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    Predefinito Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Rotwang ha iniziato un thread interessante sul Cristianesimo Scientista nel quale si leggono queste parole

    La dottrina scientista cristiana si basa sull'affermazione contenuta nella Genesi in cui si dice che Dio fece tutto e tutto quello da Lui fatto viene ritenuto "buono". L'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, è un essere spirituale e non materiale. Ciò porta alla consapevolezza dell'irrealtà del "peccato", della malattia e della morte e permette all'uomo di arrivare alla liberazione da questi mali e alla guarigione attraverso l'insegnamento di Gesù Cristo. Il paradiso e l'inferno sono stati mentali, Satana è il simbolo della natura esteriore apparente, che viene vinto dalla fede in Cristo (cioè la comprensione della natura perfetta intrinseca del cosmo) simbolizzata dall'eucarestia, l'unione con la natura perfetta incarnata da Gesù.

    Leggendo queste parole mi è tornato in mente quello che Umberto Veronesi ha scritto nel suo libro Il Mestiere di Uomo nel quale racconta il suo percorso da credente a uomo senza Dio. E’ stato l’incontro con il cancro-scrive Veronesi-a darmi la certezza della non esistenza di Dio. E ancora” Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova dell'impossibilità di Dio. Come puoi credere nella Provvidenza o nell'amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? ? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del non so"

    E’ evidente che le parole che ha scritto Rotwang sono in aperta opposizione a quelle scritte da Veronesi, e davanti a posizioni così distanti tra loro io non riesco che ad essere sempre più dibattuto in cento domande alle quali non riesco a rispondere.
    Ma soprattutto è una domanda, quella eterna, quella che migliaia di pensatori hanno nei secoli affrontato a turbarmi: PERCHE'?
    Mi accingo a postare pagine di quello che forse diventerà un libro sulla ricerca di Dio, se esiste.
    Spero di riuscire, con la mia modestia intellettuale, a farmi capire, in questa fatica.
    Ultima modifica di cireno; 26-12-15 alle 16:11
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

  2. #2
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Prima di iniziare voglio ringraziare RACHEL WALLING e GIORDI per avermi concesso la possibilità di postare qui le pagine che verranno.

    Prefazione


    Giovanni è stato uno dei primi quattro uomini che hanno seguito Gesù.
    Gli altri furono Giacomo, Simone (Pietro) e Andrea, fratello di Simone.
    Circa trent’anni dopo la morte del Maestro, Giovanni partì per l’Asia Minore, per predicare il Suo messaggio e convertire le popolazioni pagane delle grandi città di Efeso, Mileto, Dydima.
    Anche Maria, la madre che Gesù prima di morire aveva affidato a Giovanni, sembra si sia recata in quei luoghi ma su questo non si hanno certezze. In ogni modo in una località a quattro chilometri da Efeso, Panaya, esiste ancora una casa dove sembra che Maria abbia vissuto per qualche tempo e che per questa ragione è chiamata la Casa di Maria.

    Giovanni morì qualche anno dopo essere giunto ad Efeso e venne sepolto nel paese di Selcuk, in una piccola chiesa, appositamente costruita dai fedeli del luogo per dare degna onoranza alle spoglie mortali dell’Apostolo.
    Oltre cinque secoli più tardi, sotto Giustiniano, al posto di quella chiesetta, venne eretta la Basilica chiamata di San Giovanni, il più importante edificio bizantino della zona.

    Nel 1330 gli ottomani trasformarono la Basilica in moschea quindi, nel 1402, le truppe mongole, nella loro furia barbarica, la devastarono e la distrussero quasi completamente. Solamente la tomba di Giovanni venne in parte risparmiata: il resto della grande basilica fu perso per sempre.
    Oggi i suoi muri diroccati fanno da corona alla tomba di San Giovanni e testimoniano delle peripezie che questo luogo ha vissuto.

    Malgrado la grande Basilica bizantina sia quasi completamente distrutta milioni di fedeli, nel corso dei secoli, hanno pregato sulla la tomba dell’Apostolo. Ancora oggi i resti della basilica sono meta di pellegrinaggi. Papa Paolo VI, durante il suo pontificato, si è recato a pregare sulla tomba dell’Apostolo Giovanni.

    Un’antica leggenda dice che chi prega e cammina su quella tomba, trova la pace dello spirito.


    ***


    Quest’estate siamo arrivati, mia moglie Carla e io, via mare nel porto turco di Kusadasi. A trenta chilometri da Kusadasi c’è Efeso, che dalle rovine romane ben conservate rivela la straordinaria grandezza del suo passato; tre chilometri a sinistra di Efeso, su una piccola collina al centro di Selcuk, ci sono i resti della Basilica di san Giovanni e la sua tomba.

    Dopo un’estenuante trattativa sul prezzo della corsa, un simpatico e spericolato taxista turco ci ha portati a Selcuk. Pagato l’ingresso al Ministero dei Beni Culturali della Turchia, siamo entrati fra le rovine di quella che è stata una delle prime chiese del cristianesimo.
    Erano le tre di un sereno pomeriggio, e il sole picchiava come è giusto che faccia in Turchia nel mese di agosto.
    Fra quelle mura diroccate, che sembravano braccia levate al cielo, eravamo solo noi due, in compagnia del sole, del vento e di un gran numero di uccellini che, dagli alberi, rigavano l’assoluto silenzio con i loro canti.
    La tomba dell’Apostolo era in un lato della basilica, spoglia e senza un fiore. Una lastra di granito con qualche parola scolpita, e quattro candelieri di pietra agli angoli.
    Ci siamo fermati, mia moglie ed io, davanti a quel sepolcro in assoluto silenzio. Lei ha recitato qualche preghiera, io sono decenni che non dico una preghiera, per cui non potevo farlo, non ricordavo nemmeno le parole.
    Sentivo però che il mio pensiero si alzava verso il cielo, in quell’atmosfera incredibile, assolutamente spirituale. D’altra parte non avrebbe potuto essere diversamente: lì, davanti a me, riposavano i resti di un uomo che aveva vissuto con Gesù Cristo, gli aveva parlato, lo aveva ascoltato, gli aveva dedicato la vita!
    Mi sono ricordato della leggenda medioevale, e allora, con assoluto rispetto, anzi, con un certo imbarazzo, quasi temessi di compiere un atto sacrilego, ho camminato sulla tomba del Santo. Pochi passi.

    Non so se questo mi ha fatto trovare la pace dello spirito, come vuole appunto l’antica leggenda, quello che è sicuro è che oggi sono qui, davanti a questa tastiera di computer, alla ricerca di quel Dio che rincorro da sempre senza mai riuscire a raggiungerlo.
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

  3. #3
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Preambolo

    Ci sono interrogativi che fanno parte del bagaglio esistenziale dell’uomo, e che ci portiamo sempre con noi.
    Alcuni, come quelli sull’esistenza di Dio e sul senso della vita, sul perché viviamo e dove andremo dopo questa brevissima esperienza terrena, se non ce li poniamo è solo perché li rifiutiamo, sapendo in anticipo che difficilmente potremo, nella nostra limitatezza, trovare una risposta adeguata alla grandiosità del tema.
    Cercare risposte a queste domande è come guardare in un abisso di cui non si scorge il fondo: la paura dell’ignoto, atavica nell’uomo, diventa sgomento davanti a ciò che non si può vedere, toccare, identificare; sgomento che origina, secondo Kierkegaard, quell’angoscia esistenziale che è la causa principale delle tante forme di nevrosi di cui soffre l’umanità. Un famoso psicanalista americano ha detto, al riguardo “la depressione è il male del genere umano che nasce dall'impossibilità di dare un significato alla disperante inutilità di una vita che passa veloce e va verso la fine, senza che l’uomo riesca a comprendere nemmeno perché è nato”.

    Altri interrogativi, più legati invece all’esistenza terrena, nascono per soddisfare il desiderio di sapere. Una volta trovate le risposte, queste diventano mattoni che servono per ampliare l’edificio della nostra cultura. Sono evidentemente domande di spessore diverso dalle prime, perché un conto è misurarsi con il problema dell’esistenza di Dio, che non si vede e che molti possono accettare per istinto, per fede, e perfino anche, qualche rara volta, per logica o deduzione, un altro conto è capire quello che l’uomo ha pensato, scritto, elaborato, scoperto nel corso dei secoli. In ogni caso sono sempre l’espressione del desiderio di sapere e quindi devono, o dovrebbero, avere una risposta, perché la mente umana ha sempre sete di conoscenza.

    Molte persone invece non si pongono domande, lasciano perdere, sfuggono i vari problemi, evitano i dubbi e riescono così a vivere di poche e spesso superficiali certezze, senza rendersi conto che così riescono solo a galleggiare in un limbo di niente. Altri pensano che la vita debba essere solo un veloce passaggio fatto di lavoro e godimento materiale: è stato Voltaire, se non erro, a dire “lavoriamo senza pensare a niente, perché è l’unico modo per sopportare la vita”.
    E’ evidente che questa mia “ricerca” non è rivolta a queste persone felici di non esistere, ma a coloro che, come me, a questi interrogativi vorrebbero trovare una risposta.

    Probabilmente nel corso di questo mio scritto salterò fra domande e argomenti apparentemente diversi fra loro. Credo che sia normale, quando ci si accinge a scrivere senza sapere esattamente che percorso si riuscirà a seguire, ignorare cosa potrà nascere inoltrandosi nell’argomento. Questo mi porterà fatalmente a fare un po' di confusione nell’ordine logico dello scritto, ma non cambierà il senso della mia ricerca. Certo sono io a scrivere e quindi userò parole mie, ma non disdegnerò di usare anche cose che sono già state scritte da altri. Del resto io non sono uno scrittore e tanto meno un teologo: quello che mi accingo a scrivere lo faccio perché, in un certo senso, mi sento costretto a farlo.

    Comunque, agli esegeti della lingua italiana, porgo le mie scuse anticipate per una costruzione grammaticale che forse qualche volta traballerà. Al ricordo del mio vecchio professore De Regibus, che al liceo cercava disperatamente di farmi studiare analisi logica e grammaticale, chiedo invece perdono: lui ha fatto del suo meglio.

    E infine una annotazione importante: io non voglio convincere nessuno ad avere fede o a non averla, perché sono innanzi tutto io l’obbiettivo del mio scrivere, quello che deve trovare i motivi “logici” per credere all’esistenza di Dio o per definitivamente rifiutarlo. Per dirla con Messori, la fede non è un programma per computer, con una risposta ad ogni possibile domanda, che tra l’altro sarebbe anche cosa noiosissima, ma potrebbe essere un traguardo, dico io, che può essere almeno avvicinato con lo studio, il pensiero e addirittura con il ragionamento.

    Mi rendo conto perfettamente che la ricerca di argomenti razionali per dimostrare qualcosa che alla mente dell’uomo appare più prossimo all’irrazionale è una scommessa quasi impossibile. Però la strada di cercare di dimostrare l’esistenza o l’inesistenza di Dio è già stata percorsa da altri, quindi io non mi considero un illuso: camminerò anch’io su questo difficile cammino. Questa strada è vecchia di migliaia di anni, visto che già nel cristianesimo primitivo si fronteggiarono due scuole di pensiero: la prima, di ispirazione ellenistica, patria della filosofia, cercava la Verità proprio attraverso il ragionamento e la seconda, di estrazione giudaica che, abituata alla fede assoluta nel Vecchio Testamento e nella figura onnipresente di Jhwh (Javeh), aveva un senso religioso più marcato e quindi semplicemente ‘credeva‘ senza farsi tante domande. Sappiamo tutti della grande diatriba che nacque tra Paolo, che di cultura era greco, che sentiva come scopo della sua vita l’annuncio della parola di Cristo a tutte le genti, e Giacomo, fratello di Giovanni, capo della cosiddetta fazione dei cristiani giudeizzanti, che pretendeva l’osservanza assoluta alla legge di Mosè e perfino la circoncisione dei nuovi battezzati. Una discussione che mise anche in pericolo la prima chiesa di Gesù, perché la diversità dell’interpretazione delle parole del Maestro, fra i due Apostoli, era davvero grande e le rispettive posizioni restarono a lungo ferme nei loro convincimenti.
    Io rispetto assolutamente la posizione di Giacomo ma mi sento vicino a quella di Paolo e quindi cercherò attraverso il ragionamento e lo studio di quanto è già stato scritto sull’argomento di trovare una mia soluzione.

    Perchè, voglio ripeterlo, vorrei almeno tentare di capire che senso ha questa mia esistenza, visto che non credo che vivere possa essere solo nascere, riprodursi e morire, e per questo mi sembra logico provare ad approfondire l’argomento con l’analisi di tutti i possibili punti di vista, visto che in duemila anni di discussioni e sono stati evidenziati migliaia.
    E tutto questo non perché, avvicinandosi l’ora del sonno, come recita il titolo di un bellissimo lieder di Riccardo Strauss, si diventa mistici, almeno secondo l’opinione di un giovane parente, che non è vero, ma perché il desiderio di sapere e di capire, e quindi di cercare di trovare una risposta alla più grande di tutte le domande, desiderio che ho sempre avuto da quando mi ricordo, ora è diventato irrefrenabile, forse proprio perché, guardando avanti, mi rendo conto che il tempo che mi resta per capire è diventato limitato.

    Il grande interrogativo non è solo “Dio esiste?” ma è anche, se non specialmente “perché viviamo?” O anche, come si chiese Leibniz “perché esiste qualcosa anziché il niente?” .

    Che senso ha vivere? A cosa serve, e perché? Oppure la vita è solo un’illusione, un riflesso di qualcosa che in realtà non c’è? Ecco: questa è la grande domanda. Trovare delle risposte significa dipanare anche la matassa e entrare nel grande mistero di Dio, cioè di chi ha voluto, e quindi creato, tutto questo.
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

  4. #4
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    E poi ci sono altre domande, ad esempio: Gesù Cristo è stato semplicemente un uomo o il figlio del Dio incarnato per la salvezza dell’umanità, come vogliono la Chiesa e i Vangeli? E se è stato solo un uomo cosa ha significato la breve vita straordinaria che i Vangeli, e non solo, raccontano?
    Troverò risposte a tutte queste domande?
    Lo spero. Così magari riuscirò a trovare un equilibrio al mio comportamento nei riguardi della religione(i), perché non posso continuare ad essere una sorta di travicello che sbattuto da onde furiose a momenti di calma piatta del mare interno, per tutti gli interrogativi e tutti i dubbi che non mi riesce di risolvere.

