha confessato che sua moglie e i suoi amici sanno tutto da tempo e che «senza il loro amore e il loro sostegno non ce l’avrei fatta». Sui motivi del sostegno della moglie sono aperte le ipotesi. Ce n’est qu’un début, tenetevi forte perché è solo l’inizio.
    Dopo il campione (americano) di decathlon diventato donna e all'istante sparato sulle copertine dei rotocalchi più glamour del mondo (cioè, americani), sull’ultima trincea è rimasto Clint Eastwood con il suo Sniper (american anche lui). C’è dunque un’America che resiste (anche se ha 84 anni). Il cecchino dei Navy Seals che spara al bambino-kamikaze islamico è stato premiatissimo al botteghino (cioè, dal popolo), mentre gli hollywoodiani si premiano addosso con storie strappalacrime di omosessuali o “di denuncia” della pedofilia dei preti cattolici (tutti). Ma il vecchio Clint dimostra che il cuore di tanta gente batte altrove. La speranza è l’ultima a morire.
    Da Tognazzi ai nuovi film gay: è il solito vizietto

    In questo caso Trump ha decisamente ceduto le armi al "politicamente corretto"....

    Trump-Cruz, lite sui trans
    Lo scontro tra Donald Trump e Ted Cruz si sposta su un terreno delicato: l'uso dei bagni pubblici da parte dei transgender. Il tycoon - che in questa vicenda abbraccia un tema sorprendentemente progressista (ma le primarie in California si avvicinano) - ha criticato apertamente la legge della North Carolina che obbliga a scegliere i bagni pubblici in base al sesso registrato alla nascita. Un provvedimento che ha già causato proteste, con aziende e personaggi dello spettacolo che hanno deciso di boicottare lo stato della East Coast.
    Per Trump non ci sono dubbi: le persone devono usare la toilette che sentono più appropriata. Ad esempio, ha spiegato, se Caitlyn Jenner (l'ex muscoloso atleta olimpico William Bruce Jenner, medaglia d'oro di decathlon Montreal nel 1976 nonché star transgender dei reality tv Usa) andasse nella sua Trump Tower sulla Fifth Avenue di Manhattan potrebbe utilizzare il bagno che vuole. Per Cruz una dimostrazione lampante di quei 'valori newyorchesi' incarnati da Trump e che ha più volte avuto modo di criticare. "Sta cedendo alla correttezza politica", ha osservato il senatore texano. "Gli uomini adulti, gli sconosciuti non dovrebbero stare soli in un bagno con le ragazzine. E' una questione di buon senso".
    Trump-Cruz, lite sui trans - USA 2016 - ANSA.it

    Cresce la “bisessualitàˮ tra gli adolescenti
    di Lupo Glori
    L’ideologia del gender e il processo di “normalizzazione” della “fluidità sessuale” sembrano iniziare a dare i loro frutti tra le nuove generazioni. La triste e inquietante conferma si è potuta vedere in prima serata, lo scorso 16 marzo sul canale televisivo La7, all’interno del programma Tagadà dove è andato in onda un servizio dedicato al crescente fenomeno della bisessualità tra gli adolescenti. Secondo le statistiche fornite dalla trasmissione, la “bisessualità” sarebbe praticata da ben il «60% degli adolescenti maschi» e dal«35% delle donne». Alla domanda del giornalista, «Le statistiche dicono che oggi la bisessualità è praticata molto di più rispetto a prima nella fase dell’adolescenza, ti risulta questo fenomeno?», i giovani intervistati all’uscita delle scuole hanno dato risposte diverse, trattando però l’argomento come qualcosa di assolutamente ordinario e normale.
    Tra questi, un giovanissimo ragazzo ha risposto che la “bisessualità” oramai è un fatto accettato tra i suoi coetanei, dichiarando: «Rispetto a prima si sta più accettando questo fatto della bisessualità». Un’altra ragazza interpellata sul medesimo argomento ha replicato così: «Si ultimamente devo dire che la bisessualità è un fenomeno frequente anche a scuola nostra». Sulla stessa linea anche un’altra adolescente che ha candidamente espresso così il suo pensiero sulla bisessualità: «Per le ragazze penso che sia molto più accettata come esperienza. Ho conosciuto una ragazza con cui sono stata insieme un pò di tempo a 15 anni. Poi sono stata pure con qualche ragazzo. (…) Io mi sento bisessuale, o almeno così la società mi etichetta».
