Intervista ad Ann Goldstein, voce inglese di Elena Ferrante


Ann Goldstein è la traduttrice inglese dei libri di Elena Ferrante. Ha iniziato a studiare l'italiano in età abbastanza avanzata (aveva 37 anni), per poter leggere la Divina Commedia di Dante in lingua originale. Inoltre, dal 1974 e fino a pochi mesi fa ha fatto parte della redazione del "New Yorker", una delle riviste letterarie più famose al mondo. E la sua conoscenza della nostra lingua le è stata utile per tradurre racconti ed estratti di romanzi di autori italiani poi pubblicati sulla celebre rivista (e non solo).

Di Elena Ferrante la Goldstein aveva già tradotto "I giorni dell’abbandono" quando le è stata affidata la traduzione della tetralogia. I libri sono usciti con un anno di distanza l’uno dall’altro e lei non ha avuto il tempo di leggerli prima e poi tradurli, per cui ha fatto un lavoro simultaneo. A parte la piacevolezza della lettura, Ann non si vergogna di ammettere che il suo è stato un lavoro lungo e difficile. Racconta di aver cercato - dove poteva - di conservare la punteggiatura, ma il vero problema è stato conservare nella traduzione il senso della napoletanità nella scrittura, oppure tradurre parole che in inglese non esistono, come frantumaglia e smarginatura.



Ann Goldstein


Non ti chiedo se il traduttore è traditore perché a te non piace tradire: tu resti vicina il più possibile al testo originale. Eppure, con il ciclo
napoletano di Ferrante, sei dovuta scendere a patti con un italiano volutamente radicato nella napoletanità della storia, con espressioni come tamarro, scarparo, mappina, sciacquati la bocca. Hai dovuto tradire a malincuore? Qual è stata la difficoltà maggiore che hai incontrato nel tradurre il ciclo?


Ho cercato di trovare parole o espressioni non proprio dello slang ma più colloquiali. Il dialetto è uno degli aspetti più difficili: non esiste un modo corretto di tradurlo. Se si utilizza un termine equivalente, si corre il rischio che suoni artificioso. Siccome il dialetto è una lingua che esprime intimità e si usa in famiglia e nella conversazione più colloquiale, quando lo si traduce si cerca di dare sfumature diverse ai dialoghi per rendere l’effetto che in lingua originale rendono le espressioni regionali. Credo che la cosa più difficile sia stata mantenere l’intensità delle frasi e, allo stesso tempo, costruire una buona sintassi inglese. Nella "Storia della bambina perduta", dove Elena parla della storia di Napoli, ci sono descrizioni molto complicate, perché non si tratta solo di luoghi e di una storia sconosciuti agli americani/anglofoni, ma anche dello sfondo.


Il primo romanzo di Ferrante che hai tradotto è stato "I giorni dell’abbandono" e lo hai fatto tutto d’un fiato. Raccontami di quell’esperienza.
È stata un’esperienza intensa, come puoi immaginare. È un libro in cui manca l’aria, in un certo senso, e questa mancanza si comunica al lettore che può sentirsi soffocare. Siamo nella testa della protagonista e non è un posto tranquillo, neanche facile. Spesso volevo scappare ma non era possibile, o lo era solo per un breve periodo. Essendo la traduttrice non potevo scappare, dovevo tornare a leggere, a rivedere, a riflettere sulle parole, le frasi e su come renderle in inglese.


Elena Ferrante ha detto di essere anche traduttrice. Che effetto fa sapere che la scrittrice le cui opere traduci da più di dieci anni condivide in qualche modo la tua professione e che si fida di te completamente (parole sue)?
Ho idea che lei riconosca e capisca le difficoltà della traduzione e dunque apprezzi il lavoro. Credo che legga in inglese e abbia letto le traduzioni, almeno quelle dei primi libri.


Come si spiega il successo della Ferrante tra i lettori anglofoni?
I libri di Elena Ferrante affrontano temi universali con cui le persone possono confrontarsi e in cui è facile identificarsi. Non mi riferisco solo all’amicizia speciale che si sviluppa tra Elena e Lila, ma a tutte le altre relazioni tra i personaggi della quadrilogia: mariti e mogli, genitori e figli, amici e amanti... Infine, i quattro libri attraversano la storia della seconda parte del ventesimo secolo.


Hai lavorato per anni al "New Yorker", una delle riviste letterarie più influenti al mondo.
Sì, ed è stato un privilegio, soprattutto per il lavoro nell’area del copywriting. Il "New Yorker" era, e probabilmente è ancora, una rivista molto influente, oltre che ben fatta.


Ritornando alla tua carriera di traduttrice, ci sono autori italiani contemporanei o del passato che le piacerebbe tradurre, se ne avesse la possibilità?
Non saprei. Quando traduco trovo sempre qualcosa di interessante, anche se l’opera non è completamente nelle mie corde. Non c’è nessuno che smanio di tradurre. Mi dispiace non aver potuto tradurre di più di Leopardi. Mi sento molto fortunata ad aver tradotto così tanti autori interessanti.


Quale demone ti ha spinta, a 37 anni, a imparare l’italiano per poter leggere la "Divina Commedia" in originale e tutta, non solo l’Inferno, come invece fanno in genere gli studenti negli Stati Uniti?
Volevo leggere la "Divina Commedia" in lingua originale e ho convinto alcuni colleghi che anche loro avrebbero dovuto imparare l’italiano e leggere Dante. Così, a partire dal 1987, al "New Yorker" abbiamo studiato italiano con un insegnante privato ogni settimana per tanti anni e dopo circa un anno di lezioni abbiamo finalmente cominciato a leggere Dante.


Fonti
Storie.it
Il libraio.it