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Discussione: Il Signoraggio

  1. #81
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    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    Emigrare è molto più semplice, rapido, sicuro. Emigrare, ossia uscire non solo dall’Italia, ma anche e soprattutto da un popolo e da un sistema sociale programmati per stagnare e marcire.
    Mi rende dubbioso questa soluzione, perchè la tendenza a livello mondiale è rendere tutto omogeno il più possibile :gratgrat: , anzi produrre marciume a livello vario , forse si potrà trovare qualche zona libera ma poche :giagia: .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  2. #82
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    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    Islanda, quando la rivoluzione non è colorata

    “Islanda fuori dal Fmi. Viva l’Islanda”. Titolava così la prima pagina di ieri di Rinascita.
    Mentre sugli altri organi di stampa nazionali, radio e tv, un silenzio assordante, rotto a tratti dalle notiziole di gossip della politica politicante, ci informava sul nuovo fidanzato della Pellegrini oppure su quante volte Vasco Rossi posta un video delirante su Facebook.
    Silenzio stampa (ma anche audio e video), su un fatto che, a ben vedere, ha tutta l’aria di essere il prodromo di una rivoluzione.
    Silenzio, d’altronde, che dura da almeno tre anni; da quando nel 2008 la forte crisi economica portò l’Islanda al crack finanziario. Prima di tali eventi l’economia dell’Isola dei vulcani era, seppure minima, ben sviluppata (un pil stimato sui 10 miliardi di dollari nel 2005).
    Dopo un anno di tribolazioni per l’economia, nel 2009, tramite un referendum, il popolo islandese ha (per il 93 %) deciso di non pagare più il debito pubblico alle banche. Si è innescata così una sorta di “rivoluzione silenziosa” che però ha costretto il governo di centrodestra guidato da Geir Hilmar Haarde ad accettare le dimissioni nonché la stesura di una nuova Costituzione. Ma ciò che più di tutte è passata in sordina è stata soprattutto la nazionalizzazione della maggior parte degli istituti di credito e l’arresto dei banchieri responsabili di aver portato la nazione alla bancarotta.
    L’Islanda per la notevole presenza di centrali idroelettriche ma soprattutto geotermiche, che forniscono al Paese oltre il 70 % dell’energia necessaria agli abitanti, vive una sorta di autarchia energetica (il 99,9 % di quella elettrica è generata da fonti rinnovabili). Inoltre, il Parlamento islandese già nel 1998 ha deciso di eliminare tutti i combustibili fossili dall’Isola e di utilizzare soltanto mezzi di trasporto alimentati ad idrogeno.
    La spesa energetica non è da sottovalutare, soprattutto in vista delle restrizioni economiche a cui dovrà andare incontro il popolo islandese per risollevarsi dalla stangata inferta dal monetarismo usuraio internazionale.
    Niente salvataggi in extremis quindi (come quello al quale è stata costretta la Grecia) da parte di Bce, Fmi o Banca Mondiale, nessuna cessione della propria sovranità nazionale, niente svendite al migliore offerente… soltanto una volontà popolare di riappropriazione dei diritti, e soprattutto una partecipazione referendaria tra le più alte d’Occidente.
    Un popolo unito quello islandese, orgoglio del premier Johanna Siguroardottir che ha annunciato in una conferenza stampa che “la ricostruzione economica islandese, dopo il collasso bancario del 2008 è già partita”.
    Il “miracolo” islandese (a differenza di quello berlusconiano) si è così potuto realizzare grazie alla serietà politica ma soprattutto alla partecipazione del popolo che unanime ha voluto e ottenuto l’indipendenza economica dagli usurai di Washington.
    Un passo importante di autodeterminazione quindi, quello islandese; un sasso nello stagno, un’idea che avrebbe potuto provocare un’onda d’urto così forte da ridestare dal torpore i popoli europei (in primis l’Italia) ma che purtroppo, complici i media, ha prodotto il... solito silenzio.
    Lo stesso passo che fece l’Argentina della Presidenta Kirchner che scioltasi dai legacci usurai del Fmi, oggi è tornata a volare a tassi dell’8% annuo.



    Islanda, quando la rivoluzione non è colorata | Europa | Rinascita.eu - Quotidiano di Sinistra Nazionale
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  3. #83
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    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    L’Ungheria pensa di colpire le banche e i debiti



