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Discussione: Rene' Guenon

  1. #61
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Rene' Guenon

    «La realizzazione metafisica», da Introduzione generale allo studio delle dottrine hindu
    (René Guénon)


    Edizioni Studi Tradizionali





    Accennando ai caratteri essenziali della metafisica dicemmo che essa è una conoscenza intuitiva, vale a dire immediata, che si oppone perciò sotto questo aspetto alla conoscenza discorsiva e mediata di tipo razionale. Più immediata ancora dell'intuizione sensibile perché di là dalla distinzione di soggetto e oggetto che quest'ultima conserva, l'intuizione intellettuale è contemporaneamente il veicolo della conoscenza e la conoscenza stessa, ed in essa il soggetto e l'oggetto si unificano e si identificano. D'altra parte qualsiasi conoscenza merita veramente questo nome soltanto nella misura in cui produce tale identificazione, la quale però, in tutti gli altri casi, rimane incompleta e imperfetta; in altri termini, è sola vera conoscenza quella che partecipa in misura più o meno completa della natura della conoscenza intellettuale, che è la conoscenza per eccellenza. Ogni altro tipo di conoscenza è più o meno indiretta e ha dunque un valore più che altro simbolico o rappresentativo; non è vera ed effettiva conoscenza se non quella che ci permette di penetrare nella natura intima delle cose, e se una penetrazione di questo genere può già parzialmente avvenire ai gradi inferiori della conoscenza, è soltanto nella conoscenza metafisica che essa è pienamente e interamente realizzabile.

    Conseguenza immediata di ciò è che conoscere ed essere sono fondamentalmente la stessa cosa; essi rappresentano, se si vuole, due aspetti inseparabili di un'unica realtà, aspetti che non si possono più distinguere realmente dove tutto è “senza dualità”. Ciò è sufficiente a provare l'inanità di quelle “teorie della conoscenza” a pretesa pseudo-metafisica che occupano tanto posto nella filosofia occidentale moderna e tendono talvolta addirittura, come ad esempio in Kant, ad assorbire tutto il resto, o per lo meno a metterselo in sottordine; l'unica ragion d'essere di questo genere di teorie risiede d'altronde in un'attitudine comune a quasi tutti i filosofi moderni, che trae le sue origini dal dualismo cartesiano e consiste nell'opporre artificialmente il conoscere all'essere; ed è la negazione di ogni vera metafisica. La filosofia è in tal modo portata a sostituire la “teoria della conoscenza” alla conoscenza vera e propria, ciò che non è se non una esplicita confessione d'impotenza; a tal proposito, niente di più tipico di questa dichiarazione di Kant: “La maggiore utilità, se non forse l'unica, di ogni filosofia della ragion pura, è dopo tutto esclusivamente negativa, e proviene dal suo essere non tanto uno strumento per allargare la conoscenza, quanto piuttosto una disciplina per circoscriverla”. Forse che simili parole non si riducono semplicemente a dire che l'unica pretesa dei filosofi è d'imporre a tutti la ristrettezza delle loro proprie facoltà conoscitive? D'altronde è questo l'inevitabile risultato dello spirito sistematico, anti-metafisico per eccellenza; non ci stancheremo mai di ripeterlo.

    La metafisica afferma l'identità fondamentale del conoscere e dell'essere, la quale può venir messa in dubbio solamente da coloro che ne ignorano i principi più elementari; e poiché tale identità è essenzialmente inerente alla natura dell'intuizione intellettuale, essa non soltanto l'afferma ma la realizza. Ciò per lo meno è vero della metafisica integrale; resta da aggiungere che tutto ciò che di metafisico si è avuto in Occidente, sotto questo riguardo sembra esser restato sempre incompleto. Eppure Aristotele formula nettamente il principio dell'identificazione per mezzo della conoscenza dichiarando espressamente che “l'anima è tutto ciò che essa conosce”; sennonché sembra che né lui né i suoi continuatori abbiano mai attribuito a tale affermazione il suo reale valore, traendone tutte le conseguenze che essa comporta, sì che essa rimase per loro qualcosa di puramente teorico. Meglio di nulla certo, tuttavia del tutto insufficiente; cosicché la metafisica occidentale si presenta incompleta sotto un duplice aspetto: in primo luogo teoricamente, in quanto non si spinge oltre l'essere, come abbiamo spiegato in precedenza, e poi in quanto considera le cose (nella misura in cui tuttavia le considera), in modo esclusivamente teorico; la teoria è da essa presentata come in qualche modo sufficiente a se stessa e come costituente il suo fine, mentre invece non dovrebbe normalmente essere che una preparazione, indispensabile finché si vuole ma ancora soltanto preparazione, in vista di una corrispondente realizzazione.

