Estratto da San Bernardo (René Guénon)
Presentazione
Nel corso del 1927, su iniziativa della Librairie de France, fu concepita un'opera collettiva dedicata alle grandi figure della santità cattolica (La vie et les oeuvres de quelques grand saints). Di questa raccolta di scritti faceva parte lo studio di René Guénon sulla vita e le opere di San Bernardo, studio che venne in seguto pubblicato a parte dalla Editrice Publica nel 1929. In questo scritto René Guénon traccia con mano maestra le linee direttrici dell'azione unificatrice che San Bernardo esercitò sulla Cristianità del suo tempo e mette in rilievo come "tutta la vita di San Bernardo potrebbe sembrare destinata a mostrare, con un esempio smagliante, che per risolvere i problemi della sfera intellettuale e financo di quella delle cose pratiche, esistono mezzi totalmente diversi da quelli che si è usi da troppo tempo a considerare come i soli efficaci, indubbiamente perché sono gli unici che siano alla portata di una saggezza umana che non è neppure l'ombra della saggezza vera".
Estratto
Fra le grandi figure del Medioevo poche ce ne sono il cui studio sia più atto di quella di San Bernardo a smentire certi pregiudizi cari allo spirito moderno. Cosa, infatti, può sconcertare maggiormente quest'ultimo del vedere un contemplativo puro, che sempre volle essere e rimanere tale, venir chiamato a ricoprire un ruolo di primo piano nella conduzione degli affari della Chiesa e dello Stato, e riuscire spesso dove aveva fallito tutta la prudenza dei politici e dei diplomatici di professione? Cosa ci può essere di più sorprendente, addirittura di più paradossale stando al modo abituale di guardare alle cose, di un mistico che mostra solo disdegno per quelle che chiama "le sottigliezze di Platone e le ricercatezze di Aristotele", e batte poi senza fatica i più sottili dialettici del suo tempo sul loro proprio terreno? Tutta la vita di San Bernardo potrebbe sembrar destinata a mostrare, con un esempio smagliante, che per risolvere i problemi della sfera intellettuale e financo di quella delle cose pratiche, esistono mezzi totalmente diversi da quelli che si è usi da troppo tempo a considerare come i soli efficaci, indubbiamente perché sono gli unici che siano alla portata di una saggezza puramente umana, saggezza che non è neppure l'ombra della saggezza vera. Tale vita assume perciò in certo qual modo la fisionomia di una confutazione anticipata di quegli errori, in apparenza opposti, ma in realtà solidali, che sono il razionalismo e il pragmatismo; e nello stesso tempo svergogna e travolge agli occhi di coloro che la esaminino in modo imparziale, tutte le idee preconcette degli storici "scientistici" che pretendono - con il Renan - che "la negazione del soprannaturale costituisca l'essenza stessa della critica", concetto che d'altra parte anche noi accettiamo volentieri, ma solo perché in tale incompatibilità vediamo tutto il contrario di quanto vi vedono loro, e cioè la condanna della "critica" stessa, e null'affatto quella del sovrannaturale. In verità, quali lezioni potrebbero, nella nostra epoca, essere più profittevoli di queste?
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Bernardo nacque nel 1090 a Fontaines-lès Dijon; i suoi genitori appartenevano all'alta nobiltà della Borgogna, e se indichiamo il fatto è perché ci sembra che alcuni aspetti della sua vita e della sua dottrina, della quale avremo da parlare in seguito, possono fino a un certo qual punto essere ricondotti a tale origine. Vogliamo con ciò dire non soltanto che è possibile in questo modo spiegare l'ardore talvolta bellicoso del suo zelo o la violenza che spesse volte caratterizzò le polemiche in cui fu coinvolto, violenza che del resto era tutta di superficie, giacché il fondo del suo carattere era incontestabilmente segnato dalla bontà e dalla dolcezza. Quelli a cui intendiamo soprattutto riferirci sono i suoi legami con le istituzioni e l'ideale cavalleresco, ai quali d'altra parte bisogna sempre assegnare una grande importanza se si vogliono capire gli avvenimenti e lo spirito vero e proprio del Medioevo. Bernardo maturò la risoluzione di ritirarsi dal mondo verso i vent'anni; e in poco tempo riuscì a far condividere il suo modo di vedere a tutti i suoi fratelli, a qualcuno dei parenti e a un certo numero di amici. Nel corso di questo primo apostolato la sua forza di persuasione era tale, nonostante la giovane età, che presto "egli divenne - dice il suo biografo - il terrore delle madri e delle spose; gli amici erano presi dal timore quando lo vedevano accostarsi ai loro propri amici". Si tratta di qualcosa di poco comune, e insufficiente sarebbe certo far ricorso alla potenza del "genio", nel senso profano della parola, per spiegarsi un simile influsso. Non è forse invece il caso di interpretare la cosa riconoscendo in essa l'azione della grazia divina, la quale, penetrando in certo qual modo tutta la persona dell'apostolo e irraggiandosi al di fuori di essa con la sua sovrabbondanza, si comunicava attraverso lui come attraverso un canale, per usare il paragone da lui stesso adottato più tardi, quando lo applicherà alla Santa Vergine, ma che può applicarsi altresì - con una portata più o meno ridotta - a tutti i santi?
Bernardo entrò quindi, nel 1112, accompagnato da una trentina di giovani, nel monastero di Cîteaux, monastero che era stato da lui scelto a motivo del rigore con il quale vi era seguita la regola e che faceva contrasto con la negligenza penetrata in tutti gli altri rami dell'Ordine benedettino. Tre anni più tardi, i superiori non esitavano ad affidargli, nonostante l'inesperienza e la sua salute malferma, la conduzione dei dodici religiosi che avrebbero fondato una nuova abbazia, quella di Clairvaux, abbazia che diresse fino alla morte, rifiutando sempre gli onori e i gradi che tanto spesso gli si offrivano nel corso della carriera. La rinomanza di Clairvaux non tardò a diffondersi, e lo sviluppo che presto l'abbazia assunse ha veramente del prodigioso: quando il suo fondatore morì, essa dava asilo - si dice - a quasi settecento monaci, e aveva dato origine a più di sessanta nuovi monasteri.
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L'attenzione e la cura da Bernardo dedicate all'amministrazione di Clairvaux, della quale stabiliva le regole fin nei più minuziosi dettagli di vita corrente, la partecipazione alla direzione dell'Ordine cistercense quale capo di una delle sue abbazie più importanti, l'abilità e il successo dei suoi interventi tesi a superare le difficoltà che frequentemente insorgevano con Ordini rivali; tutte queste cose, dovrebbero già bastare per provare che quello che riceve il nome di senso pratico può benissimo accoppiarsi talvolta alla spiritualità più elevata. Esse erano, di per sé, più che sufficienti ad assorbire tutta l'attività di un uomo comune; e ciò nonostante, Bernardo avrebbe visto spalancarglisi davanti un altro campo d'azione, contro il suo stesso volere, d'altronde, giacché egli non provò mai ripugnanza maggiore di quella che sentiva per essere costretto a uscire dal proprio chiostro a occuparsi degli affari del mondo esterno, dal quale aveva creduto di potersi isolare per sempre allo scopo di dedicarsi totalmente all'ascesi e alla contemplazione, senza che nulla venisse a distrarlo da quella che era per lui, secondo la parola del Vangelo, "la sola cosa necessaria". A tal riguardo egli si era fortemente ingannato; sennonché tutte le "distrazioni" - nel senso etimologico - alle quali non poté sottrarsi e delle quali gli avvenne di lamentarsi con una certa amarezza, non gli impedivano affatto di arrivare ai culmini della via mistica. E questa è una cosa assai degna di essere messa in rilievo; non meno notevole è il fatto che, nonostante tutta la sua umiltà e tutti gli sforzi che fece per rimanere nell'ombra, alla sua collaborazione sia stato fatto appello in tutte le circostanze importanti, e che, quantunque egli non fosse nulla agli occhi del mondo, tutti, compresi i più alti dignitari civili ed ecclesiastici, riconobbero sempre spontaneamente la sua autorità tutta spirituale e, quanto a questo, noi non possiamo dire se ciò sia da ascrivere a maggior lode del santo o dell'epoca nella quale visse. Quale contrasto tra il nostro tempo e quello in cui un semplice monaco poteva, per il solo influsso delle sue eminenti virtù, diventare in qualche modo il centro dell'Europa e della Cristianità, l'arbitro incontestato di tutti i conflitti nei quali fosse in questione il pubblico interesse, sia in campo politico sia in campo religioso, il giudice dei maestri più considerati della filosofia e della teologia, il restauratore dell'unità della Chiesa, il mediatore tra il Papato e l'Impero, e vedere alla fine eserciti forti di svariate centinaia di migliaia di uomini prendere corpo in conseguenza della sua predicazione!
Da: http://www.loggia-rene-guenon.it/Sit...i/SanBernardo/ PresentazioneEstratto.htm
Prefazione a Simbolismo della Croce (René Guénon)
In apertura dell'Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta questo lavoro veniva da noi presentato come se dovesse costituire l'inizio di una serie di studi nei quali avremmo potuto. secondo i casi, vuoi esporre direttamente taluni aspetti delle dottrine metafisiche d'Oriente, vuoi adattare queste ultime nel modo che ci sarebbe parso più intelligibile e più profittevole, rimanendo tuttavia sempre rigorosamente fedeli al loro spirito. Riprendiamo qui questa serie di studi, dopo aver dovuto interromperla temporaneamente per redigere altri lavori resi necessari da certe considerazioni di opportunità, lavori nel quali ci siamo maggiormente calati nel campo delle applicazioni contingenti; ma anche in questo caso non abbiamo mai un solo istante perduto di vista i principi metafisici, i quali sono l'unico fondamento di ogni vero insegnamento tradizionale.
Nell'Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta abbiamo fatto vedere come un essere come l'uomo venga guardato da una dottrina tradizionale e di tipo puramente metafisico, e ciò contenendoci — nel modo più rigoroso possibile — all'esposizione esatta e alla conforme interpretazione della dottrina, o, per lo meno, non esorbitandone se non per segnalare, quando se ne presentasse l'occasione, le concordanze di questa dottrina con altre forme tradizionali. In effetti, la nostra intenzione non è mai stata quella di rinchiuderci in modo esclusivo in una forma determinata — cosa che del resto sarebbe ben difficile quando si sia presa coscienza dell'unità di essenza che si cela sotto la diversità delle forme più o meno esteriori, forme che in definitiva altro non sono se non altrettanti rivestimenti di una sola e identica verità. Se per ragioni che abbiamo già spiegato in altra sede 1, abbiamo in linea di massima assunto quale punto di vista centrale quello delle dottrine indù, ciò non ha affatto la conseguenza di impedirci il ricorso, ogni volta che l'argomento si presti, ai modi di esprimersi delle altre tradizioni, a patto — beninteso — che si tratti sempre di tradizioni vere, tradizioni che possiamo dire regolari e ortodosse, intendendo tali parole nel senso da noi definito in altre occasioni 2. è questo che faremo qui, in particolare, più liberamente che non nel lavoro precedente, in quanto ci dedicheremo non più all'esposizione di un determinato ramo di dottrina, com'esso esiste in una certa civiltà, ma alla spiegazione di un simbolo che è precisamente fra quelli che sono comuni a quasi tutte le tradizioni, caratteristica che ai nostri occhi sta a indicare che si ricollegano direttamente alla grande Tradizione primordiale.
