Salvatore Quasimodo: Specchio
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Salvatore Quasimodo: Specchio
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Addio Tomàs
siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle


Montale: Meriggiare pallido e assorto
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Addio Tomàs
siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle


Montale: il male di vivere ho incontrato
Era il rivo strozzato che gorgoglia
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Addio Tomàs
siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle


Petrarca: Chiare fresche e dolci acque(parti)
Chiare, fresche e dolci acque
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo, ove piacque,
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse con l’angelico seno;
aere sacro sereno
ove Amor cò begli occhi il cor m’aperse:
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.
.................................................. .................
Dà bè rami scendea,
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra ‘l suo grembo;
ed ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l’amoroso nembo;
qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra e qual su l’onde,
qual con un vago errore
girando perea dir: “Qui regna Amore”.
Quante volte diss’io
allor pien di spavento:
“Costei per fermo nacque in paradiso! “.
Così carco d’oblio
il divin portamento
e ‘l volto e le parole e’l dolce riso
m’aveano, e sì diviso
da l’imagine vera,
ch’ì dicea sospirando:
“Qui come venn’io o quando?”
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in qua mi piace
quest’erba sì ch’altrove non ò pace.
Se tu avessi ornamenti quant’ai voglia,
poresti arditamente
uscir del bosco e gir infra la gente.
Addio Tomàs
siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle


Dante: Tanto gentile...
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sententosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova:
e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.
Addio Tomàs
siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle


Ugo Foscolo - Le odi(1803) A Luigia Pallavicini (parti)
I balsami beati
Per te Grazie apprestino,
Per te i lini odorati
Che a Citerea porgeano
Quando profano spino
Le punse il piè divino,
Quel dì che insana empiea
Il sacro Ida di gemiti,
E col crine tergea
E bagnava di lacrime
Il sanguinoso petto
Al Ciprio giovinetto.
Or te piangon gli Amori,
te fra le Dive liguri
Regina e Diva! e fiori
votivi all'ara portano
d'onde il grand'arco suona
del figlio di Latona.
E te chiama la danza
ove l'aure portavano
insolita fragranza,
allor che, a' nodi indocile,
la chioma al roseo braccio
ti fu gentile impaccio.
Armonïosi accenti
dal tuo labbro volavano,
e dagli occhi ridenti
traluceano di Venere
i disdegni e le paci,
la speme, il pianto, e i baci.
Di Cinzia il cocchio aurato
le cerve un dì traeano,
ma al ferino ululato
per terrore insanirono,
e dalla rupe etnea
precipitàr la Dea.
Gioìan d'invido riso
le abitatrici empie,
perché l'eterno viso,
silenzïoso e pallido,
cinto apparia d'un velo
ai conviti del cielo.
Me ben piansero il giorno
che dalle danze efesie
lieta facea ritorno
fra le devote vergini,
e al ciel salì più bella
di Febo la sorella.
Addio Tomàs
siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle


Leopardi: Il passero solitario
Codice:D’in su la vetta della torre antica, Tutta vestita a festa la gioventù del loco passero solitario, alla campagna lascia le case, e per le vie si spande; cantando vai finché non more il giorno; e mira ed è mirata, e in cor s’allegra. ed erra l’armonia per questa valle. Primavera dintorno Io solitario in questa brilla nell’aria, e per li campi esulta, rimota parte alla campagna uscendo, sì ch’a mirarla intenerisce il core. ogni diletto e gioco indugio in altro tempo: e intanto il guardo Odi greggi belar, muggire armenti; steso nell’aria aprica gli altri augelli contenti, a gara insieme mi fere il Sol che tra lontani monti, per lo libero ciel fan mille giri, dopo il giorno sereno, pur festeggiando il lor tempo migliore: cadendo si dilegua, e par che dica tu pensoso in disparte il tutto miri; che la beata gioventù vien meno. non compagni, non voli, non ti cal d’allegria, schivi gli spassi; Tu, solingo augellin, venuto a sera canti, e così trapassi del viver che daranno a te le stelle, dell’anno e di tua vita il più bel fiore. certo del tuo costume non ti dorrai; che di natura è frutto Oimè, quanto somiglia ogni vostra vaghezza. al tuo costume il mio! Sollazzo e riso, della novella età dolce famiglia, A me, se di vecchiezza e te german di giovinezza, amore, la detestata soglia sospiro acerbo de’ provetti giorni, evitar non impetro, non curo, io non so come; anzi da loro quando muti questi occhi all’altrui core, quasi fuggo lontano; e lor fia vòto il mondo, e il dì futuro quasi romito, e strano del dì presente più noioso e tetro, che parrà di tal voglia? al mio loco natio, Che di quest’anni miei? Che di me stesso? passo del viver mio la primavera. Ahi pentirommi, e spesso, Questo giorno ch’omai cede alla sera, ma sconsolato, volgerommi indietro. festeggiar si costuma al nostro borgo. Odi per lo sereno un suon di squilla, odi spesso un tonar di ferree canne, che rimbomba lontan di villa in villa.
Addio Tomàs
siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle


Quinto Orazio Flacco: Le Odi - Carpe Diem
Non domandare, Leuconoe - non è dato sapere
che destino gli dei hanno assegnato a me e a te,
né consulta gli oroscopi. Com’è meglio tollerare ciò che sarà,
sia che Giove ci abbia dato ancora tanti inverni
sia che questo, che sfianca il mar Tirreno con rocce di pomice, sia l’ultimo
sii assennata, purifica il vino e recidi la duratura speranza,
ché la vita è breve. Mentre parliamo, se ne va il tempo geloso:
Cogli l’attimo, e non fidarti per nulla del domani.
Addio Tomàs
siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle


Publio Virgilio Marone: Eneide - Libro II
scinditur incertum studia in contraria vulgus.
Primus ibi ante omnis magna comitante caterva
Laocoon ardens summa decurrit ab arce,
et procul 'o miseri, quae tanta insania, cives?
creditis avectos hostis? aut ulla putatis
dona carere dolis Danaum? sic notus Ulixes?
aut hoc inclusi ligno occultantur Achivi,
Aut haec in nostros fabricata est machina muros
Inspectura domos venturaque desuper urbi,
Aut aliquis latet error: equo ne credite, Teucri.
Quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentes
Il volgo ondeggia fra opposti pensieri.
Qui per primo, accompagnato da gran folla,
Laocoonte ardente corse giù dalla sommità della rocca,
e da lontano “O miseri cittadini, qual'è sì grande pazzia?
Credete partiti i nemici? o pensate che qualche dono dei Danai
manchi di inganni? Così v’è noto Ulisse?
Chiusi da questo legno si nascondono gli Achivi,
Questa è macchina contro le nostre mura innalzata,
e spierà le case, e sulla città graverà:
un inganno v'è certo. Non vi fidate, Troiani.
Sia ciò che vuole, temo i Dànai e chi va offrendo doni.
Addio Tomàs
siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle


BLUES IN MEMORIA (Funeral Blues)
di Wystan Hugh Auden
Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforte, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.
Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.
Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.
Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.
___
Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent the dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come.
Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message He Is Dead,
Put crêpe bows round the white necks of the public doves,
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.
He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last for ever: I was wrong.
The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood.
For nothing now can ever come to any good.
La morte significava ben poco per me. Era l'ultimo scherzo in una serie di pessimi scherzi. Charles Bukowski
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