    Però potrei anche non risolvere niente, non trovare risposte, e allora dovrò rassegnarmi a vivere immerso in questo limbo di agnosticismo e ad invidiare i credenti, quelli della fazione di Giacomo, che credono e basta senza porsi tante domande.
    Cercherò ovviamente di non prendere posizioni. Mi sforzerò di chiarire perché si dovrebbe credere in Dio e anche perché si potrebbe non credere. Non so però se riuscirò a essere del tutto imparziale nel mio scrivere. Non è facile essere imparziali, quando tanti dubbi continuano a crearsi nella mente e il solo modo per risolverli è legato a interpretazioni, a intuizioni.
    Perché, come mi sembra sia molto chiaro, io sono portatore di dubbi pesanti. E se il dubbio nasce dall’intelligenza, così come si dice, perché non dovrei averli?
    Per questo mi piacerebbe poter seguire il consiglio che Agostino ha dato agli scettici e ai dubbiosi: prima credi e poi conoscerai. Ma non è facile, non si può ordinare a noi stessi di credere. E poi se già credessi non starei qui a scrivere quello che sto scrivendo. Devo quindi rovesciare il consiglio: prima cercherò di conoscere, magari con un atteggiamento fiducioso, poi forse riuscirò anche a credere. Forse.
    Una cosa mi dà speranza: il fatto stesso che mi trovo qui per affrontare questa ricerca potrebbe voler dire che Dio, al di là dei miei dubbi di sempre, è già dentro di me. Credo sia Tommaso che ha detto “Per il fatto stesso che un uomo si senta costretto a pensare a Dio, questo sta a significare che Dio è già entrato in lui”. Vedremo.


    ****


    Voglio chiudere questo lungo preambolo con una bella pagina di Sergio Quinzio, scrittore cattolico, filosofo e teologo, tratta dal libro ‘Mysterium Iniquitatis’, perché queste parole mi danno la possibilità di introdurre il tema nel miglior modo possibile.
    E’ una confessione di fede e una riflessione sul mondo di oggi.
    Quinzio è morto pochi anni fa, ancora abbastanza giovane. Ha lasciato degli ottimi studi sul Cristianesimo e sulla Bibbia. Era sicuramente un uomo che ‘credeva’, quindi un uomo felice, perché non travagliato dall'angoscia del dubbio.

    “La fede è la scelta assoluta, gratuita e rischiosa - per grazia si diceva - di un orizzonte, di un linguaggio fra i tanti possibili. Ho sempre guardato con curiosità, ma senza vero interesse, come se fossero delle stranezze, agli innumerevoli tentativi che gli uomini hanno storicamente fatto per sostituire la semplice, insostenibile certezza senza appigli della fede con sistemi e artifici che avrebbero dovuto fondarla o confutarla.
    Direi che questo cammino è proceduto lungo i secoli in tutte le direzioni possibili, dal mito alla ragione metafisica, dalla scienza alla politica, dai misteri esoterici al pragmatismo assoluto, dalle sublimazioni estetiche e mistiche ai vari sincretismi ed ecumenismi, dalla magia allo storicismo, fino alle varie forme di nichilismo.
    Sono forse universali nel tempo e nello spazio, il mito, o la filosofia, o la scienza, più di quanto lo siano la fede o la religione?
    Ignorando scienza e filosofia, intere civiltà hanno compiuto il loro corso. Noi tendiamo a definire filosofia e scienza alcune esperienze reali che di per sé non richiedono, neppure lontanamente, di essere trasposte e interpretate nel modo in cui sono trasposte e interpretate nel nostro orizzonte mentale.
    Si possono naturalmente portare tantissimi argomenti per mostrare la inverosimiglianza del credo religioso. Ma sono pur sempre argomenti che ci appaiono validi per la sola ragione che appartengono alla ‘nostra cultura’, e cioè agli schemi psicologici, sociali, mentali del nostro tempo: e che dunque non provano niente di più di quel che, in altre culture del passato, i relativi argomenti presumevano di provare.
    Il fatto che la fede sia diventata ‘incredibile’ per l’uomo d’oggi non prova di per sé nulla, né pro né contro di essa. E’ vero che apparteniamo al nostro tempo, che non possiamo pensare di uscirne, e che fra le esperienze del nostro tempo c’è quella dell’incredulità della fede. Ma senza dubbio appartiene ormai al nostro tempo anche l’essenziale coscienza della parzialità e precarietà e dei suoi criteri di valutazione.
    Quindi la possibilità della fede rientra in gioco”.
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

  5. #5
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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....


    La figura di Dio



    Dall’Enciclopedia Garzanti: - Dio, dall’indoeuropeo DIV (luminoso), e quindi dal latino DEUS, designa un’entità superiore dotata di potenza sovrumana. Nell’ambito della tradizione ebraico-cristiana la parola assume il significato di “Signore”, o Essere Supremo, ultramondano, personale, assoluto, che esiste per se stesso e perciò è necessario, eterno, creatore, legislatore, giudice, infinitamente perfetto, santo, rimuneratore. In ogni religione monoteista costituisce il centro di tutto e il punto assoluto di riferimento, essendo certa la relazione vitale tra l’IO umano e il TU divino, anche se ad un’analisi più penetrante le caratteristiche della divinità espressa con il nome di Dio appaiono, in relazione all’Io umano, molto tenui e difficilmente determinabili. La ragione di questo è spiegabile con il fatto che Dio nella sua totalità, infinitezza e assolutezza, non può avere nessuna peculiarità di persona, perché questo includerebbe una limitazione e una relazione.

    Dice un autore “che un aspetto problematico del concetto di Dio è presente nel pensiero cristiano, cui incombe di giustificare la nozione di Dio uno, trino e incarnato, di fronte alle obiezioni del monoteismo assoluto e del razionalismo filosofico”. Nella patristica si presentano, al riguardo, due posizioni: quella della teologia negativa, ovvero della non-conoscenza di Dio (apofatica), per cui la natura di questi è inaccessibile alla mente, quindi è un Dio absconditus, nascosto, inafferrabile; e quella della teologia affermativa (catafatica), che al contrario cerca di determinare gli attributi di Dio sulla base delle analogie con la realtà accessibile alla mente umana. Tommaso d’Aquino, applicando a Dio la definizione di ‘persona’, sette secoli prima da Boezio, secondo il quale ‘persona è sostanza individua della natura razionale’, ha difeso la possibilità di un Dio personale ma, insieme, ha anche rilevato la sua base analogica: pertanto Dio rappresenta la personalità assoluta e il mistero di Dio unisce in sé quello che i concetti di persona e di assoluto invece separano.

    Prospettive a prima vista paradossali e inspiegabili sono la lontananza, cioè la trascendenza rispetto al mondo materiale dell’universo, e la vicinanza di Dio, cioè la sua immanenza al mondo degli uomini, l’autosufficienza e la partecipazione. L’accento posto su uno o sull’altro di questi “attributi”, impronta sicuramente la concezione di Dio: l’affermazione esclusiva del suo essere separato dal mondo, trascendenza, dà luogo ad una concezione deistica; l’affermazione della sua immanenza, per cui al contrario Dio s’identifica con il mondo creato, può dar luogo al panteismo; l’autosufficienza nega la necessità di ricorrere a Dio, per spiegare la natura materiale.

    L’islamismo e il giudaismo sono trascendenti, cioè pensano Dio “al di sopra” delle cose reali, mentre l’induismo è immanente e politeista, cioè immagina che Dio viva fra gli uomini, vicino alla loro vita quotidiana, che però si presenta sotto diverse forme e diversi nomi per assolvere a differenti funzioni: sono concezioni diverse, anche se non così tanto come potrebbe apparire dal solo confronto tra immanenza e trascendenza, perché nell’islamismo, e ancor più nel giudaismo, non mancano posizioni distinte e riluttanti all’affermazione unilaterale della definizione (trascendente o immanente).
    Da tutto questo appare con evidenza come la coscienza religiosa riconosca di possedere il Dio “vero” solo nell’antitesi del suo ‘essere assoluto ed essere persona’ nello stesso momento, dell’unicità e della totalità, della lontananza e della vicinanza, quest’ultima espressa con il concetto di Divina Provvidenza. E la salvezza definitiva dell’uomo, intesa come liberazione definitiva dal peccato, dal bisogno e dalla miseria del mondo materiale, perché solo in Dio egli può trovare la risposta a tutte le sue irrequietezze esistenziali.

    L’elemento razionale nella concezione di Dio, ha dato luogo all’elaborazione di “prove sulla sua esistenza”.
    I pensatori che le enunciano sostengono che, ove non si ponga un principio trascendente, l’esperienza risulta contraddittoria e si dovrebbe allora negare la razionalità del reale.
    Secondo alcuni fra essi (Cartesio, Anselmo), l’essere pensabile col massimo di perfezione “deve” esistere come logica conseguenza al fatto che esiste l’essere imperfetto, l’uomo. Secondo altri (Aristotele, Tommaso d’Aquino) la contingenza del mondo postula un essere necessario, per cui l’ordine e il finalismo che si presentano nella natura richiedono un ordinatore e un’intelligenza perfetta. Alcuni pensatori di scuola moderna riconoscono come voce di Dio il rimordere della coscienza di fronte al male compiuto. Secondo Kant invece, Dio è un’idea creata dall’esigenza di una vita morale, e quindi è un ‘bisogno’ dell’uomo.
    La descrizione di Dio e dei suoi attributi è quindi variegata, e raccoglie una copiosa produzione. La teologia, però, nega il pensiero dei filosofi e ne sottolinea la distanza dal Dio vivo, quello uno e trino della Rivelazione. La filosofia che cerca di dimostrare Dio attraverso una logica matematica a sua volta rifiuta la presentazione teologica della figura divina.
    L’ateo invece nega Dio, o per superficialità o per convinzione inesplicabile, in quanto manca la possibilità razionale di una dimostrazione che parta dalla realtà conosciuta dall’uomo, quindi l’unica che egli possa riuscire a comprendere nella sua limitatezza terrena.
    Alcuni filosofi, Nietzche prima di altri, sono arrivati a proclamare la “morte di Dio”, e con questo si è cercato di superare la stessa filosofia materialista che semplicemente lo negava.
    A questo punto è il caso di riportare alcune stupende righe, scritte nel 1920, da Giovanni Papini:-

    I Liberi Muratori, gli Spiritisti, i Teosofi, gli Occultisti, gli Scientisti credettero d’aver trovato il surrogato infallibile del Cristianesimo e di Dio. Ma codesti guazzetti di superstizioni muffose e di cabalistica cariata, di simbologia scimmiante e di umanitarismo acetoso, codeste rattoppature malfatte di buddismo d’esportazione e di Cristianesimo tradito, contentarono qualche migliaio di donne a riposo, di bipedes asellos, di condensatori del vuoto e fermi lì.
    Intanto, tra un presbiterio tedesco e una cattedra svizzera, si veniva apprestando l’ultimo Anticristo. Gesù, disse costui scendendo dalle Alpi al sole, ha mortificato gli uomini; il peccato è bello, la violenza è bella; tutto quello che dice sì alla Vita è bello. E Zarathustra, dopo aver buttato nel Mediterraneo i testi greci di Lipsia e le opere di Machiavelli, cominciò a saltabeccare, con quella grazia che può avere un tedesco nato da un pastore luterano e sceso allora da una cattedra elvetica, ai piedi della statua di Dioniso. Ma benché i suoi canti fossero dolci all’orecchio, non riuscì mai a spiegare cosa fosse quell’adorabile Vita alla quale si dovrebbe sacrificare una parte tanto viva dell’uomo qual è il bisogno di vincere in sé la bestia, né seppe dire in quale maniera il Cristo vero degli Evangeli, si contrappone alla Vita, lui che vuole farla più alta e felice.
    E il povero Anticristo sifilitico, quando fu vicino a impazzire, firmo l’ultima sua lettera: il Crocifisso”.

    Per altri pensatori la morte di Dio sarebbe la logica conseguenza delle nuove scoperte della cosmologia (Big Bang), che sembrerebbero negare la Creazione divina, attraverso teorie che poi non sono riuscite a dimostrare se non che l’universo ‘ha avuto un inizio, circa 15 miliardi di anni or sono’, e quindi non è infinito nel tempo e nello spazio, come si presumeva.

    Dio, il dio di tutte le religioni monoteistiche, è una figura immensa, che la mente umana non riesce a concepire perché di là dalle sue possibilità razionali, così che diverse religioni rifiutano perfino la sua rappresentazione figurata, considerandola un atto d’arroganza, così come bestemmia è pronunciarne inutilmente il nome.
    Dio è quindi “qualcosa” che la nostra mente non può immaginare, perché di Lui non sappiamo nulla. Per questa ragione la teologia ortodossa, che vuole essere la depositaria della tradizione ecclesiale, liturgica e spirituale della prima chiesa di Pietro, proibisce anche di raffigurarlo in quanto ogni figura di Dio immaginata dall’uomo non può essere che un inganno dettato dalla superbia di poterlo rappresentare. Il luogo nel quale l’Antico Testamento incontra Dio, non è la riflessione razionale della realtà del mondo, del quale si ricerchino un‘origine e un’unità ultime e definitive, bensì la concreta esperienza nella quale egli appare come il Salvatore di un popolo.
    Jahweh, il nome ebraico di Dio, irrompe nella storia come l’inatteso, l’insperato, il dominatore degli uomini e degli eventi; è un Dio immanente, presente, quindi diverso dal Dio trascendente del giudaismo successivo. Fondamento dell’Antico Testamento è l’alleanza di Jahweh con il popolo ebraico, che egli determina come “eletto” ai suoi occhi: in questo patto egli lega quel popolo a sé e ad esso si lega.
    La fede nel Dio dell’Antico Testamento è l’atmosfera nella quale si sviluppa il Nuovo Testamento, dove il concetto di Dio assume invece significato universale. La prossimità di Dio, il suo accostarsi all’uomo peccatore, si realizza nella figura di Gesù, nel corpo del quale Dio si manifesta e si materializza, donandosi al mondo intero.

