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Discussione: Gene Gnocchi

  1. #881
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    Predefinito Re: Gene Gnocchi

    Confermata la tesi di Luciano Garibaldi che vent'anni fa, per primo, ipotizzò la "pista inglese"

    Eccoci dunque giunti, nel nostro speciale dedicato ai diari di Vanni Teodorani, all'argomento da cui eravamo partiti all'inizio: la cosiddetta "pista inglese". Che vent'anni fa ipotizzò Luciano Garibaldi e che oggi trova una straordinaria conferma proprio in quelle carte che il fidato collaboratore del Duce scrisse immediatamente dopo i sanguinosi fatti dell'aprile 1945.

    Era infatti il 18 febbraio 1994 quando quattro articoli a firma del noto saggista venivano pubblicati su "La Notte" e la cui terza puntata recava il titolo: "Clara, Benito e i sicari di Londra".

    Una lunga e complessa inchiesta, quella di Garibaldi, che veniva ripresa il 2 marzo seguente: il settimanale "Noi" della Mondadori dedicava quattro pagine all'intuizione più ardita della storia con il titolo "Gli inglesi uccisero Mussolini". Un anno dopo usciva il libro-intervista di Chessa a Renzo De Felice. In quelle pagine, però, il lavoro dello storico non veniva neppure citato. Poco male, la paternità dell'intuizione è inequivocabile. Nel 2002 la Ares pubblicava "La pista inglese", oggi di difficile reperimento, mentre nel 2004 la Enigma Books, di New York, pubblicava "Mussolini: the secrets of his death. Did Winston Churchill order Mussolini's execution?".

    Ancora nel 2004, Peter Tompkins e sua moglie, la regista Maria Luisa Forenza, mandavano in onda su rai Tre il documentario "Mussolini: l'ultima verità": si, proprio quella "pista inglese" teorizzata da Garibaldi.

    Ma chi era Peter Tompkins? Era, nel 1945, un giovanotto di 24 anni che all'epoca comandava l'OSS, l'Office of Strategic Services, la futura CIA. Costui, nel 1991, aveva pubblicato il volume "Dalle carte segrete del Duce" e riconosceva che "Luciano Garibaldi è stato il primo ad avere avanzato, sulla stampa italiana, l'ipotesi della pista inglese".

    Il documentario di Rai Tre fece discutere non poco, com'è facilmente intuibile: esso contribuiva infatti a far crollare il castello di carte che era stato (a ben vedere poco abilmente, in fondo) costruito ad arte.

    Abbiamo parlato a lungo (e ancora non abbastanza, però) delle menzogne che sono state dette (e, ahimé, scritte) sulla morte del Duce. Nulla era stato raccontato come era andato veramente: falso l'orario della morte, falso il luogo, false le circostanze, falsi gli esecutori. E questo è ormai assodato da tempo. Ma che fossero stati gli inglesi a commissionare l'assassinio di Mussolini era sembrato all'epoca una specie di eresia. E invece le cose erano andate proprio così, le carte di Teodorani mettono un punto fermo su questa vicenda. Ma andiamo con ordine. Abbiamo raggiunto al telefono Luciano Garibaldi, innanzitutto per rendergli il giusto merito circa le sue straordinarie doti di "investigatore della storia", e poi naturalmente per farci raccontare la sua lunga inchiesta.

    Garibaldi è cordiale, affabile: in men che non si dica passiamo dal "lei" al "tu".

    Insomma, avevi proprio ragione ... la "Pista inglese" era quella giusta. Raccontaci.

    Si, anche Tompkins, il cui lavoro è basato essenzialmente sul racconto di Bruno Giovanni Lonati, ex partigiano, la confermò nel documentario di Rai Tre. Benito Mussolini e Claretta Petacci furono uccisi non dai partigiani comunisti del Clnai, solennemente 'autorizzati' dal governo italiano, ma da un gruppo di uomini al servizio di Churchill. Comandati da un ufficiale dei servizi segreti inglesi, e per ordine esplicito del premier britannico. Il documentario metteva in luce anche come la soppressione di Mussolini fosse avvenuta nella mattinata e non nel pomeriggio, come la 'vulgata' volle far credere. La testimonianza del partigiano Roberto Remund, a questo proposito, è fondamentale: quando andò a sollevare il cadavere di Mussolini per issarlo sul camion che stava trasportando a Milano i fucilati di Dongo si ritrovò tra le mani un corpo già rigido, cosa impossibile se la morte fosse sopravvenuta solo un'ora prima. E poi moltissime prove sono giunte a mettere la parola fine a quella versione, ormai definitivamente sbugiardata".

    Si, ne abbiamo ripercorso anche noi le contraddizioni, e abbiamo fatto alcune riflessioni, una su tutte: perché tutte quelle menzogne?

    "Esattamente. Perché mentire? Perché non portare Mussolini vivo sulla piazza di Dongo e fucilarlo assieme agli altri quindici? O meglio: perché non portare tutti vivi a Milano per essere qui fucilati a piazzale Loreto? E infine: perché uccidere la Petacci? Ma basterebbe guardare le versioni di Audisio, di Lampredi e di Moretti ... sono tutte diverse l'una dall'altra. Audisio scrisse che Mussolini, di fronte al mitra, sbavava dal terrore e balbettava «Ma..., ma..., signor colonnello...». Lampredi invece affermò che Mussolini si aprì la giacca e gridò, virilmente: «Sparate al petto!». Moretti rivelò a Giorgio Cavalleri (scrittore e storico comasco assolutamente al di sopra di ogni sospetto di parzialità politica) che, prima di cadere sotto la raffica, il Duce gridò: «Viva l'Italia!». Potrei continuare, di contraddizioni come queste ne ho trovate a valanga e sono tutte elencate nel mio libro. Direi che le cose sono ormai chiare: Mussolini e la Petacci sono stati ammazzati per ordine di Londra, e non tanto per il carteggio Mussolini-Churchill, ormai non più in loro possesso, ma perché non potessero parlare.