    Occorre fare qui un'osservazione sul modo in cui ci serviamo del termine “teoria”: etimologicamente il suo significato primitivo è quello di “contemplazione”, e se così fosse inteso si potrebbe dire che la metafisica nel sua insieme, con la realizzazione che implica, è la “teoria” per eccellenza; ma l'uso ha attribuito a quest'ultima parola un'accezione alquanto diversa, restringendone soprattutto molto il senso. Per cominciare, l'abitudine è ormai acquisita di opporre “teoria” a “pratica”, e, almeno nel suo significato primitivo, tale opposizione, come quella di contemplazione e di azione, sarebbe tuttavia giustificata, la metafisica essendo essenzialmente di là dal campo dell'azione, per definizione dominio delle contingenze individuali; se non che la mentalità degli Occidentali, volta quasi esclusivamente all'azione e incapace di concepire realizzazione all'infuori di essa, si è ormai ridotta ad opporre abitualmente teoria a realizzazione. Di fatto, è perciò quest'ultima l'opposizione che noi accettiamo, per non allontanarci dall'uso ormai affermato, e per evitare le confusioni che possono derivare dalla difficoltà che si prova a disgiungere le parole dal senso che, a torto o a ragione, si è abituati ad attribuirgli; con tutto ciò, non ci spingeremo fino a definire “pratica” la realizzazione metafisica, perché in definitiva tale parola è, nel linguaggio corrente, rimasta inseparata dall'idea d'azione che esprimeva in origine e che qui non si applica assolutamente,

    In tutte le dottrine metafisicamente complete - come le dottrine orientali - la teoria si accompagna sempre, o è seguita, da una realizzazione effettiva, della quale essa è soltanto la base necessaria. Nessuna realizzazione può essere tentata senza una sufficiente preparazione teorica; ma la teoria nel suo insieme è ordinata alla realizzazione come un mezzo al fine, e questa prospettiva è presupposta, esplicitamente o implicitamente, nella stessa espressione esteriore delle dottrine. D'altra parte la realizzazione effettiva può servirsi, oltre che della preparazione teorica, e dopo di essa, di altri mezzi, di carattere molto diverso, ma anch'essi destinati soltanto a fornirle un supporto o un punto di partenza e perciò non aventi che una funzione di “ausilio”, ogni questione d'importanza di fatto a parte: è questa, in modo particolare, la ragion d'essere dei riti di carattere e di efficacia propriamente metafisici di cui abbiamo segnalato l'esistenza. Tuttavia, a differenza della preparazione teorica, tali riti non vengono mai considerati come mezzi indispensabili; essi sono accessori e non essenziali, e la tradizione indù nella quale essi tengono tuttavia un posto importante, è affatto esplicita a questo proposito; ciò non toglie che per la loro efficacia propria essi possano facilitare in grande misura la realizzazione metafisica, vale a dire la trasformazione di quella conoscenza virtuale che è la semplice teoria in conoscenza effettiva.