    Il premier ungherese Victor Orban, leader del partito di destra Fidesz, spesso sotto accusa per posizioni considerate populiste e con venature xenofobe, ha lanciato una proposta per colpire il sistema bancario nazionale ed internazionale a favore dei cittadini ungheresi che hanno contratto con questi istituti un debito in moneta straniera.
    La mossa consiste in una svalutazione forzosa della moneta nazionale, il fiorino, nei confronti di due monete estere di riferimento, il franco svizzero e l'euro, nel ripianamento dei debiti bancari. Ciò significherà che i cittadini ungheresi che avessero contratto un debito bancario in franchi, vedranno una svalutazione del fiorino ungherese di circa il 23%, di oltre il 12% se in euro. Ciò significherà che occorreranno meno fiorini per ripagare il proprio debito, di fatto la svalutazione si trasforma in uno sconto. Ma non basta. La differenza tra il valore nominale del cambio monetario, imposto per legge, e quello reale, ovvero regolato dai mercati, sarà imputato agli istituti di credito che sono detentori dei debiti. Insomma lo sconto sui debiti del 23% e 12% sarà pagato dalle banche.
    La misura punta a rivitalizzare i settori commerciali e industriali del paese legati all'import-export con l'estero, alleggerendo notevolmente il peso del debito in questi settori economici in un momento di crisi generalizzata. L'iniziativa dovrebbe portare anche benefici, indirettamente, all'occupazione.
    La manovra, ovviamente, ha suscitato le ire del sistema bancario. Secondo l'associazione delle banche ungheresi si potrebbero provocare gravi perdite finanziarie con conseguenti rischi macroeconomici ed è stato minacciato il ricorso agli organismi giudiziari dell'Unione europea per bloccare l'iniziativa. Quando le voci del progetto Orban hanno cominciato a circolare la borsa ungherese ha avuto un brusco calo dovuto soprattutto alla vendita di titoli bancari.
    Le perdite per il sistema finanziario si riverserebbero anche sugli istituti esteri, in particolare austriaci, che sono particolarmente esposti in Ungheria dove hanno massicciamente investito. Si calcola che le perdite potrebbero essere nell'ordine di due miliardi di euro. Il ministro delle finanze austriaco, la signora Maria Fekter, ha definito "inaccettabile in una economia di mercato" il piano proposto da Victor Orban a cui ha già indirizzato una lettera ufficiale di protesta. Gli austriaci avrebbero già preventivamente allertato la Commissione europea per una procedura abbreviata davanti la Corte di Giustizia.
    Tuttavia il problema dei debiti in valuta estera contratti nei paesi dell'Europa orientale non riguarderebbe solo l'Ungheria ma anche, soprattutto, Polonia, Croazia e Repubbliche baltiche, le cui imprese hanno, negli anni scorsi, contratto debiti in franchi svizzeri quando il valore di questa moneta era molto inferiore rispetto l'attuale, ovvero prima che la crisi internazionale facesse individuare il franco come moneta rifugio determinandone rialzi incontrollati. Anche la Polonia starebbe pensando a misure analoghe a quelle ungheresi.


    L’Ungheria pensa di colpire le banche e i debiti, Miriam Pace
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  4. #84
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    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    L'ombra dell'Fmi sul debito italiano

    Sulla carcassa del belpaese è giunto il turno degli avvoltoi. I titoli di Stato italiani sono merce infetta e nessuno li vuole più. Gli unici disposti ad acquistarli sono i cinesi, che chiedono come contropartita l'ingresso in Eni ed Enel. Ma alle loro spalle si prospetta un pericolo anche peggiore: l'Fmi ha avanzato una proposta di prestito all'Italia.



    "L'Italia ha urgente bisogno racimolare un po' di liquidità per risanare la sua finanza pubblica. Ecco allora farsi avanti gli avvoltoi"

    L'Italia fa pensare oggi a quelle grosse carcasse di animali che marciscono sotto il sole della savana africana. I leoni vi si nutrirono quando la sua carne era fresca e sana. Poi sono venute le iene. Adesso che il corpo è purulento ed in avanzato stato di decomposizione i predatori rifuggono le sue carni; solo gli avvoltoi volteggiano alti in attesa del proprio pasto. Gli, oggi, avvoltoi si chiamano Cina e Fondo Monetario Internazionale.

    I titoli di stato italiani sono merce infetta; nessuno li vuole più da tempo – ed ancor meno li vorranno dopo che questa notte l'agenzia di rating Standard & Poor's ha comunicato il downgrade dell'Italia da A+ ad A. Neppure la Banca Centrale Europea vuole avere a che fare col debito nostrano: troppo rischioso. Mario Draghi, in procinto di succedere a Trichet alla guida della Bce, se ne guarda bene, consapevole che se vuole mantenere buoni rapporti con gli altri paesi membri – in primis la Germania, da sempre ostile alla candidatura di un italiano – deve dimostrarsi estremamente rigido proprio nei confronti dell'economia del proprio paese d'origine.

    Ma l'Italia ha urgente bisogno racimolare un po' di liquidità per risanare la sua finanza pubblica. Ecco allora farsi avanti gli avvoltoi. I primi sono stati i cinesi, che già possiedono il 4 per cento del debito pubblico italiano – circa 76 miliardi di dollari – ma sarebbero disposti ad aumentare la loro percentuale. In un incontro fra Lou Jiwei, presidente della China Investment Corp., fondo sovrano cinese, ed il nostro ministro delle finanze Giulio Tremonti, il primo sembrerebbe aver garantito la disponibilità di Pechino ad acquistare in futuro obbligazioni del Tesoro italiane.

    Come è ovvio, però, l'acquisto del rischioso debito nostrano non è l'obiettivo principale della Cina; ne è piuttosto la contropartita. Pare infatti sia emerso un interessamento dei cinesi per i due colossi energetici nostrani, l'Eni e l'Enel, attualmente a maggioranza pubblica; se l'affare andasse a buon fine, è probabile che Pechino acquisti una quota di azioni delle due società, ancora da definire.



    Il Fondo monetario internazionale sarebbe intenzionato a sbloccare quasi 600 miliardi di dollari per coprire le perdite dei debiti sovrani europei

    Ma ecco sopraggiungere il secondo avvoltoio. Rivela il Wall Street Journal che l'Fmi sarebbe intenzionato a sbloccare una cifra ingente – si parla di quasi 600 miliardi di dollari – per coprire le perdite dei debiti sovrani europei. E l'Italia sarebbe probabilmente coinvolta nell'operazione, assieme alla Spagna. Una vera e propria candidatura al salvataggio, quella dell'Fmi, che avviene per la prima volta nella storia nei confronti di un paese membro del G8 come l'Italia.