A tal proposito, dobbiamo insistere un poco su un punto che ha una particolare importanza al fine di dissipare molte confusioni sfortunatamente troppo frequenti nella nostra epoca; intendiamo parlare della differenza capitale esistente tra "sintesi" e "sincretismo". Il sincretismo consiste nell'accozzare dal di fuori elementi più o meno eterogenei, i quali, visti in tal modo, non possono mai essere veramente unificati; in definitiva, si tratta di una sorta di eclettismo, con tutto quel che quest'ultimo sempre comporta di frammentarlo e di incoerente. è dunque qualcosa di puramente esteriore e superficiale; gli elementi che vengono così raccolti da diverse parti e riuniti in tal modo artificialmente non hanno mai altro carattere se non quello di imprestiti, non passibili di un'effettiva integrazione in una dottrina degna di questo nome. Al contrario, la sintesi è sempre effettuata dal di dentro; con ciò intendiamo dire che essa consiste in modo proprio nel prendere in considerazione le cose nell'unità del loro stesso principio, nel vedere come esse derivino e dipendano da questo principio, nell'unirle in tal maniera — o meglio, nel prendere coscienza della loro unione reale, in virtù di un legame del tutto interiore, inerente a ciò che di più profondo c'è nella loro natura. Per applicare quanto stiamo dicendo all'argomento che ci occupa al presente, si può dire che si avrà sincretismo tutte le volte che ci si limiterà a trarre degli elementi da differenti forme tradizionali, per saldarli in certo qual modo esteriormente gli uni agli altri, senza sapere che in fondo non c'è che un'unica dottrina della quale tali forme sono semplicemente altrettante espressioni diverse, altrettanti adattamenti a condizioni mentali particolari, in relazione con circostanze determinate di tempo e di luogo. In un simile caso, da questo raffazzonamento non potrà uscire nulla di valevole; per adottare un paragone facilmente comprensibile, invece di un insieme organizzato, non risulterà che una raccolta informe di detriti inutilizzabili, in quanto ad essa mancherà quel che potrebbe dar loro un'unità analoga a quella di un essere vivente o di un edificio armonioso; ed è tipico del sincretismo, proprio a motivo della sua esteriorità, una simile unità il non poter realizzarla. Per converso, si avrà sintesi quando si partirà dall'unità stessa, e quando non la si perderà mai di vista attraverso la molteplicità delle sue manifestazioni, il che implica che si abbia raggiunto, al di fuori e al di là delle forme, la coscienza della verità principiale che di queste ultime si riveste per esprimersi e comunicarsi nella misura del possibile. In conseguenza di ciò, ci si potrà servire dell'una o dell'altra di tali forme secondo che si reputi vantaggioso il farlo, esattamente nello stesso modo in cui si può, per tradurre uno stesso pensiero, servirsi di lingue diverse col mutare delle circostanze, alfine di farsi capire dagli interlocutori differenti ai quali ci si rivolge; d'altro canto, è proprio questo a cui certe tradizioni danno simbolicamente il nome di "dono delle lingue". Si potrebbe dire che le concordanze tra tutte le forme tradizionali rappresentino reali "sinonimie"; è in questa luce che noi le guardiamo e ce ne serviamo, e così come la spiegazione di determinate cose può rivelarsi più facile in questa che non in quella lingua, una di tali forme potrà meglio adattarsi delle altre all'esposizione di certe verità e rendere queste ultime più facilmente intelligibili. è perciò perfettamente legittimo, in ciascun caso, fare uso della forma che appare più appropriata a quanto ci si propone; passare dall'una all'altra non presenta nessun inconveniente, a condizione che se ne conosca realmente l'equivalenza, cosa che non può avvenire se non partendo dal loro principio comune. Di conseguenza, in questo caso non vi è sincretismo; del resto, quest'ultimo non è che un punto di vista puramente "profano", incompatibile con la stessa nozione di "scienza sacra" a cui questi studi esclusivamente si riferiscono.
Abbiamo detto che la croce è un simbolo che, sotto forme diverse, si incontra quasi dappertutto, e a partire dalle epoche più remote; essa è quindi ben lungi dall'appartenere in proprio ed in modo esclusivo al Cristianesimo, come certuni potrebbero essere tentati di credere. Bisogna inoltre dire che il Cristianesimo, per lo meno nel suo aspetto esteriore e conosciuto generalmente, sembra aver un po' perduto di vista il carattere simbolico della croce per considerarla soltanto più il segno di un fatto storico; in realtà, questi due punti di vista non si escludono affatto, ed, anzi, il secondo non è in certo qual senso se non una conseguenza del primo; sennonché questo modo di guardare alle cose è talmente estraneo alla gran maggioranza dei nostri contemporanei che è giocoforza arrestarci su di esso un istante, ad evitare qualche malinteso. Di fatto, troppo spesso si ha tendenza a pensare che l'accettazione di un senso simbolico debba comportare il rifiuto di un senso letterale o storico; un'opinione del genere non è che il prodotto dell'ignoranza della legge di corrispondenza che è il fondamento stesso di ogni simbolismo, e in virtù della quale qualsiasi cosa, poiché discende essenzialmente da un principio metafisico dal quale ricava tutta la sua realtà, traduce o esprime tale principio alla sua maniera e secondo il suo ordine di esistenza, per modo che. da un ordine all'altro, tutte le cose si concatenano e corrispondono per concorrere all'armonia universale e totale, la quale è, nella molteplicità della manifestazione, in certo modo un riflesso della stessa unità principiale. è questa la ragione per cui le leggi di una sfera inferiore possono sempre essere assunte a simbolo delle realtà di un ordine superiore, nelle quali esse hanno la loro ragione profonda, che è insieme il loro principio e la loro fine; e possiamo ricordare — in questa occasione —, tanto più che proprio qui ne troveremo degli esempi, l'errore delle moderne interpretazioni "naturalistiche" delle antiche dottrine tradizionali, interpretazioni che rovesciano semplicemente la gerarchia dei rapporti tra i diversi ordini di realtà.
I simboli o i miti non hanno infatti mai avuto la funzione — come vorrebbe una teoria anche troppo diffusa ai giorni nostri — di rappresentare il movimento degli astri; la verità è che in essi si trovano spesso figure che si ispirano a quest'ultimo e che sono destinate ad esprimere analogicamente qualcosa di totalmente diverso, in quanto le leggi di tale movimento traducono fisicamente i principi metafisici dai quali dipendono. Quel che diciamo dei fenomeni astronomici si può dirlo del pari, e allo stesso titolo, di ogni altro genere di fenomeni naturali: questi fenomeni, in quanto derivano da principi superiori e trascendenti, sono veramente simboli di questi ultimi; ed è evidente che questo non infirma affatto la realtà propria che simili fenomeni posseggono, come tali, nel campo di esistenza al quale appartengono; ben al contrario, è proprio questo che dà fondamento a tale realtà, poiché al di fuori della loro dipendenza nei confronti dei principi, tutte le cose non sarebbero se non puro nulla. Come per tutto il resto, la stessa cosa accade dei fatti storici: essi pure si conformano necessariamente alla legge di corrispondenza della quale abbiamo or ora parlato, e in conseguenza di ciò traducono secondo il loro modo le realtà superiori, delle quali non sono in certo qual modo se non un'espressione umana; aggiungeremo che è questo a costituire ai nostri occhi tutto il loro interesse, da un punto di vista che — la cosa è evidente - è totalmente diverso da quello in cui si pongono gli storici "profani" 3.
Tale carattere simbolico, quantunque comune a tutti i fatti storici, deve essere particolarmente evidente per quelli fra essi che costituiscono quella che può più propriamente esser detta la "storia sacra"; ed è a motivo di ciò che lo si ritrova in particolare, in maniera impressionante, in tutte le circostanze della vita di Cristo. Se si è ben capito quanto abbiamo detto finora, si comprenderà immediatamente che non solo questa non è una ragione per negare la realtà di tali avvenimenti e per considerarli puri e semplici "miti", ma che — al contrario — simili avvenimenti dovevano essere quelli che sono stati e non potevano essere diversi; d'altronde, come si potrebbe attribuire un carattere sacro a qualcosa che sia privo di ogni significato trascendente? In particolare, se Cristo è morto sulla croce, si può dire che sia a motivo del valore simbolico che la croce possiede di per sé e che le è sempre stato riconosciuto da tutte le tradizioni; ed è questa la ragione per cui, senza che si sminuisca minimamente il suo significato storico, si può considerare quest'ultimo come derivato dal suo stesso valore simbolico.
Un'altra conseguenza della legge di corrispondenza è la pluralità dei significati inclusi in ogni simbolo: si può ritenere, infatti, che qualsiasi cosa rappresenti non soltanto i principi metafisici, ma anche le realtà di ogni ordine che sono superiori al suo, realtà che, pur se ancora contingenti e dalle quali essa dipende inoltre più o meno direttamente, rivestono nei suoi confronti la parte di "cause seconde"; e l'effetto può sempre venire assunto quale simbolo della causa, qualunque sia il livello al quale ciò avviene, giacché tutto ciò che l'effetto è altro non è se non l'espressione di qualcosa che è inerente alla natura della sua stessa causa. Tali significati simbolici molteplici e gerarchicamente sovrapposti non si escludono affatto reciprocamente, non più di quanto escludano il senso letterale; sono anzi perfettamente concordanti tra di loro, perché in realtà esprimono le applicazioni di uno stesso principio a ordini diversi; ed in tal modo si completano e si corroborano, integrandosi nell'armonia della sintesi totale. è proprio questo, d'altra parte, che rende il simbolismo un linguaggio molto meno limitato del linguaggio comune, e fa di esso il solo linguaggio adatto per l'espressione e per la comunicazione di certe verità; è in ragione di ciò che esso apre possibilità di concezione veramente illimitate; è in ragione di ciò che esso costituisce il linguaggio iniziatico per eccellenza, il veicolo indispensabile di ogni insegnamento tradizionale.
La croce ha perciò, come tutti i simboli, molteplici significati; ma questi significati non è nostra intenzione svilupparli qui tutti in ugual maniera, e alcuni di essi li indicheremo in modo appena occasionale. Quello che ci prefiggiamo essenzialmente di esprimere, in effetti, è il significato metafisico, il quale è del resto il primo e il più importante di tutti, dal momento che è il significato propriamente principiale; tutti gli altri sono soltanto applicazioni contingenti e più o meno secondarie. Se ci accadrà di prendere in esame talune di questa applicazioni, in fondo sarà sempre e soltanto per ricollegarle alla sfera metafisica, giacché è questo che — ai nostri occhi — le rende valide e legittime, secondo la concezione, così completamente dimenticata dal mondo moderno, delle "scienze tradizionali".
Note
1 Oriente e Occidente, pp. 174-6.
2 Introduzione generale allo studio delle Dottrine indù, 3a parte, cap. III; L'Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. I
3 "La stessa verità storica non è solida se non quando deriva dal Principio" (Tchoang-Tseu, cap. XXV).
Da: http://www.loggia-rene-guenon.it/Sit...mbolismoCroce/ Premessa.htm
Premessa a Gli stati molteplici dell'essere (René Guénon)
Nel nostro ultimo studio, Il simbolismo della croce, abbiamo esposto, basandoci sui dati forniti dalle diverse dottrine tradizionali, una rappresentazione geometrica dell'essere fondata interamente sulla teoria metafisica degli stati molteplici. Il presente volume ne sarà, sotto questo aspetto, quasi un complemento, perché le indicazioni che abbiamo dato non bastano forse a far emergere del tutto la portata di questa teoria, che va considerata fondamentale; in quel caso ci dovemmo infatti limitare a quanto era più direttamente collegato allo scopo ben definito che ci eravamo proposti. Lasciando perciò da parte la già descritta rappresentazione simbolica, o perlomeno ricordandola in un certo senso solo incidentalmente quando vi sarà motivo di farvi riferimento, dedicheremo interamente questo nuovo lavoro a un più ampio sviluppo di tale teoria, esponendone sia - e innanzitutto - il principio stesso, sia alcune delle applicazioni, specie per quanto concerne l'essere considerato sotto l'aspetto umano.
