di Gian Maria De Francesco
«Chi butta fango sul partito deve andare fuori».
Il leader del Pdl e presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nel vertice di giovedì scorso a Palazzo Grazioli è stato chiaro.
D’altronde, chi rimarrebbe a lungo in una casa della quale non condivide neppure le fondamenta? Chi resterebbe con una donna cui rinfaccia quotidianamente i difetti?
E queste sono le metafore adatte per Italo Bocchino e Fabio Granata dei quali il Giornale ha raccolto le intemerate più o meno recenti.
Il primo, braccio armato di Gianfranco Fini nell’ufficio di presidenza Pdl, destabilizza da mesi governo e partito prendendosela col Cavaliere, con i coordinatori e con l’universo mondo, reo di non sottomettersi alla superiorità morale e intellettuale dell’etica finiana.
Il secondo, Granata, è ormai l’incursore giustizialista nelle fila del Pdl, pronto a dire che «Spatuzza è attendibile» e che c’è qualcuno nell’esecutivo pronto a coprire la verità sulle stragi.
«Mentre io invito all’unità del Pdl loro continuano solo a martellare», si lamentava Berlusconi. Il punto, però, è uno solo: che ci fanno nel Pdl?
Se il partito ha gli strumenti per tutelarsi da chi ne lede l’integrità morale, che cosa si aspetta a utilizzarli prima che il continuo stillicidio della pattuglia finiana lo distrugga definitivamente?
alla pg. 4 de ilgiornale.it 24 07 2010
saluti




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