    Tra le giovanissime generazioni la classica distinzione fra “etero” e “gay” appartiene dunque al passato. La “modernità sessuale” impone l’abbattimento di qualsiasi “etichetta sessuale” e il superamento del concetto stesso di categoria in nome di una falsa ed ideologica “libertà di espressione sessuale”. Tutto ciò rappresenta il logico e coerente approdo di un lungo processo rivoluzionario che ha come esito finale la dissoluzione stessa della sessualità. In questa prospettiva, non stupisce che la nuova frontiera degli adolescenti di oggi sia la “bisessualità” che, detta in altre parole, non è nient’altro che la “fluidità sessuale”, ossia la tendenza a fluttuare indistintamente secondo le “onde emotive”, da un sesso all’altro, rifiutando qualsiasi limite o norma che possa in qualche modo contenere tale mutevole e incessante flusso.
    Cresce la ?bisessualità? tra gli adolescenti ? di Lupo Glori | Riscossa Cristiana

  8. #168
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Sempre più bimbi costretti a cambiare sesso
    L’accusa dei pediatri americani: «Abuso di minori»
    Alla fine del marzo scorso l’American College of Pediatricians (Acp) ha pubblicato un documento in cui si mettono in guardia medici e genitori dall’intraprendere percorsi di rettificazione sessuale a danno dei minori. I casi sono in aumento. Sul Gender Watch News del mese scorso, infatti, davamo questa notizia: «L’inglese Tavistock and Portman Nhs Trust, clinica che tratta i problemi di disforia di genere, ha reso noto che da aprile a dicembre 2015, nella sola Inghilterra sono stati “curati” per disturbi legati alla cosiddetta identità di genere 1.013 minorenni, contro i 97 casi del 2009-2010. Le terapie vanno dalla consulenza psicologica al bombardamento ormonale in vista dell’operazione chirurgica di rettificazione sessuale».
    L’Acp sottolinea che «XY e XX sono marcatori genetici sani – non i marcatori genetici di un disturbo», ciòa voler dire che il paradigma di normalità è dato dalla genetica (quando ovviamente non è intaccata da patologie) e non dalla percezione del soggetto come appartenente ad un sesso che non è quello biologico. Il processo terapeutico corretto per le persone affette da disforia di genere è quindi quello dell’adeguamento di tale percezione psicologica al dato genetico e non l’inverso, tentando di mascherare il corpo con sembianze femminee o mascoline.
    E così l’Acp arriva alla conclusione che bloccare gli ormoni affinché il minore possa già in età puberale iniziare a “cambiare sesso” provoca solo danni fisici e psicologici (i tassi di suicidi sono vertiginosi). La disforia di genere, spiega l’Acp, non si cura avvallando gli atteggiamenti femminili di bambini maschi o la castrazione chimica, ma attraverso un accompagnamento psicologico che conduca il minore a diventare uomo e donna anche nella propria psiche. Il documento infine così conclude in merito alla gender theory: «il College of Pediatricians dichiara che promuovere questa ideologia è oltraggioso, in primo luogo e soprattutto per il benessere degli stessi bambini che presentano disforia di genere e in secondo luogo, per tutti i loro pari che non presentano discordanza di genere, molti dei quali metteranno in discussione di conseguenza la propria identità di genere e si troveranno di fronte a violazioni del loro diritto alla privacy e alla incolumità corporea».
    Sempre più bimbi costretti a cambiare sesso L?accusa dei pediatri americani: «Abuso di minori»

    Studio scientifico (non) sdogana le famiglie gay
    di Giuliano Guzzo
    Una delle leggende metropolitane più diffuse, anche fra persone di una certa cultura – e che con le mie orecchie ho sentito dare per certa pure da diversi professori universitari -, è che decenni di studi sull’argomento avrebbero inconfutabilmente appurato come, per il benessere di un bambino, sarebbe indifferente crescere in una famiglia cosiddetta tradizionale oppure con due papà e due mamme. Perché parlo di leggenda metropolitana? Non perché questi studi non esistano, ci sono eccome, ma perché la loro attendibilità – per ragioni che non si mancherà di sottolineare – viene ampiamente sovrastimata. Un esempio molto attuale aiuterà a capire.