    La grande novità della predicazione di Gesù è la manifestazione del perdono, diversamente dalla severità con cui Yahweh si rivolge al suo popolo. La profondità della sua ubbidienza alla missione affidatagli da colui che lo ha mandato, definisce la sua unità con il Padre e il Padre, attraverso i suoi prodigi, la sua morte ma soprattutto la sua Resurrezione, non solo ne autentica la testimonianza, ma lo mostra nella sua identità con Sé. Su quest’identità si basa il Nuovo Testamento, sul fatto proprio che Gesù è il perfetto rivelatore del Padre. “Mio Signore, mio Dio”, dirà Tommaso rivolgendosi a Gesù, e con queste parole viene realizzato il massimo dell’identità teologica: Dio incarnato nella figura di Gesù, Dio che attraverso un corpo umano si fa conoscere dall’uomo e quindi diventa “immaginabile”, presente, concreto.
    E così Dio non è più il Yahweh legato solo ad un popolo: adesso è amore universale, è il Dio di ogni uomo della terra, il Padre del creato e nella croce, dove Lui, attraverso il Figlio, viene messo a morte, si trova il massimo della nuova espressione.
    E’ evidente che la venuta del Cristo in terra ha ampliato l’Antico Testamento, e lo ha trasformato in strumento d’amore per tutti i figli di Dio, e questo, probabilmente, è stato uno dei motivi che hanno fatto rifiutare ai maggiorenti della religione ebraica del tempo la figura del Messia, incarnato in Cristo. Perché questo avrebbe significato la perdita della definizione di “popolo eletto” e la divisione con tutti gli altri uomini della terra di quel Dio-Jahweh, fino allora gelosamente considerato esclusivo Dio di Israele.
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    La nascita delle tre religioni monoteistiche

    Yaweh, Dio, Allah: questi sono i nomi con i quali le tre religioni monoteiste chiamano la loro divinità.
    Cominciamo ad analizzare l’ultima nata delle religioni monoteistiche, l’Islamismo. Un giorno l’arcangelo Gabriele compare a Maometto e inizia a dettargli il messaggio di Dio, e il Corano altro non è per i musulmani che “la Parola di Dio”.

    L’Islamismo è una religione abramitica nel senso che inizia con Abramo, con Noé, prosegue con Mosè, Gesù, e infine con Maometto che raccoglie direttamente da Dio l’ultimo messaggio.

    Perché Dio avrebbe, secondo l’Islam, ritenuto opportuno dettare ancora il suo messaggio a Maometto se già in precedenza lo aveva dettato ad Abramo, Noè, Mosè, Gesù?

    Perché i musulmani credono che questo doveva essere fatto in quanti i messaggi precedentemente dettati cioè

    il Vangelo;
    i Salmi;
    la Tōrāh;

    erano ugualmente d'ispirazione divina, ma corrotti dal tempo e dagli uomini: e quindi il nuovo messaggio di Dio a Maometto avrebbe dovuto sostituire tutti i precedenti, essendo rivolto a tutti gli uomini.

    C’era poi il dilemma se trattare gli induisti come politeisti cui offrire l'opportunità fra conversione o morte ma questo fu superato grazie all'interpretazione di numerosi dotti musulmani, secondo cui anche i Veda sarebbero stati un testo d'origine divina, per quanto particolarmente corrotti poi nel tempo

    Accanto alle sacre scritture, e da esse direttamente ispirata, v'è un'immensa letteratura prodotta nei secoli dalla comunità dei dottori appartenenti sia all'Islam sunnita sia a quello sciita: testi di fiqh (giurisprudenza), di kalām (teologia), di tasawwuf (mistica). Non è da trascurarsi infine che, soprattutto per quanto riguarda la mistica islamica o sufismo, molta pregevole letteratura è stata prodotta in versi da autori di espressione araba e persiana soprattutto, ma anche in turco, urdu ecc.


    Abramo è stato la radice delle tre religioni. Nel XVIII sec. a.C., lasciò la terra di Ur e si avviò verso Canaan. Lasciare Ur significava lasciare la sicurezza economica ma secondo la Bibbia Abramo ebbe fede e non fatico a lasciare il certo, non amato, per un incerto da amare.
    Per le tre religioni monoteistiche Abramo era un uomo santo ma una critica laica sulla sua figura recita:-
    -Quando Abramo, colpito dalla carestia nella terra di Canaan, decise di recarsi in Egitto, trasformandosi da allevatore a mercante di sua moglie, nel senso che facendola passare per sua sorella la rese disponibile al faraone, come una sorta di prostituta di lusso a tempo indeterminato, non fece certo mostra di particolare "santità", per quanto quella scelta non possa essere capita senza un'adeguata contestualizzazione storica, non solo relativa alla coscienza etica in generale, di quel tempo, ma anche in riferimento alla scarsa considerazione in cui allora si teneva l'onore della donna. (Da notare però che i testi lasciano trasparire l'idea che il sacrificio della dignità di Sara era dipeso dal rischio che, a causa della sua bellezza, potessero sottrarla con la forza al marito, anche uccidendolo).
    Comunque sia, in cambio del favore, i testi biblici non hanno remore nell'affermare che Abramo ricevette "greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asini e cammelli" - in una parola diventò un ricco mercante.

    Singolare resta il fatto che l'esegesi sia ebraica che cristiana abbiano sempre giustificato un comportamento del genere. Abramo non passa soltanto per persona timorata di Dio, ma anche per uno il cui fiuto per gli affari non si pone in antitesi alla fede religiosa.
    Abramo infatti richiese la moglie solo dopo essere diventato ricco al punto giusto, cioe' al punto in cui il faraone non avrebbe potuto negargli la richiesta senza incorrere in spiacevoli conseguenze. Abramo -dice la Bibbia- era diventato molto ricco in "bestiame, argento e oro" e il faraone lo fece espatriare "insieme con la moglie e tutti i suoi averi". Sembra qui di vedere non solo il capostipite del popolo ebraico ma anche l'antesignano dell'astuzia semitica...

    Ritornato nel Negheb e nel paese di Canaan, ebbe un colpo di genio: dare al nipote Lot le terre migliori della valle del Giordano pur di non farselo nemico. E quando questi pagò il suo amore per la bella vita cadendo prigioniero degli Elamiti, Abramo, pur potendolo evitare, decise di liberarlo e, liberandolo, non ne approfittò per dominarlo, non pose alcuna condizione né a Lot né ai re che con Lot aveva liberato nelle città di Sodoma e Gomorra.
    Insomma un uomo molto astuto senza essere avido: una virtù davvero rara per quei tempi.
    Finché, ormai anziano, venne il giorno in cui si rese conto che aveva assolutamente bisogno di un discendente per evitare che tutti i suoi beni si frantumassero, alla sua morte, in mille rivoli. Occorreva un altro escamotage e lo trovò col consenso della moglie Sara: fare un figlio con la schiava Agar.
    Non era il massimo dell'onorabilità, ma questo avrebbe scongiurato lotte intestine tra i clan per la successione.
    Senonché, dal giorno in cui rimase incinta, Agar smise di servire Sara e prese a farla da padrona. Il saggio Abramo permise a Sara di cacciarla, ma Agar si pentì del suo ribellismo e tornò sottomessa alla padrona, nella consapevolezza che quello era l'unico modo per garantire un sicuro avvenire al figlio che avrebbe avuto.
    Ed ebbe Ismaele.
    Pensando non fosse sufficiente, per tenere unito il popolo alla sua morte, l'aver avuto l'erede universale (il cui sangue mezzo schiavo a tutti era noto), Abramo escogitò un'altra trovata: imporre al suo popolo la circoncisione, proprio per distinguerlo da tutti gli altri della terra di Canaan.
    La circoncisione veniva a supplire la mancanza di sangue puro, non schiavo, nei discendenti di Abramo. Con la sua istituzione tutti potevano riconoscersi in un'unica comunità: "l'alleanza sussisterà nella carne" - si legge nel Genesi.

    Tutto ciò ovviamente andrebbe interpretato. E' probabile che Abramo ad un certo punto si sia reso conto che i legami tribali si stavano sfaldando e che abbia cercato di porre rimedio a questa crisi sociale con misure che in quel momento potevano apparire dei palliativi ma che un popolo poco istruito avrebbe anche potuto considerare efficaci.
    Tuttavia, il vero dramma di Abramo, quello di carattere politico e insieme personale e che in un certo senso lo pone ai vertici della dignità umana, scoppiò quando Sara concepì Isacco.
    Egli infatti si rese subito conto che Isacco, essendo di sangue puro, andava favorito rispetto ad Ismaele, ma che né questi né Agar né forse una parte del popolo l'avrebbe tollerato.
    Con la nascita del vero erede e successore Sara non voleva più tenere con sé né Agar né Ismaele: "ora che sono piccoli giocano insieme, ma da grandi che succederà?", diceva.
    Abramo si convinse che Sara aveva ragione e, suo malgrado, relegò i due in una remota località.
    L'angoscia tuttavia colse Abramo proprio nel momento in cui sembrava che l'interesse politico fosse salvo: l'angoscia d'aver abbandonato nel deserto un figlio che amava.
    Per punire il suo gesto decise di compiere un atto riparatore: sacrificare Isacco sull'altare dell'equità, di nascosto del suo popolo.
    Senonché, proprio nel momento cruciale del sacrificio, Abramo ebbe un nuovo ripensamento: la morale personale non può essere superiore agli interessi di un popolo. La coscienza della colpa individuale non può avere la meglio sulla realizzazione di un ideale collettivo. Isacco non può essere sacrificato non tanto perché innocente quanto perché dalla sua vita dipende il futuro di un intero popolo.
    Isacco, "colui che ride", il down avuto in tarda età sarebbe stato il suo legittimo successore.
    Abramo questa volte pose una condizione a Isacco: che sposasse una donna della terra di origine, di Ur. Il suo sangue non doveva mescolarsi con quello straniero dei Cananei, come invece sarebbe accaduto per la sua tribù.

    E così Isacco, sulla cui vita quasi nulla si sa, sposò la cugina Rebecca, figlia di un fratello di Abramo, dalla quale ebbe Esaù e Giacobbe (almeno così dicono i testi, ma è probabile che Abramo abbia imposto quella condizione proprio perché sapeva che Isacco non avrebbe potuto fare figli normali e nessuno del popolo cananeo sarebbe andato a verificare a Ur di chi era l'effettiva paternità di Esaù e Giacobbe).
    Noi sappiamo soltanto che con Isacco la Bibbia inizia a parlare del passaggio dall'allevamento all'agricoltura.
    Interessante è l'episodio in cui Isacco si permette di usare la moglie Rebecca nella stessa maniera strumentale di Abramo nei confronti di Sara. Egli si giustifica dicendo che temeva di morire, a causa della bellezza di lei, ma il sacerdote lo riprende severamente. Questo probabilmente a testimonianza del fatto che i costumi erano mutati e che Isacco rappresentò una mezza figura nella storia del popolo d'Israele.
    Ultima modifica di cireno; 07-12-15 alle 10:09
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Mosé e la nascita del popolo di Jahveh

    Anche se considerato il padre delle religioni monoteiste, che infatti vengono definite abramitiche, molti studiosi della storia religiosa di Israele indicano in Mosè il vero iniziatore.
    Io, per esempio, nella mia limitatezza non considero Abramo come il capostipite degli ibrim, e nemmeno lo considero l’uomo che abitando in Ur sentì la voce di Dio che gli disse di andare via, di portare le poche cose che aveva in terra di Canaan. E questo, secondo la Bibbia, è l'ordine di Dio:-

    -Vai fuori dalla tua terra, dalla tua famiglia, dalla casa di tuo padre, verso le terre che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo, ti benedirò e renderò grande il tuo nome. Sii dunque una benedizione. Benedirò chi ti benedice, maledirò chi ti maledice. Saranno benedette in te tutte le stirpi della terra.

    Abramo obbedì, lasciò la casa di suo padre, la città, Haran, dove suo padre aveva portato la sua famiglia lasciando UR e parte verso le terre che la voce di Dio gli ha indicato, con se porta sua moglie Sarai e il nipote Lot.

    Perché Dio vuole che Abramo vada via da Haran? Haran è il centro di una cultura molto sviluppata, la culla della nostra civiltà, qui è stata inventata la scrittura, qui sono state costruite le prime case: perché Abramo vuole andare via?
    Stando al racconto biblico Abramo è sulle tracce di un altro dio, e allora parte. Arriva in Canaan ma ecco la sorpresa: ci sono i cananei che abitano quella terra. Abramo non si scoraggia, erige un altare al suo dio a Sichem e un altro erige ad Ai, poi si dirige verso sud, ma ecco la sorpresa: la carestia, una fortissima carestia. Ma come, uno si chiede (forse anche Abramo se lo è chiesto) mi fai lasciare la mia casa per venire in questa terra e che ci trovo qui? Abitanti che mi guardano male e la carestia….Dice la Bibbia “grave era la fame nel paese e allora Abramo scese in Egitto per soggiornarvi come straniero. Per Abramo l’Egitto era il paganesimo, ma la fame era più forte delle convinzioni. Arrivato in Egitto si sviluppa quella storia, protagonista Sarai, che tutti conosciamo, e in quel frangente Abramo non ci fa certo una gran figura. Possiamo allora considerare questo uomo dai principi morali così fluttuanti come l’origine delle tre religioni monoteistiche? Io mi rifiuto.

    Gli ibrim, così come li chiama Renan nella sua Storia del Popolo di Israele, erano gli ebrei, tribù nomadi che avevano per casa una tenda e come mezzi di trasporto asini e cammelli. Gli ebrei della prima Storia di Israele sono i patriarchi, cioè i primi, i progenitori di quello che sarà un giorno un popolo.

    Lasciamo Abramo alla sua leggenda e concentriamoci su Mosè, perché è questo l’uomo che ha fatto nascere Israele.
    Chi era Mosè?
    Esodo ci racconta che Mosè era un ebreo, nipote di Keat, figlio di Levi, che entrò in Egitto con Giacobbe. Shurè nel suo famoso libro sugli iniziati ci dà una versione meno religiosa, eccola:-
    -Mosè, iniziato egiziano e prete di Osiride, fu incontestabilmente l’iniziatore del monoteismo. Per opera sua questo principio, fino allora nascosto sotto il triplice velo dei misteri, uscì dal fondo del tempio per entrare nel circulus della storia.Mosè ebbe l’audacia di fare del più alto principio dell’iniziazione il dogma unico di una religione nazionale e la prudenza di non rivelarne le conseguenze che ad un piccolo numero di iniziati, imponendolo alla massa con la paura. In ciò il profeta del Sinai ebbe evidentemente vedute lontane che sorpassavano di molto i destini del suo popolo. La religione universale dell’umanità: ecco la vera missione di Israele, che pochi ebrei hanno compreso, all’infuori dei suoi più grandi profeti. La nazione ebraica è stata dispersa e annientata, l’idea di Mosé e dei profeti ha vissuto e cresciuto. Sviluppata, trasfigurata dal cristianesimo, ripresa dall’Islam, sebbene a un livello inferiore, essa doveva imporsi all’Occidente barbaro e reagire alla stessa Asia. Questa è l’opera grandiosa di Mosé.

