Pagina 8 di 10 PrimaPrima ... 789 ... UltimaUltima
Risultati da 71 a 80 di 99

Discussione: Il Signoraggio

  1. #71
    Moderatore
    Data Registrazione
    04 Jun 2009
    Località
    Mein Reich ist in der Luft
    Messaggi
    11,092
     Likes dati
    495
     Like avuti
    906
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    Restituire al popolo la proprietà della moneta



    Il 14 maggio 2011 è nato il Comitato per la presentazione della legge d’iniziativa popolare per il ritorno al popolo della proprietà della moneta. L’iniziativa è stata lanciata dal monetarista Savino Frigiola che ha ripreso le tematiche che erano state sollevate a suo tempo dal professor Giacinto Auriti dell’Università di Teramo. Tematiche che la crisi finanziaria internazionale, il ruolo dell’euro come moneta “virtuale” rendono quanto mai attuali.
    A giudizio di Frigiola, il perdurare della crisi economica ed occupazionale spinge inesorabilmente a far comprendere ai lavoratori ed ai datori di lavoro la necessità di recuperare la perduta sovranità monetaria nazionale. In economia la moneta ha la stessa funzione fisiologica dell’acqua nell’organismo umano. Di conseguenza entrambe debbono essere pubbliche poiché svolgono la funzione di pubblica utilità. La “Teoria del Valore Indotto della moneta” enunciata da Giacinto Auriti, e venne confermata dalla successiva denuncia dei patti di Bretton Woods fatta il 15 agosto 1971 dal presidente Usa Richard Nixon, quando la Casa Bianca mise fine alla convertibilità del dollaro in oro, a causa dell’enorme quantità di petrodollari in circolazione che, se portati al’incasso, avrebbero prosciugato le riserve auree di Fort Knox.

    Entrambe questi fatti, insiste Frigiola, hanno definitivamente stabilito che il valore della moneta è conferito dai cittadini che la utilizzano e non dalle banche centrali che l’approntano. L’attuale crisi economica ed occupazionale, che è ancora molto lontana dall’essere superata, è stata realizzata con la violenta sottrazione di liquidità dal mercato e pubbliche amministrazioni, nonché dalla massa debitoria generata dall’emissione monetaria ad opera dei privati e dal pagamento dei relativi interessi passivi. Il recente patto di stabilità europeo ha imposto all’Italia il rientro del debito pubblico di un ventesimo ogni anno dell'importo che eccede il 60 % del PIL, circa 45 miliardi di Euro ogni anno. E questo corrisponde al doppio della già pesante finanziaria in corso.

    Il nostro “Sistema Paese” che è già fortemente debilitato non è in grado di poter sostenere un simile salasso da cavallo. Per rilanciare i processi produttivi ed occupazionali vi è invece l’assoluta necessità di poter ridisporre almeno della liquidità che ci è stata fatta sparire con le truffaldine operazioni finanziarie legate ai “Bond cabriolet” profusi a piene mani. E questo dovrà avvenire senza indebitarci ulteriormente verso il sistema monetario che ha anche il potere di poter aumentare i tassi a suo piacimento per poi incassarli.
    E’ necessario agire rapidamente per bloccare la crisi come quelle imposte a Portogallo, Irlanda, Grecia e Islanda. Oggi, dopo Spagna e Belgio, sotto tiro ci siamo proprio noi. Lo Stato Italiano deve smetterla d'indebitarsi per monetizzare il mercato o per pagare i suoi titoli di debito che vengono quotati dalle società di rating secondo le desiderate della cricca monetaria anglosassone ed europea. Se i titoli del debito pubblico dello Stato italiano sono buoni e valgono, al punto da essere accettati e scontati dagli avveduti e prudentissimi banchieri privati, debbono valere anche i titoli monetari emessi dallo stesso Stato.

    Poiché vantiamo una positiva ed invidiabile esperienza di emissione monetaria diretta da parte dello Stato, occorre che il mondo della produzione e dei consumi, abbandonati da una “politica” che è in balia dei banchieri, si coalizzino per costringere la Pubblica Amministrazione a riassumere il ruolo che le compete, a tutela degli interessi dei cittadini tutti. Questo dovrà avvenire mediante la guida economica dell'intera Nazione che non può essere separata da quella monetaria, che è affidata in modo sciagurato alla “cupola” dei banchieri. Tutto questo accade inevitabilmente quando si affidano o si abbandonano queste funzioni ai banchieri privati, la cui prima caratteristica è quella di essere famelici ogni oltre misura. Bisogna smetterla di non vedere che la politica è riuscita a mettere i topi a guardia del formaggio. E poiché quando si hanno i topi in casa non si può guardare al colore dei gatti, è altrettanto opportuno, nell’interesse generale, che tutte le categorie economiche e produttive, si apprestino a fornire i propri gatti anche se dai colori più variegati, affinché si possa con una azione comune realizzare la derattizzazione nelle casse dello Stato che sono di proprietà di tutti i cittadini.

    Lo Stato deve tornare a battere moneta in nome e per conto dei propri cittadini; deve acquisirne la proprietà a titolo originario per rilanciare l’economia, l’occupazione e la ricerca. come conferma la centennale esperienza effettuata dal 1874 al 1975. Questa impostazione aveva consentito, subito dopo l’unità d’Italia, di realizzare tutte le infrastrutture necessarie al nuovo Stato nazionale nascente, compreso i palazzi e quartieri “umbertini”, che ancora troneggiano nelle nostre città, senza imporre tasse e senza accendere debiti. Successivamente utilizzando sempre la stessa emissione monetaria si sono realizzate una miriade di opere pubbliche ancora esistenti dalle inconfondibili linee architettoniche. Tutto questo venne realizzato senza aumentare le tasse e senza aumentare il debito pubblico che anzi, sino al 1940 era rimasto stabile al 20 % (tra i più bassi della storia d’Italia) per passare poi al 25% nel 1945, dopo una guerra persa.

    Successivamente lo Stato italiano continuò a battere moneta sino al 1975. Gli introiti così incamerati hanno seriamente contribuito alla ricostruzione del territorio nazionale devastato dagli eventi bellici. A tale proposito va ricordato che all’inizio degli anni 70 il debito pubblico era sceso al 20 %. Tutte queste esperienze storiche confermano e dimostrano che il debito pubblico è generato dall’emissione monetaria dei banchieri privati. Giova trarre profitto dalle esperienze altrui: in Islanda hanno cacciato i vecchi governanti e hanno messo giustamente sotto processo otto banchieri, mentre gli altri sono fuggiti. Cominciamo allora a muoverci per non lasciare ai nostri figli un mondo peggiore di quello che abbiamo trovato.



    Restituire al popolo la proprietà della moneta, Andrea Angelini
    ████████

    ████████

    Gli umori corrodono il marmo

  2. #72
    Moderatore
    Data Registrazione
    04 Jun 2009
    Località
    Mein Reich ist in der Luft
    Messaggi
    11,092
     Likes dati
    495
     Like avuti
    906
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    ████████

    ████████

    Gli umori corrodono il marmo

  3. #73
    Moderatore
    Data Registrazione
    04 Jun 2009
    Località
    Mein Reich ist in der Luft
    Messaggi
    11,092
     Likes dati
    495
     Like avuti
    906
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    Ora si salvi M.P.S.
    di Marco Della Luna



    Nel settore bancario italiano si moltiplicano i segni di illiquidità. Alcuni primari istituti hanno sospeso le erogazioni di credito. I corsi azionari vanno male o malissimo. Corrono voci che in ottobre o novembre sia probabile un credit crunch tale da precipitare l’economia in una recessione nera e da minacciare i depositi. E’ in corso uno sforzo di ricapitalizzazione. Particolarmente inquietante, per la contraddittorietà esplosiva dei dati, è la situazione di MPS: + 348% dei profitti (dichiarati), ma per contro: sospensione delle erogazioni creditizie, picchiata delle azioni, tagli radicali in tutte le spese, tagli dal 20 all’80% della componente variabile dei premi di produttività per impiegati e quadri dirigenti, ma prima aumento fino a circa del 30% dello stipendio fisso dei dirigenti centrali (in modo da compensare per sè soli la successiva riduzione del premio variabile), assunzioni di giovani impiegati impreparati a tempo e con salari di fame, ...