    Si prenda un recente studio pubblicato sul Journal of Developmental and Behavioral Pediatrics e subito enfaticamente presentato, anche da siti web italiani, come la prova che «i figli delle coppie omosessuali crescono sani e felici quanto quelli allevati nelle famiglie tradizionali». Ora, pur nel rispetto delle opinioni di ognuno, risulta doveroso – specie data la delicatezza dell’argomento – non fermarsi a titoli più o meno ad effetto e ad interpretazioni più o meno discutibili per andare a verificare se davvero il contenuto di questa ricerca possa giustificare toni tanto trionfalistici e, soprattutto, possa far ritenere superato il primato educativo della cosiddetta famiglia tradizionale.
    Ebbene, uno sguardo anche superficiale basta a capire che pure questa ricerca fresca di pubblicazione – analogamente ad altre precedenti, della cui debolezza metodologica si è già scritto – tutto sia fuorché la prova che «i figli delle coppie omosessuali crescono sani e felici quanto quelli allevati nelle famiglie tradizionali». Per almeno cinque ragioni.
    La prima: uno che si sentisse dire che nelle famiglie arcobaleno i figli «crescono sani e felici» sarebbe subito portato ad immaginare, giustamente, verifiche puntuali sulle loro condizioni psicofisiche o almeno che, interpellandoli, si sia dato voce alla loro esperienza. Peccato che lo studio in questione si sia basato solo su interviste telefoniche ai genitori dei bambini stessi. Ora, non occorre una cattedra universitaria per capire come: a) un’intervista telefonica a dei genitori, ancorché dettagliata, nulla dice sulla reale ed effettiva condizione dei figli; b) i cattivi genitori di solito non sono mai molto contenti di confessarsi come tali, tanto meno rispondendo a domande al telefono; c) le coppie omosessuali, specialmente in questa fase storica, hanno tutto l’interesse, comprensibilmente, ad accreditarsi come famiglie felici e serene. Queste prime considerazioni dovrebbero bastare, già da sole, a far capire come taluni entusiasmi per questo nuovo studio siano, per usare un eufemismo, un tantino esagerati. Ma andiamo avanti, perché è solo l’inizio.
    Un secondo limite è la dimensione del campione. Infatti, se da un lato questa ricerca ha l’indubbio merito di basarsi sul National Survey of Children’s Health, sondaggio rappresentativo che ha portato ad avere quasi 96.000 questionari di nuclei familiari statunitensi con almeno un figlio di età compresa tra 0 e 17 anni al momento dell’intervista, dall’altro essa si è ridotta a confrontare appena 95 coppie di lesbiche e 95 coppie eterosessuali; il che non solo esclude le coppie composte da due uomini, ma determina una fortissima riduzione della dimensione dei campioni considerati e, come si sa, più due campioni sono numericamente ridotti più la significatività statistica delle loro eventuali differenze diviene – a meno che esse non siano macroscopiche – difficile da rilevare. Non è un caso che lo studio di Simon Crouch – criticabilissimo per altre ragioni– avesse comunque un campione assai più vasto, pari a 500 bambini.
    Il terzo, direi decisivo aspetto critico di questa ricerca – i cui esiti, lo si sarà capito, son stati magnificati con troppa fretta – è che non solo è stata condotta su un campione di contesti affettivi assai ridotto, ma non ha considerato, per quantificare il benessere dei figli “studiati” tutta una serie di dati su costoro in termini di rendimento scolastico, problematiche a scuola, partecipazione ad attività sportive, depressione e bullismo. Perché questa omissione, data ricchezza di informazioni che in tal senso il NSCH offre? Perché cioè non includere ulteriori elementi nell’analisi? E’, converrete, una bella gran bella domanda e che non può non insospettire.