    Il prete Manetone, l’egiziano che ha lasciato ai posteri le informazioni più esatte sulle dinastie dei faraoni, ci dice che Mosé si chiamava in effetti Hosasirph ed era uno scriba sacro del tempio di Osiride, e questa informazione viene confermata da Strabone. La fonte egizia racconta quindi di Mosè una storia diversa da quella biblica nella quale Mosè è, come già scritto, un ebreo della tribù di Levi che fu deposto bambino da sua madre in un canneto per poi essere salvato da una persecuzione simile a quella di Erode, ma personalmente sono del parere che la versione egizia non avendo nessun interesse recondito, come invece hanno poi avuto gli ebrei, sia quella più vicina alla verità.
    Ma, si obietta, quando si parla di Mosè lo si definisce “salvato”, perché secondo il racconto biblico fu messo in una cesta di vimini e affidato alle acque del Nilo, ma altri testi, laici, recitano una diversa storia. Mosè per difendere uno schiavo picchiato brutalmente da un gendarme egiziano lo colpì e questo morì. Per questo fuggì e si impose da sé l’espiazione. Fuggi al di là del mar Rosso, nel paesi di Midian, dove c’era un tempio che non dipendeva dal sacerdozio egiziano. In quel tempio si adorava Osiride ma anche il dio unico degli ibrim schiavi, Elohim, adorato anche dagli etiopi. Molti semiti, e molti uomini di pelle nera, si recavano in quel tempio in pellegrinaggio. Rimanevano alcuni giorni in quel luogo, digiunando e pregando, per adorare Elohim. In quel luogo cercò rifugio Hosarsiph/Mosè.
    Il prete di Midian si chiamava Jetro, apparteneva al tipo più puro dell’antica razza etiope, e aveva una figlia di nome Sefora, la donna di pelle nera che Aronne e Maria, fratello e sorella di Mosè secondo la Bibbia, rimproverarono poi a Mosé di aver sposato.
    Dice sempre il Shurè descrivendo quel tempio:-

    -Jetro era un uomo di pelle nera, dell’antica razza etiope che quattro o cinquemila anni prima di Ramses aveva regnato sull’Egitto, e che non aveva perduto le sue tradizioni risalenti alle più vecchie razze del globo. Jetro era un grande savio. Egli possedeva tesori di scienza accumulati nella sua memoria e nelle biblioteche di pietra del suo tempio, ed era poi protettore deli uomini del deserto, libici, arabi, semiti nomadi. Questi eterni errabondi, sempre gli stessi, con la loro vaga aspirazione al Dio unico, rappresentavano qualkche cosa di immobile in mezzo ai culti effimeri ed alle civiltà in disfacimento. Si sentiva in essi come la presenza dell’Eterno, la memoria delle età lontane, la grande riserva di Elohim.
    Mosè fu affascinato da quel luogo e una volta stabilitosi presso Jetro, come sacerdote di Osiride volle sottomettersi all’espiazione per il delitto commesso. La prova era terribile, dopo giorni e giorni di digiuno l’espiante veniva immerso in un sonno letargico e rinchiuso in una grotta, dove restava anche per settimana. Durante quel tempo egli doveva cercare l’anima della sua vittima nella regione dell’Amenti dove vagano le anime dei morti, subiure le sue angosce, ottenere il suo perdono e aiutarla a cercare la via della luce. Solo allora si riteneva il delitto espiato ma, molto spesso, il risveglio non avveniva perché l’espiante veniva trovato morto. Hosarsiph fu risvegliato ed era ancora vivo, per cui fu soprannominato Mosè, che vuol dire appunto “il Salvato”
    A questo punto la vita di Mosè il Salvato cambia, la Bibbia dice
    Mosè era pastore del gregge di Jetro. Condusse il gregge oltre il deserto e arrivò al monte di Dio. Là gli apparve l’angelo del Signore.
    Mosè quindi è solo, nel deserto, mentre vaga con i suoi animali non sa come condurre la sua vita, o almeno è così che la Bibbia ce lo descrive. A un certo momento l’incontro con Dio. E’ sempre la Bibbia che parla

    L’angelo del Signore gli apparve come una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Mosè guardò, ed ecco, il roveto era in fiamma ma non si consumava.
    Una visione. Il sole stava tramontando e, pme succede in quei luoghi, era rosso come fuoco dietro i cespugli, ma Mosè vede l’angelo di Dio nel roveto che brucia e non si consuma.
    E’ a questo punto che Mosè sente la voce del Signore che gli chiede di portare fuori il suo popolo dalla schiavitù egiziana
    …per salvarli dal potere degli egiziani e condurli fuori da questo paese, in un paese buono e ampio in cui scorra latte e miele.

    Mosè si spaventa, come potrò fare, si chiede e chiede a Dio, e lui-siamo sempre nel racconto biblico- gli risponde

    Non temere, io sarò con te

    A questo punto Mosè dovrebbe convincere gli israeliti a lasciare l’Egitto per seguiro verso una terra ampia e buona dove scorre latte e miele…ma non sa come fare. Mi chiederanno chi mi ha detto di far nascere questa avventura e io che gli dico, che è stato Dio. Sai le risate?
    Posso dire il tuo nome- chiede Mosè alla sua visione

    Io sono colui che sono, Mosè, di pure agli israeliti che l’Io sono mi ha mandato da voi.

    Il piano di Mosè era di un’audacia senza pari: strappare un popolo dal giogo di una nazione potente come l’Egitto per portarlo a conquistare una terra occupata da popolazioni nemiche e certamente meglio armate. E tutto questo attraverso una marcia nel deserto che sarebbe potuta durare anni.
    Venne l’occasione di lasciare il paese quando le armate del faraone dovettere respingere la terribile invasione delle armate del re libico Mermaiu
    Ecco dunque il popolo di Israele in marcia.
    Secondi diversi testi storici si trattava di poche migliaia di persona, con cammelli tende e quant’altro potesse essere definito una carovana. Ma durante il cammino altri uomini si accodano, e. come dice la Bibbia, cananei, edomiti, arabi, semiti d’ogni tipo , ingrossano la carovana. Mosè la guida aiutato da Aaron, fratello in iniziazione, e dalla profetessa Maria.
    Racconti leggende e storie diverse ci dicono che nel centro della carovana, custodita da settanta eletti, c’è la famosa arca d’oro. Mosè ne ha preso l’idea dai templi egiziani ma l’ha fatta rifondere con un modello nuovo per i suoi fini personali. Quattro cherubini d’oro ai lati come sfingi e simili ai quattro animali della isione di Ezechiele: uno ha la testa di leone, uno la testa di bue, il terzo d’aquila e l’ultimo d’uomo. E’ su questa arca che Mosè, iniziato nei tempi egizi, produrrà quei fenomeni luminosi, che servivano per dare al popolo l’idea che Dio fosse racchiuso là dentro. L’arca racchiude il Sepher Bereschit, un libro redatto da Mosè in geroglifici egiziani e la sua bacchetta magica, chiamata la verga della Bibbia. Ci sarà dentro inoltre iò libro dell’alleanza, e la legge del Sinai. Mosè chiamerà l’arca il trono di Elohim, giacchè in essa era contenuta la tradizione sacra, la missione di Israele, l’idea di Jahveh.

    Sulla figura di Mosè è costruita gran parte della Storia del popolo di Israele e l’introduzione dell'idea del dio unico. Peccato che molti storici si siano chiesti da sempre se questa figura sia davvero esistita. Già dalla narrazione biblica su Mosè neonato messo in una cesta di vimini e affidato alle acque del Nilo ricalca, in maniera pedissequa, la storia del re sumerico Sargon, che mille anni prima aveva vissuto la medesima esperienza. La Bibbia poi parla di seicentomila ebrei che lasciarono l’Egitto per seguire Mosè: una cifra enorme, che non trova però riscontro nella storia dell’Egitto. La Bibbia poi parla di ebrei schiavi, condizione impossibile perché in Egitto i lavoratori erano liberi. C’è poi il famoso grande miracolo del mar Rosso che si apre per far passare Mosè, una storia che è chiaramente una bufala perché il passaggio di Mosè, secondo calcoli, avvenne nel mar delle canne, che era praticamente una palude. L’altro appunto da fare è la “distruzione” dell’esercito egizio alla chiusura delle acque del “Mar Rosso”: si dice chiaramente nel testo Biblico che il Faraone fu travolto dal Mare (Es 14,28) ma sappiamo che Ramesse morì circa 30 anni dopo di vecchiaia nel suo letto! Inoltre, si dice che i carri e gli armamenti dell’esercito andarono a fondo nel Mare (Es 15,5): peccato che in nessun luogo del Mar Rosso si siano trovati queste centinaia di reperti sommersi (per chi non lo sa, il Mar Rosso è la meta preferita da parte di tutti i sub d’Europa e che quindi è stato esplorato tutto in lungo e in largo, trovando anfore e navi, ma mai carri!!!)!!! Infine, l’esercito Egizio non può essere stato distrutto nel 1250 a.C. visto che dopo poco dovette impegnarsi in guerra!!

    Insomma, questa mitica figura ha un piedistallo molto molto fragile.
    Ultima modifica di cireno; 09-12-15 alle 15:13
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    Gesù Cristo




    L’amore di Dio, che è principio della storia, si fa mistero nel suo rivelarsi in Cristo.
    Dio che così si manifesta e si dona, pone l’uomo dinanzi ad una nuova esigenza d’amore, quale prima mai era stato attraverso l’alleanza con il solo popolo ebreo, alla quale esigenza d’amore l’uomo deve corrispondere con l’ubbidienza della fede, dove, affidandosi al Dio “RIVELATO”, e quindi non più lontano e impensabile dalla mente umana, ne sfugge l’ira e ne accoglie la giustificazione e la salvezza.

    Verità, grazia e salvezza sono promesse all’uomo attraverso lo Spirito Santo. E’ attraverso l’opera dello Spirito che si può comprendere la Rivelazione di Gesù, che si può avere la fede che salva e consola e che si può arrivare, di là dalla mente, nel luogo dove esiste la Verità: i dubbi dell’uomo possono finalmente trovare soluzione.
    Dio incarnato nel Figlio, diventa quindi l’unica espressione fisica, concreta, di un Dio fino allora lontano e spesso anche terribile. Da questo momento agli uomini che non crederanno non sarà più perdonato di seguire una ragione che rifiuta l’evidenza.

    Ecco, questo è quel che ci raccontano i ministri di Dio nelle chiese o quando puoi parlare loro esponendo le tue perplessità, i tuoi dubbi.

    Dopo la venuta del Figlio, la sua morte e la sua Resurrezione, Dio sembra non parlare più. Non appare più all’uomo, sotto nessuna forma. Dio non parla all’uomo perché i tempi sono trascorsi, l’immanenza del Dio creatore si è realizzata con l’incarnazione nel Figlio ed ora l’uomo attende, scegliendo liberamente le sue scelte, l’avvento del “Tempo del Signore”, annunciato da Gesù.
    Dio è oggi, ancora una volta un deus absconditus, perché di Lui non sappiamo niente, e quel che sappiamo è solo per analogia, per “speculum et in aenigmate”.
    Dio quindi non può essere visto, conosciuto o udito da nessun essere vivente. La stessa esistenza di Dio, dinanzi al suo silenzio, diventa un enigma che la mente umana fatica ad affrontare: come essere certi dell’esistenza di chi non si vede, non si sente, non si conosce, non si sa dov’é? Anche la figura di Gesù Cristo ha fatto sorgere interrogativi: dov’è la sicurezza che Gesù, un uomo, sia stato veramente l’incarnazione di Dio?
    E se è stato l’incarnazione di Dio, perché si è fatto uccidere sulla croce come un ladro qualunque?
    La piccola ragione dell’uomo non può far altro che generare dubbi.

    Un filosofo greco del II secolo è riuscito a definire Gesù Cristo un brigante, un bugiardo. Ha scritto, per citarne una sola frase “« Colui al quale avete dato il nome di Gesù in realtà non era che il capo di una banda di briganti i cui miracoli che gli attribuite non erano che manifestazioni operate secondo la magia e i trucchi esoterici. La verità è che tutti questi pretesi fatti non sono che dei miti che voi stessi avete fabbricato senza pertanto riuscire a dare alle vostre menzogne una tinta di credibilità”. Questo filosofo era Celso, ma le domande di prima comunque restano immobili.

    Del resto l’esistenza di Dio non potrà mai essere provata a una mente scettica, così come si può fare per l’esistenza del sole che vediamo con i nostri occhi: Dio deve essere quindi cercato in altra maniera, con altri mezzi. Un amico, per esempio, davanti ai miei dubbi che in una discussione gli manifestavo, mi ha suggerito un suo metodo, ecco qua: perchè non avvii un periodo di prova in cui provi a ragionare con la mentalità di tua nonna, cioè a dire il rosario e andare a qualche messa feriale. A dire le preghierine dei bambini. E poi vedi come stai…
    Come starei se ricominciassi con le preghierine dei bambini, che nemmeno conosco fra l'altro, non lo so, ma non credo che questo sia il metodo giusto per fugare le mie perplessità.

    La definizione di “Dio nascosto”, cioè di un Essere assolutamente trascendente, se si eccettua la Sua incarnazione nel corpo del Figlio, è consuetudine della storia dell’uomo. Dio non si conosce e non si è mai conosciuto, se non attraverso il Figlio Gesù, ammettendone l’esistenza, perché Dio creatore non può intervenire nella vita dell’uomo, scopo finale della Sua Creazione.
    Poiché è stato Lui, all’atto della creazione, che ha lasciato l’uomo libero delle proprie scelte e delle sue azioni, non può quindi essere altro che un Dio che assiste, un Dio nascosto alla vista dell’uomo.

    Quando diciamo che Dio, se ci fosse, non potrebbe permettere certe malvagità che gli uomini commettono, compiamo un’atto di superbia, in primo luogo perché diamo una funzione a Dio e poi perché lo paragoniamo a qualcosa di terreno, che può entrare nelle nostre vite e modificarne il corso degli eventi, così come l’uomo modifica quello delle strade e dei fiumi.
    Ho già detto, al seguito di tanti pensatori e teologi, che Dio non può, per sua volontà, entrare nella vita dell’uomo e modificarla: Lui assiste. Questo pone il problema della preghiera: perché, se le cose stanno così, rivolgere suppliche a un Dio che non vuole intervenire?
    La risposta del teologo è che si deve pregare perché la preghiera è una formidabile arma dell’uomo, o meglio una grande opportunità. E’ il solo modo che egli ha per mettersi in contatto con il suo Creatore.
    Non è solo la religione cristiana che lo afferma: Auribindo, il grande yogi indiano che da molti è stato indicato come “una reincarnazione di Gesù Cristo”, ha detto anche lui che la preghiera è “l’unico mezzo per collegarsi con Dio”.

