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Il Medioevo è l’età della sperimentazione politico-sociale, scrive Giuseppe Sergi in un agile quanto denso libretto, che elenca molti stereotipi demoliti dalla
storiografia più recente, come lo ius primae noctis, l’attesa dell’anno mille, la società bloccata nella ‘piramide feudale’, la servitù della gleba, le corvées, l’economia chiusa.
Sergi spiega inoltre che il giudizio negativo sul Medioevo comminato dall’Illuminismo era in gran parte viziato dal fatto che molte delle ingiustizie messe sotto accusa si erano invece affermate nel Seicento e nel primo Settecento, durante il processo di consolidamento degli stati moderni (Giuseppe Sergi, L’idea di medioevo. Tra senso comune e pratica storica,
Roma, Donzelli, 1998, p. 20). Se tutto questo è ormai pacificamente riconosciuto dalla storiografia, la sua diffusione presso il grande pubblico lascia ancora molto a desiderare.
Sono stati scritti decine di libri dai migliori esperti mondiali (quasi sempre esponenti dell’ideologia marxista o comunque liberal-illuministica) – scrive Massimo Viglione – sullo splendore della civiltà medievale, tanto che oggi non esiste uno storico con un minimo di reputazione da difendere che oserebbe ancora attardarsi sulle fole volterrane nei suoi studi seri e scientifici; ma ben altro conto è quello che deve imperversare nella mentalità popolare: i testi di storia per le scuole, gli articoli di giornale, i film: quelli continuano, e sovente anche ad opera dei suddetti studiosi, a tramandare la secolare
versione del Medioevo barbarico, ignorante, superstizioso e della Chiesa responsabile di tutti i mali (Massimo Viglione, introduzione a Riccardo Pedrizzi, Rivoluzione e dintorni, Roma, Editoriale Pantheon, 2003, pp. 9.10).