Confermata la tesi di Luciano Garibaldi che vent'anni fa, per primo, ipotizzò la "pista inglese"
Eccoci dunque giunti, nel nostro speciale dedicato ai diari di Vanni Teodorani, all'argomento da cui eravamo partiti all'inizio: la cosiddetta "pista inglese". Che vent'anni fa ipotizzò Luciano Garibaldi e che oggi trova una straordinaria conferma proprio in quelle carte che il fidato collaboratore del Duce scrisse immediatamente dopo i sanguinosi fatti dell'aprile 1945.
Era infatti il 18 febbraio 1994 quando quattro articoli a firma del noto saggista venivano pubblicati su "La Notte" e la cui terza puntata recava il titolo: "Clara, Benito e i sicari di Londra".
Una lunga e complessa inchiesta, quella di Garibaldi, che veniva ripresa il 2 marzo seguente: il settimanale "Noi" della Mondadori dedicava quattro pagine all'intuizione più ardita della storia con il titolo "Gli inglesi uccisero Mussolini". Un anno dopo usciva il libro-intervista di Chessa a Renzo De Felice. In quelle pagine, però, il lavoro dello storico non veniva neppure citato. Poco male, la paternità dell'intuizione è inequivocabile. Nel 2002 la Ares pubblicava "La pista inglese", oggi di difficile reperimento, mentre nel 2004 la Enigma Books, di New York, pubblicava "Mussolini: the secrets of his death. Did Winston Churchill order Mussolini's execution?".
Ancora nel 2004, Peter Tompkins e sua moglie, la regista Maria Luisa Forenza, mandavano in onda su rai Tre il documentario "Mussolini: l'ultima verità": si, proprio quella "pista inglese" teorizzata da Garibaldi.
Ma chi era Peter Tompkins? Era, nel 1945, un giovanotto di 24 anni che all'epoca comandava l'OSS, l'Office of Strategic Services, la futura CIA. Costui, nel 1991, aveva pubblicato il volume "Dalle carte segrete del Duce" e riconosceva che "Luciano Garibaldi è stato il primo ad avere avanzato, sulla stampa italiana, l'ipotesi della pista inglese".
Il documentario di Rai Tre fece discutere non poco, com'è facilmente intuibile: esso contribuiva infatti a far crollare il castello di carte che era stato (a ben vedere poco abilmente, in fondo) costruito ad arte.
Abbiamo parlato a lungo (e ancora non abbastanza, però) delle menzogne che sono state dette (e, ahimé, scritte) sulla morte del Duce. Nulla era stato raccontato come era andato veramente: falso l'orario della morte, falso il luogo, false le circostanze, falsi gli esecutori. E questo è ormai assodato da tempo. Ma che fossero stati gli inglesi a commissionare l'assassinio di Mussolini era sembrato all'epoca una specie di eresia. E invece le cose erano andate proprio così, le carte di Teodorani mettono un punto fermo su questa vicenda. Ma andiamo con ordine. Abbiamo raggiunto al telefono Luciano Garibaldi, innanzitutto per rendergli il giusto merito circa le sue straordinarie doti di "investigatore della storia", e poi naturalmente per farci raccontare la sua lunga inchiesta.
Garibaldi è cordiale, affabile: in men che non si dica passiamo dal "lei" al "tu".
Insomma, avevi proprio ragione ... la "Pista inglese" era quella giusta. Raccontaci.
Si, anche Tompkins, il cui lavoro è basato essenzialmente sul racconto di Bruno Giovanni Lonati, ex partigiano, la confermò nel documentario di Rai Tre. Benito Mussolini e Claretta Petacci furono uccisi non dai partigiani comunisti del Clnai, solennemente 'autorizzati' dal governo italiano, ma da un gruppo di uomini al servizio di Churchill. Comandati da un ufficiale dei servizi segreti inglesi, e per ordine esplicito del premier britannico. Il documentario metteva in luce anche come la soppressione di Mussolini fosse avvenuta nella mattinata e non nel pomeriggio, come la 'vulgata' volle far credere. La testimonianza del partigiano Roberto Remund, a questo proposito, è fondamentale: quando andò a sollevare il cadavere di Mussolini per issarlo sul camion che stava trasportando a Milano i fucilati di Dongo si ritrovò tra le mani un corpo già rigido, cosa impossibile se la morte fosse sopravvenuta solo un'ora prima. E poi moltissime prove sono giunte a mettere la parola fine a quella versione, ormai definitivamente sbugiardata".
Si, ne abbiamo ripercorso anche noi le contraddizioni, e abbiamo fatto alcune riflessioni, una su tutte: perché tutte quelle menzogne?