    Ma un Dio che solamente assiste è un Dio assente, imperturbabile ed estraneo alla vita dell’uomo: anche se ci mettiamo in contatto con Lui che può ascoltare le nostre preghiere, come potrebbe esaudire le nostre suppliche?
    Anche questa domanda mi è stato fatto osservare che contiene un’arroganza di fondo, perché è una domanda che non ha risposta, perché Dio può ciò che vuole, e quindi anche esaudire le suppliche contenute nelle preghiere, perché Lui è un’entità che non può essere definita; i termini assente, estraneo e imperturbabile non hanno nessun significato se ci riferiamo al Dio che ci viene predicato: assente è un individuo che potrebbe, con atteggiamento contrario, essere presente e così imperturbabile ed estraneo, che ugualmente presuppongono, rovesciandoli, atteggiamenti contrari, cioè interessato e partecipe.
    Ma Dio può avere emozioni simili a quelle umane?
    No, però sappiamo dalle parole di Gesù Cristo che Dio è soprattutto Amore, e quindi, anche se apparentemente assente perché nascosto, non è mai estraneo alla vita dell’uomo.

    Il perché razionale sta nella solennità della figura infigurabile di Dio, sostanza perfetta e infinita, capace di creare l’universo e l’uomo, che non può avere emozioni umane, anche se spesso, nell’Antico Testamento, si parla della collera di Dio.

    Ma allora, la Bibbia, il Corano, e tutti i racconti dove Dio sembra essere sempre sulla terra, insieme a uomini e profeti, dove dimostra collera e spirito di vendetta, sono favole?
    Sono parole che descrivono fatti reali forse mescolati a leggende e a ricordi di vite vissute, quasi sempre tramandati oralmente da uomini che avevano la misericordia della fede, e quindi li hanno interpretati in una certa direzione.
    Ovviamente ci sono milioni di persone che credono che Dio, attraverso le parole e i pensieri dei profeti, sia intervenuto ‘direttamente’ nella stesura dell’Antico Testamento e nella creazione del Corano, anche se qui attraverso l’arcangelo Gabriele: al riguardo non possiamo provare nulla, quindi ci manteniamo in una posizione di assoluto rispetto per i Testi Sacri, che hanno un grande valore per il senso religioso che trasmettono ma rimaniamo con le nostre domande senza risposta.

    Però qualcosa che ha dato origine ai fatti raccontati deve essersi verificato, e lo vedremo più avanti, ma questo non significa che questo ‘qualcosa’ debba essere sempre e comunque la Verità assoluta.
    Questi Testi devono essere affrontati con un approccio non esclusivamente fideistico, ma nemmeno squisitamente razionale: essi devono essere studiati per ricercare quella Verità che solo un trasferimento del luogo ove cercare può essere trovata ma devono anche essere osservati con sentimento. Ricordo un premio Nobel della medicina, Alexis Carrel, che a questo proposito ebbe a scrivere “molto ragionamento e poca osservazione conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”.
    Perché la verità non è solo un prodotto della nostra intelligenza, ma è concretamente presente là dove deve essere cercata: e questo luogo è al di fuori dalla ragione umana, troppo costretta dalla sua limitatezza a voler toccare e vedere per poter capire.

    Dove cercare, allora? Come andare ‘oltre la ragione umana’ , se è con questa ragione che dobbiamo confrontarci?
    Intanto rinunciando alla sicurezza che ci viene dalla presunzione di sapere. Già questo ci potrà aiutare a cercare per conoscere, sapendo da subito che comunque mai l’esistenza di Dio potrà essere dimostrata da qualsivoglia argomento, ma nemmeno il suo contrario.
    E poi, ma qui siamo a un livello superiore, con la rinuncia della materia e con la coltivazione dello spirito, che è l’unica parte di noi che ci avvicina a Dio. Ecco, questa è forse la strada che conduce al luogo della Verità. Forse.
    Non sarà certo vivendo la vita che viviamo, noi figli del cosiddetto progresso, che abbiamo oscurato le nostre menti con i paradisi artificiali dell’ovvio e dell’inutile, che riusciremo a trovare la via che porta alla conoscenza.
    Ultima modifica di cireno; 10-12-15 alle 18:45
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Il Buddha è arrivato dopo lunga meditazione a ‘capire’ il male dell’uomo, e ha indicato il desiderio come sua origine. Il desiderio porta infelicità e malessere, questa è la grande scoperta del Buddha, il desiderio che è sempre legato alla materialità dell’esistenza, per cui la rinuncia alla materia porta la rinuncia al desiderio, e di conseguenza, il raggiungimento della serenità e la sconfitta del male. Ora non si pretende che l’uomo ‘comune’ si ritiri in una grotta come facevano gli eremiti o si rinchiuda in un convento di trappisti per rinunciare al mondo e trovare il mezzo di superare la materia, ma qualcosa si può fare: ad esempio, si potrebbe dare meno importanza a ciò che non ha importanza, e limitarsi a fare quello che serve per essere, senza nulla in più, perché la nostra esistenza non può essere solo legata alla terra. Il tempo della materia è un battito di ciglia davanti a quello che avrà il nostro spirito come attore e, anche se mi rendo conto di come sia difficoltoso recepire questo consiglio, qualche passo verso una visione più “naturale” della vita tutti noi lo potremmo tranquillamente fare.
    La figura di Gesù potrebbe aiutarci, Egli non è comparso sulla terra solamente perché Dio ha voluto dare agli uomini la dimostrazione della sua esistenza, così come la religione ci insegna, ma anche per costituire l’esempio per una rivoluzionaria etica di vita.
    Noi adoriamo il denaro, e Gesù ha amato i poveri. Amiamo il potere e Gesù ha amato gli umili. Amiamo il lusso e Gesù amava i lebbrosi. Ecco l’insegnamento cristiano per superare l’amore per la materia e per tutto quello che alla materia è legato. Per vie diverse e con insegnamenti diversi, il Buddha e Gesù ci hanno insegnato la stessa cosa: rinunciare alla materialità per essere felici.

    Che Gesù uomo sia sicuramente esistito, lo confermano i testi giudaici del Talmud e di Giuseppe Flavio e quelli romani di Tacito e Svetonio, ma lo testimoniano più ancora i Vangeli, cioè le parole di uomini che erano con lui, che con lui hanno vissuto, lo hanno ascoltato, hanno assistito ai suoi miracoli, l’hanno pianto quando è morto sulla croce e salutato increduli quando è risorto dalla morte: Luca, Marco, Matteo, Giovanni sono stati i suoi testimoni. Dobbiamo quindi riconoscere la presenza di Gesù, delle sue azioni e delle sue predicazioni, come “evento storico” provato. Sulla sua natura divina cercheremo di chiarirci le idee, perché questo è un punto importante per trovare la strada per la Verità.

    Perché se Gesù è stato ciò che si dice, cioè il figlio incarnato, Dio cessa di essere una cosa lontana e inimmaginabile, perché almeno una volta nella storia dell’uomo, ha assunto una veste che noi, anche se così piccoli e limitati, senza alcun sforzo riusciamo a capire. Se Gesù è stato invece semplicemente un profeta, uno dei grandi profeti come il giudaismo vorrebbe, l’incarnazione non sarebbe avvenuta e quindi la figura di Dio rimarrebbe ancora lontana e inimmaginabile: il dilemma non ha risvolti di poco conto, come si può ben capire.
    Dobbiamo quindi cercare di trovare dei fondamenti alle due diverse ipotesi.
    Intanto occorre dire che, fra i giudei, chi ha messo Gesù fra i profeti, è ancora in attesa della venuta del Messia, cioè dell’incarnazione della Parola di Dio. Questo anche perché Gesù, nel tempo in cui ha vissuto, come Messia potrebbe aver “tradito” le attese del popolo ebreo, che si attendeva un nuovo David che liberasse Israele dall’occupazione dei romani.
    La venuta di quest’uomo di Galilea, senza fissa dimora, senza una pietra dove posare il capo, un girovago e capellone, amico di prostitute e pubblicani, scatenato contro le istituzioni e la gerarchia, tanto che i nostri anticlericali fanno sorridere al confronto, un uomo che parlava solo di perdono e di amore, che definiva i poveri con la dignità di uomo e i ricchi con il solo appellativo di ricco, bisogna ben dire che ha sconcertato il popolo di Israele: che razza di Messia era mai costui?!

    Gesù inizia a predicare in Galilea e poi in tutta la Giudea, con parole che mai prima s’erano udite. I prodigi che l’accompagnavano raccolsero dapprima intorno alla sua figura molta gente. Le autorità religiose, specialmente i sadducei che erano i rappresentanti del più antico partito religioso ebraico, cominciarono a preoccuparsi e ad osteggiarlo quando ne udirono i concetti rivoluzionari, per cui le folle, anche incitate dai farisei che erano i potenti dell’epoca, lentamente lo abbandonarono.
    Indicativa è la testimonianza di colui che lo tradì, Giuda, trascritta in un antico documento redatto in aramaico che conferma l’accordo di Giuda con Caifa e Hanna, i grandi sacerdoti del tempio, per far catturare Gesù

    Jeudà Iskariòt :- ...Ma quel giorno non venne. E le cose andavano di male in peggio. Intorno a lui si faceva il deserto. Quelli che una volta ci spalancavano l’uscio di casa adesso ce la sbattevano in faccia. Tra lui e la gente a modo si era scavato un abisso. E la Borsa ( quella dove venivano conservate le elemosine della gente), l’inutile borsa mi ballonzolava vuota sulle chiappe. Andavamo noi dodici poveri vagabondi (gli apostoli) come macilenti sciacalli e ci precedeva lui il tredicesimo, il più povero di tutti. I piedi spellati dalle selci, punti dagli spini. Pidocchi nei capelli. La faccia e gli occhi pieni di polvere. Pieni di fame fino agli orecchi. Venuta la notte ci buttavamo per terra a dormire come le bestie. E lui diceva ‘le volpi hanno tane e i corvi hanno nidi ma il Figlio dell’Uomo non sa dove posare il capo’. E io dentro di me pensavo ‘ Così non va. Lui non è il Messia dell’oro e dell’argento, ma il Messia della miseria e della fame.

    Quando Gesù fu condannato da Caifa, gran pontefice del tempio, e la sua morte confermata da Ponzio Pilato su denuncia del Sinedrio, che lo riconobbe colpevole di bestemmia grave per aver rivendicato origine e realtà divina, cosa che in realtà Gesù Cristo non aveva mai fatto, la folla lo aveva praticamente quasi dimenticato.

    Dal Vangelo di Luca:

    “E gli chiesero: sei tu dunque il Cristo, diccelo?
    Gesù rispose: Anche se lo dico non mi crederete; se vi interrogo non mi risponderete. Ma da questo momento starà il Figlio dell’Uomo seduto alla destra della potenza di Dio.
    Allora tutti esclamarono: Tu dunque sei il Figlio di Dio?
    Ed egli disse loro: lo dite voi stessi, io lo sono.”

    I Vangeli si diffondono nella narrazione degli avvenimenti conclusivi dell’esistenza di Gesù, che vedono realizzato il supremo valore della sua esistenza terrena. Ma il loro senso ultimo è colto solo a partire dalla Resurrezione, l’evento che costituisce il momento cruciale della testimonianza umana del Nuovo Testamento.
    Mentre nulla si conosce della vita di Gesù fino ai trentanni (alcuni presumono che abbia vissuto a lungo sulle rive del Mar Morto, presso gli Esseni), molto si sa sulle sue predicazioni, il cui nucleo essenziale è costituito dal Vangelo del Regno, “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è prossimo” come diceva alle genti.
    Bisogna ricordare che per Regno di Dio, Gesù voleva dire il recupero, a opera di Dio, del mondo ‘intero’ al suo disegno di grazia e di amore; è l’annuncio della liberazione dalla schiavitù che grava sull’uomo, della vittoria sulle potenze demoniache e quindi sul male.
    Ma la grande novità delle parole predicate da Gesù, che lui proclamava dettate da Dio, era il recupero di tutti coloro che, per motivi diversi, venivano a quel tempo emarginati: il popolo della campagna, le donne, i lebbrosi, gli indemoniati, i pubblicani, i peccatori, le prostitute, con i quali condivise più volte la mensa, e queste parole venivano interpretate dai potenti come sobillatrici del popolo, e contrarie alla Legge di Mosè.

    Dal Vangelo di Luca:

    “Condussero Gesù da Pilato e cominciarono ad accusarlo. Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re.
    Pilato lo interrogò: Sei tu il re dei Giudei?
    E Gesù rispose: Tu lo dici.
    Pilato disse alla folla e ai sacerdoti: Non trovo nessuna colpa in quest’uomo.
    Ma essi insistevano: Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato in Galilea.
    Pilato riuniti ancora i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo disse:
    Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo, ecco io l’ho esaminato davanti a voi e non ho trovato in lui nessuna colpa di quello che lo accusate. Egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò dopo averlo castigato lo rilascerò.
    Ma essi si misero a gridare: A morte a morte. Dacci libero Barabba.”

