





Ultima modifica di C@scista; 25-03-16 alle 19:51
Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)


Come mai Ganky EDIT non sputa mai su Freda e merlino?




Ma perché poi sarei saccente? Quando sono convintissimo di una cosa la difendo a ogni costo. Le convinzioni maturate con ponderazione sono radici, e come diceva uno - ingiustamente accostato e saccheggiato dalla feccia missina - "le radici profonde non gelano".








Erri De Luca era dirigente di LC, non ama per niente Pietrostefani (ha fatto intendere che lo detesta) e non è amico di Sofri, solo di Bompressi per comune estrazione operaia, conosce i capi solo per i comuni trascorsi. Era capo del servizio d'ordine di Roma e ha detto che se fosse stato nel servizio d'ordine di Milano è possibile che anche lui sarebbe stato coinvolto/cooptato del delitto Calabresi, visto il clima dell'epoca. Parole sue. Teleguidati dall'esterno o no, con l'ausilio di infiltrati neri (la prassi è chiamata derivative assassination, ovvero "spingere qualcuno al delitto, senza parteciparvi direttamente), qualcuno di LC (servizio d'ordine di Milano, ovvero quelli che poi hanno costituito Prima Linea )ha fatto quel lavoro. De Luca ha detto - nessun giudice lo ha mai voluto ascoltare - che Bompressi, Sofri e Pietrostefani non sono colpevoli e che dirà la sua verità (o meglio, quello che ha saputo), se non costretto dai giudici, solo quando sarà tutto in prescrizione sicuro al 100 per 100 (quindi, forse, dopo il 2027). Ora, non si può certo dire che De Luca sia un agente segreto, se leggo una cosa del genere seriamente argomentata mi cancello dal forum.
Invece il defunto pentito di Prima Linea Roberto Sandalo quei nomi li ha fatti. Nonostante spesso sia stato considerato come attendibile, non è stato tenuto in considerazione riguardo al caso Calabresi. A parte Marino e il solito Nardi o sosia di Nardi, ha fatto precisi nomi, pubblicamente, su organi di stampa. I riscontri erano maggiori rispetto ai nomi fatti da Marino, che solo lui ha tirato in ballo e in maniera confusa.
Intervista a Roberto Sandalo
Lei formula a buon mercato accuse pesantissime: le prove?
«Un attimo. Quella struttura, nel 1976, mise in piedi Prima linea. Io transitai quasi senza soluzione di continuità come molti altri da Lc a Prima linea. E quello che prima sapevo in linea generale mi fu spiegato dai compagni di lotta».
Non mi ha risposto.
«Settembre 1976. Mi esercitavo con pistole e armi lunghe in un improvvisato poligono di tiro, dentro una caverna a Crissolo, alle sorgenti del Po. Con me c'era Nicola Solimano, nome di battaglia Sandro, uno dei capi del Lavoro illegale, ovvero la rete segreta di Potere operaio».
Solimano le svelò com'era andata?
«Mi disse che fra le organizzazioni armate andava conteggiata anche Lc. Anzi, aggiunse che con il suo livello illegale aveva ucciso Calabresi. Al colloquio era presente anche Chicco Galmozzi, nome di battaglia Kid, comandante nazionale di Senza tregua, gruppo di transizione fra Lc, in particolare i fuoriusciti di Milano, Torino e Firenze, e Prima linea».
Una confidenza vale poco.
«Settembre 1977, Milano, corso Lodi, casa di Massimiliano Barbieri, detto il Brizzolato. Cenavamo insieme: lui, sua moglie, il sottoscritto, Marco Donat Cattin. Si discuteva di chi aveva cambiato strada e chi no perché aveva proseguito come noi dentro Prima linea. A un certo punto Barbieri mi spiegò: "Ci sono anche quelli del livello illegale di Lc, quelli che ammazzarono Calabresi". Prese dalla libreria un libro di Uliano Lucas sulla lotta armata a Milano, lo aprì a colpo sicuro, mi mostrò una foto, scattata a un corteo in cui era schierato il servizio d'ordine di Lc: "Vedi - furono le sue parole indicando con il dito uno dei ragazzi ritratti - quello è uno dei membri del commando, l'altro, il biondino con il capo reclinato a destra, è l'assassino di Calabresi».
Alt. La sua è un'affermazione gravissima che non ha mai trovato riscontro. E per di più lei è stato querelato proprio dal biondino di quella istantanea, peraltro indagato nel 1981 e poi prosciolto da ogni accusa.