"Esattamente. Perché mentire? Perché non portare Mussolini vivo sulla piazza di Dongo e fucilarlo assieme agli altri quindici? O meglio: perché non portare tutti vivi a Milano per essere qui fucilati a piazzale Loreto? E infine: perché uccidere la Petacci? Ma basterebbe guardare le versioni di Audisio, di Lampredi e di Moretti ... sono tutte diverse l'una dall'altra. Audisio scrisse che Mussolini, di fronte al mitra, sbavava dal terrore e balbettava «Ma..., ma..., signor colonnello...». Lampredi invece affermò che Mussolini si aprì la giacca e gridò, virilmente: «Sparate al petto!». Moretti rivelò a Giorgio Cavalleri (scrittore e storico comasco assolutamente al di sopra di ogni sospetto di parzialità politica) che, prima di cadere sotto la raffica, il Duce gridò: «Viva l'Italia!». Potrei continuare, di contraddizioni come queste ne ho trovate a valanga e sono tutte elencate nel mio libro. Direi che le cose sono ormai chiare: Mussolini e la Petacci sono stati ammazzati per ordine di Londra, e non tanto per il carteggio Mussolini-Churchill, ormai non più in loro possesso, ma perché non potessero parlare.
Churchill aveva molte cose da nascondere. Ma non la sua corrispondenza con il Duce del 1940, bensì il tentativo, posto in atto nel 1944, di spingere Hitler a cessare la resistenza in Occidente per rivolgersi tutti assieme contro il pericolo rosso, l'Armata di Stalin che, inesorabile, procedeva verso il centro e l'ovest dell'Europa. Un progetto disonorevole nei confronti di una potenza alleata i cui soldati erano morti (e continuavano a morire) a milioni, e che, se reso pubblico al mondo, avrebbe causato un vulnus irreparabile al prestigio della Gran Bretagna".
Ecco la conferma negli scritti di Teodorani
Un piano saltato per l' incapacità di alcuni, l'estrema scaltrezza di altri, la malafede di altri ancora, e una buona dose di destino avverso
"Oggi finalmente posso sciogliere ogni dubbio e riconoscere la lealtà di chi fu leale, anche se questo aggraverà la responsabilità di altri". Comincia così Vanni Teodorani a svelare quei segreti rimasti nel cassetto per tanti anni.
In maniera chiara ed incontrovertibile spiega così il piano degli USA, che "prevedeva [...] la sparizione, pressoché misteriosa, di Mussolini". Il Duce, secondo il piano, doveva essere consegnato "ad un organo collettore superiore, un ufficiale di collegamento americano, che avrebbe dovuto immediatamente avviarlo ad un determinato campo di aviazione, da dove sarebbe subito stato imbarcato per la Sardegna". La missione era segretissima, com'è facilmente immaginabile. Nemmeno i reparti americani non direttamente coinvolti nella missione dovevano saperne alcunché. "Tutta l'operazione - scrive ancora Teodorani - si basava sui servizi segreti americani operanti nella RSI e, per una doverosa e indispensabile articolazione capillare, sui presidi e le stazioni della Guardia di Finanza". A fare da coordinatore tra Guardia di Finanza e americani, il nucleo speciale della Guardia di Finanza operante con il CIC e il suo comandante Emilio Lapiello.
Un piano che sembra perfetto, ma che non riesce. Un po' a causa dell'incapacità di qualcuno, un po' per la malafede di qualcun altro, ancora per gli strani scherzi che il destino a volte gioca alle persone.
Certo è davvero curioso che gli inglesi siano stati più abili degli americani. "Si, sono stati più abili", ci conferma ancora Luciano Garibaldi nella lunga intervista che ci ha concesso e sulla quale torneremo ancora domani. "Gli americani non avevano grandi agenti, basti vedere che Peter Tompkins, di cui parlavamo prima, era un giovane di 24 anni e comandava l'Oss ... si, gli inglesi erano decisamente più preparati ed abili". E questo per ciò che riguarda l'incapacità di qualcuno. Per quanto invece attiene alla malafede di altri, non si capisce perché Wolff non abbia messo a parte Mussolini di ciò che si preparava all'orizzonte. Tra parentesi, le rivelazioni di Teodorani spiegano anche lo strano contegno di Flamminger a Musso in quel 27 aprile, quando se ne andò a parlamentare con i partigiani e tornò dopo sei ore. Spiega dunque perché le mitragliatrici tedesche quel giorno non sbaragliarono in un istante i quattro partigiani accampati a Musso. "I tedeschi hanno tradito Mussolini - dice ancora Luciano Garibaldi, e conforta così tristemente ciò che scrivevamo appena un mese fa - Wolff aveva preso accordi ben precisi, per questo fu salvato da Norimberga".
Ancora c'è molto da dire, ma la carta non è infinita e dunque diamo appuntamento ai nostri lettori a domani, quando tireremo le somme di questa brutta vicenda che però, finalmente, fa chiarezza su questa buia pagina della nostra storia.
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