    Gesù compie anche opere prodigiose, guarisce ed esorcizza, resuscita un morto, e questo in presenza di centinaia di persone: davanti allo stupore delle folle, spiega che non è lui a compiere questi miracoli, ma la “potenza di Dio” che in lui si manifesta.
    La Chiesa che Gesù, attraverso Pietro, ha voluto, ha un significato profondo, e deriva proprio dalla novità dell’universalità del Dio-amore confrontato con il Dio-padrone dell’Antico Testamento. Certamente essendo formata da uomini, ne ha assunto tutti i vizi e i difetti, per cui non può venire giudicata per le sue azioni temporali, ma solo per il significato della sua presenza.
    La Chiesa è la dimostrazione reale della volontà di Gesù, e come tale dovrebbe essere vista. Gesù ha voluto creare una comunità universale che diffondesse il suo messaggio in ogni angolo della terra, un messaggio escatologico, tutto pervaso dall’attesa di un imminente disvelarsi del piano di Dio. La Chiesa è una comunità della quale Gesù ha definito alcuni suoi tratti, dalla promessa a Pietro sino al banchetto eucaristico. A questa comunità risale non solo di aver diffuso il messaggio, ma anche l’autocoscienza di Gesù di essere l’evento del Regno di Dio che sta per giungere.
    Lo stesso amore di Gesù per tutti gli uomini, ma specialmente per i miseri, significa che Dio ora è universale, e che la sua misericordia è il senso del suo amore per ogni essere vivente.
    Il momento massimo dell’espressione di questo concetto viene raggiunto con la morte di Dio nella figura dell’uomo Gesù: la morte per amore di tutti gli uomini, per l’espiazione dei loro peccati. Gesù, morendo sulla croce, conferma in pieno le sue predicazioni alle folle e rompe, in tal modo, gli schemi fino allora costituiti e predicati dai rabbini del popolo ebreo, che volevano Dio legato al solo Popolo Eletto e praticamente indifferente, se non addirittura nemico, al resto dell’umanità.
    Gesù ha portato, con le sue parole e con la sua morte, una nuova visione di Dio, una visione dove si parla di amore e pace fra gli uomini, di dignità ai miseri, di perdono alle offese che ci vengono fatte: concetti che rivoluzioneranno la storia.
    Ma per i capi religiosi di allora egli bestemmiava, sia quando chiamava Dio con il nome di Abbà (Padre), sia quando allargava il “Padre mio” al “Padre vostro”, rivolto agli umili e ai peccatori, sia quando sembrava voler contestare la Legge, che Lui intendeva invece integrare, dicendo alle folle “vi hanno detto...invece io vi dico”. Sollevava ostilità e sgomento, nella teocrazia religiosa del tempio: la sua morte per mano del romano conquistatore non poteva di conseguenza essere evitata.
    Ora, sulle testimonianze degli Apostoli circa la vita e gli atti di Gesù, mi vorrei soffermare un attimo, perché su quanto hanno detto e scritto ‘noi non dovremmo’ avere dubbi, considerato che sono stati “testimoni” dei fatti. Però posso capire che lo scettico i dubbi li possa ugualmente avere. Perché questo? Perché quest’altro?
    Noi non possiamo non aver fiducia in chi ha visto, perché qualche sicurezza dobbiamo pur averla, sempre per quel fine di trovare la strada per la Verità.
    Non è possibile dubitare anche di testimoni visivi, altrimenti viene a cadere ogni possibilità di costruire qualsivoglia ragionamento logico.
    Agostino diceva che la fede (intesa come fiducia), deve venire prima della conoscenza perché:-

    “Essa viene prima della comprensione della verità, in quanto la fede prepara e predispone l’animo, così che esso diviene capace del conoscere”
    e ancora:-
    “A causa della loro stoltezza, la maggior parte degli uomini non è in grado di intuire la verità. In questa situazione sarebbe assurdo pretendere che tali uomini siano purificati dalla conoscenza del vero che non possiedono; occorre invece che essi siano prima purificati ed elevati nell’animo per poter poi raggiungere la Verità. Ora è solo la fede che può operare questa purificazione, essa, suscitata dall’autorità, anticipa il contenuto del conoscere e muove verso di esso l’animo, innalzandolo e rendendolo capace di una conoscenza altrimenti impossibile”.

    La fede che significa credere prima di conoscere, ma che significa anche avere fiducia in quello che ci viene riportato.
    Abbiamo decine di testimonianze di uomini che confermano la natura divina di Gesù, espressa nei suoi atti da vivo ma specialmente nella sua Resurrezione, eppure molti uomini dubitano, e respingono l’idea della incarnazione di Dio nella figura umana del Cristo, dicendo che non è dimostrabile, come se un’azione divina ‘debba’ essere dimostrata.
    Ecco dove la fede deve giocare un ruolo decisivo.
    Noi che crediamo quando ci dicono che siamo figli di questo padre e di quella madre, e non possiamo certo ricordare se quel che ci dicono è vero, e quindi dimostriamo fede negli uomini che lo dicono, perché dovremmo dubitare della testimonianza degli Apostoli che a loro volta hanno visto?

    Se un figlio non credesse a chi dice che quelli sono i suoi genitori, sarebbe giudicato come scellerato, eppure egli ha gli stessi criteri di valutazione, e le medesime testimonianze, di quello che crede che i suoi genitori sono quelli che gli sono stati indicati.
    E allora? Come facciamo, su queste basi, a rifiutare la fede nella vita di Gesù, nella sua morte e sul fatto che è risorto, se dall’altra parte non dubitiamo della verità di chi ci dice che i nostri genitori sono proprio quelli che i testimoni ci indicano?
    Ben pochi di noi conoscono con esattezza il significato della teoria della relatività, eppure tutti crediamo agli scienziati che ci dicono che con questa formula Einstein ha scoperto differenti misurazioni dell’universo, nel campo della gravità e del tempo.
    Perché crediamo, visto che non sappiamo e, il più delle volte, non possiamo nemmeno capire con la nostra ragione? Forse che la scienza ha più verità del Vangelo? Se rispondete si, chiedetevi anche perché pensate che la scienza debba avere più verità del Vangelo.

    Noi crediamo anche a eventi storici (chi di noi ha assistito alla Battaglia di Termopili?), a luoghi o persone che non abbiamo mai visto, che però conosciamo attraverso documenti o testimonianze dirette di chi ha visto o partecipato: crediamo sempre e solo su ‘testimonianze’.
    E allora, se il raziocinio è uno solo e non due, in nome di quale strano modo di ragionare dovremmo rifiutare di credere all’evento storico dell’incarnazione di Dio nell’uomo Gesù, con tutte le testimonianze che ci vengono proposte da chi c’era, ha visto e partecipato?
    Non c’è nessuna logica in questo, oppure c’è solo la logica del rifiuto di qualcosa che è troppo grande per essere creduto.
    Abbiamo quindi nell’ateo un’altra fede: quella di non avere fede.

    Eppure anche osservando la natura e il creato, si può trovare la presenza di Dio, perché la bellezza di ciò che circonda testimonia della realtà di Dio creatore.
    Questo lo dice Agostino “I monti, le valli, il cielo, le piante, i fiori, tutto esprime un ordine che è loro e anche della natura stessa, un ordine che si presenta bello all’occhio dell’uomo, perché in esso si realizza l’accordo delle parti con l’intero, e una giusta proporzione e simmetria. Ma questo accordo non esisterebbe nelle cose se non esistesse, ‘fuori dalla cose stesse’, quell’unità che consente di ordinarle: parimenti non sarebbero affatto belle se non vi fosse una bellezza da imitare. E’ la armonia della Creazione che non può essere spiegata se non con l’intervento dell’Uno, cioè del Principio, da cui tutto deriva”.

    Che prosegue:-
    “Adeguandosi e assomigliando a questa bellezza prima, cioè ideale, le cose appaiono belle, allontanandosi da essa, divengono brutte. Come l’uomo è malvagio quando entra in conflitto con l’armonia della società e la turba, così una cosa o una parte è brutta quando non si accorda con il tutto”.

    E anche Svoboda nell’Estetica ”Il brutto e il turpe non sono una realtà, ma l’alterazione di un rapporto, ossia una mancanza di forma e di unità”.

    E queste ‘forma e unità’, da dove provengono se non dall’ordine?
    E’ forse il caso, come qualcuno vorrebbe, il principio creatore dell’ordine e dell’unità?
    La mente dell’uomo fatica ad accettare, spesso per la sola arroganza di credere di sapere, quello che non sa, cioè l’idea di Dio, perché questa è ovviamente al di la dei suoi limiti umani, e allora la dottrina cattolica, modestamente, distingue tra le cose che si possono sapere e quelle che si devono credere.
    E qui si torna nel luogo dove dovremmo cercare la Verità, tenendo presente che la fede non è l’accettazione avventata di un’opinione, come potrebbe essere qualsiasi forma di credenza, o un atto di credulità, ma il possesso certo e indefettibile della verità, quantunque questa non sia espressa in modo evidente o mediante constatazione diretta.
    Dunque credere non significa ammettere qualcosa di irrazionale, bensì accettare una verità che, in quanto tale, non è contro la ragione, anche se la mente umana non può totalmente ed esaurientemente dominarla, perché non può esistere ragione logica in grado di negare con certezza la possibilità dell’esistenza di quella che la fede vuole che esista, per cui tutto rimane su un piano di perfetto equilibrio.
    Ciò che si sa, lo si sa per mezzo della ragione, ma non tutto ciò che si conosce si sa, e non ogni verità è da noi saputa e conosciuta, quindi nessuno può affermare con certezza assoluta di sapere quello che non sa.
    Però potrebbe aver ragione Tommaso d’Aquino quando afferma che è ragionevole credere in ciò che non si può sapere, o ancora non si sa, perché non credere in ciò che non si conosce è illogico.
    Diversamente dall’opinione che presenta come saputo ciò che invece non si sa affatto, la fede riguarda ciò che si sa di non sapere. Sembra un piccolo gioco di parole: ciò che si sa di non sapere, o forse sarebbe meglio dire, ciò che si dovrebbe ammettere di non sapere, perché è su questa presunzione che poggia spesso il castello dell’ateo.
    Rifiutare di credere è quindi, razionalmente, da stolti perché “chi è convinto di sapere già, non potrà mai sapere perché non vuole imparare” (Agostino). E ancora, pensare di non credere è già affermazione di una credenza, fondata però sull’insipienza propria del soggetto in discussione che l’uomo forzatamente ha.
    Dobbiamo quindi avere fiducia in quel che ci raccontano nei Vangeli coloro che hanno visto? Credere è una condizione difficile da ottenere, continuiamo nella nostra ricerca.

    Fra coloro che hanno visto c’era Simone, che sul messaggio del Figlio dell’Uomo, e con il nome di Pietro, ha fondato la Chiesa di Cristo, così come lo stesso Cristo gli aveva ordinato affinché ‘l’universalità dell’amore di Dio venisse portato a tutti i popoli della terra’.
    E’ forse andato incontro a questa avventura incredibile, in un mondo pagano e ostile, Simone, solo in forza di incertezze o addirittura di menzogne che si era da inventato in combutta con gli altri Apostoli?
    Sapeva benissimo di mettere in gioco la sua vita in quella missione, aveva pur visto come era stato crocefisso Gesù, eppure è partito senza un dubbio. Perché lo ha fatto? Per quale ‘magia’?
    O forse anche Pietro Simone non è mai esistito, forse la chiesa di Pietro si è costruita da sola, e così le catacombe? E i martiri non ci sono mai stati, né i leoni che sbranavano i cristiani negli anfiteatri? Magari anche Nerone è un’idea, e così Tacito che ha scritto la storia di quei tempi.
    E possiamo dire che anche Ponzio Pilato, il Calvario, Giuseppe d’Arimatea, Maddalena, Maria, Erode, Caifa, Hanna sono a loro volta invenzioni, leggende?
    E se invece fosse la verità? Se tutta questa gente fosse davvero esistita, così come i Vangeli ci hanno detto? Certo, dice il solito scettico, magari è la verità ma è anche vero che Gesù era solo un uomo, cosa diversa dall’essere il figlio di Dio.
    Perché solitamente l’ateo giustifica così una verità assodata, quella della vita di Gesù: era solo un uomo, quindi nessun figlio di Dio, nessun Messia, nessun Cristo.
    Vorrei che lo scettico si chiedesse: tutto il rivolgimento della storia sarebbe allora nato per un uomo, un semplice uomo, quel capellone galileo messo a morte in mezzo a due ladri, deriso e dileggiato dalla folla che nel primo referendum della storia gli ha preferito un assassino di nome Barabba?
    E per le fantasie di quattro giudei che seguivano in vita questa specie di anarchico anti-litteram, fra lebbrosi e prostitute?
    E a che scopo avrebbero raccontato fandonie su Gesù Cristo, i quattro giudei?
    Per soldi, per onori, per potere?
    E ancora, perché Simone, un pescatore, ha attraversato il mare per andare a Roma, la capitale degli oppressori del mondo di allora e il centro delle divinità pagane?
    Un viaggio di piacere forse, concluso con la sua morte, crocefisso a testa in giù?
    Ha messo a rischio la sua vita solo per tenera fede alla promessa fatta ad un ‘semplice’ uomo?
    A queste domande lo scettico, solitamente, si stringe nelle spalle e risponde: non so perché Simone e gli altri hanno fatto ciò che hanno fatto, quello che so è che Gesù è stato sicuramente un uomo, perché quel Dio che attraverso lo spirito santo entra nel corpo di una giovane vergine ebrea e lo feconda, assomiglia tanto a una favola per bambini.
    Non ha spiegazioni per la sua sicurezza, lo scettico, e nemmeno sembra importargli di averne, semplicemente si dimostra sicuro della sua superficiale convinzione, e questo gli basta.
    E invece la spiegazione a quanto hanno fatto ‘i quattro giudei’ che seguivano il Nazareno esiste, ed è semplice: chi lo ha visto in vita e lo ha seguito ‘credeva’. E credeva con tanta convinzione e determinazione da mettere la propria vita, i propri affetti, l’intera esistenza di persona ‘normale’ a repentaglio.
    Questo ci deve pur dire qualcosa. Dovrebbe far riflettere anche lo scettico.