    un miliardo di debiti verso Esatri per trading elusivo (Sole24Ore del 21.06.11), altissimo tasso di contenzioso con la clientela (contenzioso prevalentemente incorporato con Antonveneta, che fu pagata 9 mld (con un prestito obbligazionario subordinato e con un aumento di capitale quando le quotazioni azionarie erano ben più alte delle attuali) e ne valeva forse la metà. E il peso dell’interrogazione parlamentare sul discutibilissimo collocamento di Casaforte; e l’incremento ad un anno del CDS pari al 67,2% ; e le facilitazioni proposte ai dipendenti per l’adesione al prossimo aumento di capitale… ma come si fa a chiedere l’adesione di chi hai bistrattato tagliandogli lo stipendio mentre membri del CDA della Banca vendono i diritti ( Il Sole 24 Ore 25-06-2011 )? E voci (non verificabili) di trenta tecnici informatici di Intesa-San Paolo all’opera nella sede centrale senese, mentre la Fondazione MPS, per far cassa e poter così aderire all’aumento di capitale del M.P.S., ha venduto 2,2 mld di azioni privilegiate (che, vendute, per statuto, sono divenute ordinarie, facendo crollare il prezzo in borsa), e ciò tramite una molto discussa banca speculativa americana accusata di operazioni antisociali su larga scala e di specifiche colpe nel disastro greco, ed a cui sono state assegnate proprio quelle azioni MPS - ma le fondazioni, ontologicamente aventi scopo benefico, non dovrebbero evitare dipendenze o cointeressenze con…?
    Insomma, fatti e dati incoerenti, contraddittori, suggerenti dubbi e sospetti anche su quel + 348%, che, congiunti all’emissione privilegiata, il mercato ha tradotto in un crollo dell’azione MPS ai minimi storici con perdita del 90% sui massimi. Guai se MPS dovesse cedere, se si avviasse un bank rush, o una discesa del rating con una ascesa dei tassi di rifinanziamento. Dato il peso strategico di MPS, avremmo un effetto valanga. Un tale rischio va prevenuto dal potere pubblico e semipubblico, anche a costo di un’ispezione e, al limite, di un commissariamento, che però sicuramente non sarà necessario, come non sarà necessario – ma, se lo fosse, il governo dovrebbe intervenire – un sostegno della mano pubblica. E’ prioritario prevenire che, in autunno, in una crisi accentuata di liquidità bancaria che potrebbe partire dagli istituti in parola, il blocco del credito si congiunga a una campagna di rientri dei crediti aperti, in una tenaglia mortale per l’economia di questo già malmesso e demonetizzato paese, soprattutto se non interviene un terzo quantitative easing a differire la crisi.
    Date la gloriosa antichità, la dimensione, l’importanza di MPS per il sistema-paese, e dato che dubbi e segni di illiquidità attraversano gran parte del sistema bancario nazionale, ma si concentrano sull’istituto toscano, è in favore di esso che bisogna concentrare gli sforzi. Quindi è impellente, è di primario interesse nazionale, che BCE, BDI e CONSOB intervengano, nelle rispettive competenze, per dissipare quei dubbi, per fare le verifiche del caso e, all’esito, dichiarare che quel + 348% è reale, che nell’attivo sono stati contabilizzati i crediti effettivi e non voci di cartolarizzazioni appoggiate a società veicolo non cedute in quanto utilizzabili come garanzia per emissioni obbligazionarie, che non si è registrato come liquidità gli anticipi sul portafoglio (fatture, ri.ba.) , ossia che la banca non ha fatto e non intende fare creazione di mezzi monetari a livello di filiali; che non sono spostate ad esercizi futuri spese competenti a questo esercizio; che non esiste contenzioso sommerso (sofferenze non dichiarate) dannoso per il bilancio. E anche che la scelta dei dirigenti centrali di finanziare gli aumenti dei propri stipendi con tagli a quelli di quadri e impiegati (cui spettava invece un aumento, sempre se è vero il + 348% di utile ) sia una normale scelta di sfruttamento dei subordinati da parte di chi detiene il potere, e non esprima, piuttosto, la valutazione che il gioco stia per saltare e che pertanto convenga raschiare il raschiabile finché è possibile. Durante questo intervento di controllo, per ovvie ragioni, è opportuno che Mussari stia fuori da Bankitalia.
    A un livello più profondo, sociologico, le strategie in atto impongono ulteriori elementi di riflessione.
    I tagli dei premi di produttività mentre la produttività è aumentata hanno costituito uno shock per il personale bancario, abituato a rapporti non apertamente iniqui e violenti coi propri vertici. Quei tagli tagliano quindi anche il legame di appartenenza, il senso di essere tutti colleghi, di formare un organico. E’ una rottura psicologica. Ora c’è il vertice, che si è nettamente separato dalla base (inclusi in questa i quadri) con un atto, appunto, iniquo, tale da far percepire a livello viscerale, dai dipendenti, che non vi è solidarietà o giustizia a guidare i rapporti, e che essi sono oramai assets impersonali, beni strumentali, nella logica del capitalismo assoluto (Mussari stesso aveva detto che, senza Dio, non vi è etica). I grandi sindacati generalisti non si sono opposti, e anche quelli dei bancari hanno fatto poco e concluso zero. La base non si è ribellata. Ha subito. Ora dunque è chiaro e accettato che i rapporti, se devono continuare, continueranno su quella nuova base.
    Primarie banche italiane, come lo stesso MPS, hanno in atto una campagna di sostituzione del personale esperto, formato, maturo (incoraggiato ad andarsene mediante scivoli e accompagnamenti) con personale giovanissimo, sottopagato (intorno agli 800 Euro al mese), con contratti brevi senza adeguata formazione, o meglio con formazione sommaria fatta di pochi slogan e tecnicismi da venditore, focalizzata al collocamento dei “prodotti” voluti dai vertici, ossia, innanzitutto, a)contratti con alto upfront per la banca; b)assets tossici di cui la banca vuole liberarsi. Per non perdere il lavoro, il dipendente si sforza di vendere a tutti i costi senza curarsi della onestà del “prodotto” e della sua corrispondenza al profilo del cliente, e viene frequentemente trasferito per evitare che si incontri con i clienti che si sono fidati di lui e che sono rimasti delusi.
    Tale campagna procede in parallelo con una campagna di centralizzazione e proceduralizzazione informatiche: oramai i titolari di filiali non decidono più erogazioni di mutui o condizioni di rapporto, in quanto tali richieste di affidamento sono valutate dalla Direzione Generale tramite processo informatico (Pef) elaborato nelle Filiali e qualsiasi condizione in deroga a contratti standard è sottoposta ad un iter di valutazione da parte degli organi esterni competenti in modo da esautorare la figura del Titolare, storicamente strategica nella fidelizzazione della clientela . I funzionari sono così livellati al basso, in linea con quanto detto sopra. E in generale è livellato al basso l’elemento umano, mentre viene elevato quello della rete informatica e delle procedure standardizzate. Quindi, il senso della ristrutturazione sembra essere quello di avere dipendenti di basso costo e bassa competenza, quel poco che sanno tutto rivolto alla vendita, gestiti e coordinati centralmente da una rete informatica mediante programmi guidati, una sorta d’intelligenza artificiale autonoma operante su input specifici ben predefiniti che sembra proprio andare a sostituire la professionalità, la mente pensante di funzionari qualificati.
    A che pro sostituire il personale qualificato con quello non qualificato? I vantaggi sono plurimi: costa meno, è meno tutelato, è più ricattabile (con minacce di non rinnovo del contratto o di demansionamento o di trasferimento), ha meno scrupoli morali nel vendere i prodotti più lucrativi per la banca. Gli svantaggi, in termini di qualità e concorrenza del servizio, sono annullati dal fatto che, tra le banche, non c’è competizione, ma coordinamento, cartello, spartizione del mercato. Se peggiorano il servizio tutte o quasi di concerto, nessuna perde in termini concorrenziali, perché la clientela non ha praticamente scelta. E nessuna perde in termini di quota di mercato, per la medesima ragione. Il conflitto di interessi delle banche che sono anche socie della banca centrale, non è soltanto per il fatto che sono al contempo controllate e controllanti, ma anche per il fatto che le banche centrali da loro partecipate tendono a essere usate come strumento di lottizzazione del mercato.
    Considerazione finale: se il sistema bancario si sta ristrutturando nel modo sopra descritto, vuole dire che si prepara ad operare in un mercato e in una società molto più grami e degradati di quelli attuali, anche in termini di livello di legalità e di funzione giudiziaria. Avremo una banca fatta di un Olimpo dirigente che dirige telematicamente un’orda amorale, mutevole e aggreessiva di venditori esasperati di “prodotti” equivoci, sempre alla corda per farsi rinnovare il contratto a termine.


    Ora si salvi M.P.S., Marco Della Luna
    ████████

    ████████

    Gli umori corrodono il marmo

  4. #74
    Moderatore
    Data Registrazione
    04 Jun 2009
    Località
    Mein Reich ist in der Luft
    Messaggi
    11,092
     Likes dati
    495
     Like avuti
    906
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    Come si conquista un Paese: l'attacco della finanza internazionale all'Italia



    L'attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria.
    Chi continua a parlare dei "mercati finanziari" come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi "mercati finanziari" hanno nomi e cognomi.
    Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.


    L'Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell'Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.

    L'Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all'euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l'ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall'altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.
    L'Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all'americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.

    Infine, l'Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.

    Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall'Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell'allocazione dei capitali. Il classico concetto dell'economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.

    Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all'aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato "tradizionale" dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un'arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) - nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti "non allineati":

    "Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell'incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all'aumento. La promessa di dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l'inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un "contraccolpo" che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati"(2).

    La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.

    Moody's e Standard&Poor's hanno rappresentato nell'attacco all'Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria "voce del padrone". Sono stati infatti gli outlook (previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l'Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody's, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.
    La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.

    "Il primo azionista di Moody's, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody's. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor's: ecco nell'azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?"(3).

    Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definite Nationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto la Securities and Exchange Commission (SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4).
    Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody's, Standard&Poor's e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother's, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:

    "Moody's, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell'assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d'oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e
    nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un'enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all'utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody's ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi"(5).

    Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.

    "Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento "t" il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.
    Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull'oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l'instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato"(6).

    Se dunque il mito dell'efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l'incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell'attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.


    "A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa "punizione monetaria" è accompagnata dal processo di "liberalizzazione finanziaria", che è l'esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la "repressione finanziaria" (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e "liberazione monetaria" (con la fine del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti"(7).

    Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i "mercati finanziari", accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all'uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.

    Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell'efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile.

    Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l'inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo, non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.

    Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che "quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni", non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta "logica di mercato" è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell'economia, non esiste, mentre esistono attori che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.

    Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le "ghiotte occasioni" per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l'Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l'Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:

    "C'è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch'essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell'euro. (...) Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l'efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti"(8).

    Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l'unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull'Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo.

    In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all'ampiezza della loro utilizzazione.

    Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l'apertura di un'inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all'attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionali che deve essere oggi considerata l'irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.

    Gaetano Colonna



    Come si conquista un Paese: l'attacco della finanza internazionale all'Italia, Gaetano Colonna
    Ultima modifica di Majorana; 11-07-11 alle 22:28
    ████████

    ████████

    Gli umori corrodono il marmo

  5. #75
    Moderatore
    Data Registrazione
    04 Jun 2009
    Località
    Mein Reich ist in der Luft
    Messaggi
    11,092
     Likes dati
    495
     Like avuti
    906
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    Come frodare i risparmi e vivere felici



    Venerdì scorso il Sole24Ore, cioè quello che sarebbe il nostro più autorevole quotidiano per le questioni economiche, è intervenuto direttamente sulla Consob per "sollecitare" un nuovo regime di trasparenza sulle contrattazioni "short", in luogo della sospensione che la Consob voleva fare.
    E bravo il "Sole", la tarantola ci morde e loro arrivano di corsa a curarci con i pannicelli caldi. Complimenti!

    Quella di combattere la speculazione finanziaria internazionale, all'attacco sui nostri titoli da venerdì scorso, con la trasparenza, è veramente una trovata storica degna del Guinness dei primati per la miglior bufala in campo finanziario. Le operazioni al ribasso sui titoli mica le fanno nel retrobottega del fruttivendolo, le fanno in Borsa, e le fanno con i soldi che qualche banca mette loro a disposizione. Perciò "il Sole 24 Ore" sta forse dicendo che in Borsa o in quelle banche c'è scarsa trasparenza?

    Non è possibile che dica questo, non potrebbe nemmeno se fosse vero. Allora vuol dire che ci sta prendendo in giro.

    Cosa volete che se ne faccia, il piccolo risparmiatore che ha messo i suoi sudati risparmi di una vita sui titoli di Stato (considerandoli al sicuro!), di sapere che il suo risparmio viene dimezzato da un intermediario finanziario che si chiama Pinco Pallino, il quale ha però operato in perfetta trasparenza, e secondo le regole attuali, con operazioni di "vendita allo scoperto"?

    Certamente, la trasparenza consentirebbe di prendere con le mani nel sacco quegli operatori, come il famoso John Paulson del famigerato Fondo Abacus nel 2008, che grazie alla "collaborazione" di Goldman Sachs faceva operazioni allo scoperto persino sui suoi stessi clienti, ma non basterebbe comunque a impedire agli speculatori di far man bassa di quei poveri risparmi.