    Churchill aveva molte cose da nascondere. Ma non la sua corrispondenza con il Duce del 1940, bensì il tentativo, posto in atto nel 1944, di spingere Hitler a cessare la resistenza in Occidente per rivolgersi tutti assieme contro il pericolo rosso, l'Armata di Stalin che, inesorabile, procedeva verso il centro e l'ovest dell'Europa. Un progetto disonorevole nei confronti di una potenza alleata i cui soldati erano morti (e continuavano a morire) a milioni, e che, se reso pubblico al mondo, avrebbe causato un vulnus irreparabile al prestigio della Gran Bretagna".



    Ecco la conferma negli scritti di Teodorani



    Un piano saltato per l' incapacità di alcuni, l'estrema scaltrezza di altri, la malafede di altri ancora, e una buona dose di destino avverso



    "Oggi finalmente posso sciogliere ogni dubbio e riconoscere la lealtà di chi fu leale, anche se questo aggraverà la responsabilità di altri". Comincia così Vanni Teodorani a svelare quei segreti rimasti nel cassetto per tanti anni.

    In maniera chiara ed incontrovertibile spiega così il piano degli USA, che "prevedeva [...] la sparizione, pressoché misteriosa, di Mussolini". Il Duce, secondo il piano, doveva essere consegnato "ad un organo collettore superiore, un ufficiale di collegamento americano, che avrebbe dovuto immediatamente avviarlo ad un determinato campo di aviazione, da dove sarebbe subito stato imbarcato per la Sardegna". La missione era segretissima, com'è facilmente immaginabile. Nemmeno i reparti americani non direttamente coinvolti nella missione dovevano saperne alcunché. "Tutta l'operazione - scrive ancora Teodorani - si basava sui servizi segreti americani operanti nella RSI e, per una doverosa e indispensabile articolazione capillare, sui presidi e le stazioni della Guardia di Finanza". A fare da coordinatore tra Guardia di Finanza e americani, il nucleo speciale della Guardia di Finanza operante con il CIC e il suo comandante Emilio Lapiello.

    Un piano che sembra perfetto, ma che non riesce. Un po' a causa dell'incapacità di qualcuno, un po' per la malafede di qualcun altro, ancora per gli strani scherzi che il destino a volte gioca alle persone.

    Certo è davvero curioso che gli inglesi siano stati più abili degli americani. "Si, sono stati più abili", ci conferma ancora Luciano Garibaldi nella lunga intervista che ci ha concesso e sulla quale torneremo ancora domani. "Gli americani non avevano grandi agenti, basti vedere che Peter Tompkins, di cui parlavamo prima, era un giovane di 24 anni e comandava l'Oss ... si, gli inglesi erano decisamente più preparati ed abili". E questo per ciò che riguarda l'incapacità di qualcuno. Per quanto invece attiene alla malafede di altri, non si capisce perché Wolff non abbia messo a parte Mussolini di ciò che si preparava all'orizzonte. Tra parentesi, le rivelazioni di Teodorani spiegano anche lo strano contegno di Flamminger a Musso in quel 27 aprile, quando se ne andò a parlamentare con i partigiani e tornò dopo sei ore. Spiega dunque perché le mitragliatrici tedesche quel giorno non sbaragliarono in un istante i quattro partigiani accampati a Musso. "I tedeschi hanno tradito Mussolini - dice ancora Luciano Garibaldi, e conforta così tristemente ciò che scrivevamo appena un mese fa - Wolff aveva preso accordi ben precisi, per questo fu salvato da Norimberga".

    Ancora c'è molto da dire, ma la carta non è infinita e dunque diamo appuntamento ai nostri lettori a domani, quando tireremo le somme di questa brutta vicenda che però, finalmente, fa chiarezza su questa buia pagina della nostra storia.



    emoriconi@ilgiornaleditalia.org

  2. #882
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    Predefinito Re: Gene Gnocchi



    vedi un pò quanti seguaci hanno ........caro TN ....
    _Non rinnegare e non restaurare__


    Difendi la nazione come nei tempi passati, in modo moderno:" fotti lo Stato antifascista! "(Giò)
    L'invidia ha due bocche; con una sputa miele , con l'altra sputa veleno e fiele

  3. #883
    iperbannatiSSimo
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    Predefinito Re: Gene Gnocchi

    Citazione Originariamente Scritto da maggio Visualizza Messaggio
    Minchia anche Mussolini e morto!!vai su internet a clicca l'oro di Mussolini e Winston Churchill.
    hai detto che il fatomatico oro di Dongo se lo sono fregato gli inglesi... ti ho chiesto una pezza d'appoggio alla tua affermazione... lo studio di uno storico, un documento, un link... vedi tu...................... se mi dici "prova a chiedere a Churchill" non rispondi alla mia domanda e dai l'impressione di voler fuggire perchè non hai una risposta pertinente da darmi..... vorresti forse fuggire come una codarda partigiana???
    When history comes to you enforced by law, only one thing is certain: IT'S A LIE!
    "Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l'anima in fiamme." (Charles Bukowsky)

  4. #884
    iperbannatiSSimo
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    Predefinito Re: Gene Gnocchi

    Citazione Originariamente Scritto da maggio Visualizza Messaggio
    Confermata la tesi di Luciano Garibaldi che vent'anni fa, per primo, ipotizzò la "pista inglese"

    Eccoci dunque giunti, nel nostro speciale dedicato ai diari di Vanni Teodorani, all'argomento da cui eravamo partiti all'inizio: la cosiddetta "pista inglese". Che vent'anni fa ipotizzò Luciano Garibaldi e che oggi trova una straordinaria conferma proprio in quelle carte che il fidato collaboratore del Duce scrisse immediatamente dopo i sanguinosi fatti dell'aprile 1945.