Circa quest'ultimo punto, non sarà forse inutile ricordare fin d'ora che l'attenzione da noi prestata a considerazioni di tale ordine non implica affatto che lo stato umano occupi una posizione privilegiata nell'insieme dell'Esistenza universale, o sia metafisicamente contraddistinto, rispetto agli altri stati, dal possesso di una qualunque prerogativa. In realtà lo stato umano è soltanto uno stato di manifestazione come tutti gli altri, e fra un numero indefinito di altri; esso si trova, nella gerarchia dei gradi dell'Esistenza, nella posizione assegnatagli dalla sua stessa natura, cioè dal carattere limitante delle condizioni che lo definiscono, e questa posizione non gli conferisce né superiorità né inferiorità assolute. Se talvolta dobbiamo prendere in esame tale stato, è dunque unicamente perché esso acquista per noi, ma per noi soltanto, un'importanza speciale, essendo lo stato in cui di fatto ci troviamo; si tratta di un punto di vista del tutto relativo e contingente, quello degli individui come noi nel nostro attuale modo di manifestazione. Perciò, in particolare, quando parliamo di stati superiori e inferiori dobbiamo operare tale ripartizione gerarchica sempre in relazione allo stato umano preso come termine di paragone, poiché nessun altro stato è direttamente sperimentabile da noi in quanto individui; e non si deve dimenticare che ogni espressione, essendo racchiusa in una forma, si effettua necessariamente in modo individuale, sicché, di qualunque cosa vogliamo parlare, anche delle verità di ordine puramente metafisico, possiamo farlo solo scendendo a un ordine completamente diverso, essenzialmente relativo e limitato, che consenta di tradurle nel linguaggio proprio delle individualità umane. Non è difficile comprendere tutte le precauzioni e le riserve imposte dall'inevitabile imperfezione di questo linguaggio, così manifestamente inadeguato a ciò che deve esprimere in tale caso; la sproporzione è evidente, e del resto si può dire altrettanto di ogni rappresentazione formale, qualunque sia, comprese le rappresentazioni propriamente simboliche, che pure sono incomparabilmente meno limitate del linguaggio comune, e di conseguenza più adatte a trasmettere verità trascendenti - donde il loro impiego costante in ogni insegnamento che possegga un carattere davvero "iniziatico" e tradizionale.1 Perciò, come abbiamo già ripetutamente sottolineato, è opportuno, per non alterare la verità con un'esposizione parziale, restrittiva o sistematica, tenere sempre conto dell'inesprimibile, ossia di ciò che non può essere racchiuso in alcuna forma e che, metafisicamente, è in realtà quel che più conta, anzi, potremmo dire tutto l'essenziale.
Ora, se si vuole ricollegare, sempre considerando lo stato umano, il punto di vista individuale al punto di vista metafisico, come di norma è necessario fare quando si tratta di "scienza sacra" e non soltanto di sapere "profano", diremo questo: la realizzazione dell'essere totale può essere compiuta a partire da qualunque stato preso come base e punto di partenza, proprio perché tutti i modi di esistenza contingenti si equivalgono di fronte all'Assoluto; può dunque essere compiuta a partire dallo stato umano come pure da ogni altro, e persino, l'abbiamo già affermato altrove, da ogni modalità di questo stato, il che equivale a dire che essa, in particolare, è possibile per l'uomo corporeo e terreno - qualunque cosa ne possano pensare gli Occidentali, che sono tratti in errore, circa l'importanza che occorre attribuire alla "corporeità", dalla straordinaria insufficienza delle loro concezioni relative alla costituzione dell'essere umano.2 Poiché questo è lo stato in cui ci troviamo attualmente, da qui dobbiamo in effetti partire se ci proponiamo di raggiungere la realizzazione metafisica, di qualunque grado sia, e qui si trova la ragione essenziale per cui dobbiamo prendere in esame in particolare questo stato; avendo peraltro già sviluppato tali considerazioni in precedenza, non vi insisteremo oltre, tanto più che il presente saggio consentirà di comprenderle ancora meglio.3
D'altra parte, per fugare ogni possibile confusione, dobbiamo ricordare fin d'ora che, quando parliamo di stati molteplici dell'essere, ci riferiamo non a una semplice molteplicità numerica o anche più generalmente quantitativa, bensì a una molteplicità di ordine "trascendentale" o veramente universale, applicabile a tutti gli ambiti che costituiscono i differenti "mondi" o gradi dell'Esistenza, considerati separatamente o nel loro insieme, dunque al di fuori e al di là dell'ambito particolare del numero, e perfino della quantità in tutte le sue forme. Infatti la quantità, e a maggior ragione il numero, che ne rappresenta solo una forma, cioè la quantità discontinua, è soltanto una delle condizioni che determinano alcuni stati, tra i quali il nostro; essa dunque non può venire attribuita ad altri stati, e ancor meno all'insieme degli stati, il quale sfugge evidentemente a una determinazione di questo genere. Perciò, quando a tale riguardo parliamo di una moltitudine indefinita, occorre sempre tenere presente che l'indefinità in questione si pone al di là di ogni numero, e anche di tutto ciò che soggiace più o meno direttamente alla quantità, come l'indefinità spaziale o temporale, la quale rientra anch'essa fra le condizioni proprie al nostro mondo.4
Si impone ora un'ulteriore osservazione, riguardo al nostro impiego della parola "essere", la quale a rigor di termini non è più applicabile in senso proprio quando si tratta di determinati stati di non-manifestazione, dei quali parleremo più avanti, che sono posti al di là del grado dell'Essere puro. Siamo tuttavia costretti, per la conformazione stessa del linguaggio umano, a mantenere anche in questo caso tale termine, in mancanza di un altro più adeguato, ma gli attribuiamo allora un significato puramente analogico e simbolico, altrimenti ci sarebbe del tutto impossibile parlare dell'argomento in questione; ecco dunque un esempio chiarissimo delle insufficienze linguistiche cui si alludeva sopra. Potremo così, come abbiamo già fatto altrove, continuare a parlare dell'essere totale come manifestato in alcuni dei suoi stati e allo stesso tempo non-manifestato in altri, senza che ciò implichi in alcun modo l'obbligo, da parte nostra, di limitarci, per questi ultimi, all'esame di quanto corrisponde al grado che è proprio dell'Essere.5
A tale proposito ricorderemo che il fermarsi all'Essere senza nulla porre al di là di esso, quasi fosse in qualche modo il Principio supremo, il più universale di tutti, è uno dei tratti caratteristici di certe concezioni occidentali dell'antichità e del Medioevo, le quali, pur contenendo senza dubbio una componente metafisica non più rintracciabile nelle concezioni moderne, restano assai incomplete sotto questo aspetto, anche perché si presentano come teorie elaborate per se stesse, anziché in vista di una realizzazione effettiva corrispondente. Questo certo non significa che allora in Occidente non vi fosse nient'altro; parliamo soltanto di ciò che è generalmente noto, e di cui taluni, pur compiendo lodevoli sforzi per reagire contro la negazione moderna, tendono a esagerare il valore e la portata, non rendendosi conto che si tratta sempre di punti di vista tutto sommato esterni, e che nelle civiltà in cui si è creata, come in questo caso, una sorta di frattura tra due ordini di insegnamento che si sovrappongono senza mai contrapporsi, l'"essoterismo" richiede l'"esoterismo" come suo complemento necessario. Quando l'"esoterismo" è misconosciuto, la civiltà, non più connessa direttamente ai princìpi superiori da alcun legame effettivo, non tarda a perdere ogni carattere tradizionale, poiché gli elementi di questo ordine che ancora vi sussistono sono paragonabili a un corpo abbandonato dallo spirito e, di conseguenza, sono ormai impotenti a costituire qualcosa di più di una sorta di formalismo vuoto; si tratta appunto di ciò che è accaduto al mondo occidentale moderno.6
Dopo aver fornito queste poche spiegazioni, pensiamo di poter affrontare il nostro argomento anche senza dilungarci ulteriormente in premesse da cui ci dispensano in gran parte le molte considerazioni già da noi svolte altrove. Non ci è infatti possibile tornare indefinitamente su ciò che è stato detto nelle nostre opere precedenti, sarebbe soltanto una perdita di tempo; e se di fatto alcune ripetizioni sono inevitabili, dobbiamo sforzarci di ridurle a quanto è strettamente indispensabile per la comprensione di ciò che ora ci proponiamo di esporre, salvo rimandare il lettore, ogni volta che sarà necessario, ai diversi passi di altri nostri lavori, dove potrà trovare indicazioni complementari o più ampi sviluppi dei temi che ci troveremo qui ad affrontare di nuovo. La principale difficoltà di questa esposizione è rappresentata dal fatto che tali questioni sono tutte legate più o meno strettamente fra loro, e se è importante mostrarne i nessi quanto più spesso possibile, non è meno importante evitare ogni parvenza di "sistematicità", cioè di una limitazione incompatibile con la natura stessa della dottrina metafisica, che deve al contrario aprire, a chi è capace di intenderla e di "assentirla", possibilità di concezione non soltanto indefinite, ma, possiamo dirlo senza abusare delle parole, realmente infinite come la stessa Verità totale.
Note
l. A tale proposito vogliamo far notare, per inciso, che la filosofia non ricorre mai ad alcun simbolismo, e ciò basterebbe da solo a dimostrare il carattere esclusivamente "profano" e del tutto esteriore di questo particolare punto di vista e della forma di pensiero cui esso corrisponde.
2. Si veda L'Homme et son devenir selon le Vêdânta, Bossard, Paris, 1925, cap. XXIII [trad. it. L'uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, Adelphi, Milano, 1992].
3. Si veda Le Symbolisme de la Croix, éditions Véga, Paris, 1931, capp. XXVI-XXVIII [trad. it. Il simbolismo della croce, Rusconi, Milano, 1973].
4. Ibid., cap. XV.
5. Ibid., cap. I.
6. Si vedano Orient et Occident, Payot, Paris, 1924 [trad. it. Oriente e Occidente, Edizioni Studi Tradizionali, Torino, 1965] e La Crise du monde moderne, Bossard, Paris, 1927 [trad. it. La crisi del mondo moderno, Arktos, Carmagnola, 1991].
Da: http://www.loggia-rene-guenon.it/Sit...atiMolteplici/ Premessa.htm
Estratto da La metafisica orientale (René Guénon)
Ho scelto come argomento di questa esposizione la metafisica orientale; forse sarebbe stato meglio dire semplicemente la metafisica senza qualificativi perché, in verità, la metafisica pura, per sua essenza al di fuori e al di là di tutte le forme e di tutte le contingenze, non è né orientale né occidentale: è universale. Sono soltanto le forme esteriori di cui essa è rivestita per necessità di esposizione, per esprimerne ciò che è esprimibile, sono tali forme che possono essere o orientali o occidentali; ma, sotto la loro diversità, è un fondo identico che si ritrova dappertutto e sempre, dovunque, per lo meno, ci sia metafisica vera, e questo per la semplice ragione che la verità è una.
Se le cose stanno così, perché parlare più particolarmente di metafisica orientale? Il fatto è che nelle condizioni in cui si trova attualmente il mondo occidentale, la metafisica, in esso, è cosa dimenticata, in generale ignorata, perduta quasi interamente, mentre in Oriente essa è sempre oggetto di una conoscenza effettiva. Se si vuol sapere che cos'è la metafisica è perciò all'Oriente che ci si deve rivolgere; e anche quando si voglia ritrovare qualcosa delle antiche tradizioni metafisiche che hanno potuto esistere in Occidente, in un Occidente che, sotto molti aspetti, era allora singolarmente più vicino all'Oriente di quanto non sia oggi, è soprattutto con l'aiuto delle dottrine orientali e per confronto con queste ultime che si potrà riuscire a farlo, giacché tali dottrine sono le sole che, nel campo della metafisica, possano ancora essere studiate in modo diretto. Sennonché, a questo fine, è chiaramente evidente che occorre studiarle come fanno gli Orientali stessi, e non abbandonandosi a interpretazioni più o meno ipotetiche e talvolta del tutto fantasiose; troppo spesso si dimentica che le civiltà orientali esistono sempre e hanno ancora dei rappresentanti qualificati, dai quali sarebbe sufficiente informarsi per sapere veramente di cosa si tratti.