    Queste considerazioni possono probabilmente sembrare molto strane a degli Occidentali, i quali non hanno mai, nemmeno da lontano, preso in considerazione cose del genere, o la loro semplice possibilità; eppure in Occidente si potrebbe trovare un'analogia parziale, anche se lontanissima, con la realizzazione metafisica, in ciò che noi chiamiamo la realizzazione mistica. Intendiamo dire che negli stati mistici, nel senso teologico della parola, c'è alcunché di effettivo che fa di essi qualcosa di più d'una conoscenza puramente teorica, anche se una realizzazione di questa specie è per definizione, e sempre, soltanto parziale. Non uscendo dal modo propriamente religioso non si esce dalla sfera individuale; gli stati mistici non hanno nulla di sopra-individuale; essi implicano un'estensione più o meno indefinita delle sole possibilità individuali, le quali sono però incomparabilmente più estese di quanto non si creda generalmente e soprattutto di quanto gli psicologi non siano in grado di concepire, anche aggiuntovi tutto quel che si sforzano di far rientrare nel loro “subcosciente”. Tale realizzazione non può avere una portata universale o metafisica e resta sempre soggetta all'influenza di elementi individuali, principalmente di carattere sentimentale; d'accordo che questo è il carattere peculiare della prospettiva religiosa, ma esso è qui, come già ebbimo a notare, ancor più accentuato che in tutte le altre sue manifestazioni, ciò che conferisce agli stati mistici quell'aspetto di “passività” che gli si riconosce abbastanza generalmente, aggiuntovi che la confusione dei due ordini intellettuale e sentimentale può esservi fonte frequente d'illusioni. Infine è necessario accennare al fatto che una realizzazione di questo tipo, frammentaria sempre e raramente ordinata, non presuppone preparazione teorica: è vero che i riti religiosi vi hanno quella funzione di “ausilio” che è propria dei riti metafisici, ma essa è in se stessa indipendente dalla teoria religiosa, rappresentata dalla teologia; ciò non impedisce che i mistici in possesso di qualche dato teologico si risparmino così molti errori, che commettono invece quelli che ne sono sprovvisti, e siano in maggior possibilità di controllare in una certa misura la propria immaginazione e la propria sentimentalità. Così com'è, la realizzazione mistica, o realizzazione in modo religioso, con le sue limitazioni fondamentali, è la sola che sia conosciuta nel mondo occidentale; e possiamo ben dire che ciò è meglio di niente, anche se non c'è comune misura tra essa e la vera realizzazione metafisica.

    Abbiamo ritenuto importante chiarire il concetto di realizzazione metafisica e le conseguenze che esso comporta, perché esso è essenziale al pensiero orientale, e comune alle tre grandi civiltà di cui abbiamo parlato. Non vogliamo però insisterci troppo in questa trattazione, la quale deve necessariamente rimanere piuttosto elementare; lo riesamineremo dunque, per quanto concerne specialmente l'India, soltanto quando sarà strettamente indispensabile, perché tale punto di vista è probabilmente il più difficile da capire per la maggioranza degli Occidentali. Inoltre, se la teoria si può sempre esporre senza riserve, o almeno con la sola riserva di quanto è veramente inesprimibile, non così avviene per quel che riguarda la realizzazione.





    «La realizzazione metafisica», da Introduzione generale allo studio delle dottrine hindu (René Guénon)

  2. #62
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Rene' Guenon

    Prefazione e Conclusione dell'opera Il teosofismo
    (René Guénon)




    Premessa
    Teosofia e teosofismo

    Dobbiamo innanzi tutto giustificare il termine inusuale che costituisce il titolo del presente studio: perché "teosofismo" e non "teosofia"? Dato che, per quanto ci riguarda, questi due termini designano due cose parecchio differenti, occorre dissipare, persino a costo di un neologismo o di ciò che può sembrare tale, la confusione a cui induce naturalmente la similitudine dei due termini.

    Ciò, dal nostro punto di vista, è tanto più importante in quanto certe persone hanno, al contrario, tutto l'interesse a mantenere tale confusione, per far credere ad un loro collegamento con una tradizione, alla quale in realtà essi non possono legittimamente ricollegarsi; cosa del resto valida per tanti altri.

    In effetti, molto tempo prima della creazione della Società cosiddetta Teosofica, il termine teosofia era una, denominazione comune a dottrine alquanto diverse, ma facenti tutte parte di una stessa tipologia o almeno derivanti dallo stesso complesso di indirizzi; è opportuno dunque soffermarsi sul significato che tale termine ha storicamente.

    Senza cercare di approfondire, qui, la natura di tali dottrine, possiamo dire che esse hanno come elementi comuni e fondamentali delle concezioni più o meno strettamente esoteriche, di ispirazione religiosa o almeno mistica, benché, senza dubbio, di un misticismo un po' speciale, e si richiamano ad una tradizione propriamente occidentale la cui base è sempre, sotto una forma o l'altra, il Cristianesimo.