    Era infatti il 18 febbraio 1994 quando quattro articoli a firma del noto saggista venivano pubblicati su "La Notte" e la cui terza puntata recava il titolo: "Clara, Benito e i sicari di Londra".

    Una lunga e complessa inchiesta, quella di Garibaldi, che veniva ripresa il 2 marzo seguente: il settimanale "Noi" della Mondadori dedicava quattro pagine all'intuizione più ardita della storia con il titolo "Gli inglesi uccisero Mussolini". Un anno dopo usciva il libro-intervista di Chessa a Renzo De Felice. In quelle pagine, però, il lavoro dello storico non veniva neppure citato. Poco male, la paternità dell'intuizione è inequivocabile. Nel 2002 la Ares pubblicava "La pista inglese", oggi di difficile reperimento, mentre nel 2004 la Enigma Books, di New York, pubblicava "Mussolini: the secrets of his death. Did Winston Churchill order Mussolini's execution?".

    Ancora nel 2004, Peter Tompkins e sua moglie, la regista Maria Luisa Forenza, mandavano in onda su rai Tre il documentario "Mussolini: l'ultima verità": si, proprio quella "pista inglese" teorizzata da Garibaldi.

    Ma chi era Peter Tompkins? Era, nel 1945, un giovanotto di 24 anni che all'epoca comandava l'OSS, l'Office of Strategic Services, la futura CIA. Costui, nel 1991, aveva pubblicato il volume "Dalle carte segrete del Duce" e riconosceva che "Luciano Garibaldi è stato il primo ad avere avanzato, sulla stampa italiana, l'ipotesi della pista inglese".

    Il documentario di Rai Tre fece discutere non poco, com'è facilmente intuibile: esso contribuiva infatti a far crollare il castello di carte che era stato (a ben vedere poco abilmente, in fondo) costruito ad arte.

    Abbiamo parlato a lungo (e ancora non abbastanza, però) delle menzogne che sono state dette (e, ahimé, scritte) sulla morte del Duce. Nulla era stato raccontato come era andato veramente: falso l'orario della morte, falso il luogo, false le circostanze, falsi gli esecutori. E questo è ormai assodato da tempo. Ma che fossero stati gli inglesi a commissionare l'assassinio di Mussolini era sembrato all'epoca una specie di eresia. E invece le cose erano andate proprio così, le carte di Teodorani mettono un punto fermo su questa vicenda. Ma andiamo con ordine. Abbiamo raggiunto al telefono Luciano Garibaldi, innanzitutto per rendergli il giusto merito circa le sue straordinarie doti di "investigatore della storia", e poi naturalmente per farci raccontare la sua lunga inchiesta.

    Garibaldi è cordiale, affabile: in men che non si dica passiamo dal "lei" al "tu".

    Insomma, avevi proprio ragione ... la "Pista inglese" era quella giusta. Raccontaci.

    Si, anche Tompkins, il cui lavoro è basato essenzialmente sul racconto di Bruno Giovanni Lonati, ex partigiano, la confermò nel documentario di Rai Tre. Benito Mussolini e Claretta Petacci furono uccisi non dai partigiani comunisti del Clnai, solennemente 'autorizzati' dal governo italiano, ma da un gruppo di uomini al servizio di Churchill. Comandati da un ufficiale dei servizi segreti inglesi, e per ordine esplicito del premier britannico. Il documentario metteva in luce anche come la soppressione di Mussolini fosse avvenuta nella mattinata e non nel pomeriggio, come la 'vulgata' volle far credere. La testimonianza del partigiano Roberto Remund, a questo proposito, è fondamentale: quando andò a sollevare il cadavere di Mussolini per issarlo sul camion che stava trasportando a Milano i fucilati di Dongo si ritrovò tra le mani un corpo già rigido, cosa impossibile se la morte fosse sopravvenuta solo un'ora prima. E poi moltissime prove sono giunte a mettere la parola fine a quella versione, ormai definitivamente sbugiardata".

    Si, ne abbiamo ripercorso anche noi le contraddizioni, e abbiamo fatto alcune riflessioni, una su tutte: perché tutte quelle menzogne?

    "Esattamente. Perché mentire? Perché non portare Mussolini vivo sulla piazza di Dongo e fucilarlo assieme agli altri quindici? O meglio: perché non portare tutti vivi a Milano per essere qui fucilati a piazzale Loreto? E infine: perché uccidere la Petacci? Ma basterebbe guardare le versioni di Audisio, di Lampredi e di Moretti ... sono tutte diverse l'una dall'altra. Audisio scrisse che Mussolini, di fronte al mitra, sbavava dal terrore e balbettava «Ma..., ma..., signor colonnello...». Lampredi invece affermò che Mussolini si aprì la giacca e gridò, virilmente: «Sparate al petto!». Moretti rivelò a Giorgio Cavalleri (scrittore e storico comasco assolutamente al di sopra di ogni sospetto di parzialità politica) che, prima di cadere sotto la raffica, il Duce gridò: «Viva l'Italia!». Potrei continuare, di contraddizioni come queste ne ho trovate a valanga e sono tutte elencate nel mio libro. Direi che le cose sono ormai chiare: Mussolini e la Petacci sono stati ammazzati per ordine di Londra, e non tanto per il carteggio Mussolini-Churchill, ormai non più in loro possesso, ma perché non potessero parlare.