    "Ottima soluzione di compromesso" dice l'Assosim, cioè l'Associazione Italiana degli Intermediari Immobiliari che (come conferma il "Sole") è tradizionalmente contraria a qualsiasi restrizione sugli "short selling" (o operazioni allo scoperto, o operazioni al ribasso, o short sale, comunque le si voglia chiamare).
    Lo credo bene che sono contrari, gli "intermediari immobiliari", se li chiamate col loro nome inglese, sono i "brokers", ovvero proprio quelli che, direttamente o indirettamente fanno questo tipo di operazioni.

    Infatti sono riusciti a "convincere" la Consob, che inizialmente aveva deciso di sospendere per qualche giorno le operazioni "short", a modificare l'intervento con uno più "morbido" di trasparenza. Loro dicono: "In situazioni d'emergenza è meglio un obbligo di disclosure (conoscenza-trasparenza) che un divieto".
    Poi raccomandano all'ESMA (European Securities and Markets Authority ), l'organismo che li rappresenta e protegge in Europa, di estendere tale obbligo a tutti gli intermediari europei per evitare il rischio di "arbitraggi normativi".

    Eccoli qua, quelli che applaudono alla trasparenza! Questo è davvero uno splendido esempio di ciò che intendono per trasparenza! Infatti dicendo "arbitraggi normativi" usano una forma pressoché incomprensibile (ai più) per dire che vogliono evitare il rischio che ai regolatori, come voleva fare la Consob, o ai legislatori, venga in mente di regolare o stoppare questo tipo di operazioni. Se questa è la trasparenza che auspicano, abbiamo già capito tutto! Ma cosa sono alla fine queste operazioni short? Vediamole un po' da vicino per capirle meglio.
    Tanto per cominciare dobbiamo dire che in questo tipo di operazioni loro usano i nostri stessi soldi per fare affari d'oro e lasciarci col sedere per terra.

    Noi portiamo i nostri risparmi ad una banca, compriamo dei titoli (ormai quasi tutti rigorosamente al "portatore") dietro la promessa di un rendimento. Ci danno una ricevuta. Ma il titolo non viene più nemmeno stampato, non c'è sotto il profilo della materialità, è solo virtuale. Ma sotto il profilo finanziario c'è, è reale, ed è lì nella banca, contabilizzato insieme a milioni d'altri titoli dello stesso tipo o simili. Ed ecco quindi come funziona un operazione "short": lo speculatore (il "Sole" li chiama "Intermediari Finanziari") si rivolge alla banca, con la quale trattiene regolari rapporti d'affari sulla fiducia, e chiede (per esempio) in prestito un milione di BTP, che in quel momento sono quotati - p. es. - ad 1 euro. Li ottiene, con l'impegno però di restituirli entro tre giorni (o poco più). Lo speculatore mette quindi in vendita sul mercato quei BTP (p.es.) a 90 centesimi. Grazie ai meccanismi automatici gestiti da supercomputers che operano in nano-secondi (cioè milionesimi di secondo) in pochi secondi ha venduto tutto. Anzi, più è grossa la partita e più fa in fretta a vendere perché scattano gli ordini automatici di acquisto di migliaia di altri operatori, anche se non c'è nessuno (in quel momento) che ordina di acquistare in blocco un milione di BTP. La vendita in blocco di grossi quantitativi spinge inevitabilmente la quotazione al ribasso. E grazie al ribasso provocato sul listino il nostro speculatore può ora riacquistare a 90 centesimi, o anche meno, gli stessi titoli, perché nel frattempo (essendo il momento favorevole a farlo) potrebbe essere partita anche da altri la valanga automatica di vendite al ribasso.

    Comunque, mettiamo pure che lui non si fida, ha paura che il mercato possa risalire, allora riacquista subito a 90 cents, restituisce i BTP alla banca che glie li aveva prestati e chiude così l'operazione. Tutto virtuale.
    Nessuno ha mai visto o toccato un solo BTP. Ma il guadagno è reale. Lui in pochi secondi ha guadagnato 100.000 euro. E non ha lavorato coi suoi soldi ma con i soldi dei risparmiatori che li hanno lasciati alla banca, cioè i soldi nostri. Lui li ha guadagnati. Noi, povera carne da macello del parco buoi risparmiatori, li abbiamo persi.
    Così funzionano le operazioni allo scoperto, o short, e loro ci difendono con la trasparenza!

    A proposito di John Paulson (che ho citato all'inizio dello scritto) lo sapevate che anche nel 2010, coi suoi Fondi di Investimento, ha guadagnato 5 miliardi di dollari? I casi sono due, o lui ha costruito (insieme ad altri) un'altra "bolla" che presto scoppierà, o qualcuno in giro per il mondo ha già perso 5/mld di dollari.

    Chi è il prossimo? Il prossimo potremmo essere noi. Ma che importa? Importante, per il Sole, per la Consob e per l'Assosim è che tutto sia fatto nella “trasparenza”...


    Come frodare i risparmi e vivere felici, Roberto Marchesi
    ████████

    ████████

    Gli umori corrodono il marmo

  6. #76
    Moderatore
    Data Registrazione
    04 Jun 2009
    Località
    Mein Reich ist in der Luft
    Messaggi
    11,092
     Likes dati
    495
     Like avuti
    906
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    La proprietà popolare della moneta

    A 5 anni dall’11 agosto 2006, la figura e le idee del prof. Giacinto Auriti risultano sempre più vive e ciò, circostanza piacevole, non solo per chi lo ha conosciuto ed affiancato, ma, come evidenziato in altra sede, anche per molti che non hanno avuto il beneficio di conoscerlo, così come addirittura per quanti non lo hanno condiviso, ma oggi ne riconoscono il profondo valore innovativo e rivoluzionario e, non ultime, l’integrità e la coerenza del suo pensiero.
    Il signoraggio e la proprietà popolare della moneta sono ormai argomenti trattati in molti convegni, dove non può omettersi il rinvio all’opera e alla testimonianza dell’insegnamento auritiano, sviluppatesi in sede accademica e sul piano dell’esperienza vissuta con il famoso esperimento dei Simec, cui si coniuga il percorso repressivo subito dal prof. Auriti con la lotta al sistema bancario nel suo complesso.
    Molti, da quel momento, si sono interessati alla materia ed hanno sviluppato iniziative e varianti applicative o meramente teoriche, più o meno conformi all’idea originaria, fornendo, in ogni caso, un contributo alla divulgazione della proprietà popolare della moneta e della persona del prof. Auriti. Da ultimo va ricordata l’apprezzabile – anche se, per vero, doverosa – intitolazione all’insigne giurista del largo antistante l’abitazione della Famiglia Auriti, in Guardiagrele (Ch).
    Il tributo formale, tuttavia, deve coniugarsi a quello sostanziale, non basta la strada, occorre la scelta di campo: si è o non si è per la proprietà popolare della moneta? Altrimenti le iniziative diventano esperienze di facciata, come una casa che ha solo il muro frontale, ma non si sviluppa sui quattro lati e non erige alcun piano nella parte retrostante. La risultante è il mostrarsi fine a se stesso, senza riservare alcuna importanza al contenuto.
    In altri termini, il rischio – da eliminare sin da subito – è quello di utilizzare la figura e le teorie del prof. Auriti per iniziative che nulla hanno a che fare con le sue idee e che addirittura si collocano in contrasto con la sua scuola giuridica.
    A cinque anni dalla sua prematura scomparsa, pare di sentirlo come si sarebbe espresso oggi dinanzi al crack delle borse e alle paure dei governi: «Ma quale aumento delle tasse e riduzione delle spese. Qui ci vuole la proprietà popolare della moneta.»
    In questo momento di crisi mondiale, l’unica possibilità per uscirne, evitando che il perverso meccanismo dell’emissione monetaria, della paura per l’aumento del debito pubblico (inesistente) e della sempre maggiore pressione fiscale (oggi riconducibile alla restituzione del debito contratto con le banche centrali) abbiano il sopravvento, comportando unicamente un esponenziale arricchimento del sistema delle banche centrali e della grande finanza, è, infatti, l’introduzione della proprietà popolare della moneta. Con
    l’applicazione del più semplice ed elementare principio di diritto, quello di riconoscere alla collettività la proprietà della moneta in circolazione, si eliminerebbero tutte le drammatiche problematiche che attanagliano gli stati di mezzo mondo e sconvolgono i governi asserviti al potere bancario e alla grande usura delle banche centrali.
    Ed allora ben vangano convegni sul signoraggio, intitoliamo strade al prof. Auriti, ma non eludiamo il legame indissolubile e sacro che vi è tra l’Uomo Auriti e la proprietà popolare, non cerchiamo, in altri termini, di introdurre discorsi che addirittura lo contraddicono o si pongono in chiara contrapposizione con i suoi principi, unicamente per darsi lustro.
    Il prof. Auriti è la proprietà popolare della moneta, con la conseguenza che non possono essere scissi l’uno dall’altra, per cui se si parla di lui deve parlarsi anche della sua teoria monetaria che ha collocato l’uomo al centro della vita e inibisce alle società strumentalizzanti di arricchirsi a danno della collettività.
    L’unica alternativa accettabile – da sempre auspicata - è il dibattito tra chi la condivide e chi la disapprova, perché con la dialettica, civile ma ferma, si ottiene crescita e approfondimento, ma non si può accettare che la figura del prof. Auriti venga dissociata dalla sua idea per mere esigenze populistiche o di ritorno d’immagine Questo è quello che, nel V anniversario della sua scomparsa, sento il dovere di affermare. Manteniamo saldo il legame con l’idea auritiana, per l’introduzione della proprietà popolare della moneta, perché lì vi è l’Ideale che ha superato le ideologie e non può subire strumentalizzazioni di sorta.
    Un atto d’amore che non ha chiesto alcuna contropartita e che, per ciò stesso, non può essere utilizzato per fini diversi da quello del raggiungimento bene comune.