    Tali sono, per esempio, le dottrine di Jacob Böhme, di Gichtel, di William. Law, di Jane Lead, di Swedenborg, di Louis-Claude de Saint-Martin, di Eckartshausen; senza con questo pretendere di offrire un elenco completo, ma limitandoci a citare qualche personaggio fra i più conosciuti.

    Ora, l'organizzazione che si chiama attualmente "Società Teosofica", di cui qui intendiamo occuparci esclusivamente, non dipende da nessuna scuola che si ricolleghi, neanche indirettamente, ad alcuna di tali dottrine; la sua fondatrice, M.me Blavatsky, ha solo potuto avere una conoscenza più o meno completa degli scritti di alcuni teosofi, in particolare di Jacob Böhme, e da qui attingere alcune delle idee che inserirà nelle sue opere, insieme a moltissimi altri elementi della più diversa provenienza; ma questo è tutto quello che è possibile ammettere nei riguardi di un presunto collegamento.

    In generale, le teorie più o meno coerenti che sono state enunciate e sostenute dai capi della Società Teosofica non hanno alcuno dei caratteri che noi abbiamo indicati, a parte il preteso esoterismo: esse si presentano, d'altronde falsamente, come aventi un'origine orientale e se si è pensato bene, dopo un certo tempo, di ricollegarle ad uno pseudo-cristianesimo di una natura alquanto particolare, non è men vero che la loro primitiva tendenza era, al contrario, palesemente anticristiana.

    "Nostro scopo - diceva allora M.me Blavatsky - non è di restaurare l'Induismo, ma di cancellare il Cristianesimo dalla faccia della terra" 1.

    Le cose sono così cambiate, da allora, come le apparenze potrebbero far credere? Il tutto induce, come minimo, a diffidare, dato che la grande propagandista del nuovo "Cristianesimo Esoterico" è M.me Besant, la stessa che scrisse a suo tempo che occorreva "innanzi tutto combattere Roma ed i suoi preti, lottare ovunque contro il Cristianesimo e scacciare Dio dai Cieli" 2.

    Senza dubbio, è possibile che la dottrina della Società Teosofica e le opinioni della sua attuale presidentessa si siano "evolute", ma è possibile anche che il suo neo-cristianesimo non sia altro che una copertura, poiché quando si tratta di simili ambienti bisogna aspettarsi di tutto.

    Riteniamo che il presente studio dimostrerà a sufficienza quanto si avrebbe torto a rimettersi alla buona fede di persone che dirigono o ispirano movimenti come quello di cui si tratta.

    Comunque, a parte tale, considerazione, possiamo fin d'ora dichiarare nettamente che fra la dottrina della Società Teosofica, o almeno fra quello che viene offerto come tale, e la Teosofia, nel vero significato del termine, non vi è assolutamente alcuna filiazione, neppure solamente ideale. Si devono dunque rigettare come chimeriche le affermazioni che tendono a presentare questa Società come la continuatrice di altre associazioni tipo la "Società di Filadelfia", che è esistita a Londra verso la fine del XVII secolo 3 e alla quale si ritiene appartenesse Isaac Newton; o la "Confraternita degli Amici di Dio" che si dice sia stata istituita in Germania, nel XIV secolo, dal mistico Jean Tauler, nel quale alcuni hanno voluto vedere, non sappiamo bene perché, un precursore di Lutero 4. Tali affermazioni sono forse ancora meno fondate, e non è dir poco, di quelle con le quali i teosofisti si sforzano di rifarsi ai neoplatonici 5, con il pretesto che M.me Blavatsky ha effettivamente adottato alcune frammentarie teorie di tali filosofi, senza per altro averle assimilate veramente.

    Le dottrine, in realtà tutte moderne, che propugna la Società Teosofica sono talmente differenti, sotto quasi tutti gli aspetti, da quelle a cui si dà legittimamente il nome di Teosofia, che si potrebbero confondere le une con le altre solo per malafede o per ignoranza: malafede da parte dei capi della Società, ignoranza della maggior parte dei seguaci ed anche, bisogna dirlo, di taluni dei loro avversari che, poco sufficientemente informati, commettono il grave errore di prendere sul serio le loro asserzioni e di credere, per esempio, che essi rappresentino l'autentica. tradizione orientale, allorché invece non ne rappresentano alcuna.