    Churchill aveva molte cose da nascondere. Ma non la sua corrispondenza con il Duce del 1940, bensì il tentativo, posto in atto nel 1944, di spingere Hitler a cessare la resistenza in Occidente per rivolgersi tutti assieme contro il pericolo rosso, l'Armata di Stalin che, inesorabile, procedeva verso il centro e l'ovest dell'Europa. Un progetto disonorevole nei confronti di una potenza alleata i cui soldati erano morti (e continuavano a morire) a milioni, e che, se reso pubblico al mondo, avrebbe causato un vulnus irreparabile al prestigio della Gran Bretagna".



    Ecco la conferma negli scritti di Teodorani



    Un piano saltato per l' incapacità di alcuni, l'estrema scaltrezza di altri, la malafede di altri ancora, e una buona dose di destino avverso



    "Oggi finalmente posso sciogliere ogni dubbio e riconoscere la lealtà di chi fu leale, anche se questo aggraverà la responsabilità di altri". Comincia così Vanni Teodorani a svelare quei segreti rimasti nel cassetto per tanti anni.

    In maniera chiara ed incontrovertibile spiega così il piano degli USA, che "prevedeva [...] la sparizione, pressoché misteriosa, di Mussolini". Il Duce, secondo il piano, doveva essere consegnato "ad un organo collettore superiore, un ufficiale di collegamento americano, che avrebbe dovuto immediatamente avviarlo ad un determinato campo di aviazione, da dove sarebbe subito stato imbarcato per la Sardegna". La missione era segretissima, com'è facilmente immaginabile. Nemmeno i reparti americani non direttamente coinvolti nella missione dovevano saperne alcunché. "Tutta l'operazione - scrive ancora Teodorani - si basava sui servizi segreti americani operanti nella RSI e, per una doverosa e indispensabile articolazione capillare, sui presidi e le stazioni della Guardia di Finanza". A fare da coordinatore tra Guardia di Finanza e americani, il nucleo speciale della Guardia di Finanza operante con il CIC e il suo comandante Emilio Lapiello.

    Un piano che sembra perfetto, ma che non riesce. Un po' a causa dell'incapacità di qualcuno, un po' per la malafede di qualcun altro, ancora per gli strani scherzi che il destino a volte gioca alle persone.

    Certo è davvero curioso che gli inglesi siano stati più abili degli americani. "Si, sono stati più abili", ci conferma ancora Luciano Garibaldi nella lunga intervista che ci ha concesso e sulla quale torneremo ancora domani. "Gli americani non avevano grandi agenti, basti vedere che Peter Tompkins, di cui parlavamo prima, era un giovane di 24 anni e comandava l'Oss ... si, gli inglesi erano decisamente più preparati ed abili". E questo per ciò che riguarda l'incapacità di qualcuno. Per quanto invece attiene alla malafede di altri, non si capisce perché Wolff non abbia messo a parte Mussolini di ciò che si preparava all'orizzonte. Tra parentesi, le rivelazioni di Teodorani spiegano anche lo strano contegno di Flamminger a Musso in quel 27 aprile, quando se ne andò a parlamentare con i partigiani e tornò dopo sei ore. Spiega dunque perché le mitragliatrici tedesche quel giorno non sbaragliarono in un istante i quattro partigiani accampati a Musso. "I tedeschi hanno tradito Mussolini - dice ancora Luciano Garibaldi, e conforta così tristemente ciò che scrivevamo appena un mese fa - Wolff aveva preso accordi ben precisi, per questo fu salvato da Norimberga".

    Ancora c'è molto da dire, ma la carta non è infinita e dunque diamo appuntamento ai nostri lettori a domani, quando tireremo le somme di questa brutta vicenda che però, finalmente, fa chiarezza su questa buia pagina della nostra storia.



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    e che c'entra con l'oro di Dongo che avrebbero - come tu hai affermato - fregato gli inglesi???
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  5. #885
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    Predefinito Re: Gene Gnocchi

    Citazione Originariamente Scritto da Triangolo nero Visualizza Messaggio
    "Forse" una parte andò ai tedeschi.... e l'altra parte del preteso "oro" a chi andò? che fine hanno fatto tutti quei soldi?


    E tutta colpa tua e dei tuoi camerati, tu l'hai voluto mandare in vacca, ma non ci sei riuscito.

  6. #886
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    Predefinito Re: Gene Gnocchi

    Citazione Originariamente Scritto da Triangolo nero Visualizza Messaggio
    e che c'entra con l'oro di Dongo che avrebbero - come tu hai affermato - fregato gli inglesi???


    Beh se tanto porta tanto ci vuole poco a trarne le conclusioni, e ne io ne tu ne altri potranno mai trovare le prove, l'oro è sparito i ladri pure.

  7. #887
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    Predefinito Re: Gene Gnocchi

    domanda:

    Citazione Originariamente Scritto da Triangolo nero Visualizza Messaggio
    "Forse" una parte andò ai tedeschi.... e l'altra parte del preteso "oro" a chi andò? che fine hanno fatto tutti quei soldi?
    risposta di Maggio

    Citazione Originariamente Scritto da maggio Visualizza Messaggio
    Li hanno presi gli Inglesi. come risarcimento di guerra.
    gli si chiede una fonte per supportare tale affermazione e la signora risponde: chiedi a Churchill!!!!
    ....a questo punto le si fa - sommessamente - notare che il buon Winston è morto nel 1965, ma la signora non fa una piega e risponde in maniera pertinente, almeno secondo i suoi standard mentali: "Quindi? anche Mussolini è morto!"