    La proprietà popolare della moneta, Antonio Pimpini
    ████████

    ████████

    Gli umori corrodono il marmo

  7. #77
    Moderatore
    Data Registrazione
    04 Jun 2009
    Località
    Mein Reich ist in der Luft
    Messaggi
    11,092
     Likes dati
    495
     Like avuti
    906
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Signoraggio




    5 ANNI SENZA L'AMATO E COMPIANTO PROFESSORE

    NOI CONTINUEREMO PER SEMPRE A PORTARE AVANTI IL SUO SPLENDIDO PENSIERO DI LOTTA AGLI USURAI

    ... POICHE' EGLI E' ANCORA TRA DI NOI ED IN NOI E CIO LO PERCEPIAMO COME UNA SOFFICE CAREZZA CHE RISCHIARA I NOSTRI ANIMI

    PRESENTE

    PRESENTE

    PRESENTE




    ████████

    ████████

    Gli umori corrodono il marmo

  8. #78
    Moderatore
    Data Registrazione
    04 Jun 2009
    Località
    Mein Reich ist in der Luft
    Messaggi
    11,092
     Likes dati
    495
     Like avuti
    906
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    Uscire dall'Euro?
    di Marco Della Luna



    I rimedi ai problemi finanziari proposti dalle parti sociali e dai partiti sono meri palliativi, inutili, perché servono solo a tirare avanti di qualche settimana. La manovra governativa, anche la seconda, è iniqua e recessiva, sbilanciata sul lato delle entrate, e ha mobilitato resistenze insuperabili nel paese. Ora il governo, dopo che l’UE l’ha approvata, se la rimangia e ne fa un’altra, non migliore, ma semplicemente congegnata in modo da evitare che si coalizzi un’efficace resistenza, sia civile, che interna alla partitocrazia, la quale vuole conservare i suoi canali di spesa. La manovra alternativa del PD frutterebbe solo 1/10 dei 40 miliardi da recuperare (Tito Boeri su La Repubblica del 27 Agosto) e dimostra che l’opposizione non vale nulla, non ha capacità, non ha idee, non ha uomini. Il sistema partitico è oramai solo una zavorra senza capacità di soluzioni e senza valore di rappresentanza. Quindi senza legittimazione

    Sono decenni che in Italia si fanno sacrifici e manovre di risanamento e di adeguamento ai parametri europei, e siamo messi sempre peggio. Nessuno vuole ammetterlo, ma è palese che non funzionano. Il debito pubblico ha sempre continuato a crescere. Il motore del disastroso processo di indebitamento, su scala mondiale è il monopolio privato e irresponsabile della creazione e distruzione di moneta e credito, in mano a un pugno di banchieri, che controlla le banche centrali, BCE compresa, e ricatta i governi con minacce di declassamento e di non acquisto dei loro titoli del debito pubblico. Essenzialmente, li ricatta a trasferire al settore finanziario crescenti quote di reddito e risparmio dei cittadini e delle imprese.

    Recenti dati mostrano che i paesi che hanno dichiarato di non potere o volere pagare il debito pubblico, dopo il default si sono ripresi bene.

    Piuttosto che continuare con manovre depressive e socialmente laceranti, che non risolvono niente da decenni, sarebbe preferibile, per l’Italia, il seguente programma:

    1-Uscire dall’Euro ritornando alla Lira;

    2-Ripudiare il debito pubblico;

    3-Nazionalizzare la Banca d’Italia e sottoporla a una commissione parlamentare;

    4-Ripristinare i vincoli di portafoglio e di acquisto dei titoli di stato, come prima del divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro;

    5-Porre un vincolo costituzionale di pareggio di bilancio.

    In tal modo, si eviterebbe tagli depressivi e socialmente laceranti, si risparmierebbe il 22% della spesa pubblica, si azzererebbe il debito pubblico, si potrebbe svalutare e così rilanciare le esportazioni, gli investimenti, l’occupazione; non si avrebbe più bisogno di emettere titoli del debito pubblico, salvo il caso di emergenze; anche in tal caso, li comprerebbe la Banca d’Italia.

    Ma continuare con gli inasprimenti fiscali, con la tassazione di redditi presunti, con i tagli allo stato sociale, ai diritti dei lavoratori – continuare con l’indebolimento del paese e l’incremento dell’insicurezza e della paura – tutto questo è utile a portare il paese e la gente in condizioni ottimali per il capitale internazionale che aspira a rilevare dall’esterno l’economia e le risorse, compresi i lavoratori, di un paese in ginocchio, pronto a lavorare per bassi salari, senza garanzie e tutele, livellato al basso. Un paese dove la gente e le imprese devono svendere i propri beni per debiti, anche fiscali. A questo pare che mirino le politiche e i ricatti della c.d. Europa – BCE, UE –, del FMI, delle società di rating. Ma non è l’Europa, bensì la maschera della comunità finanziaria sovrannazionale.

    Il processo integrativo europeo dell’Europa allargata a 27 membri è finito. La Commissione conta sempre meno. Le decisioni si prendono tra cancellerie di paesi forti, esclusi gli altri. Soprattutto quelle per decidere le mosse della BCE, in modo che salvaguardi innanzitutto la Germania. Questa, assieme ai suoi satelliti e alla sua imitatrice, la Francia, l’ha oramai detto e ripetuto: non accetterà mai di emettere gli eurobond, cioè di mettere in comune il debito pubblico proprio con quello italiano e degli altri paesi eurodeboli. I paesi euroforti non accetteranno mai l’integrazione politica con l’Italia non solo per il suo debito pubblico, ma anche perché la classe politica e dirigente italiana è troppo marcia e incompetente: all’estero hanno visto tutti abbastanza, oramai, dalla mafia, alle storie dei rifiuti di Napoli, al bunga bunga, alla giustizia a livelli di Africa Nera. Forse negli anni ’90 pensavano che l’Italia avrebbe eliminato questa classe dirigente e corretto i propri difetti grazie alla pressione dell’Euro, ma ciò non è avvenuto. All’estero sanno che l’Italia non riesce a riformarsi, a intervenire sui propri vizi strutturali, e che sta declinando da 20 anni incessantemente. Sanno che inevitabilmente uscirà dall’Euro. Sanno che integrarsi politicamente con un paese come l’Italia sarebbe come impiantarsi una grave malattia. Nessun paese o azienda efficiente ha interesse a integrarsi con un paese o un’azienda inefficiente. Ha per contro interesse a sfruttarlo/a assumendone il controllo dall’esterno.

    La Germania (seguita da altri paesi forti) è un paese molto più efficiente, corretto e serio dell’Italia. La sua politica è quindi quella di tenere l’Italia sotto la BCE e gli organismi comunitari, che la Germania può dirigere, al fine di neutralizzarla come paese concorrente sui mercati internazionali, e di costringerla, prima che finisca per lasciare l’Euro, a pagare i propri debiti in Euro verso le banche tedesche anche al costo di dissanguarsi.

    E questa linea politica si sta confermando e irrigidendo nel progredire della crisi. Giulio Tremonti, il 27 Agosto, parlando ai Ciellini di Rimini, ha non senza ragioni ammonito la Germania ad accettare l’eurobond e a non ostinarsi nella sua politica solipsistica, perché potrebbe finire a suo danno. Ma ostinarsi nelle politiche solipsistiche è ciò che la Germania sta facendo da quando è nata, dal 1871. Non ha mai cambiato linea, nonostante due guerre rovinosamente perse. Il sistema-paese Germania capisce i fatti, non ragioni, moniti e minacce.

    Il governo italiano impone al paese sacrifici durissimi e recessivi in nome dell’integrazione europea. Ma l’integrazione europea è finita, per noi. L’Italia non sarà mai integrata. Quindi sarebbe tempo di rovesciare il tavolo, prima che il governo di centro-destra adesso, e un governo di centro-sinistra domani, facciano qualche altra manovra di salasso, per poi annunciare che, inopinatamente, le manovre non sono sufficienti, e che bisogna alzare l’uva, mettere l’imposta patrimoniale, tagliare le pensioni, marchionnizzare tutto il paese immediatamente e senza discutere per pagare gli interessi sui debiti – in ossequio alla curiosa inversione dei ruoli, oramai dilagata in tutto il mondo libero, in virtù della quale lavoratori, imprenditori e consumatori producono la ricchezza che dà valore alla carta prodotta dal settore finanziario, però si ritrovano di esso eternamente debitori, anzi devono sottomettersi alle sue regole e alla sua morale.

    Ripudiare il debito pubblico, dunque, e uscire dall’Euro. Immediatamente, finché non siamo ancora dissanguati.

    Alle lamentale di chi ha comperato titoli del debito pubblico italiani e farà l’indignato quando l’Italia non li pagherà, si replicherebbe che li ha comperati sapendo che erano a rischio, che per il rischio ha avuto un premio di maggior rendimento, e che in ogni caso poteva venderli nei mesi scorsi, vista l’aria che tirava; quindi se la prenda con se stesso;

    A chi (banche, perlopiù) li ha ricevuti in garanzia in epoca non sospetta, per l’apertura di una linea di credito non speculativa, si offrirebbe una garanzia sostitutiva;

    A Germania e soci, si replicherebbe che i benefici dall’Euro, e ancor prima dallo SME, e prima ancora dalla politica agricola comune, li hanno avuti proprio loro, e a spese e danno dell’Italia, soprattutto in fatto di competitività, di quote di mercato, di occupazione;

    Alla BCE si replicherebbe che il suo comportamento è inaccettabile, in quanto non rende nota la quantità di denaro prodotta e la quantità di crediti erogati;

    A Bruxelles si replicherebbe che il SEBC viola l’art. 1 e 11 Cost. L’art. 11, perché questo autorizza limitazioni e non trasferimenti della sovranità; li autorizza per fini di tutela della pace e della giustizia, non finanziari, come fatto per la BCE; li autorizza in favore di altri paesi, non in favore di un organismo sovrannazionale, esente da controllo democratico, come è la BCE; li autorizza a condizioni di parità, mentre la presenza nella BCE delle banche centrali di Regno Unito, Danimarca e Svezia, che non sono soggette a Euro e BCE ma partecipano ai suoi utili e alla sua sovranità monetaria anche sull’Italia, viola tale condizione. Inoltre viola la norma fondamentale, l’art. 1, sia in quanto toglie al popolo la sovranità monetaria ed economica, che è la principale componente della sovranità e del governo; sia in quanto il fine della BCE non è la tutela del lavoro, ma del potere d’acquisto della moneta. L’art. 1 afferma per contro i due principi fondamentali: la sovranità appartiene al popolo, e l’Italia è fondata sul lavoro. Questi principi fondamentali sono limiti assoluti, o controlimiti, a quanto possono disporre trattati internazionali come quello di Maastricht che costituisce il sistema della BCE. Un trattato, quindi, illegittimo ed eversivo dell’ordine costituzionale, come tette le controparti dell’Italia dovevano sapere.

    Ma che cosa si potrebbe spiegare a Washington e Londra? Potremmo dire loro che l’Italia ha oramai fatto quanto poteva fare, dall’interno dell’UE e dell’Euro, per ostacolare il costituirsi di una potenza europea concorrente degli USA, con una valuta concorrente al Dollaro. E che ora, per contrastare un’unificazione centro-europea sotto i Tedeschi, è indispensabile che riprenda una certa libertà di manovra.