Ho detto metafisica orientale, e non unicamente metafisica indù, perché le dottrine di questo tipo, con tutto quel che implicano, non si incontrano soltanto in India, contrariamente a ciò che qualcuno sembra credere, qualcuno che del resto non si rende ben conto della loro vera natura. Il caso dell'India non è affatto eccezionale, sotto questo riguardo; esso è esattamente quello di tutte le civiltà che possiedano quella che potrebbe esser detta una base tradizionale. A essere eccezionali e anormali sono al contrarlo le civiltà che di tale base siano sprovviste; e, a dire il vero, di simili civiltà noi non ne conosciamo che una, la civiltà occidentale moderna. Per tenere soltanto conto delle principali civiltà dell'Oriente, l'equivalente della metafisica indù si trova, in Cina, nel taoismo; esso si trova anche, d'altro canto, in certe scuole esoteriche dell'Islâm (occorre però capire chiaramente che tale esoterismo islamico non ha nulla in comune con la filosofia esteriore degli arabi, la cui ispirazione è greca per la sua maggior parte). La sola differenza è che, dappertutto all'infuori dell'India, queste dottrine sono riservate a un'élite più ristretta e più chiusa; è quel che avvenne anche in Occidente, nel medioevo, di un esoterismo piuttosto simile a quello dell'Islâm sotto più di un aspetto, esoterismo che era anch'esso altrettanto puramente metafisico quanto quest'ultimo, ma del quale i moderni, nella loro maggioranza, non sospettano neppure più l'esistenza. In India non si può parlare di esoterismo nel senso proprio della parola, perché in essa non si trova una dottrina a due volti, uno exoterico e uno esoterico; in India si può solo parlare di un esoterismo naturale, nel senso che ognuno approfondirà la dottrina di più o di meno, e andrà più o meno lontano secondo la misura delle sue proprie possibilità intellettuali, giacché per certe individualità umane esistono limitazioni che sono inerenti alla loro stessa natura e che è loro impossibile superare.
Naturalmente le forme cambiano da una civiltà all'altra, poiché esse devono adattarsi a condizioni differenti; sennonché, pur essendo maggiormente abituato alle forme indù, non provo nessun scrupolo a servirmi di altre quando ciò sia necessario, se si verifica cioè che esse possano essere d'aiuto alla comprensione di certi punti; in un fatto come questo non vediamo inconvenienti, giacché in fondo non si tratta che di espressioni diverse della stessa cosa. Una volta ancora, la verità è una ed essa è la stessa per tutti coloro che, per un qualunque cammino, siano pervenuti alla sua conoscenza.
Detto questo, è opportuno che ci si intenda sul significato da dare qui alla parola "metafisica", e ciò avrà tanto maggiore importanza in quanto ho spesso avuto occasione di constatare che non tutti la comprendono nello stesso modo. Io penso che la miglior cosa da fare, di fronte a parole che possono dar luogo a qualche equivoco, sia di restituir loro, per quanto possibile, il loro significato originario ed etimologico. Ora, stando alla sua composizione, la parola "metafisica" significa letteralmente "di là dalla fisica", intendendo "fisica" nell'accezione che tale termine aveva sempre avuto per gli antichi, accezione che è quella di "scienza della natura" in tutta la sua generalità. La fisica è lo studio di tutto quel che appartiene all'ambito della natura; ciò che riguarda la metafisica è quel che è di là dalla natura. Come si spiega, perciò, che alcuni possano sostenere che la conoscenza metafisica è una conoscenza naturale, sia per quel che riguarda il suo oggetto, sia per quel che concerne le facoltà per mezzo delle quali essa è ottenuta? è questo un vero e proprio controsenso, una contraddizione in termini; e tuttavia - cosa più stupefacente ancora - capita che simile confusione sia perpetrata da coloro stessi che dovrebbero aver conservato qualche idea della vera metafisica e dovrebbero saperla distinguere più chiaramente dalla pseudo-metafisica dei filosofi moderni.
Ma, si dirà forse, se la parola "metafisica" si presta a confusioni del genere, non sarebbe meglio rinunciare a servirsene, sostituendola con un'altra che abbia meno inconvenienti? In verità ciò sarebbe inopportuno, poiché, a motivo della sua formazione, tale parola si adatta perfettamente a ciò a cui si applica; ed è inoltre pressoché impossibile, inteso che le lingue occidentali non possiedono nessun altro termine che si presti così bene a quest'uso. Di servirsi semplicemente della parola "conoscenza", come si fa in India, trattandosi in effetti della conoscenza per eccellenza, la sola che sia assolutamente degna di tal nome, non c'è neppure da pensarci, giacché la cosa sarebbe ancora meno chiara per degli Occidentali, abituati, in quanto a conoscenza, a non tener conto di nulla che non rientri nell'ambito scientifico e razionale. E inoltre, è forse necessario preoccuparsi tanto dell'abuso che di una parola è stato fatto? Se si dovessero scartare tutte quelle che si trovano in questo stesso caso, quante ne rimarrebbero ancora a nostra disposizione? Non basta forse che si prendano le precauzioni necessarie per evitare errori e malintesi? Non è che noi teniamo alla parola "metafisica" più di quanto non teniamo a qualsiasi altra parola; sennonché, fino a che non ci venga proposto un termine migliore per sostituirla, continueremo a servircene come abbiamo fatto finora.
Sfortunatamente c'è gente che ha la pretesa di "giudicare" quel che non conosce, e poiché costoro assegnano il nome di "metafisica" a una conoscenza puramente umana e razionale (il che per noi è soltanto scienza o filosofia), immaginano che la metafisica orientale non sia niente di più né d'altro se non questo, dal che traggono logicamente la conclusione che la metafisica non può portare a questi o a quegli altri risultati. E tuttavia essa a simili risultati effettivamente conduce, ma proprio perché è cosa del tutto diversa da quel che presumono loro; tutto quel che essi prendono in considerazione non ha veramente nulla di metafisico dal momento che si tratta soltanto di una conoscenza d'ordine naturale, di un sapere profano ed esteriore; non è affatto di questo che noi intendiamo parlare. Vorremmo dunque intendere "metafisica" come un sinonimo di "soprannaturale"? Accetteremmo molto volentieri un accostamento simile, giacché, finché non si oltrepassi la natura, ossia il mondo manifestato in tutta la sua estensione (e non il solo mondo sensibile che di esso è soltanto un elemento infinitesimale), si è ancora nell'ambito della fisica; quel che è metafisico è - come già abbiamo detto - quel che è al di là e al di sopra della natura, ed è perciò propriamente ciò che è "soprannaturale".
Ma qui si avanzerà indubbiamente un'obiezione: è quindi possibile andare in tal modo al di là della natura? Non esiteremo a rispondere in modo nettissimo: non solo ciò è possibile, ma ciò è. Questa non è però che un'affermazione, si dirà ancora; quali sono le prove che se ne possono dare? è veramente strano che si chieda di provare la possibilità di una conoscenza invece di cercare di rendersene conto da se stessi facendo il lavoro necessario per acquisirla. Per chi possieda simile conoscenza, quale interesse e quale valore possono avere tutte queste discussioni? Il fatto di sostituire la conoscenza in sé e per sé con la "teoria della conoscenza" è forse la più bella ammissione di impotenza della filosofia moderna.
Del resto c'è in ogni certezza qualcosa di incomunicabile; nessuno può arrivare realmente a una qualsiasi conoscenza se non mediante uno sforzo strettamente personale, e tutto quel che un altro può fare è fornire l'occasione e indicare i mezzi per giungervi. è questa la ragione per cui sarebbe vano pretendere, in campo puramente intellettuale, di imporre una convinzione qualsivoglia; l'argomentazione migliore non potrebbe, a tal riguardo, sostituirsi alla conoscenza diretta ed effettiva.
Ora, la metafisica quale noi l'intendiamo può essere definita? No, perché definire significa sempre limitare, e ciò di cui è questione è, in sé, veramente e assolutamente illimitato e per questa ragione non può lasciarsi rinchiudere in nessuna formula o in nessun sistema. In certo qual modo la metafisica può essere caratterizzata, ad esempio dicendo che essa è la conoscenza dei principi universali; ma non si tratta allora di una vera e propria definizione, e del resto tale caratterizzazione può darne solo un'idea abbastanza vaga. Vi aggiungeremo qualcosa se diciamo che l'ambito dei principi è molto più vasto di quanto non abbiano pensato certi Occidentali che hanno a ogni buon conto fatto della metafisica, ma in un modo parziale e incompleto. Così, quando Aristotele vedeva la metafisica come la conoscenza dell'essere in quanto essere, egli la faceva simile all'ontologia, assumeva, cioè, la parte per il tutto. Per la metafisica orientale l'essere puro non è né il primo né il più universale dei principi, poiché è già una determinazione; occorre perciò andare di là dall'essere e, anzi, è questo quel che più importa. Questa è la ragione per cui, in ogni concezione veramente metafisica, occorre sempre tener presente il posto che ha l'inesprimibile; anzi, tutto quel che si può esprimere non è letteralmente nulla nei confronti di ciò che oltrepassa qualsiasi espressione, così come il finito, qualunque sia la sua grandezza, è nullo nei riguardi dell'Infinito. Molto più che esprimere si può suggerire, e di tal tipo è il ruolo che in questo campo adempiono le forme esteriori; tutte queste forme, si tratti di parole o si tratti di simboli di qualunque genere, costituiscono soltanto un supporto, un punto d'appoggio per elevarsi a possibilità di concezione che le sopravanzano senza paragone; torneremo più avanti sull'argomento.
Da: http://www.loggia-rene-guenon.it/Sit...sicaOrientale/ MetafisicaOrientale.htm
Introduzione a Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi (René Guénon)
Da quando scrivemmo La crise du monde moderne [Paris, 1927] gli avvenimenti non hanno fatto che confermare in pieno e fin troppo rapidamente tutti i punti di vista che allora avevamo esposto a questo proposito, benché ne avessimo parlato astraendoci da ogni preoccupazione di "attualità" immediata, come pure da qualsiasi intenzione di "critica" vana e sterile. è ovvio, in effetti, che considerazioni di questo genere sono valide per noi solo in quanto rappresentano un'applicazione dei principi a circostanze particolari; e facciamo notare per inciso che, se in generale coloro i quali hanno dato il giudizio più corretto sugli errori e le insufficienze proprie della mentalità della nostra epoca si sono limitati ad un atteggiamento del tutto negativo — salvo a scostarsene per proporre rimedi pressoché insignificanti e comunque incapace di arginare il disordine crescente in tutti i campi —, ciò è dovuto al loro disconoscimento dei principi veri, disconoscimento non diverso da quello di chi, al contrario, si ostina ad ammirare il preteso "progresso", nonché ad illudersi sul suo inevitabile risultato.
Del resto, anche da un punto di vista del tutto disinteressato e "teorico", non basta denunciare degli errori e mettere in evidenza la loro realtà: questo può essere utile ma quel che è veramente interessante ed istruttivo è spiegarli, cioè ricercare come e perché si sono verificati, in quanto tutto ciò che esiste in un modo o nell'altro, ivi compreso l'errore, ha necessariamente una sua ragion d'essere, per cui anche il disordine deve alla fine trovare il suo posto tra gli elementi dell'ordine universale. Pertanto, anche se il mondo moderno in se stesso rappresenta una anomalia, o meglio una specie di mostruosità, è altrettanto vero che, situato nell'insieme del ciclo storico di cui fa parte, esso corrisponde esattamente alle condizioni di una certa fase di questo ciclo, quella cioè che la tradizione indù definisce come il periodo estremo del Kali Yuga: sono queste condizioni, derivanti dall'andamento stesso della manifestazione ciclica, ad averne determinato i caratteri specifici e, a questo proposito, si può ben dire che l'epoca attuale non poteva essere diversa da quella che effettivamente è. Soltanto, è chiaro che per vedere il disordine come un elemento dell'ordine, o per ricondurre l'errore ad un aspetto parziale e deformato di qualche verità, bisogna elevarsi al di sopra del livello delle contingenze al cui dominio appartengono il disordine e l'errore come tali; e parimenti, per cogliere il vero significato del mondo moderno in conformità alle leggi che regolano lo sviluppo della presente umanità terrestre, bisogna essersi completamente liberati dalla mentalità che specificamente lo caratterizza, e non esserne infirmati ad alcun livello; ciò è tanto più evidente in quanto tale mentalità, per forza di cose e in certo qual modo per definizione, implica una totale ignoranza delle leggi in questione, nonché di tutte le altre verità le quali, derivando in modo più o meno diretto dai principi trascendenti, sono parte essenziale di quella conoscenza tradizionale di cui tutte le concezioni propriamente moderne, consciamente o inconsciamente, non sono che la negazione pura e semplice.