    .........ah beh...... un livello altissimo di discussione.... come sempre.
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  8. #888
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    Predefinito Re: Gene Gnocchi

    Citazione Originariamente Scritto da maggio Visualizza Messaggio
    Beh se tanto porta tanto ci vuole poco a trarne le conclusioni, e ne io ne tu ne altri potranno mai trovare le prove, l'oro è sparito i ladri pure.
    quali sarebbero le tue conclusioni??? che se lo sono fottuto gli inglesi che non erano presenti??? oppure dei giapponesi di passaggio??? magari dei neozelandesi.... chissà...... ma non possiamo escludere la pista africana.... c'era un vu cumprà senegalese in zona che vendeva braccialetti e accendini.... sarà stato lui???
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  9. #889
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    Predefinito Re: Gene Gnocchi

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    Benito Mussolini e Winston Churchill: ecco le prove del carteggio segreto
    17 gennaio 2014
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    mussolini_churchill_645.jpg
    Benito Mussolini e Winston Churchill: ecco le prove del carteggio segreto
    Foto
    La corrispondenza ci fu: «Questi documenti valgono per l’Italia più di una guerra vinta», confidò Mussolini al gerarca Alessandro Pavolini nel marzo 1945, «perché documentano la malafede inglese e chiariranno al mondo le vere ragioni del nostro intervento al fianco della Germania»

    Ora c’è la prova: il carteggio fra Benito Mussolini e Winston Churchill di cui si discute da quasi 70 anni è esistito davvero. Decine di lettere che, se pubblicate, rivoluzionerebbero la storia del Novecento. Nel 1940, infatti, il premier inglese intrattenne una corrispondenza segreta col duce. Fino a maggio premeva perché restasse neutrale. Poi, caduta la Francia, avrebbe addirittura mostrato comprensione per l’entrata italiana in guerra: sperava che Mussolini mitigasse le richieste di Adolf Hitler al tavolo della pace. Lo stesso Churchill, infatti, in quei giorni temeva la sconfitta della Gran Bretagna. «Questi documenti valgono per l’Italia più di una guerra vinta», confidò Mussolini al gerarca Alessandro Pavolini nel marzo 1945, «perché documentano la malafede inglese e chiariranno al mondo le vere ragioni del nostro intervento al fianco della Germania».

    Rivelazioni: Mussolini amò Maria José. E Vittorio Emanuele non lo esclude – LEGGI | FOTO


    GLI INCONTRI CON GLI EMISSARI - È certo, poi, che nel 1944-45 il duce incontrò due volte emissari britannici al confine svizzero, di nascosto dai tedeschi. Secondo alcuni, per trattare una pace separata con gli Alleati. O, più probabilmente, per cedere i suoi dossier in cambio di qualche condizione di favore nella resa imminente. Oggi è in grado di documentare che i misteriosi traffici sul carteggio furono gestiti da un regista occulto, uomo dei servizi segreti italiani. A Dongo (alto lago di Como) alla fine dell’aprile 1945, nelle ore in cui si compì la fine del duce, questo convitato di pietra riuscì a infiltrarsi abilmente nel gruppo dei partigiani che catturarono il dittatore. Condizionò la sorte dei documenti che questi portava con sé, e che sparirono.

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    L’AVVOCATO FASCISTA - Grazie alla collaborazione di uno storico fiorentino, Alberto Maria Fortuna, che in decenni di ricerche ha raccolto materiali di enorme importanza, ora conosciamo i retroscena sull’attività di questa figura enigmatica. Sveliamone l’identità: è l’avvocato fiorentino Bruno Piero Puccioni, nato nel 1903 (e morto nel 1990), fascista della prima ora, deputato dal 1939 al ’43, nipote del geografo e podestà di Firenze Giotto Dainelli.

    “Claretta Petacci pensava fossi l’amante del duce. Invece sono sua figlia” – GUARDA

    QUELLA SPIA PROCURO’ SOLDI USA ALLO MSI - Puccioni era uomo del Sim, il Servizio informazioni militare dell’esercito italiano, dunque specializzato nel lavoro di spionaggio con i nomi in codice “Cei” e “Bartolomeo Prosperi”. Durante la Repubblica sociale italiana agì come «pontiere», stabilendo contatti tra le due parti in lotta fratricida per raffreddare la spirale della guerra civile. Dopo il conflitto, sono documentati i suoi stretti rapporti con gli americani: fu tra i fondatori del Movimento sociale e collettore di finanziamenti statunitensi per legare stabilmente il partito neofascista alla scelta atlantica che si stava profilando. Appare sorprendente che un fascista, per giunta legato al ringhioso ras di Cremona Roberto Farinacci, potesse entrare nelle grazie dei partigiani, fino a pilotarne la decisioni. Ma è esattamente quanto accadde.

    Il memoriale di Rachele Mussolini: la caduta del Duce – SCOPRI tutto

    CARPI’ LA FIDUCIA DEI PARTIGIANI - Puccioni, sfollato nel paese di Domaso (Como), riuscì a carpire man mano la fiducia dei partigiani di orientamento moderato che operavano nella zona. Ma vi è un motivo squisitamente personale perché ciò accadde: la 52ª Brigata Garibaldi, che controllava il territorio dell’alto lago, era guidata da un nobile fiorentino, Pier Luigi Bellini delle Stelle, nome di battaglia “Pedro”. Questi, nato nel 1920, era figlio di un colonnello del “Savoia Cavalleria” conosciuto da Puccioni. Al legale fiorentino non fu difficile calamitare, oltre a Bellini delle Stelle, anche il resto dei partigiani di fede anticomunista. Tra essi il braccio destro di “Pedro”, il finanziere Urbano Lazzaro “Bill”, il pescatore socialista Aldo Castelli “Pinon”, Stefano Tunesi, Gianfranco Venini e altri.