    La Società Teosofica, come si vedrà, deve la sua denominazione a delle circostanze del tutto fortuite, senza le quali essa ne avrebbe avuto un'altra del tutto diversa, di modo che i suoi membri non sono affatto dei Teosofi, ma sono, al massimo, dei teosofisti.

    Del resto, la distinzione fra questi due termini, "Teosofi" e "Teosofisti", è adottata correntemente in inglese, ove è il termine "Teosofism" ad essere usato per indicare la dottrina di questa Società; noi riteniamo che l'uso di tale termine sia così importante da doverlo mantenere anche in francese (e in italiano - n.d.t. -), malgrado ciò che può esservi di strano; è questo il motivo per cui abbiamo ritenuto di dover innanzi tutto chiarire le ragioni per le quali non si tratta solo di una semplice questione di termini.

    Abbiamo parlato come se vi fosse veramente una dottrina teosofista ma, a dire il vero, se si considera il termine dottrina nel suo significato più vero o se si vuole semplicemente indicare qualcosa di valido e di ben definito, bisogna convenire che essa non ne ha alcuno.

    Ciò che i teosofisti presentano come loro dottrina appare, ad un esame appena serio, come qualcosa piena di contraddizioni; per di più da un autore all'altro, e talvolta presso lo stesso autore, vi sono delle considerevoli variazioni, anche su dei punti che sono riconosciuti come i più importanti. Si possono soprattutto distinguere, sotto questo aspetto, due periodi principali, corrispondenti l'uno alla direzione di M.me Blavatsky e l'altro a quella di M.me Besant; è vero che i teosofisti moderni cercano frequentemente di dissimulare le contraddizioni, interpretando a loro modo il pensiero della loro fondatrice e pretendendo che questo sia stato mal compreso dall'inizio, ma il disaccordo non è per questo meno reale.

    Si capirà senza fatica che lo studio di tali teorie così inconsistenti non può, quasi mai, essere separato dalla storia della Società Teosofica ed è per questo che noi non abbiamo ritenuto di sviluppare questo studio in due parti distinte, l'una storica e l'altra dottrinale, come sarebbe stato naturale in tutt'altre circostanze.

    Note
    l. Dichiarazione fatta ad Alfred Alexander e pubblicata in The Medium and Daybreak, Londra, genn. 1893, p. 23.
    2. Discorso di chiusura al Congresso dei Liberi Pensatori tenutosi a Bruxelles nel sett. 1880.
    3. La Clef de la Tbéosophie, di H.P. Blavatsky, p. 25 della traduzione francese di H. de Neufville. Per le citazioni contenute in questo studio ci rifaremo sempre a questa traduzione.
    4. Modern World Movements, del dr. J.D. Buck, in Life and Action, Chicago, maggio-giugno 1913.
    5. La Clef de la Théosophie, pp. 4-13.



    Conclusione

    In questo studio abbiamo voluto fare soprattutto opera di informazione, raccogliendo a questo scopo una documentazione i cui elementi, fino ad oggi, potevano trovarsi solo sparsi un po' dappertutto; alcuni di questi erano anche difficilmente reperibili per coloro che non fossero stati favoriti, nelle loro ricerche, da circostanze un po' particolari.

    Per quanto riguarda le dottrine, se a causa della loro inconsistenza fin troppo evidente non abbiamo ritenuto utile soffermarci più a lungo di quanto abbiamo fatto e se ci siamo limitati a fornire soprattutto delle citazioni, è perché pensiamo, al pari di un altro dei loro avversari, che "il mezzo più sicuro per confutarle è quello di esporle brevemente, lasciando poi parlare i loro stessi maestri" 1; noi aggiungiamo che il mezzo migliore per combattere il teosofismo consiste, a nostro avviso, nell'esporre la sua storia così com'è.

    Possiamo dunque lasciare al lettore il compito di trarre da sé tutte le conclusioni che è fin troppo facile ricavare, dal momento che abbiamo sicuramente detto tanto da permettere a chiunque abbia avuto la pazienza di seguirci fin qui, di esprimere sul teosofismo un giudizio definitivo.