    In un interessante articolo la blogger Debora Billi enuncia i vari motivi per cui l'intervento dell'Fmi sarebbe da considerarsi decisamente catastrofico, decisamente peggiore di quello cinese, al punto da essersi meritato il nome, fra gli analisti, di “bacio della morte”.

    Per capire meglio cosa si intende con queste parole ci siamo rivolti a Vincent Geraud, giornalista francese esperto in materia di economia internazionale. “L'Fmi – ci ha spiegato il collega transalpino – è stato creato alla fine della seconda guerra mondiale per facilitare la ricostruzione dei paesi. Da allora le sue ricette di salvataggio non sono cambiate un gran che e sono sempre basate su un concetto di economia capitalista ed ultraliberale”.

    Una tattica che, a detta del premio Nobel Joseph Stiglitz, è utile nel rimborsare i paesi creditori, ma che spesso peggiora le condizioni di chi beneficia del prestito. “Col sistema del prestiti – continua Geraud – l'Fmi favorisce la crescita ma non lo sviluppo. Permette l'aumento dei capitali investiti, stimola l'ingresso nell'economia di mercato, nella competizione, ma questo tipo di crescita non include lo sviluppo sociale, né il miglioramento delle condizioni di vita delle persone che anzi generalmente peggiorano.”



    L'aumento delle tasse, le privatizzazioni, l'aumento dell'età pensionabile sono alcune delle misure generalmente richieste dal Fmi

    “Fra le contromisure che il paese viene obbligato ad adottare vi sono quasi sempre inclusi tagli alla sanità pubblica, privatizzazioni, innalzamento dell'età pensionabile, aumento delle tasse, drastico ridimensionamento della spesa pubblica”. Misure che, in una sorta di spirale senza via d'uscita, danno un'ulteriore spinta alle politiche neoliberiste che sono alla base dell'attuale crisi economica.

    Insomma, come al solito si somministrano a mo' di cura gli stessi ingredienti che danno origine alla malattia, ed in dosi persino maggiori. Il risultato è che, se in un primo momento le finanze statali prendono una boccata d'ossigeno grazie alla consistente iniezione di liquidità, alla lunga esse sono destinate a peggiorare nuovamente in quanto privatesi di buona parte del proprio apparato.

    "L'Argentina dopo dieci anni dal prestito ancora fatica a rialzare la testa - spiega Geraud -. Alla Grecia sono state imposte misure a dir poco drastiche per la cittadinanza. Non sono note ancora le condizioni in serbo per l'Italia ma si può supporre che siano simili".

    Alla fine, gli unici a guadagnarci sono i grossi gruppi economici, le grandi aziende, le multinazionali, che approfittano dello stato d'emergenza del paese di turno per accaparrarsi, ai saldi, pezzi di "cosa pubblica" altrui. Gestione di sevizi, amministrazioni, beni statali acquistati a prezzo d'occasione per via dell'impellente bisogno. Non già carne infetta, quella, ma un goloso banchetto per gli amanti delle privatizzazioni, una triste carneficina per il resto della popolazione.

    L'ombra dell'Fmi sul debito italiano, Andrea Degl'Innocenti
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  5. #85
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    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    Se Giacinto Auriti arrivasse a "Teheran"...
    di Claudio Moffa