    Il memoriale di Rachele Mussolini. La terza parte in versione integrale – SCOPRI tutto

    DOVEVANO UCCIDERLO - Puccioni, sfruttando le sue conoscenze ai vertici di Salò, riuscì a salvare la pelle a decine di resistenti, qualificandosi come loro protettore. Ecco perché quando Radio Londra, nel febbraio 1945, lanciò una “fatwa” indicando, tra i nomi dei fascisti da eliminare, anche quello di Puccioni, scoppiò una violenta discussione nella formazione comandata da Bellini delle Stelle. Il comunista Michele Moretti, commissario politico della 52ª Brigata (da molti indicato come il vero esecutore di Mussolini e di Claretta Petacci), propose di ammazzare Puccioni, ma “Pinon” insorse dicendo che l’ex gerarca di Firenze aveva reso notevoli servigi ai partigiani. Così non se ne fece nulla.
    Nei giorni della cattura di Mussolini Puccioni fu il terminale di una vasta operazione che, sotto la regia degli americani, voleva salvaguardare la vita del dittatore. Si prevedeva di nascondere il duce a villa Camilla, residenza di Puccioni, in attesa che il prigioniero fosse posto a disposizione degli americani. I partigiani però decisero di procedere diversamente: portarono Mussolini prima nella casermetta della Guardia di Finanza di Germasino, sopra Dongo, e poi nella casa dei contadini De Maria, a Mezzegra. Infine, com’è noto, l’arrivo a Dongo il 28 aprile del colonnello “Valerio”, alias Walter Audisio, fece precipitare le cose in una direzione opposta a quella auspicata da Bellini delle Stelle e dal suo consigliori, Puccioni: il Duce venne fucilato sul posto.

    Rachele Mussolini, l’ultima puntata del memoriale: “Nonna Rachele tentò il suicidio” – Il testo integrale: LEGGI

    CONTATTI RISERVATISSIMI GIA’ DAL 1935 - È anche risaputo che Mussolini portò con sé, fino a Dongo, almeno due borse colme di documenti. Si trattava di incartamenti di grande valore politico, che i partigiani sequestrarono ed esaminarono. Di quali documenti si trattava? E che fine fecero?
    È una questione che gli storici dibattono accanitamente da decenni. I partigiani che catturarono il capo del fascismo sono sempre stati concordi nell’affermare che i dossier di Mussolini comprendevano l’epistolario tra lui e Hitler, documenti sul processo di Verona a Galeazzo Ciano e agli altri congiurati del 25 luglio 1943, carte sull’entrata in guerra dell’Italia, una cartella di contenuto scandalistico sulle inclinazioni omosessuali di Umberto di Savoia, più altri materiali.
    Nessuna conferma, da parte dei protagonisti della fine del dittatore, è invece mai giunta a proposito dell’esistenza, tra i documenti, del carteggio con Churchill. Però lo statista d’Oltremanica giunse in incognito sul lago di Como nel settembre 1945.

    Tulliani-Petacci: corsi e ricorsi storici – LEGGI | FOTO

    LA STRANA VACANZA DI CHURCILL IN ITALIA - Chi scrive ha documentato gli incontri e i passi compiuti dall’ex premier britannico, durante quella ben strana vacanza sul Lario. Mosse che, lungi dall’allontanare i sospetti circa l’esistenza di quelle carte, eccitano le curiosità. Secondo le ricostruzioni più accreditate, infatti, il duce e Churchill si scambiarono messaggi fin dai tempi della guerra d’Etiopia (1935), la corrispondenza si sarebbe infittita dopo lo scoppio del secondo conflitto mondiale (1939), e i contatti segreti proseguirono fino al 1945.

    Si allunga la discendenza di Mussolini – LEGGI | FOTO

    LA CACCIA ALLE CARTE - Ora l’archivio inedito di Puccioni svela che i partigiani sapevano molto più di quanto hanno ammesso. A villa Camilla Puccioni, “Bill” e “Pedro” tra il 29 aprile e i primi di maggio esaminarono a lungo il carteggio Churchill-Mussolini. I presenti, quasi tutti di fede monarchica, decisero che il dossier su Umberto di Savoia fosse sottratto per essere consegnato a Casa Reale. Così avvenne. E il dossier Churchill, che fine fece? Non lo sappiamo, anche se è lecito supporre che qualcuno lo consegnò ai britannici. Ma v’è di più. Un epistolario del dopoguerra, intercorso tra Puccioni e il comandante Bellini delle Stelle, documenta che un’intensa “caccia alle carte” ebbe luogo alcuni anni dopo. Tra il 1949 e il ’52 l’avvocato fiorentino e “Pedro” furono sulle tracce dello scomparso epistolario tra il duce e Churchill. A quale scopo? Forse si pensava di utilizzarlo come merce di scambio a vantaggio dell’Italia nelle colossali partite politico-diplomatiche che si stavano giocando (una fra tutte: il destino di Trieste, tornata all’Italia solo nel 1954). Chi poteva disporre di quel sancta sanctorum? È probabile che Churchill recuperò il suo carteggio con Mussolini durante la villeggiatura del 1945. Ma di quell’epistolario erano state fatte copie, per cui è probabile che, a distanza di anni, ne esistessero altri spezzoni. Le lettere fra Bellini e Puccioni che pubblichiamo smentiscono le dichiarazioni giurate rilasciate dal comandante “Pedro” nel 1947, nelle quali escludeva il ritrovamento di lettere di Churchill nelle borse.

    AFFERMAZIONI COMPROMETTENTI DEL PARTIGIANO - Nelle sue lettere al legale fiorentino, Bellini delle Stelle si abbandona infatti ad affermazioni compromettenti come questa, del 7 maggio 1949: «Il carteggio [Churchill-Mussolini, ndr] pare sia andato a chi già supponevamo, ma seguendo tutt’altra via da quella che ho dapprima seguito. Tutta questa nuova faccenda mi sembra un po’ troppo romanzata e avvolta da misteri e da morti: pare però che seguendo questa via si possa giungere ad entrare in possesso di una copia fotografica di tutti i 63 fogli che componevano il carteggio».