Già da tempo ci eravamo proposti di dare alla Crise du monde moderne un seguito più rigorosamente "dottrinale", appunto con lo scopo di mettere in luce alcuni aspetti di tale spiegazione dell'epoca attuale secondo la prospettiva tradizionale, prospettiva a cui sempre ed esclusivamente intendiamo attenerci, in quanto, per le ragioni su esposte, essa è, in questo caso, la sola valevole o meglio l'unica possibile, poiché, al di fuori di essa, una spiegazione del genere non è nemmeno tentabile. Circostanze diverse ci hanno costretto a rinviare fino a questo momento la realizzazione di tale progetto, cosa di scarsa importanza per chi abbia la certezza che tutto succede necessariamente al momento adatto, e spesso in modi imprevisti e completamente indipendenti dal nostro volere. Contro questo genere di cose nulla può la fretta febbrile che i nostri contemporanei apportano a tutte le loro azioni; tale fretta, anzi, non può che produrre agitazione e disordine, cioè effetti del tutto negativi; del resto, si potrebbe forse ancora definirli "moderni" se fossero in grado di capire i vantaggi che si hanno a seguire le indicazioni fornite da quelle circostanze, le quali, ben lungi dall'essere "fortuite" come essi immaginano nella loro ignoranza, sono invece espressioni più o meno particolarizzate dell'ordine generale, umano e cosmico ad un tempo, in cui, volenti o nolenti, tutti dobbiamo integrarci?
Fra i tratti caratteristici della mentalità moderna, e come argomento centrale del nostro studio, prenderemo subito in esame la tendenza a ridurre ogni cosa al solo punto di vista quantitativo, tendenza talmente radicata nelle concezioni "scientifiche" degli ultimi secoli, e reperibile d'altronde altrettanto nettamente negli altri campi, come ad esempio quello dell'organizzazione sociale, da permettere quasi di definire la nostra epoca, salvo una restrizione la cui natura e necessità appariranno in seguito, essenzialmente e innanzi tutto come il "regno della quantità". Se adottiamo questa caratteristica a preferenza di qualsiasi altra non è tanto o principalmente perché sia più visibile o meno contestabile, ma perché ci appare come veramente fondamentale, dato che tale riduzione al quantitativo traduce rigorosamente le condizioni della fase ciclica raggiunta dall'umanità nei tempi moderni, e perché la tendenza in questione dopo tutto conduce logicamente al punto d'arrivo di quella "discesa" effettuantesi, a velocità sempre più accelerata, dall'inizio alla fine di un Manvantara, cioè nel corso di tutta la manifestazione di una umanità come la nostra. Tale "discesa", come abbiamo già avuto occasione di affermare, non è altro che il graduale allontanamento dal principio, necessariamente inerente ad ogni processo di manifestazione; in virtù delle condizioni speciali di esistenza cui il nostro mondo deve sottostare, il punto più basso riveste l'aspetto della quantità pura priva di qualsiasi distinzione qualitativa; è ovvio che si tratta esclusivamente di un limite, e che quindi si può parlare solo di "tendenza", poiché nello svolgimento del ciclo tale limite non può assolutamente essere raggiunto, trovandosi in qualche modo al di fuori e al di sotto di qualsiasi esistenza realizzata o realizzabile.
Orbene, al fine di evitare equivoci, e per rendersi conto di ciò che può dar luogo a certe illusioni, occorre fin dall'inizio sottolineare che, in virtù della legge di analogia, il punto più basso è come un riflesso oscuro o un'immagine invertita del punto più alto; ne deriva la conseguenza, paradossale solo in apparenza, che l'assenza più completa di qualsiasi principio implica una specie di "contraffazione" del principio stesso, espressa da taluni in forma teologica con l'affermazione: "Satana è la scimmia di Dio". Questa osservazione può essere di grande aiuto per capire alcuni dei più oscuri enigmi del mondo moderno, enigmi non riconosciuti come tali perché nemmeno avvertiti, quantunque insiti in esso, e la cui negazione costituisce una condizione indispensabile del mantenimento di quella specifica mentalità che condiziona la sua esistenza. Se i nostri contemporanei riuscissero, nel loro insieme, a vedere che cosa li dirige, e verso che cosa realmente tendono, il mondo moderno cesserebbe immediatamente di esistere come tale, in quanto quel "raddrizzamento", cui spesso abbiamo fatto allusione, non mancherebbe di operarsi per questo solo fatto; ma poiché tale "raddrizzamento" presuppone che si sia giunti al punto d'arresto in cui la "discesa" è interamente compiuta, e in cui "la ruota cessa di girare" (almeno in quell'istante che segna il passaggio da un ciclo ad un altro), bisogna concludere che, fin quando questo punto non sarà effettivamente raggiunto, queste cose non potranno essere comprese dalla maggioranza della gente, ma soltanto dall'esiguo numero di coloro che saranno destinati, in una misura o in un'altra, a preparare i germi del ciclo futuro. Non è nemmeno il caso di dire che, per tutto quanto andiamo esponendo, è sempre esclusivamente a questi ultimi che abbiamo inteso rivolgerci, senza preoccuparci dell'inevitabile incomprensione degli altri; è vero che questi altri, ancora per un certo tempo, sono e devono essere la stragrande maggioranza, ma è appunto nel "regno della quantità" che l'opinione della maggioranza può pretendere di esser presa in considerazione.
Comunque sia, vogliamo soprattutto, per il momento e in primo luogo, applicare la precedente osservazione ad un campo più ristretto di quello già considerato; e ciò allo scopo, per esempio, di impedire qualsiasi confusione tra il punto di vista della scienza tradizionale e quello della scienza profana, anche quando certe somiglianze esterne sembrano prestarvisi. Tali somiglianze, in effetti, spesso non provengono che da corrispondenze invertite, e mentre la scienza tradizionale prende essenzialmente in considerazione il termine superiore, accordando al termine inferiore soltanto il valore relativo che gli è dato dalla sua corrispondenza con quel termine superiore, la scienza profana, al contrario, considera il solo termine inferiore e, incapace com'è di oltrepassare i confini del campo cui esso appartiene, ha la pretesa di ridurre ad esso tutta la realtà. Così, per dare un esempio che si riferisce direttamente al nostro argomento, i numeri pitagorici, considerati come i principi delle cose, non sono affatto i numeri quali i moderni, matematici o fisici, li intendono, non più di quanto l'immutabilità principiale sia paragonabile all'immobilità di una pietra, o l'unità vera all'uniformità di esseri privi di ogni qualità propria; e ciò nonostante, trattandosi di numeri in tutte e due i casi, i fautori di una scienza esclusivamente quantitativa non hanno mancato di annoverare i Pitagorici fra i loro "precursori"! Aggiungeremo solo, per non anticipare troppo sugli sviluppi che intendiamo dare all'argomento, che questa — e già lo abbiamo detto altrove — è una ulteriore dimostrazione di come le scienze profane, di cui il mondo moderno è così orgoglioso, altro non siano se non "residui" degenerati di antiche scienze tradizionali, così come la stessa quantità, a cui esse si sforzano di tutto ricondurre, non è, nella loro visione delle cose, se non il "residuo" di un'esistenza svuotata di tutto ciò che costituiva la sua essenza; è così che queste scienze, o pretese tali, lasciandosi sfuggire, oppure eliminando di proposito tutto ciò che veramente è essenziale, si rivelano in definitiva incapaci di fornire la spiegazione reale di qualsiasi cosa.
Allo stesso modo che la scienza tradizionale dei numeri è tutt'altra cosa dall'aritmetica profana dei moderni, sia pure con tutte le estensioni algebriche o d'altro genere di cui è suscettibile, così esiste anche una "geometria sacra" non meno profondamente diversa da quella scienza "scolastica", che oggi si designa con lo stesso nome di geometria. Non è il caso di insistere oltre su queste cose, in quanto tutti coloro che hanno letto le nostre opere precedenti sanno che in esse, e specialmente nel Symbolisme de la Croix [Paris, 1931],1 abbiamo esposto numerose considerazioni derivate dalla geometria simbolica in questione, ed hanno potuto rendersi conto fino a che punto essa si presti alla rappresentazione di realtà d'ordine superiore, almeno nella misura in cui queste sono suscettibili di essere rappresentate in modo sensibile; e in fondo, non è forse vero che le forme geometriche sono necessariamente la base stessa di qualsiasi simbolismo figurato o "grafico", a cominciare dai caratteri alfabetici e numerici di tutte le lingue fino a quello degli yantra iniziatici in apparenza più complessi e più strani? è facile capire come tale simbolismo possa dar luogo ad una molteplicità indefinita di applicazioni; ed è però altrettanto evidente che una geometria del genere, ben lungi dall'applicarsi soltanto alla pura quantità, è al contrario essenzialmente "qualitativa"; e lo stesso possiamo affermare della vera scienza dei numeri, in quanto i numeri principiali, se così possiamo chiamarli per analogia, sono per così dire al polo opposto, in rapporto al nostro mondo, a quello ove si situano i numeri dell'aritmetica volgare, i soli conosciuti dai moderni, i quali esclusivamente ad essi rivolgono la loro attenzione, prendendo così l'ombra per la realtà vera, allo stesso modo dei prigionieri della caverna di Platone.
In questo studio, cercheremo di far vedere in modo ancor più completo, e da un punto di vista più generale, quale sia la vera natura delle scienze tradizionali, e per conseguenza quale abisso le separi dalle scienze profane che ne sono come una caricatura ed una parodia; ciò permetterà di valutare la decadenza subita dalla mentalità umana nel passare dalle prime alle seconde, nonché di vedere, in rapporto alla situazione rispettiva dell'oggetto dei loro studi, come questa decadenza segua appunto strettamente la marcia discendente del ciclo percorso dalla nostra umanità. è fuor di dubbio che non si può avere la pretesa di sviscerare del tutto questioni siffatte, in quanto, per loro natura, veramente inesauribili; cercheremo però di dirne abbastanza da permettere a ciascuno di trarne le conclusioni che si impongono, per quanto riguarda la determinazione del "momento cosmico" cui l'epoca attuale corrisponde. Se nonostante tutto qualcuno troverà certe considerazioni forse un po' oscure, è soltanto perché queste sono troppo lontane dalle sue abitudini mentali, troppo estranee a tutto ciò che gli è stato inculcato dall'educazione ricevuta e dall'ambiente in cui vive; in tal caso non possiamo farci niente, in quanto vi sono cose per le quali il solo modo possibile d'espressione è quello simbolico, e che, per conseguenza, resteranno incomprensibili a coloro per cui il simbolismo è lettera morta. Peraltro vogliamo ricordare che tale modo di espressione è l'indispensabile veicolo di qualsiasi insegnamento d'ordine iniziatico; ma, anche a lasciar da parte il mondo profano, la cui incomprensione è evidente ed in certo qual modo naturale, basta soffermarsi sulle vestigia di iniziazioni che ancora sussistono in Occidente per rendersi conto come certa gente, priva di "qualificazione" intellettuale, tratti i simboli proposti alla sua meditazione, e per essere assolutamente sicuri che essi, qualsiasi titolo rivestano o qualsiasi grado iniziatico abbiano "virtualmente" ottenuto, non riusciranno mai a penetrare il vero significato anche solo di un minimo frammento della geometria misteriosa dei "Grandi Architetti d'Oriente e d'Occidente" !