    Uscire dall'Euro?, Marco Della Luna
    ████████

    ████████

    Gli umori corrodono il marmo

  9. #79
    Moderatore
    Data Registrazione
    04 Jun 2009
    Località
    Mein Reich ist in der Luft
    Messaggi
    11,092
     Likes dati
    495
     Like avuti
    906
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    Aristocrazie della speculazione e potere di creare moneta



    Presentiamo ai lettori la traduzione integrale di un lungo e documentatissimo reportage della prestigiosa rivista Bloomberg News, specializzata nelle analisi di carattere finanziario. Si tratta di un vero e proprio studio sui rapporti, durante la grave crisi finanziaria in atto, fra le principali banche internazionali, americane ed europee, e la Federal Reserve americana, la banca centrale statunitense, intorno alla quale ruotano i più importanti rapporti dell'alta finanza globalizzata del nostro tempo.
    Sottolineiamo il fatto che quanto apprendiamo grazie alla coraggiosa iniziativa di Bloomberg era rimasto fino ad ora segreto ed alla sua divulgazione la Fed stessa si è opposta tenacemente per ben due anni.
    Fino cioè a quando, in base alla legge americana che impone la pubblicazione di molti documenti pubblici (il Freedom of Information Act), Bloomberg è riuscita ad ottenere da un tribunale americano l'accesso ai database contenenti i dati sui prestiti.
    Quando si parla pertanto di "opacità dei mercati finanziari" non dimentichiamo di includere in essa le gravi reticenze degli stessi cosiddetti regolatori del sistema. Tale opacità non può tuttavia sorprendere, qualora si consideri, cosa che spesso viene trascurata, la natura del sistema della Fed, così come di altre similari istituzioni, che il cittadino ritiene erroneamente poste a garanzia del controllo pubblico sulla moneta che utilizziamo tutti i giorni. Non è così.
    La Federal Reserve Usa, nota come Fed, in realtà è un sistema privato, articolato su dodici Federal Reserve Districts, ognuno dei quali dispone di una Federal Reserve Bank: è ben noto, ad esempio, che la Federal Reserve Bank di New York, a causa della presenza in questo distretto di alcune delle principali banche del mondo, ha un peso tecnico e politico molto superiore alle Federal Reserve Bank degli altri distretti.
    Il sistema, costituito con il Federal Reserve Act approvato il 23 dicembre 1913, durante l'amministrazione del presidente Woodrow Wilson, poi modificato non sostanzialmente nel corso degli anni, non ha alcun carattere pubblico, in quanto le banche che ne fanno parte sono tutte private e detengono in quote societarie la proprietà delle singole Federal Reserve Bank, che hanno tutte veste giuridica di società per azioni. Questo aspetto in particolare, nel corso della storia del Federal Reserve System, ha suscitato e continua a suscitare forti opposizioni contro il sistema, del quale è quindi pacifico il carattere privatistico, come è stato riconosciuto ad esempio nel 1983 dal tribunale della nona circoscrizione giudiziaria della California nel caso "Lewis contro gli Stati Uniti" che ha definito la Fed come "un'organizzazione privata di società per azioni, rivolta al conseguimento di un profitto". Il personale del sistema Fed, del resto, non dipende né dall'autorità pubblica degli Stati né da quella del governo federale americano.
    Il peso delle banche private è del resto ben evidenziato dalla struttura decisionale del sistema, che vede per ogni banca di distretto un consiglio direttivo composto da nove governatori, suddivisi in tre tipologie: categoria A, tre direttori nominati dalle banche azioniste; categoria B, tre direttori espressione del mondo economico-finanziario privato; categoria C, di nomina politica, ma privi di poteri in materia monetaria. È pur vero che esiste poi un Federal Reserve Board centrale, i cui membri sono nominati dal Presidente degli Usa, e confermati dal Senato degli Stati Uniti, ma tale comitato non ha reale potere di controllo, oltre ad essere in genere composto da personalità provenienti dal mondo dell'alta finanza statunitense.
    Annualmente poi il sistema Fed deve presentare al Congresso degli Stati Uniti un rapporto sulla propria attività, ma, come vedrete leggendo il reportage qui presentato, fino all'azione legale di Bloomberg i dati più delicati restano coperti dal massimo riserbo, al punto che l'esatta struttura delle quote azionarie detenute dalle banche americane nella Fed, ad esempio, rappresenta tuttora un dato estremamente riservato.
    Correttamente, quindi, la stessa brochure di presentazione scaricabile dal sito internet della Fed, testualmente afferma: "il Federal Reserve System è considerato come una banca centrale indipendente, in quanto le sue decisioni non devono essere ratificate né dal Presidente né da alcun altro organo esecutivo del governo" (The Federal Reserve System - Purposes and Functions, Washington, 2005).
    Non sembra più paradossale a questo punto che le banche socie della Fed (secondo i dati ufficiali, al marzo 2004, su 7.700 banche commerciali presenti negli Usa, 2.900 erano socie della Fed, di cui 2.000 di livello statale e 900 di livello nazionale), non solo hanno ottenuto i 1.200 miliardi di aiuti segreti di cui parla Bloomberg, ma hanno altresì tratto profitti dai prestiti di emergenza, anche quelli pubblicamente dichiarati, come informava l'agenzia Reuters già l'8 ottobre 2008:
    "La U.S. Federal Reserve ha ottenuto un strumento tattico chiave dal pacchetto di aiuti finanziari di 700 miliardi di dollari rivenuto legge venerdì scorso, che l'aiuterà a indirizzare fondi ai mercati del credito ormai prosciugati. Nascosto nelle 451 pagine della legge, c'è un provvedimento che consente alla Fed di pagare interessi sulle riserve che le banche sono obbligate a tenere presso la banca centrale".
    La lettura del reportage, quindi, è fondamentale perché ci dà conto chiaramente di come sia avvenuto il progressivo travaso della crisi finanziaria dai bilanci delle banche ai bilanci dei Paesi e di come dunque l'attuale crisi del cosiddetto "debito sovrano" sia la fase logicamente e tecnicamente conseguente ai provvedimenti adottati nel 2008, rivolti appunto a preservare a tutti i costi istituzioni finanziarie private che, per dimensioni e potere, non dovevano fallire: si sono quindi riversate sui cittadini le perdite delle banche, finanziandole senza misura, dal momento in cui è apparso ben chiaro che la bolla speculativa dei derivati, dei titoli spazzatura, dei fondi speculativi ad alto rischio, aveva di fatto cancellato la maggior parte delle risorse reali del sistema finanziario internazionale.
    È sintomatico notare infatti che sui cosiddetti mercati finanziari aperti non si riuscivano più a reperire risorse, per l'ovvia circostanza appunto che chi doveva sapere era perfettamente edotto del fatto che, esplosa la bolla dei mutui subprime, nessuno era più disponibile a sostenere ulteriormente il gioco: questo spiega la vampata speculativa del 2008 sulle commodities agricole ed energetiche, ad esempio, e la corsa ai titoli di Stato ovunque nel mondo - come soli strumenti di rifugio per i capitali speculativi superstiti.
    È del pari sintomatico il fatto che, come hanno documentato una nutrita serie di articoli del Sole 24 Ore italiano nel corso del 2011, la speculazione non si è affatto arrestata, ed anzi i volumi delle transazioni speculative si sono rapidamente riavvicinati a quelli prima della crisi: prova evidente del fatto che la copertura offerta dalla Fed e dalle altre istituzioni cosiddette "pubbliche" (che, come abbiamo appena visto, in realtà tali non sono), è stata perfettamente compresa, nel suo significato politico, dalla speculazione. Per cui si poteva continuare su questa strada senza rischi eccessivi: il cosiddetto prestatore "di ultima istanza" era pronto a coprire le perdite delle banche, attingendo alle tasche dei cittadini.
    La Fed, e le altre istituzioni "centrali", hanno quindi rappresentato il necessario punto tecnico di passaggio per trasformare la bolla speculativa in debito pubblico, cioè debito di tutti i cittadini. La scelta politica è chiaramente dimostrata dal reportage di Keoun e Kuntz: con quei 1.200 miliardi di dollari si sarebbero potuti riscattare tranquillamente, per decisione pubblica, tutti i mutui incagliati delle famiglie americane. Era quindi tecnicamente possibile sanare i debiti dei cittadini (come anticamente fece Solone ad Atene con la seisachteia, per ricostituire pace e dignità civile nella città), invece di finanziarie quelli delle banche: si è preferito stigmatizzare l'irresponsabilità dei cittadini indebitati, dimenticando che, in un sistema economico moralmente sano, la responsabilità maggiore è certamente di chi offre denaro a chi sa essere impossibilitato a pagare, soprattutto quando chi lo offre, offre denaro non suo, come nel caso dei raffinati strumenti speculativi costruiti nel corso degli ultimi due decenni.
    La Fed, quindi, ha creato moneta nei modi già descritti nel 1960 da Wright Patman, presidente dello House Banking and Currency Committee americano, che definiva la Federal Reserve una total money-making machine (una macchina stampa-soldi totale) e scriveva: "Quando la Federal Reserve scrive un assegno per comprare buoni del tesoro fa esattamente quello che fanno tutte le banche, creare puramente e semplicemente moneta scrivendo un assegno". Patman sapeva bene quello che diceva, dato che il 30 settembre 1941, nel corso di un'audizione della commissione da lui presieduta, si era svolto questo dialogo tra lui ed il governatore della Federal Bank of New York, Marriner Eccles:
    "Patman: Come ha ottenuto il denaro per comprare questi due miliardi di dollari in buoni del Tesoro americano nel 1933?
    Eccles: Li abbiamo creati.
    Patman: Da dove?
    Eccles: Dal diritto di fornire denaro per il credito (to issue credit money).
    Patman: E non c'era altro dietro questo denaro, non è vero, a parte il credito del nostro governo?
    Eccles: Questo è il nostro sistema monetario. Se nel nostro sistema monetario non ci fossero debiti, non ci sarebbe denaro."
    Il fatto è che questo debito, proprio a motivo della garanzia offerta dagli Stati, diventa debito di tutti i cittadini produttivi, aggiungendosi ai debiti che alcuni di essi, come nel caso dei mutui subprime, possono avere inopportunamente assunto.
    Crediamo utile rendere leggibile al pubblico italiano il bel reportage di Keoun e Kuntz, nel momento in cui i provvedimenti che gli Stati europei stanno adottando andranno a riversare su tutti noi il peso delle perdite della speculazione dell'alta finanza internazionale, trasformato in debito pubblico attraverso gli abituali meccanismi moderni di creazione della moneta. Risulterà in tal modo, speriamo, più chiaro come, ancora una volta nella storia degli ultimi due secoli, la speculazione debba essere riscattata dal lavoro onesto di quanti non dispongono del potere di creare moneta, il potere che solo tiene ancora in piedi, nonostante più di un secolo di fallimenti, l'aristocrazia di Wall Street, il potere che senza merito la rende, come abbiamo visto altrove, masters of the universe .
    Speriamo che da letture come questa cominci a diffondersi fra i cittadini una domanda semplice ma essenziale: perché mai il potere di battere moneta non viene affidato al lavoro, invece che all'aristocrazia della speculazione?