    Evento Auriti, subito “i piedi nel piatto”. Le divergenze – ovvie agli inizi di un percorso che sarà sicuramente fruttuoso – nulla tolgono all’ enorme successo e alla positività assoluta del dibattito che abbiamo svolto il 23 settembre scorso all’Aula Magna del Convitto Nazionale con la partecipazione di circa 150 presenti. Primo perché il convegno, incastonato nel ciclo di eventi dell’Università di Teramo “La notte dei ricercatori” – una “notte” ben riconducibile ai problemi che solleva la teoria monetaria di Auriti – è stato il più seguito anche rispetto a quelli di altri corsi di studio: non male per una Facoltà di Scienze Politiche che dagli anni Novanta certe massonerie locali , accademiche e non - esattamente le stesse che Auriti ha combattuto e di cui ha parlato Tarquini - hanno cercato se non di affossare, quanto meno di destrutturare, di indebolire attraverso una politica dissennata di delocalizzazione territoriale, e di utilizzare come bacino di fondi per progetti altri, forse non solo universitari.
    Secondo, perché esso è servito non solo a creare un dibattito tra potenziali interlocutori diversi, che tutti sentono il peso della crisi economica in corso, ma soprattutto a far scoprire a chi “non sapeva”, il meccanismo “autonomo” dell’ invenzione della moneta quale svelato con rigore metodologico dal “controinventore” del Simec, e riproposto in modo brillante nel dibattito dal collega Sciarra. Per me, come ho detto nella mia conclusione, si è trattato di una sorta di saracinesca che si è aperta per un fiume di riflessioni, l’apertura di una finestra su un mondo finanziario che in parte già conoscevo in chiave storica o giornalistica in quanto segnato e contiguo alla truffa – vedi i “futures”, o due secoli fa, la speculazione borsistica dei Rotschilds inglesi sulla battaglia di Waterloo grazie alle false voci messe in giro su una inesistente vittoria di Napoleone, a informazione già ricevuta dai veloci corrieri privati, provenienti d’oltre Manica – e di cui la moneta e la sua invenzione appaiono come il “prius” assoluto.
    La moneta è “l’impensato radicale” della scienza economica: come è stato detto giustamente nel seminario, gli economisti di quasi tutte le scuole (bisogna riconoscere che almeno Tremonti, ha parlato talvolta di “signoraggio” e di “illuminati”) partono dall’assunto che la moneta “è”, senza interrogarsi sulle sue origini storiche e sociologiche, che chiamano in causa anche aspetti giuridici fondamentali concernenti il problema della sua “proprietà”.
    Qui interviene il discorso relativo al possibile incontro tra culture diverse, e il richiamo che ho fatto a Marx: taglio corto su questo aspetto, dicendo innanzitutto che alla fin fine non mi cale nulla se questo incontro ci sarà o no (il problema sono come sempre i contenuti da portare comunque avanti, anche se il terrore di certi Poteri forti nei confronti delle cosiddette “alleanze rosso-brune” dovrebbe o potrebbe costituire un deterrente contro le chiusure settarie); pubblicando di poi qui a fianco, in forma jpg, un estratto di Marx “corporativista” antifinanziario, che potrebbe costituire un documento utile per tutti; e dicendo infine che la migliore sintesi della discussione che si è svolta al Convitto nazionale l’ha espressa ancora una volta Sciarra, quando ha ricordato che il sottolineare e svelare la truffa della moneta, e dunque lo “sfruttamento (finanziario) dell’uomo sull’uomo” non vuol dire negare l’altro “sfruttamento …” marxiano doc, quello del capitalista ai danni del salariato. E’ proprio la dimensione storica e sociologica che aiuta a capire o forse obbliga, al doppio percorso di indagine critica: sia della figura del capitalista industriale che, come descritto da Marx ne Il Capitale, sfruttava fino a 12 ore al giorno anche donne e bambini a fini di profitto, sia di quella del capitalista finanziario che ponendosi al di sopra della contraddizione capitalista (produttivo)-operaio, sfrutta entrambi attraverso il controllo-emissione della moneta e l‘ “usura”, danneggiando ovviamente soprattutto i salariati e i “proletari”, le persone cioè prive di altra proprietà che la propria prole.
    Questo detto, mi sembra anche giusto sottolineare il rischio di un possibile limite emerso da alcuni accenni del convegno: quello di una visione localistica e abruzzocentrica del messaggio auritiano, che invece ha diritto a cimentarsi non solo a livello nazionale, ma addirittura a livello internazionale. L’ “aristocratico abruzzese” Auriti è portatore di un messaggio che può valere per tutta l’umanità perché centra il nocciolo della storia universale della Moneta e della Banca. Eccolo dunque immerso come una barca di salvataggio nell’oceano della crisi internazionale che sta colpendo tutto il pianeta. Come dice giustamente Savino Frigiola, che ho avuto il piacere di vedere e conoscere a margine del seminario, la crisi internazionale moltiplica la potenzialità riparatrice della teoria monetaria di Giacinto Auriti. Ma allora, il problema è guardare a quel che si muove nel mondo, e individuare chi sono potenziali interlocutori del progetto “sovranità popolare della moneta” in una fase storica caratterizzata da una conflittualità molto alta.
    Metto di nuovo subito i piedi nel piatto, avviandomi alla conclusione. Tra gli altri possibili, lo sguardo dovrebbe essere rivolto innanzitutto all’Islam, o per meglio dire, non può essere rivolto ai nemici del mondo arabo e islamico che dal 1991 hanno provocato guerre e distruzioni nella regione vicino e mediorientale. Per almeno tre motivi:

    1) il primo è che è l’Islam ad essere portatore di una cultura antiusuraria che ricorda quella ormai in crisi – almeno dall’illuminismo e Bentham in poi: ma si potrebbe risalire fino ai banchieri Templari – del cristianesimo e della Chiesa cattolica. Ovviamente la guerra è in atto, una guerra che vede il mondo arabo e islamico sotto minaccia costante: molti analisti hanno ricordato che la guerra di Libia ha riguardato e riguarda non tanto o non solo il solito petrolio, ma anche e forse soprattutto la struttura bancaria della Jamahirya, e una strategia gheddafiana di interventi mirati in settori e gangli economici occidentali i quali, pure appartenenti alla stessa “logica”-“ratio” dei paesi ospiti, sono stati conflittuali con la strategia della grande “finanza laica” che domina il pianeta e le grandi Borse occidentali.
    Ma se questo è vero, è comunque nella resistenza arabo-islamica all’oltranzismo occidentale la sponda utile per cambiare gli equilibri anche nel mondo cosiddetto libero, e questo grazie allo “statuto” originario dell’islamismo. Alcuni mettono l’uno a fianco dell’altro alcuni passi del Deuteronomio e i versetti del Corano pretendendo di equiparare le due precetttistiche sotto lo stesso segno antiusurario: non è così, nell’Antico testamento il “fratello” e il “prossimo” sono tali in senso tribale, e ai goym può benissimo essere applicato il prestito a interesse. La tradizione antiusuraria del Corano – una tradizione che rifletteva la contraddizione materiale tra l’economia mercantile delle carovane del deserto, e quella “proto-bancaria” dei bottegai ebrei prestatori di danaro a Medina o a La Mecca - è permeata invece dalle caratteristiche universaliste dell’Islam, in questo simile al cristianesimo, e come questo diverso dall’ebraismo;
    2) Sarebbe dunque pericoloso accentuare, nelle scuole auritiane, l’identità cristiana fino a posizioni lepantine e fallaciane: vorrebbe dire solo fare dell’autolesionismo e danneggiare la stessa causa del giurista teramano. La Fallaci, presunta “esule” dall’Italia nonostante i miliardi guadagnati in patria, ha coltivato il suo odio verso l’Islam in quel di Manhattan, il cuore dell’America ebraico-sionista. Come hanno ricordato Walt e Meirsheimer nel loro saggio sulla “lobby israeliana” e in Italia Christian Rocca de Il Foglio nel suo libro sui neocons (tutti ebrei sionisti, ha scritto Rocca), chi ha trascinato gli Stati Uniti e dunque l’Occidente intero allo scontro di civiltà con il mondo arabo-islamico è il mondo che ruota attorno all’oltranzismo ultranazionalista sionista: questo mondo è di molto differente da quello che ha mostrato ostilità a Auriti finché è rimasto in vita? E’ difficile affermarlo, è difficile non aprire gli occhi su certe pur utili aperture mediatiche alla figura del giurista abruzzese: invero non si capisce, o forse non capisco, come Oriana Fallaci e la stampa laicista e finto-progressista possano essere un riferimento per chi intenea battersi per un Occidente diverso, capace di sviluppo grazie a una economia diversa caratterizzata tra le altre cose da una moneta “proprietà del popolo”.
    3) Tutto questo conduce ad un terzo motivo, che è anche una conclusione: non è utile una riflessione a compartimenti stagni sulla sfera monetaria-finanziaria e sul fenomeno del mondialismo, così come sarebbe perdente una battaglia “a rate” su questi terreni difficilissimi: chi si batte contro la guerra alla Libia ma nulla gli interessa di Auriti; chi si occupa della moneta ma disprezza l’islamismo come i neocons di Bush; chi insiste sulla sola Palestina, chi guarda alla Cina o alla Russia o a Chavez. Invero, pur tra contraddizioni e arretramenti sono emerse negli ultimi anni tendenze significative del chi dove come e perché si oppone al nuovo ordine postbipolare e al dualismo egemone degli ultimi venti anni, con in testa gli Stati Uniti e il suo principale alleato e concorrente mediorientale.
    Il mondialismo, che attraverso gli Stati “sovrani” e le loro contraddizioni lobbistiche ha prodotto le guerre che hanno distrutto la Jugoslavia di Milosevic e l’Iraq di Saddam, hanno aggredito la Libia di Gheddafi, e stanno minacciando adesso la Siria e l’Iran, necessita di essere contrastato innanzitutto da un’analisi organica e coerente delle forze in campo e delle strategie dei nemici dello sviluppo dei popoli e della pace.
    Ovviamente, molti dei referenti possono non piacere alle identità europee e cristiane: i tempi di Mattei e La Pira – il sindaco della pace, artefice dei Dialoghi euro mediterranei in quel di Arezzo, fine anni Cinquanta – sono lontani e oggi l’immigrazione senza freno mette oggettivamente in crisi le identità tradizionali europee, in primis quella cristiana. Da cui eventuali reazioni fallaciane e lepantiste anche tra i migliori.
    Nondimeno il passo andrebbe fatto: riflettendo proprio allo stesso modo con cui alcuni hanno commentato l’evento Auriti del 23 settembre scorso - il richiamo all’importanza del Diritto nell’affrontare la questione della moneta e della sua proprietà, per opporsi a un vero o presunto dogmatismo economicista che impedirebbe di cogliere la “verità” in questo campo del sapere - riflettendo cioè anche in questo caso in punto di diritto attraverso la fuoriuscita dall’autorappresentazione identitaria cristiana o europea, la soluzione non sta nel trovare “i nostri” in questo o quello scacchiere di crisi internazionale attuale, ma semplicemente nel ragionare in termini di diritto internazionale e di sovranità nazionali-statuali da difendere. Il mondialismo lievita sulla distruzione, balcanizzazione e asservimento degli Stati sovrani, quelli – sì, proprio quelli – sortiti dalla II guerra mondiale e dalla decolonizzazione, ormai inutili ai suoi disegni.
    Se questo è vero, può non piacere Ahmadinejad o Hamas o Hezbollah o Gheddafi, perché si è fieri sostenitori dell’identità cristiana occidentale. Ma, se non si vuole finire nella deriva del criminale Breivik, gli stati sovrani del Medio e Vicino Oriente vanno difesi dall’assalto mondialista che si basa - secondo prima facie giuridica - sulla distruzione del Diritto internazionale, sull’assenza cioè di qualsiasi regola nella convivenza tra Stati che non sia quella della giungla. Non bisogna dunque solo ricordare l “aristocratico abruzzese” Auriti: bisogna “portare a Teheran” e nel mondo arabo Auriti, per rafforzarne il messaggio e renderlo il più operativo possibile: senza dogmi “religiosi” ma con la convinzione - a me pare condivisibile da tutti -che esso costituisce un primario avvio di risposta alla crisi economica e agli assalti borsistici della nostra difficilissima fase storica.