Poiché abbiamo fatto allusione all'Occidente, un'altra osservazione si rende necessaria: quale che sia l'estensione raggiunta, soprattutto in questi ultimi anni, da quello stato d'animo da noi chiamato specificamente "moderno", e quale ne sia la presa, anche se almeno esteriormente sempre maggiore sul mondo intero, tale stato d'animo rimane tuttavia occidentale quanto alla sua origine: è appunto in Occidente che ha avuto i natali e in cui ormai da tempo è dominatore incontrastato, mentre in Oriente la sua influenza non potrà mai essere altro che una questione di "occidentalizzazione". Per quanto lontano possa estendersi quest'influenza, nel succedersi degli avvenimenti che ancora si svolgeranno, non la si potrà mai opporre alla differenza, come l'abbiamo descritta, fra spirito orientale e spirito occidentale, perché questa, per noi, è tutt'uno con quella fra spirito tradizionale e spirito moderno; ed è fin troppo evidente che nella misura in cui un uomo si "occidentalizza", quali che siano la sua razza e il suo paese d'origine, egli cessa perciò stesso di essere spiritualmente e intellettualmente un orientale, e quindi di rientrare nel solo punto di vista che in realtà ci interessi. Questa non è una semplice questione "geografica", a meno che non la si intenda in modo del tutto diverso dai moderni, cioè nel senso della geografia simbolica; e, a questo proposito, l'attuale preponderanza occidentale presenta appunto una corrispondenza molto significativa con la fine di un ciclo, poiché l'Occidente è proprio il punto in cui il sole tramonta, dove esso arriva al termine del suo percorso diurno, e dove, secondo la simbologia cinese, "il frutto maturo cade ai piedi dell'albero". Quanto ai mezzi mediante i quali l'Occidente è giunto ad affermare questa dominazione (di cui la "modernizzazione" di una parte più o meno considerevole di Orientali non è che l'ultima e più pesante conseguenza), basta riportarsi a quanto ne abbiamo detto in altre opere per convincersi che, in definitiva, essi si basano esclusivamente sulla forza materiale, il che, in altri termini, equivale a dire che la dominazione occidentale non è altro essa stessa che un'espressione del "regno della quantità".
Da qualunque lato si prendano in esame le cose, si è sempre ricondotti alle stesse considerazioni, e le si vede verificarsi costantemente in tutte le applicazioni che se ne possono fare, cosa di cui del resto non c'è da stupirsi in quanto la verità è necessariamente coerente; si badi, non abbiamo detto "sistematica", contrariamente a ciò che potrebbero ben volentieri supporre i filosofi e gli scienziati profani racchiusi come sono da quelle concezioni strettamente limitate cui propriamente conviene la denominazione di "sistemi"; tali concezioni, le quali non traducano in fondo se non l'insufficienza di mentalità individuali lasciate a se stesse, quand'anche tali mentalità fossero di quelle che si è convenuto chiamare da "uomini di genio", le cui speculazioni, sia pure le più vantate, non valgono certo la conoscenza della minima verità tradizionale. Anche su questo punto ci siamo dilungati abbastanza quando abbiamo dovuto denunciare i misfatti dell'"individualismo", altra caratteristica dello spirito moderno; ma qui aggiungeremo che la falsa unità dell'individuo, concepito come un tutto completo in se stesso, corrisponde, nell'ordine umano, a quella del preteso "atomo" nell'ordine cosmico; entrambi sono elementi considerati "semplici" da un punto di vista quantitativo, e, come tali, supposti suscettibili d'una specie di ripetizione indefinita, la quale è un'impossibilità vera e propria, perché essenzialmente incompatibile con la natura stessa delle cose; questa ripetizione indefinita, in effetti, non è altro che la molteplicità pura verso la quale il mondo attuale tende con tutte le sue forze, senza peraltro mai poter giungere a perdervisi interamente, in quanto essa si trova ad un livello inferiore a qualsiasi esistenza manifestata, e rappresenta l'estremo opposto dell'unità principiale. è comunque opportuno vedere il movimento di discesa ciclica come effettuantesi fra questi due poli: a partire dall'unità, o piuttosto dal punto ad essa più vicino nell'ambito della manifestazione relativamente allo stato d'esistenza considerato, si va sempre più verso la molteplicità, intesa quest'ultima analiticamente e senza rapportarla ad alcun principio, perché è ovvio che nell'ordine principiale ogni molteplicità è compresa sinteticamente nell'unità stessa. Può sembrare che in un certo senso vi sia molteplicità ai due punti estremi, così come, secondo quanto abbiamo detto, vi sono anche correlativamente l'unità da un lato e le "unità" dall'altro; ma anche qui si può applicare rigorosamente la nozione dell'analogia inversa, e mentre la molteplicità principiale è contenuta nella vera unità metafisica, le "unità" aritmetiche o quantitative sono al contrario contenute nell'altra molteplicità, quella inferiore; per inciso, il fatto solo di poter parlare di "unità" al plurale, non dimostra già a sufficienza quanto ciò sia lontano dalla vera unità? La molteplicità inferiore, per definizione, è puramente quantitativa, anzi, si potrebbe dire che è la quantità stessa separata da ogni qualità; per contro, la molteplicità superiore, o ciò che chiamiamo così per analogia, è in realtà una molteplicità qualitativa, in altre parole, l'insieme delle qualità o degli attributi che costituiscono l'essenza degli esseri e delle cose. Si può quindi affermare che la discesa di cui abbiamo parlato si effettua dalla qualità pura alla quantità pura, entrambe rappresentando però dei limiti esteriori alla manifestazione, l'uno al di là e l'altro al di qua di questa, perché esse, in rapporto alle condizioni speciali del nostro mondo o del nostro stato di esistenza, sono un'espressione dei due principi universali da noi designati altrove rispettivamente come "essenza" e "sostanza", i due poli fra i quali si produce ogni manifestazione. E in primo luogo ci accingiamo a spiegare più a fondo questo punto perché per suo tramite si potranno meglio capire le altre considerazioni che svilupperemo nel corso del presente studio.
Note
1. Trad. it.: Il simbolismo della croce, Torino, 1964.
Da: http://www.loggia-rene-guenon.it/Sit...RegnoQuantita/ Introduzione.htm
Premessa a La grande triade (René Guénon)
Molti certamente capiranno, dal solo titolo di questo studio, che esso si riferisce soprattutto al simbolismo della tradizione estremo-orientale, perché è abbastanza comunemente noto il ruolo che in quest'ultima svolge il ternario costituito dai termini "Cielo, Terra, Uomo" (Tien-ti-jen); questo ternario si è soliti designarlo più particolarmente con il nome di "Triade", anche se non sempre se ne afferrano con esattezza il senso e la portata, che nella presente opera ci proponiamo appunto di spiegare, segnalando altresì le corrispondenze riscontrabili a questo proposito in altre forme tradizionali; a ciò abbiamo già dedicato un capitolo di un altro studio,1 ma l'argomento merita di essere trattato con maggiore ampiezza. è anche noto che in Cina esiste una "società segreta", così almeno si suole chiamarla, alla quale in Occidente è stato dato questo nome stesso di "Triade"; e poiché non è nostra intenzione trattarne in modo specifico, sarà opportuno dire subito qualche parola al riguardo, così da non dovervi poi tornare sopra nel corso della nostra esposizione.2
Il vero nome di questa organizzazione è Tien-ti-houei, che potremmo tradurre con "Società del Cielo e della Terra", fatta ogni debita riserva sull'uso del termine "società" per i motivi da noi addotti in altra sede,3 dato che, pur appartenendo a un ordine relativamente esterno, essa è comunque lontanissima dal presentare tutti i caratteri specifici che inevitabilmente richiama questa parola nel mondo occidentale moderno. Si noterà come in tale denominazione figurino soltanto i primi due termini della Triade tradizionale: questo perché, in realtà, è l'organizzazione stessa (houei), con i suoi membri presi sia collettivamente che individualmente, a fare da terzo termine, come si capirà meglio da alcune considerazioni che dovremo svolgere.4 Spesso si dice che questa organizzazione è anche conosciuta con parecchie altre denominazioni e che tra queste ve ne sono alcune in cui è menzionata espressamente l'idea del ternario;5 ma, a dire il vero, in ciò vi è un'inesattezza: propriamente, queste denominazioni si applicano soltanto a rami particolari o a "emanazioni" temporanee di tale organizzazione, che appaiono in questo o in quel momento storico per poi scomparire quando abbiano portato a termine il compito specifico cui erano destinati.6
Altrove abbiamo già indicato quale sia la vera natura di tutte le organizzazioni di questo genere:7 dobbiamo sempre considerarle, in ultima analisi, come emanazioni della gerarchia taoista, che le ha suscitate e le dirige invisibilmente, ai fini di una azione più o meno esterna in cui essa non può intervenire direttamente in virtù del principio del "non agire" (wou-wei), in base al quale la sua funzione è essenzialmente quella del "motore immobile", del centro che governa il movimento di tutte le cose senza parteciparvi. Questo, naturalmente, la maggioranza dei sinologi lo ignora, perché i loro studi, dato il punto di vista speciale dal quale partono, non possono certo renderli edotti del fatto che in Estremo Oriente tutto ciò che, in un qualunque grado, appartiene a un ordine esoterico o iniziatico rientra necessariamente nel Taoismo; ma è comunque abbastanza strano che anche coloro i quali hanno individuato nelle "società segrete" un qualche influsso taoista non siano stati in grado di andare più in là e non ne abbiano tratto alcuna conseguenza importante. Costoro, riscontrando in pari tempo la presenza di altri elementi, e in particolare di elementi buddistici, si sono affrettati a pronunciare la parola "sincretismo", senza accorgersi che essa designa qualcosa di assolutamente contrario, da un lato, allo spirito eminentemente "sintetico" della razza cinese e, dall'altro, allo spirito iniziatico da cui evidentemente procedono le organizzazioni di cui stiamo parlando, anche se, sotto questo profilo, si tratta soltanto di forme abbastanza lontane dal centro.8 Certo non vogliamo dire che tutti i membri di queste organizzazioni relativamente esterne debbano essere coscienti dell'unità fondamentale di tutte le tradizioni; ma coloro che stanno dietro a esse e le ispirano, nella loro qualità di "uomini veri" (tchenn-jen), questa coscienza la possiedono necessariamente, e ciò consente loro di introdurvi, quando le circostanze lo rendano opportuno o conveniente, elementi formali propri a tradizioni diverse.9
A questo proposito, dobbiamo insistere un poco sull'utilizzazione di elementi di provenienza buddistica, non tanto perché sono indubbiamente i più numerosi (e ciò si spiega facilmente data la grande diffusione del Buddismo in Cina e in tutto l'Estremo Oriente), quanto invece perché tale utilizzazione ha una ragione più profonda che la rende particolarmente interessante e senza la quale, in verità, forse non sarebbe avvenuta una simile diffusione del Buddismo. Non sarebbe difficile trovare molteplici esempi di tale utilizzazione, ma, accanto a quelli che di per sé hanno solo un'importanza, diremmo, secondaria e che valgono appunto soprattutto per la loro quantità, per attirare e trattenere l'attenzione dell'osservatore esterno, e per sviarla in questo modo dalle cose che hanno un carattere più essenziale,10 ce n'è almeno uno, chiarissimo, che non verte su semplici dettagli: è l'uso del simbolo del "Loto bianco" nella denominazione dell'altra organizzazione estremo-orientale che si situa sullo stesso piano della Tien-ti-houei.11 In effetti Pe-lien-che o Pe-lien-tsong, nome di una scuola buddistica, e Pe-lien-kiao o Pe-lien-houei, nome dell'organizzazione di cui stiamo parlando, designano due cose completamente diverse; ma, nell'adozione di tale nome da parte di questa organizzazione emanata dal Taoismo, c'è una specie di equivoco intenzionale, come in certi riti dall'aspetto buddistico o anche nelle "leggende" in cui quasi costantemente hanno una parte più o meno importante dei monaci buddisti. Da un esempio come questo risulta abbastanza chiaro come il Buddismo possa servire da "copertura" al Taoismo, e come in tale modo esso abbia potuto evitare a quest'ultimo di esteriorizzarsi più di quanto non sarebbe stato lecito a una dottrina che, per definizione, deve sempre essere riservata a una ristretta élite. Per questo al Taoismo è capitato di favorire la diffusione del Buddismo in Cina, senza che sia il caso di invocare affinità originarie, che esistono solo nella fantasia di alcuni orientalisti; e, del resto, ha potuto farlo tanto meglio in quanto, dopo che le due parti esoterica ed essoterica della tradizione estremo-orientale erano state costituite in due rami dottrinari così profondamente distinti come lo sono il Taoismo e il Confucianesimo, era facile trovar posto fra l'uno e l'altro a qualcosa che rientrasse in un ordine per così dire intermedio. è il caso di aggiungere che, proprio per questo, il Buddismo cinese è stato a sua volta influenzato in misura non trascurabile dal Taoismo, come mostra l'adozione di certi metodi di ispirazione palesemente taoistica da parte di alcune sue scuole, in particolare quella Tchan,12 e anche l'assimilazione di certi simboli di provenienza non meno essenzialmente taoistica, come per esempio quello di Kouan-yin; ed è quasi superfluo far notare come in questo modo esso diventasse molto più idoneo ancora a svolgere il ruolo che abbiamo appena indicato.