    L'aristocrazia di Wall Street ha ottenuto 1200 miliardi di dollari dalla Fed in prestiti segreti
    Bradley Keoun, Phil Kuntz - Bloomberg, 22 agosto 2011

    Citygroup e Bank of America erano i campioni incontrastati delle finanza, nel 2006, quando i valori americani erano al loro massimo, al primo posto fra le 10 maggiori banche e società finanziarie americane nel migliore anno dei loro profitti, giunti a 104 miliardi di dollari.
    Nel 2008, il collasso del mercato immobiliare ha costretto queste aziende a prendere prestiti di emergenza dalla Federal Reserve Usa per un ammontare di sei volte quei profitti, pari a ben 669 miliardi di dollari. I prestiti fanno sembrare niente i 160 miliardi di dollari che le top ten hanno ottenuto dal Tesoro degli Stati Uniti, nonostante fino ad ora l'intero ammontare di questi aiuti sia rimasto segreto.
    Nello sforzo senza precedenti del presidente della Fed, Ben S. Bernanke, di evitare che l'economia precipitasse nella depressione, sono stati inclusi 1.200 miliardi di dollari di denaro pubblico per banche ed altre società finanziarie, quasi la stessa cifra di cui le famiglie americane sono attualmente debitrici a fronte di 6,5 milioni di mutui truffaldini e fallimentari. Il più grande beneficiario, Morgan Stanley, ha percepito 107,3 milioni di dollari, mentre Citygroup ne ha presi 99,5 e Bank of America 91,4, secondo l'elenco che Bloomberg News ha ottenuto grazie alla richiesta ai sensi del Freedom of Information Act, a mesi di cause e ad un atto del Congresso.
    "Sono tutte cifre enormi", dice Robert Litan, ex funzionario del ministero della giustizia che nel 1990 ha fatto parte di una commissione che indagava sulle cause della crisi dei prestiti e delle assicurazioni. "Stiamo parlando dell'aristocrazia della finanza americana che va in malora senza il denaro federale".
    Non si tratta solo di finanza americana. Almeno metà dei 30 maggiori beneficiari in ordine di valore massimo sono banche europee. Comprendono infatti la Royal Bank of Scotland di Edimburgo, che ha ottenuto in totale 84,5 miliardi di dollari, il maggiore beneficiario non statunitense, la Ubs di Zurigo, con 77,2 miliardi. La tedesca Hypo Real Estate ha ottenuto altri 28,7 miliardi, una media di 21 milioni di dollari per ognuno dei suoi 1.366 dipendenti. I maggiori beneficiari comprendono anche Dexia, la maggiore banca belga per capitalizzazione e la Société Générale, con sede a Parigi, la cui crescita del valore di contro-assicurazione delle sue azioni lo scorso mese ha fatto pensare che gli investitori stessero speculando sul fatto che il dilagare della crisi del debito sovrano in Europa poteva aumentare le sue possibilità di fallimento.
    Il picco di 1.200 miliardi di dollari del 5 dicembre 2008 (risultante dai sette programmi di intervento conteggiati da Bloomberg) era almeno tre volte il deficit federale Usa di quell'anno, superiore al totale delle entrate delle banche assicurate dal governo americano nel decennio 2000 - 2010, secondo i dati elaborati da Bloomberg. Questo totale è oltre 25 volte il massimo ammontare dei prestiti della Fed, 46 miliardi di dollari il 12 settembre 2001, cioè il giorno dopo l'attacco terroristico al World Trade Center di New York ed al Pentagono. Calcolato in biglietti da un dollaro, i 1.200 miliardi di dollari riempirebbero 539 piscine olimpioniche.
    La Fed ha dichiarato "nessuna perdita dai prestiti" in nessuno dei suoi programmi di emergenza, e una relazione dell'ufficio della Federal Reserve Bank di New York [una delle banche Usa che compongono la Fed americana, N.d.T.] afferma che la banca centrale ha guadagnato 13 miliardi di interessi e commissioni dal programma di aiuti, dall'agosto 2007 al dicembre 2009.
    "Abbiamo concepito i nostri come programmi di emergenza ad ampio raggio, sia per contenere efficacemente la crisi sia per ridurre il rischio dei contribuenti americani", dice James Cloude, vice-direttore del dipartimento affari monetari della Fed a Washington. "Quasi tutti i nostri programmi di prestito di emergenza sono stati conclusi. Non abbiamo avuto e non ci attendiamo perdite".
    Se è vero che la recessione americana di diciotto mesi, conclusasi nel giugno 2009 con una riduzione di 5,1 punti percentuale nel Pil, non è nemmeno lontanamente paragonabile con il calo di ben il 27 per cento di quella di quattro anni fra l'agosto 1929 ed il marzo 1933 [si tratta del periodo iniziale della Grande Depressione che colpì gli Usa e il mondo occidentale, tuttora considerata la più grave crisi del capitalismo occidentale, NdT], le banche e l'economia restano sotto stress. Le probabilità di una nuova recessione sono aumentate nel corso degli ultimi sei mesi, secondo cinque degli economisti del Business Cycle Dating Commitee del National Bureau of Economic Research, un gruppo di valutazione accademico che elabora stime sulle recessioni.
    Il costo della contro-assicurazione sulle azioni della Bank of America è aumentato la scorsa settimana fino a 342.040 dollari, per un anno di copertura su 10 miliardi di dollari di debito, al di sopra di quanto era valutata la contro-assicurazione per le azioni Lehman Brothers all'inizio della settimana prima del suo fallimento. Le azioni di Citygroup vengono trattate al di sotto del prezzo medio di aggiustamento di 28 dollari che avevano raggiunto nel gennaio 2009, quando i prestiti della Fed sono arrivati al loro picco. Il tasso di disoccupazione Usa è stato in luglio del 9,1 per cento, rispetto al 4,7 per cento del novembre 2007, vale a dire prima dell'inizio della recessione. La famiglie americane sono in ritardo di oltre trenta giorni nel pagamento dei loro mutui nel caso di 4,38 milioni di immobili negli Usa; altri, 2,16 milioni di proprietà sono pignorate, rappresentando un capitale non restituito di 1,27 miliardi di dollari, secondo Lender Processing Services, una società di Jacksonville in Florida.
    "Per quale mai ragione la Fed sembra in grado di trovare il modo di aiutare queste istituzioni, che sono gigantesche?", ha dichiarato il 1° giugno scorso Walter B. Jones, deputato repubblicano della North Carolina nel corso di una audizione a Washington sulle rivelazioni sui prestiti della Fed. "Queste banche hanno ottenuto aiuti quando la media degli imprenditori da noi nella North Carolina orientale, e probabilmente ovunque in America, non riesce nemmeno ad ottenere un prestito da una banca con cui lavorano da 15 o 20 anni!".
    Le dimensioni effettive dei prestiti della Fed riaprono la questione dei requisiti minimi di liquidità che i regolatori globali hanno concordato di imporre per la prima volta alle banche, dice Litan, ora vice presidente della Fondazione Kauffman, con sede a Kansas City nel Missouri, che sostiene la ricerca imprenditoriale. La liquidità fa riferimento ai fondi di cui le banche necessitano quotidianamente per operare, compreso il denaro contante per coprire eventuali ritiri di depositi da parte dei correntisti.
    Le regole, che impongono alle banche di tenere denaro contante e patrimoni immediatamente smobilizzabili per affrontare una crisi di 30 giorni, non entrerà in vigore fino al 2015. Un altro requisito richiesto ai prestatori, vale a dire la "stabile disponibilità di fondi" per un lasso di tempo di un anno è stato rinviato fino almeno al 2018, dopo che le banche hanno dimostrato che avrebbero dovuto contrarre nuovi debiti a lungo termine per 6 miliardi di dollari per soddisfare questo requisito.
    I decisori "non stanno andando abbastanza avanti per evitare che tutto ciò capiti di nuovo", dice Kenneth Rogoff, un ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale (IMF) e ora professore di economia all'Università di Harvard.
    Le riforme adottate dall'inizio della crisi potrebbero non essere in grado di isolare i mercati e le istituzioni finanziarie americane dalla crisi del bilancio e del debito pubblico che stanno affrontando Grecia, Irlanda e Portogallo, secondo il Financial Stability Oversight Council americano, un'organismo di dieci membri creato con il Dodd-Frank Act, guidato dal Segretario del Tesoro americano, Timothy Geithner. "La recente crisi finanziaria fornisce un'efficace dimostrazione di quanto rapidamente si possa erodere la fiducia e di come il contagio finanziario possa diffondersi", ha scritto il Council in un suo rapporto del 26 luglio scorso.
    Qualsiasi nuovo intervento di aiuto da parte della banca centrale statunitense dovrebbe essere governato dalle normative sulla trasparenza adottate nel 2010, che impongono alla Fed di rendere noti dopo due anni i nomi delle istituzioni beneficiarie dei suoi prestiti. I funzionari della Fed hanno sostenuto per più di due anni che indicare le identità dei beneficiari e le condizioni dei prestiti avrebbe messo le banche in cattiva luce, influenzando negativamente i prezzi delle azioni o provocando una corsa al ritiro dei fondi da parte dei correntisti. Un gruppo delle più grandi banche commerciali ha chiesto lo scorso anno alla Corte Suprema degli Stati Uniti di mantenere almeno in parte il segreto sui prestiti della Fed. In marzo, l'alta corte ha respinto la richiesta di appello e la banca centrale ha rilasciato una quantità di informazioni senza precedenti.
    I dati, presi qua e là tra le 29.346 pagine di documenti ottenute sulla base del Freedom of Information Act e da altre basi di dati relative a oltre 21.000 transazioni, rendono chiaro per la prima volta quanto profondamente le maggiori banche mondiali dipendano dalla banca centrale americana per evitare crisi di liquidità. Anche se le società finanziarie hanno sempre sostenuto nei loro comunicati stampa e nelle loro audizioni di disporre di ampia liquidità, esse in realtà ottenevano in segreto fondi dalla Fed, per evitare di essere bollate come deboli.
    Due settimane dopo la bancarotta della Lehman, nel settembre 2008, Morgan Stanley, per contrastare le preoccupazioni secondo cui sarebbe stata la prossima a fallire, annunciò "di avere solide posizioni di capitalizzazione e liquidità". L'affermazione, contenuta in un comunicato stampa del 29 settembre 2008, relativa ad un investimento di 9 miliardi di dollari da parte della Mitsubishi UFJ di Tokio, non faceva alcun cenno ai prestiti della Fed a Morgan Stanley.
    Era lo stesso giorno del picco di 107,3 miliardi di dollari di prestiti dalla banca centrale, per cui era questa la fonte di praticamente tutta la liquidità a disposizione della Morgan Stanley, secondo i dati ed i documenti resi pubblici oltre due anni più tardi dalla Financial Crisis Inquiry Commission. Il suo ammontare era tre volte i profitti complessivi della società nel corso del decennio precedente, come mostrano i dati elaborati da Bloomberg.
    Mark Lake, portavoce di Morgan Stanley di New York, afferma che la crisi ha fatto sì che l'industria "riconsiderasse dalle fondamenta" il proprio modo di gestire il contante. "Abbiamo tenuto conto delle lezioni apprese in quel periodo e le abbiamo applicate al nostro programma di gestione della liquidità per proteggere l'operatività sia degli agenti sia dei clienti", sostiene Lake. Non ha voluto dire che tipo di cambiamenti la banca ha messo in atto.
    Nella maggior parte dei casi, la Fed ha richiesto garanzie: buoni del tesoro, azioni di aziende o titoli garantiti da mutui, che potessero essere confiscate e vendute nel caso in cui il denaro non venisse restituito. Ciò significava che il maggior rischio per la banca centrale era che le garanzie offerte dalle banche, in caso di fallimento, avrebbero avuto un valore inferiore a quanto ottenuto in prestito.
    Via via che la crisi si acuiva, la Fed ha allentato i suoi standard di stima sulle garanzie ritenute accettabili. Di norma, la banca centrale accetta solo titoli con il maggiore livello di affidabilità, come i buoni del tesoro Usa. Alla fine del 2008, accettava anche junk bonds [i cosiddetti "titoli spazzatura", basati su crediti considerati non più esigibili, per lo più derivanti dalla bolla dei mutui immobiliari accesi da debitori non in grado di onorarli, NdT], quelle considerate al di sotto del valore minimo. Arrivò a includere azioni della banca, che sono le prime a perdere di valore in caso di una sua liquidazione.
    Morgan Stanley ottenne prestiti per 61,3 miliardi di dollari da un programma della Fed nel settembre 2008, fornendo garanzie per 66,5 miliardi di dollari, secondo i documenti della Fed. Le garanzia offerte comprendevano 21,5 miliardi di azioni, 6,68 miliardi di titoli a bassissimo rating e 19,5 miliardi di beni con "rating sconosciuto", secondo i documenti. Circa il 25 per cento delle garanzie erano a prevalenza estera.