«Io ho solo riportato quanto dettomi da Barbieri. E poi c'è una conferma».
Quale?
«Un giorno a casa di Sergio Martinelli fu ospitato il commando che aveva appena gambizzato un ingegnere della Philco. Robertino Rosso, già membro della segreteria di Lc a Milano, si guardò intorno e disse: "Se confrontano gli identikit dell'attentato di oggi con quelli di chi ha ucciso Calabresi siamo tutti rovinati"».
Chi aveva sparato all’ingegnere?
«Ciuff Ciuff, ancora oggi latitante, perché condannato all’ergastolo per l’omicidio Pedenovi».
Dunque, secondo lei, il delitto Calabresi maturò in Lc ma a portare a termine l'azione non furono Leonardo Marino e Ovidio Bompressi, condannato a 22 anni come esecutore materiale?
«Tanti, prima in Lc e poi in Prima linea, sapevano che il delitto era stato confezionato in casa. Ed è perfino banale aggiungere che a quell'azione, la prima in assoluto della lotta armata, parteciparono molte persone».
E’ quanto sostiene lo stesso Marino nel suo libro autobiografico «Così uccidemmo Calabresi».
«Per questo, proprio ora che a Sofri è stata negata la grazia, ripeto il mio invito: chi sa parli. Io quel che dovevo dire, lo dissi ai giudici nel 1980, ma stranamente le mie parole non furono prese in considerazione. Interessava, e molto, quando parlavo di Prima linea. Ma solo quello».
Forse perché lei attaccava Lc solo per sentito dire?
«Io so che furono trascurate le rivelazioni di 14 persone, da Mike Viscardi al fondatore delle Br Renato Curcio, che avevano puntato il dito contro il servizio d’ordine milanese di Lc. Perché? Perché quel lungo, impenetrabile silenzio?»
Intervista a Erri De Luca (Claudio Sabelli Fioretti)
«Non piace ai reduci che io dica che Lotta Continua era un organismo rivoluzionario. O che dica: “Ognuno di noi avrebbe potuto uccidere Calabresi”».
Tu avresti potuto uccidere Calabresi?
«Ma certamente. Quando dico noi, includo anche me».
Sei stato fortunato.
«Magari non ero a Milano, non ero nel gruppo delle persone che hanno realizzato quell’attentato».
L’ultima che hai detto è: «Vi diremo la verità quando ci restituirete i corpi di Sofri e di Bompressi».
«No. Quella è stata un’utile semplificazione tanto per fare un po’ di casino come è abituata a fare, attraverso i titoli, la tua professione».
Dacci l’interpretazione autentica.
«Si potrà parlare di quegli anni quando non ci saranno più prigionieri. Quando saremo tutti liberi potremmo sapere la verità su Calabresi».
Fai capire che sai chi ha ucciso Calabresi.
«Io questa frase non l’ho pronunciata. Se lo avessi voluto dire lo avrei detto».
Tu lo sai chi ha ammazzato Calabresi?
«Preferisco non risponderti. Non mi sento libero di parlare di questo».
C’è il pericolo di mandare qualcuno in galera?
«Anche: ne parleremo quando non avrà più rilevanza penale».
Sapere chi ha ammazzato Calabresi è importante.
«Questo Stato lo ha già stabilito una volta per tutte. Chi è il mandante, chi l’esecutore. Lo Stato sta già a posto per Calabresi, come per Moro, ma quello che si vuole sapere, ed è una curiosità sana, è qualcosa di più sulle motivazioni, su quello cui la verità giudiziaria non può attingere: la verità storica, una verità che racconti le ragioni dei vinti».
Tutti vogliono fuori Sofri.
«Non è vero affatto. Alla gran parte degli italiani non gliene frega niente».
Anche Sofri se l’è presa con te.
«Non sono in buoni rapporti con Sofri, da molto tempo, dai tempi della Bosnia. Lui era favorevole ai bombardamenti. Ma io non voglio polemizzare con lui». (...)
Tu hai scritto a Bompressi una lettera che pubblicò Micromega. E dicevi: «Tu sei estraneo, ma non innocente».
«Nessuno di noi era innocente. Siamo tutti corresponsabili di quello che è successo in quegli anni».
Ma molti si autoassolvono. Dicono: bisogna considerare il contesto.Sono contrario alla giustificazione del contesto. È come se quello che ho fatto me lo avessero fatto fare gli altri. No, quello che ho fatto l’ho fatto in piena consapevolezza e senza nessun trascinamento».
Tu hai mai fatto una rapina?
«Sono stato accusato di averle fatte. Non so quante me ne ha attribuite Marino».
Più di quelle che hai fatto?
«Dai Claudio!».