Vi sono anche altri elementi di cui i più decisi fautori della teoria dei "prestiti" non potrebbero certo pensare a spiegare la presenza con il "sincretismo", ma che, data la mancanza di qualsiasi conoscenza iniziatica in chi ha voluto studiare le "società segrete" cinesi, sono rimasti per loro quasi un enigma insolubile: alludiamo a quegli elementi attraverso i quali si instaurano somiglianze talora sorprendenti fra queste organizzazioni e quelle analoghe che appartengono ad altre forme tradizionali. Taluni sono arrivati a ipotizzare a questo proposito, in particolare, un'origine comune della "Triade" e della Massoneria, senza peraltro poter sostenere l'ipotesi con ragioni sufficientemente solide, e la cosa non ha sicuramente nulla di cui ci si debba stupire; eppure non è un'idea da respingere in modo assoluto, a patto però di intenderla in un senso completamente diverso dal loro, a patto cioè di riferirla non tanto a una più o meno remota origine storica, ma solo all'identità dei principi che presiedono a qualsiasi iniziazione, orientale o occidentale che sia; per averne la vera spiegazione, si dovrebbe risalire molto più indietro della storia, fino alla stessa Tradizione primordiale.13 Riguardo a certe somiglianze che sembrano vertere su punti più specifici, diremo soltanto che cose come l'uso del simbolismo dei numeri, per esempio, o anche quello del simbolismo "costruttivo", non sono in alcun modo esclusive di questa o quella forma iniziatica, ma rientrano invece nel novero di quelle che si ritrovano dovunque con semplici differenze di adattamento, perché si riferiscono a scienze o arti che esistono in tutte le tradizioni, e con lo stesso carattere "sacro"; dunque esse appartengono realmente all'ambito dell'iniziazione in generale e, di conseguenza, per quanto riguarda l'Estremo Oriente, esse appartengono in proprio all'ambito del Taoismo: se gli elementi avventizi, buddistici o altro, sono piuttosto una "maschera", questi, invece, fanno davvero parte dell'essenziale.
Quando parliamo del Taoismo e diciamo che questa o quell'altra cosa dipende da esso (ed è il caso della maggior parte delle considerazioni che dovremo esporre nel presente studio), ci resta ancora da precisare che tutto ciò va inteso in riferimento allo stato attuale della tradizione estremo-orientale, perché menti troppo inclini a vedere tutto "storicamente" potrebbero essere tentate di concludere che si tratti di concezioni non riscontrabili anteriormente alla formazione di quello che propriamente si chiama Taoismo, mentre è vero esattamente l'opposto, dato che esse sono costantemente presenti in tutti i documenti a noi noti della tradizione cinese a partire dall'epoca più remota cui sia possibile risalire, e cioè a partire dall'epoca di Fo-hi. Il fatto è che in realtà il Taoismo non ha assolutamente "innovato" nell'ambito esoterico e iniziatico, come non ha innovato il Confucianesimo nell'ambito essoterico e sociale; sia l'uno che l'altro, ciascuno nel proprio ordine, sono soltanto "riadattamenti" resi necessari da condizioni in seguito alle quali la tradizione, nella sua forma originaria, non era più compresa in modo integrale.14 Dopodiché, una parte della tradizione anteriore rientrava nel Taoismo e una parte nel Confucianesimo, e questo stato di cose si è conservato fino ai nostri giorni; riferire certe concezioni al Taoismo e certe altre al Confucianesimo non significa assolutamente attribuirle a qualcosa di più o meno paragonabile a quelli che gli Occidentali chiamerebbero dei "sistemi", e in fondo non vuol dire altro se non che esse appartengono rispettivamente alla parte esoterica e alla parte essoterica della tradizione estremo-orientale.
Non riparleremo più in modo specifico della Tien-ti-houei, salvo quando ci sarà bisogno di precisare alcuni punti particolari, perché non rientra nei nostri propositi; ma quanto diremo nel corso del nostro studio, oltre alla sua portata molto più generale, mostrerà implicitamente su quali principi poggi questa organizzazione in virtù della sua stessa denominazione, e consentirà di capire come, malgrado la sua esteriorità, essa abbia un carattere realmente iniziatico, tale da assicurare ai suoi membri una partecipazione almeno virtuale alla tradizione taoista. Infatti il ruolo assegnato all'uomo come terzo termine della Triade è, a un certo livello, propriamente quello dell'"uomo vero" (tchenn-jen) e, a un altro, quello dell'"uomo trascendente" (cheun-jen), così indicando i rispettivi scopi dei "piccoli misteri" e dei "grandi misteri", ossia gli scopi di qualsiasi iniziazione. Probabilmente questa organizzazione, in se stessa, non è di quelle che permettono di giungervi effettivamente; ma almeno essa può prepararvi, per quanto alla lontana, quelli che sono "qualificati", e in tal modo costituisce per loro uno dei "vestiboli" che possono dare accesso alla gerarchia taoista, i cui gradi sono esattamente quelli della realizzazione iniziatica.
Note
1. Le Symbolisme de la Croix, cap. XXVIII.
2. Qualche dettaglio sull'organizzazione di cui stiamo parlando, sul suo rituale e sui suoi simboli (in particolare sui simboli numerici di cui essa fa uso) si può trovare nell'opera del ten. col. B. Favre su Les Sociétés secrètes en Chine; questa opera è scritta da un punto di vista profano, ma l'autore ha perlomeno intravisto alcune cose che di solito sfuggono ai sinologi e, se è lontano dall'aver risolto tutti i problemi sollevati in proposito, ha comunque il merito di averli posti in modo abbastanza chiaro. Si veda d'altra parte anche Matgioi, La Voie rationnelle, cap. VII.
3. Aperçus sur l'Initiation, cap. XII.
4. Si noti che jen significa sia "uomo" che "umanità"; inoltre, dal punto di vista delle applicazioni all'ordine sociale, è la "solidarietà" della razza, la cui realizzazione pratica è una delle finalità contingenti che si propone l'organizzazione di cui stiamo parlando.
5. In particolare i "Tre Fiumi" (San-ho) e i "Tre Punti" (San-tien); l'uso di quest'ultimo vocabolo è evidentemente uno dei motivi per cui taluni sono stati indotti a cercare dei rapporti fra la "Triade" e le organizzazioni iniziatiche occidentali come la Massoneria e il Compagnonaggio.
6. Questa essenziale distinzione non dovrà mai essere dimenticata da coloro che vorranno consultare il già citato libro del ten. col. B. Favre, dove purtroppo essa è trascurata, talché l'autore sembra considerare tutte queste denominazioni come semplici equivalenti; di fatto, la maggior parte dei dettagli che egli fornisce a proposito della "Triade" riguardano realmente solo una delle sue emanazioni, la Hong-houei; in particolare, soltanto quest'ultima, e non certo la Tien-ti-houei, può essere stata fondata al più presto verso la fine del Seicento o l'inizio del Settecento, cioè a una data tutto sommato assai recente.
7. Cfr. Aperçus sur l'Initiation, capp. XII e XLVI.
8. Cfr. Aperçus sur l'Initiation, cap. VI.
9. Comprese talvolta anche quelle che sono più estranee all'Estremo Oriente, per esempio il Cristianesimo, come si può vedere nel caso dell'associazione della "Grande Pace" o Tai-ping, una delle emanazioni recenti della Pe-lien-houei che menzioneremo tra breve.
10. L'idea del presunto "sincretismo" delle "società segrete" cinesi è un caso particolare del risultato ottenuto con questo mezzo, quando l'osservatore esterno sia un Occidentale moderno.
11. Diciamo "l'altra" perché ce ne sono effettivamente soltanto due: tutte le associazioni note all'esterno in realtà non sono altro che rami o emanazioni dell'una o dell'altra.
12. Trascrizione cinese della parola sanscrita Dhyâna, "contemplazione"; questa scuola è più nota con il nome di Zen, forma giapponese della stessa parola.
13. è vero che l'iniziazione in quanto tale è diventata necessaria solo a partire da un certo periodo del ciclo della umanità terrestre, in seguito alla degenerazione spirituale di quest'ultima; ma tutto ciò che essa comporta costituiva in precedenza la parte superiore della Tradizione primordiale, allo stesso modo in cui, analogicamente e con riferimento a un ciclo molto più limitato nel tempo e nello spazio, tutto ciò che è implicito nel Taoismo costituiva inizialmente la parte superiore dell'unica tradizione che esisteva in Estremo Oriente prima della separazione dei suoi due aspetti esoterico e essoterico.
14. è noto come la costituzione di questi due rami distinti della tradizione estremo-orientale risalga al VI secolo a.C., epoca in cui vissero Lao-tseu e Confucio.
Da: http://www.loggia-rene-guenon.it/Sit.../GrandeTriade/ Premessa.htm
Introduzione a La metafisica del numero (René Guénon)
Benché il presente studio sembri, almeno a prima vista, avere un carattere alquanto "speciale", ci è parso utile intraprenderlo per precisare e spiegare più completamente certe nozioni da noi richiamate nelle diverse occasioni in cui ci siamo serviti del simbolismo matematico, e questa ragione basterebbe a giustificarlo senza insistere oltre. Tuttavia, dobbiamo dire che vi si aggiungono altre ragioni secondarie, che concernono soprattutto quel che si potrebbe chiamare l'aspetto "storico" della questione; questo, in effetti, non è interamente privo di interesse per il nostro punto di vista, nel senso che tutte le discussioni che sono state sollevate sulla natura e sul valore del calcolo infinitesimale offrono un sorprendente esempio di quella assenza di principi che caratterizza le scienze profane, cioè le sole scienze che i moderni conoscono e anzi concepiscono come possibili. Abbiamo spesso fatto rilevare che la maggior parte di queste scienze, anche nella misura in cui ancora corrispondono a qualche realtà, non rappresentano nulla di più di semplici residui naturali di alcune delle antiche scienze tradizionali: è la parte più inferiore di quelle che, avendo cessato d'esser posta in relazione coi principi, e avendo perduto per ciò il suo vero significato originale, ha finito per assumere uno sviluppo indipendente e per essere ritenuta come una conoscenza sufficiente a se stessa, benché, in verità, il suo valore peculiare come conoscenza si trovi precisamente ridotto con ciò stesso quasi a nulla. La qual cosa è soprattutto evidente quando si tratta delle scienze fisiche, ma, come abbiamo già spiegato altrove (1), la stessa matematica moderna non fornisce sotto questo aspetto una eccezione, se la si confronta a quel che erano per gli antichi la scienza dei numeri e la geometria; e, quando qui parliamo degli antichi, bisogna comprendervi anche l'antichità "classica", come il minimo studio delle teorie pitagoriche e platoniche basta a dimostrare, o almeno lo dovrebbe se non si dovesse tener conto della straordinaria incomprensione di coloro che oggi pretendono di interpretarle; se questa incomprensione non fosse così completa, come si potrebbe sostenere, per esempio, l'opinione di una origine "empirica" delle scienze in questione, quando, in realtà, appaiono al contrario tanto più lontane da ogni empirismo quanto più si risalga lontano nel tempo, così come accade d'altronde per ogni altra branca della conoscenza scientifica?