    Se Giacinto Auriti arrivasse a "Teheran"..., Claudio Moffa
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    La Marcegaglia in soccorso di Trichet



    Fra gli avvoltoi che planano in cerchi sempre più bassi, attendendo con impazienza di spolpare la carogna di questo disgraziato paese, non potevano certo mancare i prenditori d'accatto che da sempre vivono alla grande foraggiati dai sussidi statali, ma fra una puntatina a Porto Cervo, un briefing di alta finanza e una delocalizzazione produttiva, non mancano mai di tessere le lodi del libero mercato, declinato come il luogo dove si socializzano le perdite, privatizzando al contempo i profitti (leciti ed illeciti) derivanti dalla macelleria sociale.

    Degna portavoce di questa congrega di sciacalli che vestono Prada e Max Mara, ma strizzano l’occhio alla sinistra chic e si fingono interessati alle sorti dei lavoratori (italiani o cinesi non si comprende bene) non poteva essere che Emma Marcegaglia , la quale a sostegno di Draghi e Trichet e dei molteplici affari di famiglia, sta in queste ore producendosi nell’ennesimo sforzo per “salvare il paese” dalla remota possibilità che gli italiani non seguano i greci nel tunnel della disperazione.


    Oggetto dello sforzo un documento denominato "manifesto per la crescita" (non si comprende bene di cosa) imposto ai camerieri di governo e sindacati, sotto forma di ultimatum o ricatto, indispensabile perché Confindustria non faccia saltare qualsiasi tavolo di dialogo.
    Entrare nel merito del suddetto manifesto crea giocoforza non pochi imbarazzi, dal momento che sono troppe e troppo forti le similitudini con la lettera "segreta" di Draghi e Trichet che commentammo ieri a fronte della sua pubblicazione integrale (per ironia del destino avvenuta proprio il giorno precedente a quella del manifesto della Emma nazionale), ma dal momento che l’esercizio del repetita juvant talvolta si rende necessario, proveremo comunque a spendere qualche parola…..
    Dopo una lunga premessa, infarcita di retorica, populismo e slogan stantii, dispensati in quantità industriale, il manifesto arriva al nocciolo della questione, articolandosi in cinque punti.

    Spesa pubblica e riforma delle pensioni, dove la Marcegaglia si appropria del becero populismo alla Rizzo e Stella per compiacere i beoti che “i privilegi della casta sono la causa di tutti i mali”, sentenziando come la causa del progressivo lievitare della spesa pubblica alligni soprattutto nel mancato taglio delle spese della politica, imputabile allo stallo delle riforme strutturali deputate a metterli in atto.
    Dato il contentino al “popolo bue”, arriva però la stoccata d’interesse, bisogna intervenire sulle pensioni, innalzando l’età pensionabile, ridimensionandone l’ammontare ed aumentando il ricorso alla previdenza integrativa che, giova ricordarlo, viene gestita proprio da soggetti come la Marcegaglia ed i membri del clan da lei capitanato.
    Naturalmente neppure una parola per quanto concerne le spese in armi da guerra, in missioni militari all’estero, in grandi opere tanto devastanti quanto inutili, in sussidi a fondo perso verso la grande imprenditoria industriale, in mancanza dei quali avremmo un bilancio sano, perfino se raddoppiassimo il numero delle province e dei rubagalline che allignano nei consigli delle stesse.

    Riforma fiscale, niente più che la solita questua alla ricerca di ulteriori detassazioni, agevolazioni e finanziamenti, naturalmente al solo fine di diminuire il cuneo fiscale a tutto beneficio dei lavoratori e non di aggiungere qualche “barca” nuova fiammante a Montecarlo. Seguita dalla becera retorica sull’evasione fiscale che ormai rappresenta il verbo di ogni politico che si rispetti.

    Cessione del patrimonio pubblico, dove s’impone la svendita dell’Italia a prezzi da saldo, sotto forma di “massicce dismissioni dell'ancora ingentissimo patrimonio immobiliare”, ulteriori privatizzazioni dei servizi pubblici e l’alienazione delle partecipazioni degli enti pubblici locali nella gestione dei servizi di loro competenza. In sostanza un cartello “saldi” applicato sul tricolore (che tanti amano sventolare) da parte di chi sembra già reputarsi il "miglior offerente” per procedere all'acquisto.

    Liberalizzazioni e semplificazioni, dove si rende indispensabile eliminare le regole, gli ultimi aneliti di piccolo commercio e qualsiasi ingerenza del pubblico, per mettere il tutto nelle mani delle multinazionali, degli ipermercati e dei cartelli facenti capo agli oligopoli, naturalmente per il bene del paese e per incentivare la crescita.
    Magari perfino delegando ai privati l’attuazione dei procedimenti amministrativi e “rafforzando le semplificazioni amministrative su permessi di costruire, razionalizzazione e riduzione dei controlli, autorizzazione paesaggistica; SCIA".
    Detto in parole semplici, carta bianca e zero intrusioni, laddove dobbiamo comandare noi e gestire il bel Paese a nostro piacimento. Con una raccomandazione tanto cara a Trichet, fare in fretta perché il tempo è denaro.