    Una quarta criticità di questo studio è, per così dire, di natura politica. Come infatti è stato osservato, gli autori di questa ricerca – fra i quali non si può non notare i nomi di Henny Bos e Nanette Gartrell, entrambe lesbiche e militanti di organizzazioni LGBT – fanno parte del NLLFS, acronimo che sta perNational Longitudinal Lesbian Family Study, una organizzazione che ha lo scopo di “sdoganare” l’omogenitorialità lesbica ottenuta tramite inseminazione con donatore. Quello che si dice, insomma, un piccolo grande conflitto d’interessi. Dicendo questo, sia chiaro, non s’insinua che l’orientamento sessuale di uno studioso renda le proprie ricerche più o meno credibili, ci mancherebbe, ma a fronte invece d’una militanza politica ritengo sia legittimo avere qualche sospetto.
    La quinta ed ultima criticità di questo studio, molto semplicemente, sta nel fatto che pur con tutti i limiti che presenta – e non sono né pochi né irrilevanti – qualche aspetto poco allegro sulle coppie lesbiche, rispetto alle altre, lo riscontra comunque; si è infatti visto come queste risultino maggiormente stressate e più inclini a litigare con i ragazzini rispetto a quanto fanno genitori eterosessuali: non proprio un dato rassicurante. Come mai, ci si a questo punto chiedere potrebbe chiedere, tanta enfasi su una pubblicazione simile? Cosa spinge a presentare con toni trionfalistici ricerche che, ad esser buoni, andrebbero prese con estrema cautela e certamente non possono essere considerate definitive? Fretta? Disattenzione?
    Penso che per rispondere a questa domanda un buono spunto provenga da quanto sei accademici – nessuno dei quali, beninteso, con la fama di conservatore – ha diffuso nel febbraio dello scorso anno segnalando in sostanza i pregiudizi anti-conservatori e anti-cristiani che oggi dominano scienze sociali e dintorni. Il che probabilmente spiega da un lato come mai si continuino a pubblicare studi dalle metodologie discutibili e, dall’altro, motiva l’enfasi che a questi viene riservata. Un atteggiamento francamente ingiustificato e che, se il metodo scientifico conta ancora, non può portare a mettere in discussione il bene, per un figlio, rappresentato della famiglia unita e composta da padre e madre, che – come osserva il sociologo Mark Regnerus– è ancora una empirica e robusta verità.
    Studio scientifico (non) sdogana le famiglie gay ~ CampariedeMaistre


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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Cosa si nasconde dietro l’ideologia del gender
    Un libro di Aldo Vitale per non “tranquillizzare la propria coscienza” e tornare finalmente a ragionare
    Caterina Giojelli
    «Non è vero – scriveva Pier Paolo Pasolini in Lettere Luterane – che comunque, si vada avanti. Assai spesso sia l’individuo che la società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata: la sua “accettazione realistica” è in realtà una colpevole manovra per tranquillizzare la propria coscienza e tirare avanti».
    Tirare avanti: fin dove? Thomas Beatie non è un uomo, ma una donna: si chiamava Tracy Lagondino prima di innamorarsi di Nancy. I due decidono di avere un figlio: grazie alla donazione del seme da parte di un amico e a una inversa terapia ormonale, si procede con una fecondazione assistita eterologa e a portare avanti la gravidanza è proprio Tracy-Thomas. Oggi i due hanno tre figli che hanno una madre che vuole fare il padre (Tracy-Thomas, appunto), una madre “sociale” (Nancy) e un padre biologico (il donatore) grazie al quale è stata innescata l’intera procedura.
    Una vicenda resa ancora più complicata dalla separazione, dopo lungo travaglio giudiziario, dei due, un arresto per stalking di Tracy-Thomas nei confronti dell’ex moglie e una intervista rilasciata lo scorso dicembre al Sun in cui l’ormai celebre “pregnant man”, parlando dei suoi figli e dichiarando di volerne altri dalla sua nuova compagna Amber, racconta che il piccolo Austin «aveva i capelli lunghi e ha iniziato a dire che voleva essere una ragazza quando aveva tre anni», mentre Susan, la primogenita, a 7 anni gli ha già chiesto se tutte le ragazze debbano, prima o poi, diventare maschi. Una storia che è un caso limite? No, una storia con tutti i limiti del caso, piena di risvolti etico-giuridici e paradossi etico-esistenziali di immediata (e drammatica) comprensione.