    "Quello che state vedendo è la disponibilità a fare prestiti a fronte praticamente di niente", dice Robert Eisenbeis, ex direttore della Federal Reserve Bank di Atlanta e ora capo economista monetario ad Atlanta della Cumberland Advisors, con sede in Sarasota, Florida. L'assenza di alternative sul mercato privato mostra quanto fossero scettici i partner commerciali ed i correntisti sul valore dei capitali e delle garanzie bancarie, dice Eisenbeis.
    "I mercati erano proprio completamente chiusi", dice Tanya Azachars, ex capo della analisi bancaria di Standard & Poor's e attualmente consulente indipendente di Briarcliff Manor di New York. "Se avevate bisogno di liquidità, c'era un posto solo dove andare".
    Persino banche che sono sopravvissute alla crisi senza iniezioni di capitali governativi sfruttavano i programmi di aiuto della Fed garantiti confidenzialmente. La Barclays di Londra ottenne 64,9 miliardi di dollari, la Deutsche Bank di Francoforte 66 miliardi. Sarah MacDonald, portavoce di Barclays, e John Gallagher, portavoce di Deutsche Bank, si sono rifiutati di rilasciare commenti.
    Mentre i programmi di prestito di ultima istanza in genere applicano ratei di interesse al di sopra dei valori di mercato, per evitare che la richiesta di questo tipo di prestiti divenga abituale, questa pratica fu interrotta durante la crisi. Il 20 ottobre 2008, ad esempio, la banca centrale fu pronta a fornire un prestito di 113,3 miliardi di dollari per 28 giorni sulla base del programma Term Auction Facility al tasso dell'1,1 per cento, secondo una notizia di stampa. Il tasso era inferiore di un terzo rispetto al 3,8 per cento che le banche praticavano reciprocamente per prestiti di un mese in quel giorno. La Bank of America e Wachovia ottennero ciascuna 15 miliardi di dollari all'1,1 per cento dei prestiti TAF, seguite dalla unità RBS Citizens Nord America della Royal Bank of Scotland, che ottenne 10 miliardi di dollari, come mostrano i dati Fed.
    JPMorgan Chase, prestatore che ha vantato il suo "bilancio solido come una fortezza" almeno sedici volte in comunicati e conferenze stampa, dall'ottobre 2007 al febbraio 2010, ottenne 48 miliardi di dollari nel febbraio 2009 in base al TAF. Lo strumento, creato nel dicembre 2007, fu una temporanea alternativa alla discount window, il programma, antico di 97 anni, concepito per aiutare le banche in caso di crisi di liquidità.
    Goldman Sachs, che nel 2007 era la compagnia di assicurazioni finanziarie più redditiva di Wall Street, prese in prestito 69 miliardi di dollari dalla Fed il 31 dicembre 2008. Tra i programmi che la Goldman Sachs di New York ha utilizzato dopo la bancarotta della Lehman c'è stato il Primary Dealer Credit Facility (PDCF), concepito per prestare denaro a società di intermediazione non autorizzate ad utilizzare i programmi di prestito alle banche della Fed. Michael Duvally, portavoce della Goldman Sachs, si è rifiutato di commentare.
    I salvagenti Fed per la liquidità possono accrescere la possibilità che le banche si assumano rischi eccessivi con il denaro ottenuto in prestito, sostiene Rogoff. Un tale fenomeno, noto come rischio morale (moral hazard), si verifica se le banche ritengono che la Fed sarà anche allora pronta a supportarle, afferma. La dimensione dei prestiti alle banche "mostra certamente che gli interventi di salvataggio della Fed erano su diversi piani molto più ampi del TARP", dice Rogoff.
    Il TARP è il Troubled Asset Relief Program del ministero del Tesoro, un fondo di intervento per le banche di 700 miliardi di dollari, che ha fornito iniezioni di capitale per 45 miliardi di dollari ciascuna a Citygroup e Bank of America e di 10 miliardi di dollari a Morgan Stanley. Dato che la gran parte degli investimenti del Tesoro erano realizzati in forma di titoli privilegiati, venivano considerati più rischiosi dei prestiti della Fed, un tipo di debito più impegnativo.
    A dicembre 2010, in risposta al Dodd-Frank Act, la Fed rese note 18 basi di dati contenenti il dettaglio dei suoi programmi temporanei di prestiti di emergenza. Il Congresso ne richiese la pubblicazione dopo che la Fed nel 2008 aveva respinto la richiesta, da parte del reporter di Bloomberg News Mark Pittman e di altre società di mass-media che cercavano di conoscere i dettagli dei suoi prestiti, sulla base del Freedom of Information Act. Dopo avere lottato per tenere questi dati segreti, la banca centrale ha reso pubbliche informazioni senza precedenti sulla propria discount window ["finestra di sconto", lo strumento di prestito, in genere a breve termine, che la Fed e altre cosiddette banche centrali mettono a disposizione di selezionate istituzioni bancarie private, NdT] e su altri programmi, in forza di un ordine del tribunale nel marzo 2011.
    Bloomberg News ha collegato le basi di dati disponibili a dicembre e luglio con le registrazioni della discount window rilasciate a marzo, per ottenere i totali giornalieri delle banche nel corso di tutti i programmi, inclusi lo Asset-Backed Commercial Paper Money Market Mutual Fund Liquidity Facility, il Commercial Paper Funding Facility, la discount window, il PDCF, il TAF, il Term Securities Lending Facility e le operazioni singole su mercato aperto. Questi programmi hanno fornito risorse dall'agosto 2007 all'aprile 2010.
    Il risultato è una linea temporale che mostra come la crisi del credito si sia diffusa da una banca all'altra via via che il contagio finanziario si andava espandendo. I prestiti che la Société Générale, la seconda banca francese, ottenne dalla Fed toccarono un massimo di 17,4 miliardi, nel maggio 2008, quattro mesi dopo che l'istituzione con sede a Parigi aveva annunciato un record di perdite di 4,9 miliardi di euro (7,2 miliardi di dollari) a causa delle scommesse non autorizzate, da parte del trader Jerome Kerviel, sui futures basati sugli indici di borsa.
    Il picco massimo per Morgan Stanley si verificò quattro mesi più tardi, dopo la bancarotta della Lehman. La Citigroup, insieme ad altre 43 banche, lo raggiunsero nel gennaio 2009, il mese di maggior prelievo durante l'intera crisi. Quello della Bank of America si verificò due mesi dopo. Sedici banche, incluse Beal Financial di Plano, nel Texas, EverBank Financial di Jacksonville, Florida, toccarono il loro apice non prima del febbraio o marzo del 2010.
    "In nessun momento ci furono rischi materiali per la Fed o per i contribuenti, dato che i prestiti richiedevano garanzie", dice Reshma Fernandes, portavoce di EverBank, che ottenne 250 miliardi di dollari di prestiti. Le banche hanno massimizzato i loro prelievi utilizzando le loro sussidiarie, per utilizzare simultaneamente più programmi della Fed. Nel marzo 2009, la Bank of America di Charlotte nella Carolina del Nord ottenne 78 miliardi di dollari attraverso due filiali della banca e 11,8 miliardi di dollari da altri due programmi attraverso il suo intermediario, la Bank of America Securities.
    Le banche inoltre hanno anche cambiato tipo di programma fra quelli attivati dalla Fed. Molte hanno preferito il TAF perché era meno legato all'immagine negative associata con la discount window, spesso considerata l'ultima spiaggia per i prestatori in difficoltà, secondo un documento del gennaio 2011 dei ricercatori della Fed di New York.
    Dopo la bancarotta della Lehman, gli hedge fund [fondi speculativi ad alto rischio, NdT] cominciarono a portar via il loro denaro dalla Morgan Stanley, temendo che potesse essere prossima al collasso, afferma in un rapporto di gennaio la Financial Crisis Inquiry Commission, citando interviste dell'ex direttore generale John Mack e dell'allora tesoriere David Wong.
    I prestiti alla Morgan Stanley da parte del PDCF dal 14 settembre [2008] crebbero fino a 61,3 miliardi di dollari del 29 settembre. Nello stesso tempo, i suoi prestiti con il programma TSLF salirono da 3,5 a 36 miliardi di dollari. Il rapporto della tesoreria di Morgan Stanley reso pubblico dal FCIC mostra che la società aveva 99,8 miliardi di dollari di liquidità il 29 settembre, una cifra che comprendeva i prestiti della Fed.
    "I flussi di contante si stavano tutti prosciugando", dice Roger Lister, un ex economista della Fed che è ora a capo della sezione istituzioni finanziare della società di rating bancario DBRS di New York. "Avevano abbastanza risorse per far fronte a questa situazione? La risposta avrebbe potuto essere positiva, ma avevano bisogno della Fed".
    Mentre le richieste della Morgan Stanley erano le più pressanti, Citigroup era, tra le banche Usa, il più cronico utilizzatore di quei fondi. La banca, con sede a New York, ottenne prestiti per 10 miliardi di dollari dal TAF nel primo giorno di attivazione del programma, nel dicembre 2007, e raggiunse i 25 miliardi di dollari, tra tutti i programmi, nel maggio 2008, secondo i dati della Bloomberg.
    Il 21 novembre, quando la Citigroup iniziò i suoi colloqui con il governo per ottenere 20 miliardi di dollari di iniezioni di capitale, in aggiunta ai 25 miliardi che aveva ricevuto un mese prima, i suoi prestiti dalla Fed erano raddoppiati a circa 50 miliardi di dollari. Nei due mesi successivi, questo totale raddoppiò ancora. Il 20 gennaio, quando le sue azioni crollarono sotto i 3 dollari, per la prima volta in sedici anni, a causa della paura degli investitori che la base di capitalizzazione della banca fosse inadeguata, Citigroup stava utilizzando sei programmi della Fed contemporaneamente. Il totale dei prestiti contratti superava il doppio del budget del ministero americano dell'Educazione del 2011.
    "Citibank è stata fondamentalmente sostenuta dalla Fed per un lungo arco di tempo", dice Richard Harring, professore di scienza delle finanze all'Università della Pensilvania di Filadelfia, che ha studiato le crisi finanziarie. Jon Diat, portavoce della Citigroup, afferma che la banca ha utilizzato i programmi che "raggiungevano l'obiettivo di diffondere fiducia nei mercati". L'amministratore delegato di JPMorgan, Jemie Dimon, scriveva in una lettera agli azionisti dello scorso anno che la sua banca ha evitato di utilizzare molti programmi governativi. Abbiamo usato TAF, dice Dimon nella sua lettera, "ma questo è avvenuto su richiesta della Fed, per aiutarla a spingere gli altri a utilizzare il sistema". La banca, la seconda negli Usa per dimensioni patrimoniali, ha utilizzato il TAF per la prima volta nel maggio 2008, sei mesi dopo che il programma aveva avuto inizio, per poi azzerare i propri prestiti nel settembre 2008. Il mese dopo, cominciò di nuovo ad usare il TAF. Il 26 febbraio 2009, oltre un anno dopo la creazione del TAF, i prestiti a JPMorgan da parte di questo programma salirono a 48 miliardi di dollari. Quel giorno, il bilancio totale di tutte le banche toccò il suo apice, con 493,2 miliardi di dollari. Due settimane dopo, le cifre cominciarono a ridursi. "Il nostro primo commento è corretto", dice Howard Opinsky, portavoce di JPMorgan.
    Herring, il già ricordato professore dell'Università della Pensilvania, afferma che alcune banche possono avere usato il programma per massimizzare i propri profitti prendendo in prestito denaro "dalla fonte più economica, perché si riteneva che ciò sarebbe rimasto segreto e mai reso pubblico".
    Se le banche hanno avuto bisogno del denaro della Fed per sopravvivere o se l'hanno utilizzato perché offriva tassi di interesse vantaggiosi, il ruolo di prestatore di ultima istanza delle banche della Fed trasforma in un disastro la politica di libera assicurazione verso le banche sulla disponibilità di fondi, dice Herring.
    Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale dello scorso ottobre sostiene che i regolatori dovrebbero considerare la possibilità di far pagare alle banche un costo per avere diritto di accesso ai fondi della banca centrale.
    "L'ampiezza degli interventi pubblici è la prova più evidente che i rischi di liquidità del sistema sono stati sottostimati e sottovalutati sia dal settore privato che da quello pubblico", afferma il FMI in uno specifico rapporto dell'aprile 2011. L'accesso al sostegno della Fed, "porta a correre rischi maggiori", dice Herring. "Se non esistesse, non si correrebbero i rischi che possono creare difficoltà e che richiedono di accedere a questo tipo di finanziamento".