    Infrastrutture ed efficienza energetica, dove dopo un pippone in gergo politichese e tanto populismo di facciata, si intima di usare le risorse recuperate attraverso i tagli e la svendita, per la costruzione di ">grandi opere, deputate a rimpinguare il portafoglio della consorteria del cemento e del tondino.
    Si ordina di non frapporre alcun ostacolo normativo o di carattere ambientale sulla strada dei cementificatori che devono avere le mani libere. Si tenta di spostare, attraverso un gioco di prestigio, la posizione del cemento, da maggiore causa dell’indebitamento del paese a "> migliore risorsa per una crescita visionaria priva di senso compiuto.
    A concludere non poteva mancare la questua per il parassitismo industriale della "> green economy che deve essere foraggiato con i soldi statali, perché quando si parla di sovvenzioni agli industriali, lo Stato deve continuare ad essere presente e possibilmente in maniera sempre più massiccia.
    Altrimenti anche i prenditori d’accatto alla Marcegaglia sarebbero costretti ad andare a lavorare, anziché giocare a fare politica, atteggiandosi a spalla di Draghi e Trichet.


    La Marcegaglia in soccorso di Trichet, Marco Cedolin
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  7. #87
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    Decreto Monti: volontà di distruzione e lacrime di coccodrillo
    di Marco Della Luna



    Indimenticabili, le lacrime di coccodrillo della ministra Fornero che annuncia l’infame blocco dell’adeguamento delle misere pensioni (adeguamento già più che dimezzato, rispetto alla reale dinamica del caro vita) mentre il governo non tocca la Casta, né i grandi sprechi e gli stipendi parassitari, né i privilegi fiscali delle proprietà ed attività commerciali degli enti “religiosi”, che ci costano 8 miliardi l’anno, oltre a permettere una forte concorrenza sleale soprattutto in campo alberghiero.

    Ma abbiamo scoperto ben altro, sulla strategia distruttiva del governo dei banchieri: abbiamo la confessione di un intento, di un vero piano anti-sociale di coercizione oligarchica sulle nazioni. E proprio per bocca del Monti.

    Vi raccomando molto di visionare l’intervista a questo link, in cui Mario Monti sostiene che “abbiamo bisogno delle crisi” e delle angosce collettive da esse causate, per far accettare ai popoli e alla politica le riforme che dall’alto si è deciso di imporre – che il cartello monopolista della moneta e del credito ha deciso di imporre:

    Mario Monti intervista shock !!

    Guardate anche la versione completa dell’intervista, che compare dopo quella breve.

    E’ la perfetta conferma di quanto esposto nel libro mio e di Paolo Cioni Neuroschiavi, sulla manipolazione mentale collettiva e individuale.

    In una situazione di generale illiquidità e di recessione (insolvenza, disinvestimenti, disoccupazione etc.), la manovra di Monti è selettivamente mirata a produrre un aggravamento di questa illiquidità (v. anche gli articoli di P. Krugman), quando al contrario il sistema economico ha disperato bisogno di iniezioni di liquidità mirate all’attivazione dei fattori di produzione e del consumo. Monti fa il salasso a un paziente che agonizza per anemia.

    Mentre le misure per lo sviluppo sono semplicemente derisorie e vergognose, i tagli alle pensioni e l’aumento dell’Iva colpiscono la domanda interna, assieme al nuovo redditometro che disincentiva gli acquisti di molti articoli non di lusso e di servizi come l’istruzione. Le nuove tasse sugli immobili ( aumento del 60% del moltiplicatore dei valori catastali, aumento delle aliquote ici, ici sulla prima casa), tagliano le gambe all’edilizia, che è il settore economico che innesca le riprese generali dell’economia – quando cresce – e pure le recessioni – quando cala. Attualmente questo settore è in gravissima crisi. Il siluro del governo Monti, quindi, previene la ripresa e stabilizza il trend depressivo.

    Quelli sinora adottati sono interventi scientificamente mirati a produrre una stabile depressione e un drammatico avvitamento fiscale. Monti agisce mettendo toppe alla finanza pubblica a spese dell’economia reale, che viene sempre più sgretolata. Salva le apparenze a spese della sostanza. Adesso avremo, nel brevissimo termine, un plauso dell’”Europa” e di chi muove le asticelle degli spread – la medesima mano che ha messo lì il Monti in Italia e il Papademos in Grecia, e altri altrove. Ma presto la recessione, la disoccupazione, la moria di imprese, il credit crunch, il declino industriale, le tensioni sociali, si faranno sentire in modo insostenibile.

    Nel parlamento dei nominati, per assicurare la legittimazione parlamentare, il voto di fiducia dei partiti a questo governo dei banchieri mai eletto e a questo leader mai scelto dal popolo, quindi esposto a contestazioni di non-democraticità e non-rappresentatività, basta riempire alla partitocrazia la greppia della spesa pubblica coi soldi delle nuove tasse spremute ai cittadini. E rispettarne privilegi e prebende. Anche Berlusconi col suo PDL ha convenienza ad allinearsi, se non vuole esporre le aziende di famiglia a rischi più che ovvi.

    Oggettivamente, dunque, l’obiettivo del governo dei banchieri pare sia produrre, certo non solo in Italia, una grave e durevole depressione, in linea con quanto Monti spiega nel filmato linkato sopra, ossia che bisogna spaventare la gente per renderla malleabile e remissiva alle riforme decise dall’alto: è la shock—and – awe policy, la shock economy di Naomi Klein.

    Diversi sono gli scopi possibili di questa strategia:

    -svalutare gli asset per poterne fare incetta a costi stracciati col denaro prodotto da banche centrali e dark pool (il circuito delle grandi banche mondiali che controllano anche la Fed e che ha lasciato recentemente a secco le banche italiane, come strumento di pressione o meglio coercizione politica);

    -impadronirsi di tutto il reddito disponibile;

    -rendere la popolazione docile e sottomessa;

    -piegarla a un nuovo assetto politico, fiscale, sociale, con cessione della gestione del bilancio e del fisco a organismi europei a guida tecno-tedesca (Italia colonia);

    -indurre un calo forte, rapido e costante dei consumi, quindi dell’inquinamento e dello sfruttamento della materie prime, per proteggere la biosfera e prevenire un imminente tracollo ecologico.