    La vicenda di Tracy-Thomas, una delle molte restituiteci da questi assurdi tempi di opposizione dei diritti/desideri/amori umani all’esercizio stesso del diritto, non è che infatti una delle tante propaggini connesse al tema del pensiero gender, per cui «ciò che è rilevante ai fini della propria identità non è più ciò che uno è, ma ciò che uno ritiene di essere; per cui ci si può percepire come maschio, come femmina, come entrambi o come nessuno dei due», un pensiero radicato in un soggettivismo etico, che combinato agli sviluppi tecnoscientifici conduce in fretta «a tutta una complicata e insolita tipologia fenomenologica che, invece di mettere in evidenza il diritto rivendicato, espone sotto gli occhi di tutti quanto il diritto, nella sua essenza strutturale, venga semmai violato».
    Non manca il coraggio della verità ad Aldo Vitale, autore dell’efficace Gender questo sconosciuto (Ed. Fede & Cultura, 12 euro), 133 pagine e 30 capitoli che rispondono ai tanti punti oscuri sul pensiero gender, appunto, andato configurandosi nella storia come quel «momento di negazione della differenza sessuata dell’essere umano, o meglio, come pensiero teso a elidere il dato dell’elemento biologico-naturale per sostituirlo con l’elemento psicoculturale». Avvocato, firma preziosa di numerose testate online (fra cui Tempi), Vitale si destreggia tra storia e casi di cronaca, mostrando con chiarezza per ciascuno di essi paradossi e problemi antropologici e biogiuridici che il pensiero gender porta inevitabilmente con sé, arrivando ad esprimere «il livello più avanzato di annientamento radicale dell’essere dell’uomo».
    Che si tratti di un vero e proprio totalitarismo, «lo si comprende facendo riferimento agli elementi che secondo la più nota ed autorevole teorizzatrice del tema, Hannah Arendt, sono necessari per dar vita, appunto, ad un totalitarismo: l’ideologia, la massa da indottrinare e la polizia politica per tacitare chiunque dovesse resistere all’indottrinamento». Vitale non ha paura di usare le parole giuste, avvalorare la sua scrittura chiara con i contributi di numerosissimi pensatori, da Karl Marx a Judith Butler, dal professor Francesco D’Agostino a Benedetto XVI, e instrada il lettore sulle vie della nascita e dello sviluppo complesso del gender che lungi dal rappresentare un’invenzione, si afferma in un preciso momento storico, come frontiera ultima ed evoluzione sofisticata del pensiero femminista; svela l’interesse dei sostenitori del gender a promuovere l’equivoco che esso c’entri con l’omosessualità; rimette ordine su ciò che è diritto, fondato, come diceva Cicerone, «non su una convenzione ma sulla natura»; smaschera la pretesa di chi vorrebbe porre quale causa prima della famiglia («quell’istituto riconosciuto dal diritto statuale che su quest’ultimo non si fonda, ma che è fondamento di quest’ultimo») non il diritto naturale – che attiene alla natura dell’uomo ed è dunque accessibile attraverso l’esercizio della ragione – bensì il diritto statale, e quella di chi vede nell’amore «un principio ordinante del diritto che a sua volta deve disciplinare e ordinare l’esistenza», come è accaduto lo scorso giugno quando Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha statuito che i singoli Stati non potessero rifiutarsi di riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso senza violare la Costituzione: incentrata non sulla razionalità del diritto, ma sulla passionalità dell’amore, «la suddetta sentenza, lungi dall’essere espressione di giustizia rappresenta piuttosto il triste volto di un diritto violato, cioè, in definitiva dell’ingiustizia».