    Cosa c’era alla base di questi stravolgimenti esistenziali?
    Sappiamo tutti che la Chiesa di Pietro, formata da uomini come noi, ha poi evidenziato nei secoli i vizi e le debolezze degli uomini stessi, ma solo il fatto che questa chiesa esiste, che Pietro l’ha fondata, che per essa ha dato la vita, deve pur aver un senso!
    La Chiesa di Pietro è una comunità della quale Gesù stesso ha definito i tratti, dalla promessa a Pietro sino al banchetto eucaristico, essa è la dimostrazione concreta della vita di Gesù e del significato della sua venuta, è il simbolo della sua volontà affinché il messaggio del Padre, Dio d’amore, venisse letto a tutte le genti. Questa è la sostanza della presenza della chiesa di Roma: la testimonianza che Dio ha voluto parlare agli uomini attraverso il Figlio, ha voluto mostrarsi nella persona del Cristo.
    Dobbiamo arrivare all’illuminismo per vedere come l’uomo abbia tentato di ridurre la figura del Cristo a dimensioni puramente umane, definendo, in maniera fantasiosa e forzata, Gesù come rappresentante di valori perseguiti dai suoi seguaci.
    Per spiegare meglio il concetto, secondo alcuni illuministi, Diderot sopra gli altri, non è stata l’azione e la predicazione di Gesù di Nazaret ha iniziare la grande storia della chiesa, ma le convinzioni religiose dei suoi discepoli che hanno creduto, così facendo, di servire in ogni caso il Dio d’Israele e di andare a predicare in terre pagane la Legge di Mosè.
    Questo è un ragionamento zoppo e mi stupisce che, forse un poco orbati dal dubbio e dal desiderio di dimostrare la fondatezza delle loro obiezioni, illustri filosofi abbiano costruito tale scadente ipotesi così facilmente confutabile dalla stessa storia degli Ebrei, che ‘non hanno mai voluto dividere il loro Dio’ con nessun altro popolo della terra, considerandolo gelosamente il Dio della sola Israele.
    Se i discepoli del Nazareno avessero voluto servire Dio non c’era bisogno che lasciassero Israele per andare raminghi nel mondo con la probabilità, molto elevata, di farsi ammazzare. Potevano starsene tranquillamente a Gerusalemme e seminare ugualmente il verbo del Signore fra le genti, e contemporaneamente servire il loro Dio.
    Supponiamo però, per pura ipotesi, che i discepoli di Gesù di Nazaret si sentissero l’animo del missionario e che, improvvisamente alla morte di Gesù, bruciassero dal desiderio di portare la parola del Dio d’Israele nel mondo pagano: e allora? Avere l’animo del missionario, cosa significa? Vuol dire sentire la necessità di predicare la parola di Dio a chi non la conosce.
    Ma, io mi chiedo, questa improvvisa vocazione si è svegliata in loro, pescatori o intellettuali che fossero, solo dopo l’incontro con Gesù? Certo, si è sviluppata solo dopo l’incontro con Gesù di Nazaret. Perché questo è ciò che è successo: erano persone semplici e normali e ‘solo dopo’ aver incontrato il Nazareno sono diventati ‘portatori della parola di Dio’.
    E allora se è così, se non erano toccati da questa vocazione ‘prima’ di conoscere il Maestro, vuol dire che questa idea di servire Dio non era già in loro e quindi che è stato Gesù a mettere nei loro cuori quei sentimenti che li hanno portati a servire Dio al prezzo della vita, per cui è stato sempre Lui, il Maestro, l’artefice della vocazione missionaria. Per questo sillogismo è giusto concludere che la Chiesa di Roma è nata dalla volontà di Gesù Cristo, e non altro.
    Un bellissimo libro sull’argomento è uscito nel 1906 (Storia della ricerca sulla vita di Gesù di A.Schweitzer), e mostra le profonde contraddizioni del razionalismo illuminista sull’argomento.
    Io consiglio gli increduli, gli scettici, di leggere quel libro e di riflettere.
    Attraverso l’illuminismo si è giunti così, in mancanza di un ordine paritetico fra le varie tesi razionalistiche, alla radicalizzazione della figura di Gesù umano e storicizzato e del suo messaggio, visto invece in maniera differente e non dimostrabile. Anche qui il razionalismo ha commesso un errore, perché non è possibile dimostrare la verità o la menzogna di una cosa prescindendo dalla storicità e dalle testimonianze dirette, e costruendo altresì delle tesi, alla ricerca di una sicurezza umanamente garantita, su un argomento che, come abbiamo visto, dovrebbe prima essere affrontato con la fede per preparare l’animo e la ragione a conoscerlo profondamente. E comunque è difficile, anzi razionalmente impossibile negare l’origine ‘non umana’ di un messaggio in mancanza di altre certezze se non quelle personali, mai dimostrabili, di chi le ha espresse.
    Al di là della dimostrazione o meno della figura di Gesù visto come incarnazione di Dio, che anche in questa ipotesi è ovviamente indimostrabile, c’è però la grande novità del suo messaggio, che per la prima volta parla di pace, amore e perdono e si rivolge agli uomini di tutto il mondo, quelli di buona volontà, quali figli di un Dio di tutti..
    Nessun profeta dell’Antico Testamento aveva mai pronunciato simili concetti e nessuno si era mai rivolto alle folle con l’autorità che a Gesù veniva da tutti riconosciuta. Nei libri storici di Tacito e di Flavio Angelo si legge che egli parlava alle folle “come uno che ha potestà”, e questa autorità dimostrava anche quando rimetteva in discussione la legislazione inviolabile sul puro e l’impuro e quella indiscussa sul riposo del sabato, da sempre cardini fissi della religione ebraica, e con questo addirittura sembrava addirittura confrontarsi con l’autorità di Mosè e della sua Legge.

    Poteva un semplice profeta avere questo atteggiamento?

    Dobbiamo dire allora con sufficiente margine di sicurezza che Gesù è la grande spiegazione che Dio ha voluto dare agli increduli. Una spiegazione logica ed evidente anche per la nostra ragione, perché nessuna altra spiegazione dei Suoi atti e della Sua vita potrebbe avere la medesima possibilità di interpretazione.

    Nessuna altra ragione potrebbe spiegare Pietro e i primi cristiani, nessuna altra potrebbe spiegare come, da quei pochi giudei analfabeti o quasi, il messaggio di un uomo condannato a morte per bestemmia e sedizione, e per questo crocifisso, sia stato capace di conquistare il cuore di due miliardi di persone nel mondo.


    Per concludere questo capitolo, voglio riportare un’altra pagina dalla ‘Vita di Cristo’ di Giovanni Papini, un libro stupendo.

    Si tratta di parti del capitolo ‘La Croce invisibile’ che chiudono, con le parole di un grande maestro della letteratura italiana, i miei modesti argomenti sul Maestro.

    Cristo è morto e il suo corpo traforato pende da quel giorno sopra una Croce invisibile piantata nel mezzo della terra. Sotto questa croce gigantesca, ancora gocciante di sangue, vanno a piangere i crocifissi nell’anima e tutte le stirpe dei Giuda non l’hanno potuta sradicare.

    Ma gli schernitori non sono morti. La loro schiatta è longeva. I pronipoti di Caino e di Caiafa non hanno smesso di infamare e deridere. La pazzia della croce è uno scandalo troppo forte per la loro saggezza.

    Quanto rumore, quanta meraviglia - squittiscono le ghiandaie dell’erudizione - per un uomo morto sulla croce. Voi dite che quest’uomo era un Dio ma noi sappiamo, noi che sappiamo tutto e abbiamo letto tutti i libri, che la morte violenta d’un eroe, di un semidio, d’un essere divino insomma, non è cosa nuova, da giustificare un così lungo appassionamento. Gesù è uno della lista.

    ......................
    Ma senza ricorrere alla divinità - incalzano i discendenti di Caiafa - noi sappiamo di altri che, al par di Gesù, soffrirono per dare agli uomini la verità e fondarono, come lui, scuole e religioni. E quali sono, di grazia, quelli che sia pure da lontano siano comparabili a Gesù?
    Forse il buon burocrate Confucio, ch’ebbe moglie e figli, e fu ricevitore delle tasse sui pascoli, soprintendente dei lavori pubblici, morto pacificamente nel suo letto a 73 anni?
    Oppure Verdhamana, il capo del giainismo, che morì di morte naturale a 72 anni?
    O Zarathustra che fu ucciso in guerra durante l’assedio di Bakhdi?
    O il Buddha, nato da re, che generò un bel figlio da una bella sposa e si spense a ottantadue anni per aver mangiato carne di maiale troppo grassa?
    L’unico che sia morto per sentenza di tribunale è Socrate ma nessuno ha mai creduto che Socrate fosse un Dio o parlasse in nome di Dio, e ancor meno che rivelasse verità sovrumane. Egli non voleva salvare gli uomini, ma insegnare agli ateniesi l’arte di ragionare con maggior precisione. Ha portato, dicono, la filosofia del cielo sulla terra ma Gesù ha portato il cielo sulla terra. Socrate promette una riforma dell’intelligenza e Gesù la felicità e l’eternità. E d’altra parte l’arguto professore di maieutica era già arrivato a settant’anni e non fu martoriato. Gli permisero una lunga difesa e morì in mezzo ai suoi discepoli.
    Gesù ha insegnato più e meglio di una sofistica depurata o d’una morale civica fondata sulla giustizia. Egli ha voluto trasformare gli uomini a sua somiglianza secondo le parole del suo annunziatore Ezechiele:- E io vi darò un cuore nuovo e metterò in voi un nuovo spirito e toglierò il cuore di pietra dalla vostra carne e porrò in voi il mio spirito-.
    Ci chiama all’imitazione di Dio, ad essere governati direttamente da Dio, cioè divinamente liberi. Siate santi come Dio è santo; perfetti come Dio è perfetto; perdonate come Dio perdona; amatevi come Dio vi ama: se farete questo non vi saranno più nemici e padroni, infelici e poveri, omicidi e calpestati ma il Regno dei Cieli vi compenserà degli ingiusti regni della terra.
    Questa è stata l’opera di Gesù. Anche Gesù come il serpente del giardino , ma con opposto fine, ha detto agli uomini: Siate come dei. Ma gli uomini non hanno avuto la forza di obbedirlo. Dio è troppo distante e il brago ha le sue dolcezze. Troppa fatica ci vuole al verme involto nel grassume della bellezza per tramutarsi in santo e approssimarsi a quella perfezione che è la sola felicità degna d’esser cercata, la sola che non deluda.
    E hanno rifiutato quel che Cristo aveva offerto con il suo sangue grondante. E per non udire la sua voce che chiamava a un’impresa troppo difficile l’hanno soffocata sulla croce. Hanno avuto il terrore di perdere i loro beni di sasso, di metallo e di carta, e non hanno creduto ai beni infiniti che prometteva in iscambio. E per questo rifiuto e questo terrore è morto quel giorno sul Teschio, gridando nel buio, il Figlio dell’Uomo. E ogni volta che uno di noi non risponde al suo grido dà un nuovo colpo sui chiodi che lo tengono appeso da secoli all’indistruggibile Croce.

    Ma non si può chiudere il capitolo su Gesù senza parlare della parusia, cioè del suo ritorno fra gli uomini, che avverrà, come da Sua promessa, alla fine dei tempi. E’ questo uno dei capitoli più misteriosi da interpretare e anche uno di quelli che la Chiesa, chissà perché, cerca di dimenticare.
    Le prime comunità cristiane pensavano imminente la fine dei tempi e quindi il vicino avverarsi della parusia, cioè del ‘glorioso ritorno del Messia’.
    Essendo rimaste deluse le aspettative più immediate sul ritorno di Gesù, il concetto di parusia è stato de-temporalizzato: per parusia oggi si intende l’evento metatemporale coincidente con il giudizio universale. Con la parusia si realizzeranno nuovi cieli e nuove terre, dove la materia non sarà più corruttibile e tutte le anime si ricongiungeranno nel loro corpo.
    Paolo scrivendo in una lettera ai Tessalonicesi dice che “Prima della gloriosa parusia del Cristo dovrà avvenire l’apostasia e dovrà essere rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio. (2a lett.Ts 2,7).
    Sottolinea l’importanza di questa previsione di Paolo : sembra parlare dei nostri tempi e forse di un futuro molto vicino.
    -Non ricordate che, quando ero fra voi, venivo dicendo queste cose? E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell’iniquità è già in atto ma è necessario che sia tolto di mezzo chi lo trattiene. Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo annienterà con un soffio della sua bocca e lo distruggerà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e di prodigi menzogneri e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina, perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi”. (2a lett.Ts 2,2)
    Le due lettere di Giovanni ai Tessalonicesi sono i più antichi testi del Nuovo Testamento, quelli che ci conducono più vicini allo spirito delle origini: gli stessi Vangeli sono stati scritti successivamente. Non esistono nemmeno in Agostino e in Tommaso riferimenti sicuri a quello che Giovanni indicava come ‘l’iniquo’ o ‘il figlio della perdizione’.
    Nella prima lettera di Giovanni si legge “Come avete udito che deve venire l’anticristo, di fatto molti anticristi sono apparsi. Da questo conosciamo che è l’ultima ora. Sono usciti dai nostri ma non erano dei nostri”.
    La venuta dell’anticristo sulla terra, quindi, sarà il segnale della Fine dei Tempi.
    E’ un mistero che cammina strettamente collegato con il misterioso Libro dell’Apocalisse, che riprende a sua volta profezie dei profeti di Israele.
    Sulla fine dei tempi, scienza e religione vanno d’accordo. La Terra, alla fine, tornerà ad essere quello che era prima di esistere: nulla.
    E anche la frase che tutti conosciamo “Uomo, ricordati che sei polvere e polvere ritornerai” può essere scientificamente accettata, in quanto non solo l’uomo ha una limitazione temporale nella durata della propria esistenza, ma anche la Terra ce l’ha, come tutto il resto della creazione.
    Ma la fine dei tempi, per la nostra religione significa soprattutto la fine del tempo dell’uomo, di questo uomo, e non significa necessariamente anche la fine della Terra.
    “Il sole si oscurerà, la luna mancherà di splendore, le stelle cadranno, e le potenze del cielo resteranno commosse. Allora apparirà in cielo il segno del Figlio dell’Uomo. Le genti di tutta la terra piangeranno e vedranno il Figlio dell’Uomo venire sulle nubi, in gran potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli che a suon di tromba convocheranno gli eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro del cielo. Imparate dal fico. Quando il suo ramo intenerisce e mette le foglie, voi dite che l’estate è vicina, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Passeranno il cielo e la terra, ma le mie parole non passeranno” .
    E poi ancora il Vangelo di Matteo, sempre riferendosi a parole di Gesù:-”Quando sarà poi il giorno e l’ora nessuno lo sa, neppure gli angeli del cielo, né il Figlio: ma soltanto il Padre. Come nei giorni di Noè, che si mangiava, si beveva, si prendevano moglie e marito, e nessuno si accorse di nulla fino a quando Noè entrò nell’arca e poi il diluvio annegò tutti quanti, così avverrà alla venuta del Figlio dell’Uomo. Di due che saranno nel campo, uno sarà preso e l’altro lasciato. Vegliate dunque perché non sapete in che giorno il vostro Signore verrà”
    E ancora:- “E appariranno falsi profeti che sedurranno molti. E per il dilagare delle iniquità si raffredderà l’amore dei più. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvo. E questo vangelo sarà predicato in tutta la terra, testimonianza a tutte le genti, e allora verrà la fine”
    Questa predicazione nel mondo coincide con il ‘raffreddamento della fede negli uomini’ e sarà l’inizio della fine.
    Ancora il Vangelo di Matteo: “Sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. L’Apocalisse descrive due bestie, una che viene dalla terra e una dal mare. Tutti seguiranno la bestia, tutta la terra presa da ammirazione. La seconda bestia viene dalla terra e obbligherà gli uomini ad adorare la prima, farà grandi prodigi, farà scendere il fuoco dal cielo”.
    Del figlio della perdizione parla anche Giovanni nel suo Vangelo ma la frase importante è nella seconda lettera “Uscirà da noi ma non sarà dei nostri”.
    Cosa avrà voluto dire? La frase è oscura.
    Chi può essere l’anticristo che uscirà da loro ma non sarà dei loro?
    Uscire dai nostri, per Giovanni, potrebbe voler dire ‘dal popolo di Israele, oppure dalla comunità degli adepti del Cristo’. Cosa altro?
    Secondo antiche profezie, quando Gesù disse ‘Mille e non più mille’ voleva dire che la fine dei tempi poteva essere l’anno 1000. Ora quell’anno è passato e siamo vicini alla fine del secondo millennio. Ma mille e non più mille potrebbe anche significare che non deve scoccare la fine del secondo millennio, e in questa ipotesi mi sembra che la fine dei tempi potrebbe essere vicina.
    In realtà considerato che Gesù ha pronunciato quella frase quando aveva circa 30 anni (o 38-42, che la sua data di nascita sembra dover essere anticipata di 8-12 anni), la scadenza del secondo millennio dovrebbe essere intorno al 2015-2020 circa. Su questo vorrei riportare una antica profezia Maya che profetizza la fine della terra.
    La misteriosa sapienza del popolo Maya sull’astronomia e su tutto ciò che riguardava il tempo e lo spazio, in contrasto con la primordialità che li caratterizzava nelle altre scienze, ha sempre affascinato schiere di scienziati: a cosa si doveva questa incredibile sapienza astronomica per cui i Maya sapevano ‘esattamente’ misure e distanze dell’universo, 3000 anni prima che l’occidente le scoprisse? Come facevano a conoscere la presenza di pianeti come Urano, scoperti solo recentemente dall’astronomia? I Maya avevano anche creato un calendario praticamente uguale a quello che noi usiamo, e questo è un ulteriore interrogativo, ma fra tutti i misteri che li circondano c’è anche quello della profezia da loro formulata che fissa la data della fine della terra: il 23 dicembre 2012, cioè la fine di quello che loro definivano il quinto ciclo solare.
    Anche il monaco irlandese Malachia, nelle sue profezie sui papi della chiesa, dice che l’attuale è il penultimo papa della serie. Dopo di lui ne avremo un altro contrassegnato da Malachia con il motto “De Gloria olivae”, e quindi al soglio pontificale assurgerà l’ultimo papa, che prenderà il nome di Pietro II, perché nelle sue intenzioni ci sarà soprattutto quella di ‘rifondare’ la Chiesa di Cristo. Sempre secondo Malachia la chiesa invece chiuderà la sua vita terrena con questo pontefice di nome Pietro II. E così, dopo la caduta della Chiesa di Pietro la terra, fra sangue e grandi tribolazioni, si avvierà alla fine dei tempi.
    Sarà quindi la parusia, il ritorno di Gesù sulla terra, ma questa volta nelle vesti di giudice. Tutto questo secondo le varie profezie. Ma un fattore importante non c’è in questo momento che vede l’avverarsi dei segni e cioè la venuta dell’anticristo. O forse sarebbe meglio dire che mancherebbe se noi ci limitassimo a pensare all’anticristo come ad un uomo che ‘deve sedurre’ i popoli della terra per trascinarli nel fango della perdizione.
    Perché probabilmente l’anticristo è già presente, è già vivo tra noi, e potrebbe essere in una forma diversa che non quella umana, ma ugualmente capace di sedurre e di portare l’uomo nel fango : chi dice che l’anticristo debba essere per forza un uomo? Dove è scritto? Nasce da noi, ha detto Paolo, ma anche la perversione o il nazismo sono originati dall’uomo.
    Questo è un secolo dove la fede sembra andata persa fra gli uomini, ha detto un giorno Padre Pio. Effettivamente mai, nella storia dell’uomo, la miscredenza e la lontananza da Dio, sono state così evidenti. L’uomo è preda di quello che io non esito a definire come il ‘vero anticristo annunciato’, la materialità e l’inganno del consumismo. In un mondo di diseredati e di affamati poche persone, che si considerano privilegiate, adorando la ‘bestia’ possiedono, anziché la luce della Verità, l’abominio della materia sotto forma di oro.
    In un rapporto dell’ONU sullo sviluppo umano presentato nel 1996 si documenta che il divario nei redditi pro-capite tra il mondo industrializzato e il resto del mondo è triplicato in trent’anni.
    Negli Usa il numero dei redditi alti è di 9 a 1 in rapporto a quelli bassi.
    385 miliardari americani possiedono in patrimoni personali una cifra pari al 45% dell’intera ricchezza di tutta la popolazione mondiale, cioè a dire 2 miliardi e trecentomila persone.
    Nel mondo vi sono un miliardo di persone senza casa e due miliardi di analfabeti.
    I trafficanti di droghe hanno conquistato 57 milioni di adolescenti nei soli paesi industrializzati.
    250 specie di mammiferi e 350 specie di uccelli sono in via di estinzione nel pianeta.
    Ogni anno muoiono 500.000 bambini, di fame e malattie legate alla miseria.
    Gli enzimi delegati a mangiare lo sporco nei vari prodotti chimici mangiano anche i globuli rossi, e nessuno, sapendolo, interviene. Il latte è pieno di sostanze radioattive, di antibiotici, pesticidi, fluoro e bacilli della tubercolosi. Il mercurio ha ormai avvelenato tutte le falde acquifere delle città, sta avvelenando i fiumi e quindi uccidendo i mari, che comunque stanno morendo anche per la distruzione di quasi tutte le specie marine viventi da parte dell’uomo.
    In questo oceano di bestialità, l’uomo ha speso il 4,8% della ricchezza mondiale per aiutare i poveri e ha esportato l’80% della propria produzione in armi ( dati Unicef 1995).
    Non parliamo poi della violenza dei mezzi di comunicazione di massa! Non parliamo del mercato del pornografico, ormai arrivato alle violenze sui minori, agli omicidi sessuali in diretta, alle deviazioni psicopatiche più terrificanti! Non parliamo della droga sottile, formata da musica-sesso-spettacoli di massa che viene iniettata nel cervello dei giovani per ‘costringerli’ a non pensare, a non avere ideali, a non ‘giudicare’!
    Ecco allora che è legittimo affermare che l’anticristo è sulla terra, è già qui, davanti a noi, con i suoi ingannevoli prodigi e la sua bestiale sete di carne e oro: la profezia della parusia può dunque avverarsi, i presupposti ci sono tutti, i segni anche.
    se fai le cose come gli altri poi diventi come gli altri - Charles Bukowsky