I matematici, nell'epoca moderna, e più particolarmente ancora nell'epoca contemporanea, sembrano essere arrivati ad ignorare quel che è il numero veramente; e noi non intendiamo parlare sol tanto del numero preso in senso analogico e simbolico come lo intendevano i Pitagorici e i Kabbalisti, cosa che è troppo evidente, ma anche, cosa che può sembrare più strana e quasi paradossale, del numero nella sua accezione semplicemente e propriamente quantitativa. In effetti essi riducono ogni loro scienza al calcolo, secondo la più ristretta concezione che se ne possa avere, cioè considerato come un semplice insieme di procedimenti più o meno artificiali e che non valgono insomma che per le applicazioni pratiche alle quali danno luogo; in fondo, ciò significa dire che essi sostituiscono il numero con la cifra, e, del resto, questa confusione del numero con la cifra è così estesa oggi che si potrebbe facilmente ritrovarla ad ogni piè sospinto persino nelle espressioni del linguaggio corrente (2). Ora la cifra non è, in tutto rigore, niente di più che il vestito del numero; non diciamo anche il suo corpo, perché è piuttosto la forma geometrica che, sotto certi aspetti, può essere legittimamente considerata come costituente il vero corpo del numero, come dimostrano anche le teorie degli antichi sui poligoni e sui poliedri, messi in rapporto diretto con il simbolismo dei numeri; e ciò si accorda d'altronde con il fatto che ogni "incorporazione" implica necessariamente una "spazializzazione". Noi non vogliamo, tuttavia, che le cifre stesse possano dirsi segni interamente arbitrari, la cui forma non sarebbe stata determinata che dalla fantasia di uno o più individui; deve valere per i caratteri numerici ciò che vale per i caratteri alfabetici, dai quali d'altra parte i primi non si distinguono affatto in certe lingue (3), e si può applicare agli uni come agli altri la nozione di una origine geroglifica, cioè ideografica o simbolica, che vale per tutte le scritture senza eccezioni, per quanto dissimulata questa origine possa essere in certi casi dalle deformazioni o dalle alterazioni più o meno recenti.
Ciò che c'è di certo, è che i matematici impiegano nella loro notazione dei simboli di cui non conoscono più il senso, e che sono come delle vestigia di dimenticate tradizioni; e quel che è più grave, è che non solamente essi non si domandano quale possa essere questo senso, ma anche sembra che non vogliano che ve ne sia uno. In effetti, essi tendono sempre di più a considerare ogni notazione come una semplice "convenzione", con il che intendono qualche cosa che è data in maniera del tutto arbitraria, ciò che, in fondo, è una vera impossibilità, perché non si fa mai una qualsiasi convenzione senza aver qualche ragione di farla, e di fare precisamente quella piuttosto che ogni altra possibile; è soltanto a coloro che ignorano questa ragione che la convenzione può apparire arbitraria, come non è che a coloro che ignorano le cause di un avvenimento che questo può sembrare "fortuito"; è ciò che accade in questo caso, e vi si può vedere una delle conseguenze più estreme dell'assenza di ogni principio, che arriva fino a far perdere alla scienza, o alla sedicente tale, poiché allora essa non merita più veramente questo nome sotto nessun riguardo, ogni significato plausibile. D'altra parte, per il fatto stesso della concezione attuale di una scienza esclusivamente quantitativa, questo "convenzionalismo" si estende poco a poco dalla matematica alle scienze fisiche nelle loro teorie più recenti, che così si allontanano sempre più dalla realtà che pretendono di spiegare; abbiamo insistito su ciò sufficientemente in un'altra opera e ci dispensiamo dal parlarne ancora, tanto più che è della sola matematica che ora ci dobbiamo occupare più particolarmente. Sotto questo punto di vista, aggiungeremo soltanto che, quando si perde così completamente di vista il senso di una notazione, è poi facilissimo passare dall'uso legittimo e valido di quella ad un uso illegittimo, che non corrisponde più effettivamente a nulla, e che può anche essere talvolta del tutto illogico; ciò può sembrare abbastanza straordinario quando si tratta di una scienza come la matematica, che dovrebbe avere con la logica legami particolarmente stretti, e tuttavia è talmente vero che si può rilevare una molteplicità di illogismi nelle notazioni matematiche come sono comunque concepite nella nostra epoca.
Uno degli esempi più notevoli di queste notazioni illogiche, proprio quello che dovremo esaminare qui prima di tutto, benché non sia il solo che incontreremo nel corso della nostra esposizione, è quello del preteso infinito matematico o quantitativo, che è la fonte di quasi tutte le difficoltà che sono state sollevate verso il calcolo infinitesimale, o, forse più esattamente, contro il metodo infinitesimale, poiché qui c'è qualcosa che oltrepassa la portata di un semplice "calcolo" nel senso ordinario di questa parola, checché ne possano pensare i "convenzionalisti"; non vi sono eccezioni da fare che per quelle di queste difficoltà che provengono da una concezione erronea o insufficiente della nozione di "limite", indispensabile per giustificare il rigore di questo metodo infinitesimale e per farne un'altra cosa che un semplice metodo di approssimazione. C'è d'altra parte, come vedremo, una distinzione da fare tra i casi in cui il cosiddetto infinito non esprime che una pura e semplice astrusità, cioè una idea contraddittoria in se stessa, come quella del "numero infinito", e quei casi in cui esso è semplicemente impiegato in maniera abusiva nel senso di indefinito; ma non bisognerebbe credere per questo che la stessa confusione dell'infinito e dell'indefinito si riduca ad una semplice questione di parole, poiché veramente essa si basa sulle idee stesse Quel che è singolare, è che questa confusione, che sarebbe stato sufficiente dissipare per eliminare tante discussioni, sia stata commessa da Leibnitz stesso, che è generalmente ritenuto come l'inventore del calcolo infinitesimale, e che chiameremmo piuttosto il suo "formulatore", poiché questo metodo corrisponde a certe realtà, che, come tali, hanno una esistenza indipendente da colui che le concepisce e che le esprime più o meno perfettamente; le realtà dell'ordine matematico non possono, come tutte le altre, che essere scoperte e non inventate, mentre, al contrario, è di "invenzione" che si tratta allorché, come pure accade troppo spesso in questo dominio, ci si lascia trascinare, effettivamente da un "gioco di notazione", nella pura fantasia; ma sarebbe sicuramente ben difficile far comprendere questa differenza a dei matematici che si immaginano volentieri che tutta la loro scienza non è e non deve essere niente altro che una "costruzione dello spirito umano", cosa che, se bisognasse credere a loro, la ridurrebbe certo a non essere in verità che ben poca cosa! Comunque, Leibnitz non seppe mai spiegarsi chiaramente sui principi del suo calcolo, e ciò ben dimostra che qui vi era qualcosa che lo oltrepassava e che gli si imponeva in una qualche maniera senza che egli ne avesse coscienza; se se ne fosse reso conto, non si sarebbe sicuramente impegnato in una disputa di "priorità" con Newton, e d'altra parte tali dispute sono sempre perfettamente vane, poiché le idee, in quanto sono vere, non potrebbero essere proprietà di qualcuno, nonostante l'"individualismo moderno", e non v'è che l'errore che possa essere propriamente attribuito agli individui umani. In seguito non ci dilungheremo su questa questione, che ci potrebbe trascinare molto lontano dall'oggetto del nostro studio, benché può darsi che non sia inutile, sotto certi punti di vista, far comprendere che il ruolo di coloro che si chiamano "grandi uomini" è spesso, per una buona parte, un ruolo di "recettori", sebbene essi siano generalmente i primi a illudersi della loro "originalità".
Ciò che ci concerne più direttamente per il momento, è questo: se dobbiamo constatare tali insufficienze in Leibnitz, e delle insufficienze tanto più gravi in quanto esse vertono soprattutto sui problemi dei principi, che ne potrà essere degli altri filosofi e matematici moderni, ai quali egli è malgrado tutto sicuramente molto superiore? Questa superiorità, egli la deve, da una parte, allo studio che aveva fatto delle dottrine scolastiche del medioevo, benché egli non le abbia sempre interamente comprese, e, d'altra parte, a certi dati esoterici, di origine o di ispirazione principalmente Rosicruciana (4), dati evidentemente molto incompleti e anche frammentari, e che d'altra parte gli accadde talvolta di applicare assai male, come ne vedremo qualche esempio proprio qui; è a queste due "fonti", per parlare come gli storici, che conviene riferire, in definitiva, quasi tutto ciò che c'è di realmente valido nelle sue teorie, e è ciò che anche gli permise di reagire, benché imperfettamente, contro il cartesianismo, che rappresentava allora, nel doppio dominio filosofico e scientifico, tutto l'insieme delle tendenze e delle concezioni più specificatamente moderne. Questa nota è sufficiente insomma a spiegare, con qualche parola, tutto quel che fu Leibnitz, e, se si vuol comprenderlo, non bisognerebbe mai perdere di vista queste indicazioni generali, che noi abbiamo creduto sia stato, per questa ragione, bene formulare all'inizio; ma è tempo di lasciare queste considerazioni preliminari per entrare nell'esame delle questioni stesse che ci permetteranno di determinare il vero significato del calcolo infinitesimale.
Note
1. Vedere Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi.
2. La stessa cosa accade ai "pseudo-esoteristi" i quali sanno così poco di ciò di cui vogliono parlare che non mancano mai di commettere questa stessa confusione nelle elucubrazioni fantasiose che essi hanno la pretesa di sostituire alla scienza tradizionale dei numeri!
3. L'ebraico e il greco ricadono in questo caso, ed anche l'arabo prima dell'introduzione dell'uso delle cifre indiane, le quali, in seguito, più o meno modificandosi durante il Medioevo passarono in Europa; si può notare, a tale proposito che la stessa parola cifra non è altro che la parola araba çifr, sebbene quest'ultima sia in realtà la designazione dello zero. è vero che in ebraico, d'altra parte, saphar significa "contare" o "numerare" come anche "scrivere", da cui sepher, "scrittura" o "libro" (in arabo sifr, che designa particolarmente un libro sacro), e sephar, "numerazione" o "calcolo"; da quest'ultima parola proviene anche la designazione dei Sephiroth della Kabbala, che sono le "numerazioni" principali assimilate agli attributi divini.
4. Il marchio innegabile di questa origine si trova nella figura ermetica posta da Leibnitz all'inizio del suo trattato De arte combinatoria: è una rappresentazione della Rota Mundi, nella quale al centro della doppia croce degli elementi (fuoco e acqua, aria e terra) e delle qualità (caldo e freddo, secco e umido), la quinta essentia è simboleggiata da una rosa a cinque petali (corrispondente all'etere considerato in se stesso e quale principio degli altri quattro elementi); naturalmente, questo "disegno" è passato completamente inosservato a tutti i commentatori universitari.
Da: http://www.loggia-rene-guenon.it/Sit...nfinitesimale/ Introduzione.htm
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