    La diffusione del fast-divorce, la proliferazione delle convivenze more uxorio, le richieste di riconoscimento e tutela giuridica di situazioni «che normalmente dovrebbero essere sottratte al diritto per natura (loro intrinseca e del diritto medesimo), come per esempio in matrimonio omosessuale o l’omogenitorialità (cioè la genitorialità come diritto delle coppie omosessuali attraverso l’istituto dell’adozione o le tecniche di procreazione medicalmente assistita)», evidenziano con forza le spinte contrarie e opposte a cui è soggetta l’istituzione famigliare, tra questi marosi è tuttavia possibile distinguere due principali prospettive «quella che in tende la famiglia come uno dei numerosi prodotti sociali che storicamente si vengono a determinare e succedere» (tipicamente sociologica e marxista) e «quella che rivela la famiglia come società naturale evidenziandone la struttura giuridica sostanziale e sottraendola così a tutte le ipotizzabili manipolazioni».
    Uomo e donna: è qui che Vitale affronta i paradossi che derivano dalla negazione della natura propagata dal gender, sostituita dal sentimento e dal desiderio che una volta benedetti dalla politica e dal legislatore approdano facilmente alle storture del caso Beatie, al sostegno delle lobby gender all’industria dell’utero in affitto con la surrogazione di maternità che rappresenta per gli individui LGBT l’opportunità di avere una famiglia.
    Dai più recenti casi internazionali a quelli italiani, il libro racconta i problemi biogiuridici legati a omoconiugalità e omogenitorialità giocati sulla pelle di bambini ridotti a prodotti ultimi di una catena di montaggio procreativa: valga per tutti il caso del 31enne omosessuale messicano Jorge che nel 2010 decide di diventare padre senza nemmeno essere fidanzato, usa il proprio seme e l’ovulo donato da un’amica e l’utero della madre: nasce un bambino che è figlio di Jorge e della sua amica, figlio della sua amica e di sua madre, figlio e fratello di Jorge, figlio e nipote della madre di Jorge, «essendo figlio di tutti, paradossalmente, è figlio di nessuno. È più figlio o più nipote? E di chi è figlio? E si possono avere due madri e un padre? E se il proprio padre è proprio fratello? E se la propria madre è la propria nonna? Contorsioni esistenziali derivanti da una concezione e da un’applicazione del possibilismo tecnico assolutamente svincolate da ogni paradigma veritativo dell’essere umano».
    Un’altra storia che è un caso limite? No, un’altra storia con tutti i limiti del caso, una delle tante provenienti dagli Stati dove l’ideologia gender, sotto l’ipocrisia della tutela dei diritti riproduttivi (un pensiero unico in cui trova accoglimento anche la promozione del reato di omofobia), va frammentando i ruoli genitoriali e trasformando le tecniche di procreazione medicalmente assistita da rimedio estremo per i casi di sterilità e infertilità in mezzi in cui poter strumentalizzare i figli a soddisfazione dei propri desideri e delle proprie aspirazioni.
    Scrive Donna Haraway in “A manifesto for cyborgs: science, technology and socialist feminism in 1980s”, pubblicato nel 1985 sulla rivista Socialist Review: «Il cyborg è una creatura di un mondo post-genere: non ha niente da spartire con la bisessualità, la simbiosi pre-edipica, il lavoro non alienato o altre seduzioni di interezza organica ottenute investendo un’unità suprema di tutti i poteri delle parti. Il cyborg non ha nemmeno una storia delle origini nell’accezione occidentale del termine. (…) Il cyborg definisce una polis tecnologica in parte fondata sulla rivoluzione delle relazioni sociali nell’oikos. (…) Il cyborg non sogna una comunità costruita sul modello della famiglia organica». E ben si comprende l’orizzonte in cui si muove l’homo faber, che può modificare a proprio piacimento la realtà e la sua stessa natura, raccontato da Vitale. Un libro per non “tranquillizzare la propria coscienza” e tornare finalmente a ragionare.
    Cosa si nasconde dietro l?ideologia del gender | Tempi.it


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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Gli studi di genere smentiti dalla scienza: si nasce e si rimane uomini o donne
    Secondo gli “studi di genere”, l’identità di genere sarebbe una componente distinta dall’identità sessuale e potrebbe anche non coincidere con essa (producendo maschi-donne e femmine-uomini), poiché le differenze tra uomo e donna sarebbero soltanto una costruzione sociale, dovuta a stereotipi di genere, per l’appunto. Su questa base teorica, nata negli anni ’70, viene legittimato il “cambio di sesso” di chi vive una incoerenza tra il “sentirsi” uomo (o donna) -cioè il “genere”-, e l’essere nata biologicamente come donna (o uomo), cioè il “sesso”.