    (traduzione italiana a cura di G.C.)


    Aristocrazie della speculazione e potere di creare moneta, Gaetano Colonna
    ████████

    ████████

    Gli umori corrodono il marmo

  10. #80
    Moderatore
    Data Registrazione
    04 Jun 2009
    Località
    Mein Reich ist in der Luft
    Messaggi
    11,092
     Likes dati
    495
     Like avuti
    906
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    La manovra che insegna ad emigrare
    di Marco Della Luna



    Il rifacimento 30.08.11 della manovra-bis di risanamento dei conti pubblici conferma il mio già più volte enunciato teorema, secondo cui la classe politica italiana non può tagliare, nemmeno in situazioni di emergenza, nemmeno per rilanciare l’economia in recessione, la spesa improduttiva (inutile, parassitaria, clientelare), perché è quella da cui dipende per arricchirsi e ancor prima mantenere il potere, e ne dipende tanto più rigidamente, quanto peggio amministra – perché quanto peggio amministra, tanto meno riceve sostegno fisiologico, e tanto più deve procurarselo in via clientelare e ladresca.

    Il caso Penati non è un’eccezione, ma la regola: ciò di cui lo si accusa è semplicemente ciò per cui e con cui operano i partiti. E’ la regola, non l’eccezione criminale. E’ lo strumento della produzione del consenso, quindi della legittimazione politica, anche se per la legge formale è illecito. Il rifacimento della manovra era stato, per l’appunto, imposto dalle esigenze degli apparati dei partiti, i quali non possono rinunciare alla spesa degli enti locali perché da essa mangiano e traggono le risorse per ottenere i voti e le sponsorizzazioni. La nuova e stravolta versione della manovra è stato un rifacimento per salvare la greppia della casta. Per la medesima ragione i partiti non possono rinunciare alle 25.000 poltrone di consiglieri di amministrazione di enti misti, dove mangiano ancora di più. Non è possibile, per la nostra classe politica e burocratica cessare queste pratiche, perché da esse dipende la sua stessa esistenza. Non è possibile che essa si metta ad amministrare bene, perché l’unica cosa per cui si è selezionata e formata è quella pratica, quindi manca delle necessarie competenze tecniche per fare buona amministrazione. Infatti, non sa nemmeno far quadrare i conti sulla carta. Davanti al mondo si comporta in un modo grottescamente contraddittorio, convulso, indecoroso. Accecata e indementita dalla sua avidità, angosciata dal rischio di perdere le sue posizioni, è completamente appiattita sulla divorante esigenza di assicurare a se stessa i soldi e le risorse pubbliche con cui preservarsi nell’immediato, e a tal fine spreme il paese con ulteriore pressione fiscale, a costo di precipitarlo nella recessione. Del rilancio economico e del medio-lungo termine neanche si dà pensiero. E ciò non vale solo per il centro-destra, ma pure per il centro-sinistra, la cui contro-proposta arrivava a 1/10 della copertura e, come quella del centro-destra, non aveva reali strumenti per il rilancio economico.

    E così il suddetto rifacimento, seguito all’ondata di proteste suscitata dalla sua prima versione, sta abortendo già il giorno stesso del suo esultante annuncio da parte di Berlusconi e Bossi: fallisce sia nel paese (perché l’ondata di rifiuto monta come contro la precedente versione), che sui mercati finanziari, perché lo spread Btp-Bund si è impennato e il FMI ha tagliato le previsioni sul pil (i mercati si sono accorti che la manovra non ha copertura, che tra qualche giorno bisognerà fare un’ulteriore manovra, che è incostituzionale, che consiste più di promesse lontane che di fatti tangibili, come il dimezzamento dei parlamentari e la soppressione delle province). Per non parlare delle palesi illegittimità del togliere diritti per i quali i cittadini hanno già pagato (riscatto degli anni di laurea) o del discriminatorio mantenimento del c.d. prelievo di solidarietà sui soli redditi degli statali. Mi chiedo se Tremonti avrebbe mai sottoscritto una manovra di tale livello, prima che l’affaire Milanese lo indebolisse e lo rendesse, come alcuni dicono, più disponibile all’ascolto delle ragioni degli altri.

    A questo punto è chiaro a tutti – a tutti gli operatori stranieri, se non a tutti gli Italiani – che la vera stortura, il vero male da tagliare, è la stessa classe politico-burocratica italiana, e che se essa non viene eliminata il paese continuerà ad andare allo sbando e poi alla rovina. Poiché essa, internamente solidale nonostante gli scontri di facciata, detiene e domina tutti gli spazi politici e le istituzioni, non è possibile eliminarla per via elettorale – e in effetti non è mai stata eliminata, nonostante le molte elezioni e i molti cambi di maggioranza. In teoria, una simile casta dovrebbe essere eliminata con una rivoluzione popolare, che la tolga di mezzo fisicamente. Ma gli Italiani sono codardi, incapaci di organizzarsi e di fidarsi e di comportarsi lealmente, quindi non faranno alcuna rivoluzione – e in effetti non ne hanno mai fatte. E, ancora più importante, essi tradizionalmente concepiscono il rapporto con l’uomo politico di riferimento come una complicità, un allearsi per fare i propri interessi a spese della cosa pubblica. Mangiare insieme. Infatti le preferenze più numerose le prendevano i politici più bravi in quest’arte. Quindi la classe politico-burocratica italiana è un’espressione antropologica degli Italiani reali, non un qualcosa di sovrapposto alla società italiana, che possa essere rimosso per liberare quella società da un parassita. Forse non bastano secoli per cambiare la mentalità di una popolazione. Diverse civiltà del passato si sono accorte di essere in decadenza, e hanno cercato di porvi rimedio, ma nessuna vi è riuscita. Hanno tutte continuato a decadere finché sono state spazzate via o sottomesse da altri popoli.

    Di tutto questo, della deriva alla rovina, dell’impossibilità di correggere, dell’inutilità dello strumento elettorale, della infattibilità di una rivoluzione, la gente ha oramai una percezione diffusa. E questa percezione si traduce in comportamenti realistici, ossia emigrare, delocalizzare, preparare i propri figli per andare a studiare e lavorare all’estero. Anche a studiare, ovviamente, perché la scuola italiana, soprattutto l’università, è degradata e dequalificata come tutto il sistema-paese, quindi una buona formazione è, con poche eccezioni, possibile solo all’estero. Perché sforzarsi di cambiare le cose, di debellare la partitocrazia, di organizzare una rivoluzione o una secessione? Queste sono tutte opzioni incerte, lunghe, faticose, pericolose. Antieconomiche. Emigrare è molto più semplice, rapido, sicuro. Emigrare, ossia uscire non solo dall’Italia, ma anche e soprattutto da un popolo e da un sistema sociale programmati per stagnare e marcire.




    La manovra che insegna ad emigrare, Marco Della Luna


    OTTIMO ARTICOLO!!!
    ████████

    ████████

    Gli umori corrodono il marmo

 

 
Pagina 8 di 10 PrimaPrima ... 789 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. BCE , BdI e signoraggio .
    Di Robert nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 18
    Ultimo Messaggio: 18-10-13, 12:09
  2. Sul signoraggio
    Di Spirit nel forum Padania!
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 30-11-07, 17:28
  3. signoraggio
    Di SubZero nel forum Sinistra Italiana
    Risposte: 32
    Ultimo Messaggio: 14-06-07, 01:08
  4. Signoraggio
    Di FdV77 nel forum Fondoscala
    Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 17-11-06, 23:05
  5. No al signoraggio!
    Di Der Wehrwolf nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 26-06-06, 19:27

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito