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“La posizione buddhista in merito all’eutanasia potrebbe sembrare alle volte un po’ insulsa (wishy washy) e vorremmo che il Buddhismo prendesse delle posizioni morali nette; comunque sia, ciò che il Buddhismo ha da offrire non sono posizioni morali rigide, ma una moralità realistica, l’opportunità di essere responsabili per le proprie decisioni.”
-Ajhan Sumedho
L’eutanasia come concepita oggigiorno è un concetto che non esisteva ai tempi del Buddha; ovviamente nell’India del V sec. a.C. non esistevano macchinari per tenere artificialmente in vita i malati in stato comatoso o neuro vegetativo. Il dilemma morale circa la decisione di ‘staccare la spina’ semplicemente non esisteva. Quando una persona nel pieno delle sue facoltà mentali si ammalava gravemente, intuendo l’avvicinarsi del momento finale, era abitudine di astenersi dal cibo, diventato ormai non necessario, avviandosi verso la morte in maniera naturale.
La posizione del buddhismo in merito al porre volontariamente fine alla propria esistenza è in linea con lo scopo della pratica del Dhamma: porre fine alla sofferenza esistenziale o dukkha; Tenendo bene a mente ciò, in base alle informazioni contenute nei discorsi del canone Pali, per chi si è liberato dagli inquinanti mentali (Arahant) è l’eutanasia è accettabile, nel momento in cui non vi siano più speranze di guarigione e miglioramento, come indicato nel Vakkali sutta: (versione inglese)
Tuttavia, per coloro i quali sono ancora soggetti all’avversione e agli altri inquinanti mentali, in base alla dottrina del karma e della continuità esistenziale nel ciclo del Samsara, tale pratica non è consigliabile.
La ragione per la quale il buddhismo sconsiglia la pratica dell’eutanasia per le persone che non si sono ancora liberate dai veleni interiori è dovuta al fatto che la qualità dell’esistenza futura è determinata dalle intenzioni/decisioni (cetana) a cui seguono azioni (kamma) che a loro volta determineranno il costrutto della nuova esistenza; morire con una mente colma di avversione per la vita, per se stessi o per qualcun altro è svantaggioso perché andrebbe a determinare una morte dolorosa ed una nuova esistenza sfortunata. Si tratta quindi di un consiglio motivato da compassione.
In definitiva, proprio in virtù della legge delle azioni e delle loro conseguenze, ognuno è padrone delle proprie azioni ed erede e quindi responsabile delle loro conseguenze. Per questa ragione, per quanto riguarda i temi etici sensibili, il buddhismo preferisce adottare un’attitudine di non giudizio riguardo alle scelte compiute individualmente; Non sta a noi giudicare le scelte individuali, ma alla responsabilità di ciascun individuo.
D’altro canto, la posizione buddhista è notoriamente quella della Via di mezzo fra gli opposti estremi; non bisogna quindi eccedere nell’altro estremo: la morte fa parte della vita e quando non ci sono più le condizioni necessarie per vivere naturalmente, non ha alcun senso mantenere in vita una persona tramite forme di accanimento terapeutico prive di alcun beneficio; come sottolineato dal Rev Dr. Sumana Siri Mahathera, monaco buddhista, medico naturopata e laureato in Teologia Cristiana applicata:
“La morte è una parte naturale del ciclo samsarico e deve essere accettata come tale. La morte non è la fine ma la porta per la rinascita in una nuova vita. L’intervento medico attraverso trattamenti speciali ha reso l’essere umano prigioniero della tecnologia medica. Un ricercatore di bioetica (Kaplean) ha detto: Il Buddhismo è empatico nella sua opposizione al suicidio.”
Il monaco Thailandese Buddhadasa Bhikkhu (1906-1993) sottolineava l’importanza di vivere (e morire) in accordo alle leggi di natura (dhammajati) :
“L’ho detto prima, ma nessuno mi crede che a prendere esattamente ciò che la natura fornisce è sufficiente, è abbastanza. Se dobbiamo morire, moriamo, senza cercare di rimandare (il momento della morte) rendendolo difficile. E’ come per le cure mediche che sono progredite al punto tale che le persone non sanno affrontare la morte, non sanno lasciarsi andare. Vivono disumanamente. Questo è troppo. trapianti di cuore, trapianti di fegato, e tutto ciò che va contro la natura. E per favore cercate di comprendere che tutto ciò non renderà migliore l’umanità, né sara di aiuto per creare la pace nel mondo. Se le questioni spirituali non progrediscono, se ci sono solo contaminazioni- illusione e tutto il resto – non ci sarà mai fine (per il samsara).
In sintesi, semplifichiamo le cose, affinché esse non diventino un ostacolo per la mente. Allora questo nostro cuore diverrà libero di pensare, valutare, decidere e scegliere. Vi prego di utilizzare la consapevolezza e la saggezza che otterrete grazie a questo stile di vita per decidere ciò che sarà necessario fare in futuro.”
Infine, bisogna ricordare che è assolutamente contrario allo spirito del buddhismo istigare qualcuno al suicidio o anche all’eutanasia assistita allorché mossi da avidità, (per ottenere un eredità esempio) avversione, ignoranza ed altri veleni interiori (bhikkhuni vibhanga, vinaya);
Come per altre questioni rilevanti, la concezione etica del buddhismo è basata sul concetto di intenzione: se l’intenzione che ci spinge ad una determinata azione è positiva, virtuosa, l’azione è considerata virtuosa, se la motivazione è negativa o malsana, l’azione, sarà invece non virtuosa, anche se apparentemente potrà sembrare virtuosa:
“Nel valutare un’azione dal punto di vista morale, il criterio buddhista e che un’azione è buona in quanto i suoi risultati sono buoni si per la società che per l’individuo che in essa vi abita, in uguale misura, per entrambe le parti. Nella giurisprudenza buddhista, il miglior giudice delle nostre azioni è la nostra coscienza.”
-Ven Narada Mahathera.




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