    Tutto falso, lo dimostra oggi la scienza moderna. Le differenze tra uomo e donna sono biologiche e genetiche, non certo dovute all’influsso sociale o dall’educazione ricevuta. Chi afferma di aver “cambiato sesso” ha semplicemente amputato parti anatomiche del corpo o ne ha aggiunte altre con la chirurgia estetica, dopo essersi bombardato di ormoni. A livello neuro-fisiologico rimane come è nato, nella sua originale identità sessuale.
    «I dati scientifici», ha spiegato Antonio Federico, ordinario di Neurologia presso l’Università di Siena, «evidenziano chiare e nette differenze tra il cervello femminile e quello maschile, differenze che sono genetiche, ormonali e strutturali anatomo-fisiologiche, con importanti conseguenze sulle funzioni cerebrali e anche su alcune malattie». Oltre all’aspetto anatomico, «in situazioni complesse è avvantaggiata la donna, perché il cervello femminile è meno “rigido” e portato, quindi, ad analizzare uno spettro più ampio di dati e possibilità; al contrario, il cervello maschile è favorito in situazioni semplici e collaudate».
    Lo ha confermato pochi giorni fa il neurochirurgo Giulio Maira: «L’uomo possiede un cervello che segue schemi basati di più sulla razionalità, mentre nella donna sono più di tipo intuitivo. Ciò fa sì che le donne siano più brave nel multitasking, più empatiche e con migliori abilità sociali. Gli uomini, invece, eccellono nelle attività motorie e sono più capaci ad analizzare lo spazio». Esistono dunque comportamenti e qualità tipiche degli uomini e della donna perché vi sono differenti ed immodificabili impostazioni a livello cerebrale, i quali «influiscono sulle diversità di comportamento e di percezione del mondo», hanno spiegato i ricercatori dell’Università di Cambridge.
    Non può dunque esistere alcuna “identità di genere” separata e/o in contraddizione con “l’identità sessuale”, chi sostiene di avere un’identità differente da quella indicata dalla sua struttura neuro-anatomo-fisiologica ha semplicemente un disturbo di percezione di sé, che la medicina moderna chiama “disforia di genere” o “disturbo dell’identità di genere” (DIG), ovvero «il forte e persistente desiderio di identificarsi con il sesso opposto, piuttosto che con il dato biologico o anatomico». I cosiddetti “studi di genere”, dunque, sono confutati fin dalla partenza: «La genetica e la biologia neoevoluzionista contemporanee hanno concorso a rimettere in gioco il corpo», si legge sul Dizionario di filosofia dell’Enciclopedia Treccani. «Per tali vie il sesso sembra riacquistare incidenza sul genere, attutendo la spinta propulsiva degli studi di genere».
    Gli studi di genere smentiti dalla scienza: si nasce e si rimane uomini o donne | UCCR


    I figli del divorzio: la denuncia del Telefono Azzurro
    Una recente ricerca dell’Università di Toronto afferma che i figli del divorzio, in età adulta, sono più facilmente propensi al suicidio dei figli che hanno avuto una famiglia stabile. La ricerca è stata pubblicata anche su “Psychiatry Research” e su altri giornali stranieri, ma ha avuto nessuna eco nel nostro paese.
    Eppure quella ricerca non fa che confermare quello che il buon senso insegna. Ognuno di noi ha bisogno di riferimenti stabili, di una roccia su cui costruire la sua vita futura. Quella roccia è senza dubbio la famiglia. Lì si impara tutto quello che è necessario, perché la famiglia contiene in sé la varietà generazionale (bambini e adulti), la massima varietà sessuale e psicologica (padre-maschio e madre-femmina) e la varietà dei ruoli e delle funzioni.
    La famiglia è dunque il microcosmo in cui si forma la nostra personalità, e in cui ci prepariamo ad affrontare la futura vita in società. Se la famiglia è forte, equilibrata, capace di trasmettere serenità e sicurezza al bambino, egli potrà sviluppare appieno gli aspetti positivi della sua personalità. Altrimenti egli si trova, come tanti giovani che hanno patito il divorzio dei genitori, a vivere una condizione di precarietà e di fragilità fortissime, con una vita dilaniata, in casa, dall’incertezza e dalla conflittualità, che dopo il divorzio non scompare affatto, ma si trasferisce sul figlio stesso, che diventa il campo di battaglia dei due genitori.
    Tanti giovani pigri, svogliati, disinteressati alla vita, sono oggi figli certamente del vuoto di valori, della società tecnologica che sostituisce le relazioni umane con quelle mediatiche, ma spesso sono i figli di una relazione essenziale, quella familiare, naufragata.
    Si trovo conferma a queste banalissime osservazioni, che la mentalità ideologica rifiuta categoricamente, in un libro pubblicato dal Telefono Azzurro (Azzurro press), intitolato “La separazione e il divorzio”.
    Questo libro è nato dalla esperienza diretta dei collaboratori del Telefono che da 20 anni raccolgono le richieste di aiuto dei bambini. Separazione e divorzio, esordiscono gli autori, sono ormai un “fenomeno di massa” anche in Italia, cioè in un paese in cui, grazie alla tradizione cattolica, la famiglia ha retto più a lungo che altrove.
    Un fenomeno che travolge gli adulti -sempre più soli di fronte alle loro, umane difficoltà, dal momento che manca una cultura che aiuti a tenere duro e nello stesso tempo cala sempre più il ricorso ad una figura mediatrice come quella del sacerdote, che un tempo univa saggezza e autorevolezza-, e i figli.
    Cosa dicono, a riguardo di quest’ultimi, gli esperti del Telefono? Affermano che “la separazione dei genitori è uno degli eventi più stressanti che un bambino possa vivere… I figli di una coppia che ha fallito il proprio progetto matrimoniale tendono spesso a vivere la rottura del nucleo familiare come un’ingiustizia…il primo pensiero che attraversa la mente di un bimbo quando apprende che mamma e papà non vivranno più insieme è inevitabilmente di abbandono…”.
    Ne nasce una “paura che può essere dirompente, che precipita nell’angoscia…durante e dopo la separazione può succedere che i figli diventino ansiosi, irritabili, depressi; possono piangere senza motivo, avere dolori allo stomaco, soffrire di insonnia, andare male a scuola, comportarsi in modo aggressivo”: si tratta di un “dolore fortissimo, più o meno come un lutto”.
    I figli del divorzio, che sono ogni anni di più, oltre ad attacchi di panico, tristezza, depressione, provano talora un profondo “senso di colpa”, unito ad un “senso di frustrazione legato all’inutilità dei propri sforzi”. Che aumenta con “l’arrivo di un nuovo compagno”, ovviamente incapace di sostituire il vero genitore. Con l’aumentare dei divorzi nella nostra società, cambia qualcosa? Assolutamente no.
    Per il milione abbondante di “minorenni che vivono la condizione di ‘figli di genitori separati’…la condizione di ‘quasi normalità’ a livello sociale non serve certo a ridurre il peso di quello strappo, delle lontananze tra padre e madre, spesso in situazioni di aperta conflittualità, nelle quali i figli diventano terreno di scontro principale tra i due ex coniugi. Di questo disagio, di questa sofferenza, di questa frequente incapacità dei bambini di adattarsi alla nuova condizione sono testimoni gli operatori di Telefono Azzurro che sempre più di frequente devono far fronte alle domande e alle richieste di figli di separati in difficoltà. Sentimenti di tristezza, rabbia, abbandono e confusione si manifestano nei più piccoli, mentre tali emozioni si riducono con la crescita, lasciando piuttosto spazio a manifestazioni di problematicità caratteriale nell’adolescenza”.
    Così tanti fiori di giovinezza, di entusiasmo, di vita, rischiano di non sbocciare.
    I figli del divorzio: la denuncia del Telefono Azzurro | Libertà e Persona

 

 
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