LONDRA – “Rivolta” nel governo e nel partito conservatore, titolano i giornali inglesi di oggi. Tre ministri di primo piano annunciano che si dimetteranno per votare contro il primo ministro Theresa May, mercoledì prossimo, a favore di una mozione per rinviare la Brexit: mossa che apre una possibile svolta. A guidare l’insurrezione sono Amber Rudd, ministra del Lavoro, Greg Clark, ministro della Giustizia, e David Gauke, ministro del Business, tutti e tre contrari all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. In un articolo scritto insieme per il Daily Mail fanno sapere che, se un accordo sulla Brexit non verrà raggiunto entro il 27 febbraio, voteranno per il rinvio dell’articolo 50 del trattato di secessione dalla Ue. Se fosse approvato, significa che la Gran Bretagna non uscirebbe dall’Europa unita il prossimo 29 marzo, l’attuale data di scadenza, accordo o non accordo, del negoziato avviato due anni fa con Bruxelles.
Un emendamento simile era stato bocciato di una ventina di voti il mese scorso, ma con l’appoggio dell’ala europeista dei Tories è molto probabile che mercoledì passerebbe. Lo scopo principale o almeno dichiarato è evitare un “no deal”, un’uscita dalla Ue automatica, strisciante, per “default”, senza alcuna intesa, considerata una catastrofe economica per tutti ma in particolare per questo paese.
A quel punto i tre ministri ribelli darebbero le dimissioni, come sarebbero costretti a fare prendendo posizione pubblicamente in parlamento contro il capo del governo. Ma la fronda contro May non finisce qui.
Secondo indiscrezioni riportate dal Times, la rivolta serpeggia in tutto il suo partito, con i pezzi grossi dei Tories che le chiedono apertamente di lasciare l’incarico entro tre mesi, ovvero dopo le elezioni amministrative di maggio, affinché sia un nuovo leader a guidare la successiva fase della Brexit e di fatto a deciderne il destino. Un nuovo leader da eleggere probabilmente in un primo tempo con primarie di partito e poi da eventualmente confermare in elezioni anticipate.
Ma fra le voci che circolano a Londra ce n’è anche un’altra degna di rilievo: Jeremy Corbyn si sarebbe convinto ad appoggiare un secondo referendum sulla Brexit, dopo le defezioni di nove deputati e la protesta che cresce nel Labour per il suo atteggiamento ambiguo sulla questione. Il leader laburista sarebbe ora orientato a schierarsi per un altro emendamento che verrà messo ai voti la settimana prossima: il parlamento si impegnerebbe a sostenere l’accordo di Theresa May, dopo i ritocchi che otterrà attraverso le ultime trattative con Bruxelles sulla questione del “backstop”, le garanzie per tenere aperto il confine in Irlanda; ma in cambio la premier dovrebbe impegnarsi a sottoporre tale accordo a un referendum popolare, con come alternativa la scelta di rimanere nella Ue.
E’ presto per dire se questi piani andranno in porto, ma si comincia a intravedere una strada per uscire dal labirinto della Brexit: rinvio della data di uscita dal 29 marzo all’estate; approvazione di un accordo revisionato; referendum per decidere se uscire dalla Ue con tale accordo o ripensarci e rimanerci. E un nuovo premier. Per Theresa May sembra avvicinarsi comunque la fine. Si vedrà se anche per la Brexit.