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    Predefinito Re: Da agnostico quale sono mi accingo a.....

    Maometto

    Prima di addentrarci nel tema devo fare qualche precisazione che può servire a capire meglio quello di cui parlerò.
    La prima: il Corano, secondo il credo islamico, è sceso direttamente da Dio attraverso l’arcangelo Gabriele al momento della sua chiamata tra i profeti. E’ scritto in lingua araba e può essere recitato solo in questa lingua. La lingua araba è l’antica lingua dei beduini e qui gli studiosi, non islamici, di questo Libro sacro hanno puntato l’indice su un’incongruenza che deriva dal fatto che al tempo di Maometto l’arabo, come detto prima, era una lingua solo parlata dai beduini, in quanto la lingua ufficiale scritta era il siro-aramaico. Il Corano risale al 630 dopo Cristo circa e il primo esempio di letteratura araba si trova solo due secoli dopo circa, e si riferisce alla Biografia del Profeta, opera di al-Khalil bin Ahmad, morto nel 786 e di Sibawwayh morto nel 796, autore della prima grammatica araba classica.
    Non è un incongruenza di poco conto perché il Corano così come è stato tradotto 150 anni dopo circa in lingua araba presenta ancora oggi diversi misteri interpretativi dei quali viene detto che “solo Dio può comprenderli”. Tradotto, quindi, per forza e questo vuol dire che quando è stato dettato l’arcangelo Gabriele ha parlato in siro-aramaico, che era la lingua ufficiale della zona ma anche la lingua dei cristiani.

    Per esempio, il professor Christoph Luxenberg (nome di fantasia per timore di rappresaglie musulmane) cita il termine “huri” e dice nel suo libro sul Corano “Partiamo dal termine ´huri´, per il quale i commentatori arabi non hanno saputo trovare altro significato se non quello delle vergini paradisiache. Ma se si tiene conto delle derivazioni dal siro-aramaico, quell´espressione indica ´uva bianca´, che è un elemento simbolico del paradiso cristiano, richiamato nell´ultima cena di Gesù. C´è anche un´altra espressione coranica, erroneamente interpretata come ´i fanciulli´ o ´i giovani´ del paradiso: essa in aramaico designa i frutti della vite, che nel Corano vengono paragonati alle perle. Per quanto riguarda i simboli del paradiso, questi errori di interpretazione hanno probabilmente qualcosa a che fare con il monopolio maschile nel campo del commento e dell´interpretazione coranica".

    -C´è poi un passaggio della sura 24, verso 31, che in arabo significa: ´Che esse battano il loro khumur sulle loro borse´. Una frase incomprensibile, della quale si è cercato di dare la seguente interpretazione: ´Che esse stendano i loro fazzoletti da testa sui loro seni´. Se invece questo passaggio si legge in chiave siro-aramaica, significa semplicemente: ´Che esse allaccino le loro cinture intorno ai loro fianchi´». Un’usanza che anche Gesù adottò quando lavò i piedi agli apostoli.
    Sempre nel libo citato viene posta questa domanda al professor Luxenberg:-

    D. - Lei ha trovato che la sura 97 del Corano menziona il natale. E nella sua traduzione della famosa sura di Maria, il "parto" di Maria è "reso legittimo dal Signore". E inoltre il testo conterrebbe l´invito a recarsi alle sacre liturgie, cioè alla messa. Ma allora il Corano potrebbe non essere altro che una versione araba della Bibbia cristiana?

    R. -All´origine, il Corano è un libro liturgico siro-aramaico, con inni e con estratti della Sacra Scrittura che potrebbero essere stati usati nelle sacre ufficiature cristiane. In secondo luogo, si può vedere nel Corano l´inizio di una predicazione volta a trasmettere la fede nelle Sacre Scritture ai pagani della Mecca, in lingua araba. Quanto alle sue parti socio-politiche, le quali non hanno molto a che fare con il Corano originario, sono state aggiunte successivamente, a Medina. In origine, il Corano non fu concepito come il fondamento di una nuova religione. Esso presupponeva la fede nella Scrittura, e aveva quindi solo una funzione di tramite verso la società araba".

    Un ulteriore osservazione deve essere fatta: si sente dire da diversi imam che l’islamismo, nonostante l’uso che ne fanno i terroristi neri dell’Is, sarebbe una religione di misericordia e di pace. Può darsi, ma come si spiega che dalla sua nascita c’è stata sempre una scia di sangue ad accompagnarlo? Come mai ben tre dei primi quattro successori di Maometto, i cosiddetti «califfi ben guidati», furono assassinati (Omar ibn al-Khattab, Uthman ibn Affan e Ali ibn Abi Talib) e due di loro (Omar e Ali) furono assassinati mentre pregavano in moschea? Assassinati da altri musulmani.

    Ugualmente il passaggio di potere da un califfato all'altro avvenne tramite le armi e lo spargimento del sangue, musulmani contro musulmani. Quando Abu Al Abbas as-Saffah, letteralmente il sanguinario, fondò la dinastia abbaside, fece strage dei reggenti omayyadi e, in un eccesso di odio, profanò le tombe dei califfi omayyadi, le cui spoglie furono esumate e flagellate. Attorno all'anno Mille poi c'erano ben tre califfi che si contendevano, con le armi, il potere quali successori di Maometto: il califfo abbaside Al Qahir a Bagdad, il califfo omayyade Abd ar-Rahman III a Cordova, , il califfo fatimide Al Mu'izz al Cairo.

    Ancora oggi gli estremisti islamici sunniti condannano per eresia gli sciiti, che rappresentano circa il 10 per cento dei musulmani, e ne legittimano pertanto l'uccisione indiscriminata. La morte violenta nel 661 di Ali, cugino e genero di Maometto, originò lo scisma sciita che attribuisce ai soli familiari di Maometto il diritto a succedergli. Questa continua ininterrotta guerra intestina tra musulmani viene legittimata da parte di tutti i carnefici e i giustizieri nel nome dell'islam.

    Prima che Maometto fosse scelto da Dio per essere il nuovo profeta. Nelle zone dove abitava missionari cristiani diffondevano, in siro aramaico come già detto, le parole del Vangelo.

    Ebbene, su un quotidiano milanese del settembre 2015 è cpmparsa questa strabiliante notizia. Riporto per intero:-

    - Hanno «carbonizzato» il Corano . E facendolo potrebbero aver riscritto, almeno in parte, l'intera storia dell'islam. La «carbonizzazione» del caso non è certo stata un'opera distruttiva, tutt'altro. Si tratta della datazione al carbonio 14, tecnica di datazione impiegata per documenti, reperti e addirittura per i resti umani (si pensi ai casi clamorosi della Sacra Sindone o della vera Monnalisa che fu la modella di Leonardo da Vinci per la Gioconda ). A finire sotto la lente degli esperti dell'Università di Oxford, come era già stato annunciato sul finire del luglio scorso, sono state alcune parti di quella che ora viene considerata la più antica redazione del libro sacro dei musulmani.
    Fra le pagine di un'altra copia del Corano databile alla fine del Sesto secolo, sono state infatti rinvenute, come specificava due giorni fa il Times dando grande rilievo alla cosa, alcune parti delle sure 18, 19 e 20 del cosiddetto « Corano di Birmingham», trovato appunto in quella università inglese e studiato da una ricercatrice italiana formatasi fra l'altro all'Università Cattolica di Milano, Alba Fedeli. Ebbene, quei preziosissimi fogli di pergamena, sarebbero da collocare fra il 568 e il 645, ha sentenziato il carbonio 14. Quindi non necessariamente dopo la scomparsa di Maometto, le date di nascita e di morte del quale usualmente accettate sono 570 e 632. Insomma, almeno una parte del Corano potrebbe esser stata scritta prima della dipartita del Profeta, e non dopo, come vuole la tradizione islamica che colloca la prima edizione del libro nell'anno 650, cioè 18 anni dopo la morte di Maometto.

    «Certo - ha spiegato Tom Holland, uno degli esperti che hanno esaminato le sure in questione - ciò destabilizza l'idea che noi abbiamo sull'origine del Corano e comporta delle implicazioni sulla storicità di Maometto e dei suoi seguaci». Secondo la tradizione islamica, Maometto avrebbe ricevuto la rivelazione che poi ha portato alla stesura del libro sacro fra il 610 e il 632, anno della sua morte. Dunque, accettando per buono il lasso di tempo suggerito dal radiocarbonio per i reperti in oggetto, fra il 568 e il 645, esisterebbe un margine di ben 42 anni (fra il 568 e il 610, appunto, anno di inizio della rivelazione) in cui, Maometto vivente, almeno una piccola parte del Corano era già stata messa nero su bianco... Non solo, entra in gioco un altro fattore potenzialmente clamoroso: se l'ipotesi fosse vera, Maometto durante la sua predicazione avrebbe fatto riferimento a un testo antecedente quello che poi sarebbe diventato il Corano definitivo a tutti gli effetti.

    Secondo alcune interpretazioni questo Corano primitivo, in diverse parti molto simile al Nuovo Testamento, sarebbe potuto essere un libro divulgativo del cristianesimo che nelle zone era abbastanza diffuso e che poi Maometto avrebbe rielaborato in un secondo momento.
    Ultima modifica di cireno; 13-12-15 alle 10:32
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