    “IL POSSESSORE NON MOLLA - Incitato da Puccioni, Bellini moltiplica gli sforzi per impossessarsi dell’ambita preda. Il 20 dicembre 1949, in un’altra lettera, “Pedro” spiega che il detentore vuole lucrare sulla cessione del tesoro: «Il possessore di quei documenti non vuole mollare. Lui crede di avere in mano una fortuna e di poter ricavare dalla cessione una somma del tutto sproporzionata alla loro importanza e alle nostre possibilità […]. Comunque non c’è possibilità di accordo sul prezzo. Sono anche stato a Domaso ed ho parlato con Gianfranco [Venini]. Non mi è riuscito tirarne fuori niente. Nega assolutamente di saperne qualcosa. Non mi ha convinto completamente, faceva un po’ troppo il finto tonto». Questi oscuri traffici proseguirono per anni. Puccioni seguitò a reggere le fila degli antichi rapporti di complicità, sorti sulla comune partecipazione ai lontani avvenimenti, ed esercitò una pesante influenza sui partigiani che aveva iniziato a condizionare nel 1944. Quando “Pedro” e “Bill” negli anni Sessanta pubblicarono un libro-memoriale, Puccioni ne volle controllare il testo in bozze prima che fosse dato alle stampe. Ancora nel 1984, dopo la scomparsa di Bellini, Tunesi scrisse al legale fiorentino di nutrire il desiderio di ritrovarsi insieme, a parlare dei «famosi “documenti”» e della loro misteriosa sorte. Sei anni dopo, Puccioni morì.

    Roberto Festorazzi

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    Benito Mussolini e Winston Churchill: ecco le prove del carteggio segreto
    17 gennaio 2014
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    Benito Mussolini e Winston Churchill: ecco le prove del carteggio segreto
    Foto
    La corrispondenza ci fu: «Questi documenti valgono per l’Italia più di una guerra vinta», confidò Mussolini al gerarca Alessandro Pavolini nel marzo 1945, «perché documentano la malafede inglese e chiariranno al mondo le vere ragioni del nostro intervento al fianco della Germania»

    Ora c’è la prova: il carteggio fra Benito Mussolini e Winston Churchill di cui si discute da quasi 70 anni è esistito davvero. Decine di lettere che, se pubblicate, rivoluzionerebbero la storia del Novecento. Nel 1940, infatti, il premier inglese intrattenne una corrispondenza segreta col duce. Fino a maggio premeva perché restasse neutrale. Poi, caduta la Francia, avrebbe addirittura mostrato comprensione per l’entrata italiana in guerra: sperava che Mussolini mitigasse le richieste di Adolf Hitler al tavolo della pace. Lo stesso Churchill, infatti, in quei giorni temeva la sconfitta della Gran Bretagna. «Questi documenti valgono per l’Italia più di una guerra vinta», confidò Mussolini al gerarca Alessandro Pavolini nel marzo 1945, «perché documentano la malafede inglese e chiariranno al mondo le vere ragioni del nostro intervento al fianco della Germania».

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    GLI INCONTRI CON GLI EMISSARI - È certo, poi, che nel 1944-45 il duce incontrò due volte emissari britannici al confine svizzero, di nascosto dai tedeschi. Secondo alcuni, per trattare una pace separata con gli Alleati. O, più probabilmente, per cedere i suoi dossier in cambio di qualche condizione di favore nella resa imminente. Oggi è in grado di documentare che i misteriosi traffici sul carteggio furono gestiti da un regista occulto, uomo dei servizi segreti italiani. A Dongo (alto lago di Como) alla fine dell’aprile 1945, nelle ore in cui si compì la fine del duce, questo convitato di pietra riuscì a infiltrarsi abilmente nel gruppo dei partigiani che catturarono il dittatore. Condizionò la sorte dei documenti che questi portava con sé, e che sparirono.

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    L’AVVOCATO FASCISTA - Grazie alla collaborazione di uno storico fiorentino, Alberto Maria Fortuna, che in decenni di ricerche ha raccolto materiali di enorme importanza, ora conosciamo i retroscena sull’attività di questa figura enigmatica. Sveliamone l’identità: è l’avvocato fiorentino Bruno Piero Puccioni, nato nel 1903 (e morto nel 1990), fascista della prima ora, deputato dal 1939 al ’43, nipote del geografo e podestà di Firenze Giotto Dainelli.

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    Nei giorni della cattura di Mussolini Puccioni fu il terminale di una vasta operazione che, sotto la regia degli americani, voleva salvaguardare la vita del dittatore. Si prevedeva di nascondere il duce a villa Camilla, residenza di Puccioni, in attesa che il prigioniero fosse posto a disposizione degli americani. I partigiani però decisero di procedere diversamente: portarono Mussolini prima nella casermetta della Guardia di Finanza di Germasino, sopra Dongo, e poi nella casa dei contadini De Maria, a Mezzegra. Infine, com’è noto, l’arrivo a Dongo il 28 aprile del colonnello “Valerio”, alias Walter Audisio, fece precipitare le cose in una direzione opposta a quella auspicata da Bellini delle Stelle e dal suo consigliori, Puccioni: il Duce venne fucilato sul posto.