    Marco Della Luna



    Decreto Monti: volontà di distruzione e lacrime di coccodrillo, Marco Della Luna
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    Predefinito Rif: Il Signoraggio

    Usura bancaria: l’incubo del debito pubblico
    di Stelvio Dal Piaz

    Quello che sta accadendo in questi giorni ha del paradossale.
    Partiamo da un dato di fatto: la libertà d’informazione e l’accesso dei cittadini alle notizie oggettive, è praticamente scomparsa. Il risultato è una popolazione addomesticata, rassegnata.
    Le vittime, cioè i cittadini italiani da spolpare, si stanno convincendo di essere responsabili della “catastrofe”, i pensionati si svegliano la mattina con il complesso di colpa di aver derubato ai figli e ai nipoti, i lavoratori sono psicologicamente disposti ad accettare qualsiasi condizione contrattuale sotto il ricatto della disoccupazione, i disoccupati sono in depressione perché hanno perso ogni speranza di entrare nel mondo del lavoro e rinunciano a rivendicare ogni diritto di cittadinanza.
    Tutti stanno vivendo nella paura del “peggio” che secondo il presidente della repubblica, sarebbe stato dietro l’angolo se non fosse arrivato il salvatore, Mario Monti, l’uomo delle banche d’affari, Goldman Sachs in testa. In tale contesto di sudditanza psicologica, potrebbero nascere comitati per proporre Mario Monti, santo subito.
    Gli organi elettivi sono inerti, impotenti e vili, per cui le cosiddette “istituzioni democratiche” sono una illusione. L’incubo del “debito pubblico” ha un effetto paralizzante anche a livello cognitivo.
    Nessuno si chiede cosa sia, nessuno si domanda come si forma, nessuno si interroga su chi siano i creditori. Il sonno degli italiani è turbato da fantasmi che assumono le forme dello “spread”, della speculazione, delle quotazioni di borsa, dei grafici sull’andamento dei mercati, degli euro bond, tutte diavolerie che ti afferrano alla gola e ti distruggono la vita.
    Gli studi sugli effetti sedativi della psicologia politica sperimentale, trovano conferma nel fatto che la massa dei cittadini - per esempio - non si è resa conto che lo stato è ormai un feudo del sistema bancario sovranazionale, il quale è - di fatto - il vero ordinamento sovrano, anche se non appare.
    Questa involuzione dei sistemi democratici si attua e si perpetua attraverso il meccanismo elettorale e proprio grazie al “voto” il popolo bue finisce per legittimare la sua condizione di schiavo, anche se inconsapevole.
    Inconsapevole perché vittima delle tecniche di controllo sociale che inducono a modificazioni dei comportamenti collettivi sia a fini politici che commerciali. Anche l’informatica ha fortemente contribuito ad omologare i comportamenti delle masse, che adesso rispondono unitariamente agli stimoli controllati dal potere usuraio che ha messo in funzione un perfetto strumento di spionaggio, integrato con il sistema bancario e con le carte di credito, sempre più utilizzate come mezzo di pagamento.
    Se poi esaminiamo l’estrema rapidità delle variazioni del “mercato”, significa che tutto viene ricevuto, processato e tradotto in una serie di transazioni finanziarie dalle reti cibernetiche programmate e abilitate a fare da sé, in automatico.
    Solo così si giustificano le migliaia di operazioni finanziarie compiute in frazione di secondo, operazioni in grado di spostare enormi risorse per tutto il mondo e, quindi, di condizionare la vita economica delle nazioni sotto tiro speculativo.
    Gli Stati che non battono moneta sono i più esposti alla speculazione e all’indebitamento.
    L’euro è una moneta a debito ed è una vera e propria moneta di occupazione.
    La Banca Centrale Europea, banca privata, presta allo stato italiano la moneta euro al valore facciale più gli interessi ( la banca ha solo il costo tipografico ! ), e a garanzia lo stato emette BOT e CCT, cioè titoli del Debito pubblico.
    Lo stato a sua volta, per onorare il debito alla scadenza, dovrà aumentare le imposte e le tasse per i cittadini e le imprese e ridurre gli investimenti produttivi. Si crea così un corto circuito che fa aumentare il debito pubblico in maniera esponenziale perché chi emette la moneta guadagna il 100% più gli interessi e questo si chiama signoraggio.
    Non si comprende perché lo Stato debba indebitarsi con una moneta a debito che non ha alcun controvalore, quando potrebbe, anzi, dovrebbe battere moneta direttamente.
    La Banca Centrale Europea è un mostro giuridico esente da ogni controllo democratico creato dall’infame Trattato di Maastricht.
    Per concludere, il debito pubblico con tutte le conseguenze e penalizzazioni che questo comporta per i cittadini italiani, ha come fine l’arricchimento degli azionisti delle Banche centrali private. Vogliamo continuare su questa strada, oppure ribellarci agli usurai e riconquistare la sovranità monetaria, come ha fatto recentemente il popolo Islandese? Dipende tutto da noi.



    Usura bancaria: l’incubo del debito pubblico, Stelvio Dal Piaz
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