Secondo voi la filosofia da bar, fa bene alla filosofia?


Secondo voi la filosofia da bar, fa bene alla filosofia?
Dio scrive dritto anche sulle righe storte degli uomini.








La filosofia da bar è ormai un atteggiamento comune a una parte significativa della comunità accademica. Probabilmente questi seri individui hanno il fare da gente risoluta, han passato il proprio tempo a sgobbare sul greco e sul tedesco, scrivon libri o esprimono le proprie opinioni su riviste divulgative e specialistiche. Eppure se doveste chiedere un serio motivo per cui la filosofia andrebbe salvata questi uomini potrebbero non saper rispondere, potrebbero forse dire che senza di essa non capirebbero la loro vita, perchè l'hanno dedicata interamente a questa disciplina. Ma poi si tratta di una disciplina accanto alle altre? Il nostro tempo è critico verso questa materia e la lascia volentieri a qualche avventuriero solitario, che si pensa sia privo degli strumenti, del rigore e degli scopi necessari a costruire qualcosa di serio, perciò sia privo di un avvenire. La filosofia muore perchè si ritiene che essa non abbia nulla a che vedere con l'avvenire, e anzitutto con quello dell'uomo: questo compito passa oggi alla scienza, che sembra mostrare in modo sempre più radicale la propria capacità di spiegare la natura, prevederla e perciò trasformarla conformemente a tali previsioni. In un mondo in cui sono i metodi della scienza a essere trapiantati nelle altre discipline e in cui la civiltà si organizza sempre più secondo le sue direttive, in cui la società si razionalizza adottando le sue regole e sociologia e psicologia ne imitano i criteri di analisi, la filosofia necessariamente tramonta nella chiacchiera. Se la filosofia è guardata alla luce della comprensione scientifica del mondo essa si riduce necessariamente a analisi del linguaggio - si pensi all'esperienza dell'empirismo logico - o a teoria della conoscena scientifica, in sostanza se non è scienza interessa ben poco. Questa situazione rende dfficile comprendere l'essenza di ciò che chiamiamo filosofia, qualcosa che sfugge spesso a chi si occupa professionalmente di essa, pertanto se perfino il tuo esercito non ti soccorre è inevitabile perire. D'altra parte essa non è mai stata a capo di un'esercito che dovesse scontrarsi con un altro, ma è piuttosto la dimensione all'interno della quale si svolge il conflitto: la filosofia non gioca i grandi giochi dell'occidente, permette l'apertura dei campi di lotta e costituisce le regole secondo cui si svolgono, per questo non è possibile voltarle le spalle, così come non ci si può liberare della verità. Essa è il luogo, l'unico, in cui si mostra distintamente la verità dell'essere, di tutto l'essere, invito perciò a diffidare del modo in cui viene presentata ai corsi liceali da professori e manuali, così come si dovrebbe dissentire dalla versione che manuali scolastici e universitari - scienziati compresi - danno della prassi e della conoscenza scientifica. In un senso molto più radicale rispetto alla scienza, si deve dire che la filosofia è il destino dell'uomo, un destino che non deve attendere di avvenire d'altra parte, ma che già da sempre e per sempre è e si mostra: qui non sto dicendo che l'uomo inevitabilmente dubita - e qui certamente sta la sua grandezza, la diffidenza verso ogni cosa, il suo voler mettere a prova usi e costumi, tradizioni e autorità, testi sacri e consuetudini di ogni sorta - e che dunque è destino che dubiti sempre e che perciò sempre debba filosofare: sarebbe troppo poco, ciò che dico è che solo all'interno del filosofare si manifesta l'incontrovertibile, e l'incontrovertibile non è qualcosa che inizi a essere a un certo punto della vita del cosmo, ma è ciò che in eterno stà presso di sè e ovunque, non smentibile. Presentare la filosofia come un gioco di parole è interesse della scienza, che oggi domina il mondo e lo fa avendo - credendo di aver - sconfitto la propria preistoria filosofico-religiosa, in cui la società umana contemplava e non trasformava. Ma l'interesse a mostrare la realtà delle cose in un certo modo non implica, di per sè, che le cose vadano reamente in questo modo. ci si può dimenticare della verità, ma essa continua a illuminarci, e solo all'interno di questa luce è possibile negarla e misconoscerla, e lo stesso vale per la filosofia che ne è la testimone.
Ultima modifica di Platone; 13-07-10 alle 23:07
Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.


Io non sarei così negativa sulla "filosofia da bar", come è stata chiamata. Sicuramente ha in sè dei difetti, quando le parole diventano chiacchiere oppure misera erudizione. Ma, come tutte le cose, è anche utile. Molte volte mi è capitato di sedere in un tavolo con amici, un po' avvinazzati, e la prodondità di alcuni discorsi non era data tanto dal contenuto, ma dal nostro grado di partecipazione. Riuscivamo a parlare di tutto senza troppe pretese e questa sincerità era sicuramente meglio di un tradizionale discorso.
Condivisione, voglia di partecipazione, essere tutte nello stesso stato un po' alticcio, a metà fra veglia e sonno, questo c'è in buona parte della "filosofia da bar", che può trovare anche un importante antecedente nel simposio (non a caso, etimologicamente significa "bere insieme").