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    CONTATTI RISERVATISSIMI GIA’ DAL 1935 - È anche risaputo che Mussolini portò con sé, fino a Dongo, almeno due borse colme di documenti. Si trattava di incartamenti di grande valore politico, che i partigiani sequestrarono ed esaminarono. Di quali documenti si trattava? E che fine fecero?
    È una questione che gli storici dibattono accanitamente da decenni. I partigiani che catturarono il capo del fascismo sono sempre stati concordi nell’affermare che i dossier di Mussolini comprendevano l’epistolario tra lui e Hitler, documenti sul processo di Verona a Galeazzo Ciano e agli altri congiurati del 25 luglio 1943, carte sull’entrata in guerra dell’Italia, una cartella di contenuto scandalistico sulle inclinazioni omosessuali di Umberto di Savoia, più altri materiali.
    Nessuna conferma, da parte dei protagonisti della fine del dittatore, è invece mai giunta a proposito dell’esistenza, tra i documenti, del carteggio con Churchill. Però lo statista d’Oltremanica giunse in incognito sul lago di Como nel settembre 1945.

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    LA STRANA VACANZA DI CHURCILL IN ITALIA - Chi scrive ha documentato gli incontri e i passi compiuti dall’ex premier britannico, durante quella ben strana vacanza sul Lario. Mosse che, lungi dall’allontanare i sospetti circa l’esistenza di quelle carte, eccitano le curiosità. Secondo le ricostruzioni più accreditate, infatti, il duce e Churchill si scambiarono messaggi fin dai tempi della guerra d’Etiopia (1935), la corrispondenza si sarebbe infittita dopo lo scoppio del secondo conflitto mondiale (1939), e i contatti segreti proseguirono fino al 1945.

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    LA CACCIA ALLE CARTE - Ora l’archivio inedito di Puccioni svela che i partigiani sapevano molto più di quanto hanno ammesso. A villa Camilla Puccioni, “Bill” e “Pedro” tra il 29 aprile e i primi di maggio esaminarono a lungo il carteggio Churchill-Mussolini. I presenti, quasi tutti di fede monarchica, decisero che il dossier su Umberto di Savoia fosse sottratto per essere consegnato a Casa Reale. Così avvenne. E il dossier Churchill, che fine fece? Non lo sappiamo, anche se è lecito supporre che qualcuno lo consegnò ai britannici. Ma v’è di più. Un epistolario del dopoguerra, intercorso tra Puccioni e il comandante Bellini delle Stelle, documenta che un’intensa “caccia alle carte” ebbe luogo alcuni anni dopo. Tra il 1949 e il ’52 l’avvocato fiorentino e “Pedro” furono sulle tracce dello scomparso epistolario tra il duce e Churchill. A quale scopo? Forse si pensava di utilizzarlo come merce di scambio a vantaggio dell’Italia nelle colossali partite politico-diplomatiche che si stavano giocando (una fra tutte: il destino di Trieste, tornata all’Italia solo nel 1954). Chi poteva disporre di quel sancta sanctorum? È probabile che Churchill recuperò il suo carteggio con Mussolini durante la villeggiatura del 1945. Ma di quell’epistolario erano state fatte copie, per cui è probabile che, a distanza di anni, ne esistessero altri spezzoni. Le lettere fra Bellini e Puccioni che pubblichiamo smentiscono le dichiarazioni giurate rilasciate dal comandante “Pedro” nel 1947, nelle quali escludeva il ritrovamento di lettere di Churchill nelle borse.

    AFFERMAZIONI COMPROMETTENTI DEL PARTIGIANO - Nelle sue lettere al legale fiorentino, Bellini delle Stelle si abbandona infatti ad affermazioni compromettenti come questa, del 7 maggio 1949: «Il carteggio [Churchill-Mussolini, ndr] pare sia andato a chi già supponevamo, ma seguendo tutt’altra via da quella che ho dapprima seguito. Tutta questa nuova faccenda mi sembra un po’ troppo romanzata e avvolta da misteri e da morti: pare però che seguendo questa via si possa giungere ad entrare in possesso di una copia fotografica di tutti i 63 fogli che componevano il carteggio».

    “IL POSSESSORE NON MOLLA - Incitato da Puccioni, Bellini moltiplica gli sforzi per impossessarsi dell’ambita preda. Il 20 dicembre 1949, in un’altra lettera, “Pedro” spiega che il detentore vuole lucrare sulla cessione del tesoro: «Il possessore di quei documenti non vuole mollare. Lui crede di avere in mano una fortuna e di poter ricavare dalla cessione una somma del tutto sproporzionata alla loro importanza e alle nostre possibilità […]. Comunque non c’è possibilità di accordo sul prezzo. Sono anche stato a Domaso ed ho parlato con Gianfranco [Venini]. Non mi è riuscito tirarne fuori niente. Nega assolutamente di saperne qualcosa. Non mi ha convinto completamente, faceva un po’ troppo il finto tonto». Questi oscuri traffici proseguirono per anni. Puccioni seguitò a reggere le fila degli antichi rapporti di complicità, sorti sulla comune partecipazione ai lontani avvenimenti, ed esercitò una pesante influenza sui partigiani che aveva iniziato a condizionare nel 1944. Quando “Pedro” e “Bill” negli anni Sessanta pubblicarono un libro-memoriale, Puccioni ne volle controllare il testo in bozze prima che fosse dato alle stampe. Ancora nel 1984, dopo la scomparsa di Bellini, Tunesi scrisse al legale fiorentino di nutrire il desiderio di ritrovarsi insieme, a parlare dei «famosi “documenti”» e della loro misteriosa sorte. Sei anni dopo, Puccioni morì.

    Roberto Festorazzi

    commenta 6
    TI POTREBBE INTER
    ...e la grana??? chi s'è fottuto i soldi???

    la Banda Bassotti ovvero............... gli "eroici partigiani"???



    When history comes to you enforced by law, only one thing is certain: IT'S A LIE!
    "Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l'anima in fiamme." (Charles Bukowsky)

 

 
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