    A tutti coloro che sono liberi da preconcetti, il teosofismo apparirà probabilmente più come uno scherzo di cattivo gusto che come una cosa seria, ma sfortunatamente questo scherzo di cattivo gusto, lungi dall'essere inoffensivo, ha fatto molte vittime e continua a farne sempre di più (secondo M.me Besant, la Società Teosofica propriamente detta, senza contare le sue innumerevoli organizzazioni ausiliarie, contava, nel 1913, 25000 membri attivi) 2; ed è questa la ragione principale che ci ha convinti ad intraprendere il presente lavoro. D'altronde, occorre notare che la storia della Società Teosofica non è priva, in se stessa, di interesse, poiché è parecchio istruttiva sotto diversi aspetti; essa solleva anche delle questioni poco conosciute che noi abbiamo potuto indicare solo di sfuggita, in quanto che per trattarle in maniera appena approfondita, avremmo dovuto affrontare considerazioni che superano di molto l'intendimento e la portata dell'argomento che abbiamo inteso specificatamente presentare.

    La nostra trattazione non ha la pretesa di essere assolutamente completa sotto tutti i punti di vista ma, così com'è, è largamente sufficiente per informare pienamente le persone di buona fede e per permettere ai teosofisti di rendersi conto che noi siamo perfettamente informati sulla maggior parte dei particolari della loro storia; al tempo stesso possiamo loro assicurare che conosciamo come loro, ed anche meglio di molti fra loro, il contenuto delle loro teorie.

    Potrebbero dunque fare a meno di riprendere contro di noi il rimprovero di "ignoranza" che hanno l'abitudine di indirizzare ai loro avversari, poiché è all'"ignoranza" che generalmente attribuiscono gli attacchi di cui è oggetto la loro società; in verità, abbiamo talvolta constatato, con rammarico, come alcuni abbiano realmente offerto appiglio a questo rimprovero, sia dal punto di vista storico, sia per ciò che concerne le teorie. A questo proposito dobbiamo spendere qualche parola su di un recente opuscolo intitolato L'église et La Théosophie, che riproduce il testo di una conferenza fatta da un teosofista per rispondere a certi attacchi 3 e nel quale si fa menzione, incidentalmente e senza commenti, di uno studio avente lo stesso titolo del presente volume, ma molto meno sviluppato, che abbiamo fatto pubblicare nella Revue de Philosophie 4 e del quale, fra l'altro, a quel tempo era stata diffusa solo la prima parte.

    All'avversario preso particolarmente di mira, l'autore di questo opuscolo rimprovera amaramente, fra le altre cose, di aver esposto le dottrine della reincarnazione e del "karma" senza pronunciare la parola "evoluzione"; secondo noi, questo rimprovero è abbastanza giustificato, diversamente da quanto ci riguarda, poiché, lungi dal commettere una tale "dimenticanza", noi abbiamo invece presentato la concezione evoluzionista come costituente il centro stesso di tutta la dottrina teosofista. è a questa concezione che è necessario rifarsi innanzi tutto, poiché una volta dimostratane l'inconsistenza, tutto il resto crolla da sé; contro le teorie del "karma" e della reincarnazione, una tale confutazione ha un'efficacia maggiore di tante altre argomentazioni che consistono nello sviluppare delle considerazioni sentimentali, che valgono tanto quanto quelle che i teosofisti presentano a favore delle stesse teorie.

    Naturalmente non è questa la sede adatta per intraprendere una critica dettagliata dell'evoluzionismo; ma abbiamo voluto stabilire che tale critica, che può essere condotta con estrema facilità, è valida in particolare contro il teosofismo, poiché in fondo questi non è che una delle numerose forme rivestite dall'evoluzionismo, punto di partenza di quasi tutti gli errori specificatamente moderni ed il cui prestigio, nella nostra epoca, poggia su un mostruoso ammasso di pregiudizi.

    Un altro rimprovero che viene mosso nello stesso opuscolo è quello relativo ad "una confusione riguardo alla natura dei metodi di conoscenza ai quali è attribuita la documentazione teosofica". Senza andare a fondo nella questione e senza indagare se questa confusione sia così grave come si è detto, noi facciamo questa semplice osservazione: l'avversario in questione aveva avuto innanzi tutto il torto di attribuire ai teosofisti una "teoria della conoscenza", cosa che in realtà non corrisponde del tutto al loro punto di vista, di modo che la confusione da lui commessa era soprattutto, a nostro avviso, fra il punto di vista proprio al teosofismo. e quello della filosofia, e più esattamente della filosofia moderna; certo, i teosofisti hanno così tante sciocchezze al loro attivo che non è il caso di attribuire loro anche quelle degli altri!

    Vi è ancora un'osservazione che riteniamo necessaria: alcuni si meraviglieranno probabilmente per il fatto che, nel corso della nostra esposizione, non abbiamo usato il termine "panteismo", ed infatti ce ne siamo astenuti di proposito; sappiamo bene che i teosofisti, o almeno alcuni fra loro, si dichiarano molto volentieri "panteisti", ma questo termine si presta all'equivoco; esso è stato applicato indistintamente a tante di quelle dottrine differenti che, talvolta, si è finito col non sapere esattamente di che cosa si parla quando lo si impiega, ed occorrono molte precauzioni per restituirgli un significato preciso e scartare ogni confusione. Per di più, vi sono di quelli per i quali la sola parola "panteismo" basta a sostituire ogni seria confutazione: non appena, a torto o a ragione, hanno affibbiato tale denominazione ad una qualunque dottrina, ritengono di potersi dispensare da ogni altro esame; questi sono dei metodi di discussione che non potrebbero mai esser nostri.

    Sempre nella stessa risposta, vi è un terzo punto che, per quanto ci riguarda, registriamo con grande soddisfazione, poiché si tratta di una testimonianza che, in maniera del tutto inattesa, viene a rafforzare il nostro modo di vedere le cose: essa consiste in una protesta contro "un'abusiva identificazione della Teosofia con il Brahmanesimo e l'Induismo".

    I teosofisti, in effetti, non hanno sempre parlato così e non hanno certo il diritto di lamentarsi, poiché sono loro i primi responsabili di tale "identificazione abusiva", ben più abusiva di quanto la proclamino adesso; se sono arrivati a tanto è perché una tale identificazione invece di risultare loro vantaggiosa, come era accaduto all'inizio, è diventata molto imbarazzante per il loro "Cristianesimo esoterico", novella contraddizione che viene ad aggiungersi a tutte le altre.

    Senza pretendere di dare dei consigli a nessuno, pensiamo che gli avversari dei teosofisti dovrebbero prenderne buona nota per evitare di commettere certi errori in avvenire; al posto di usare le loro critiche al teosofismo come pretesto per insultare gli Indù, come abbiamo visto fare distorcendo in modo odioso le dottrine di questi ultimi, che in fondo non conoscono affatto, essi dovrebbero, al contrario, considerarli come loro alleati naturali in una simile lotta, poiché lo sono effettivamente e non potrebbero non esserlo: oltre alle ragioni particolari che inducono gli Indù a detestare profondamente il teosofismo, esso per loro non è più accettabile che per i Cristiani (dovremmo dire piuttosto per i Cattolici, poiché il Protestantesimo vi si accorda del tutto) e, in maniera generale, per tutti coloro che aderiscono ad una dottrina avente un carattere veramente tradizionale.

    Infine vi è un passo che teniamo a citare, tanto più che in parte ci riguarda; dopo aver affermato che la teosofia "non combatte alcuna religione" (noi abbiamo indicato cosa bisogna pensare in merito), il conferenziere continua in questi termini: "è molto bello - ci si dirà - ma è anche vero che voi attaccate praticamente la religione, per il solo fatto che professate delle idee contrarie alla verità che essa proclama. Ma questo rimprovero perché non lo rivolgete alla scienza ufficiale ed in particolare ai biologi che, alla Facoltà di Scienze, sostengono delle teorie in cui il materialismo trova un completo e definitivo argomento a favore della sua tesi?... Riconoscete dunque alla Scienza dei diritti che negate alla teosofia, in quanto che nell'animo vostro la Teosofia sarebbe innanzitutto una religione o piuttosto una pseudo-religione come scrive l'autore di cui ho segnalato lo studio in corso di pubblicazione nelle Revue de Philosophie? 5 è questa un'opinione sulla quale non possiamo convenire e benché ricerchiamo la verità con metodi diversi da quelli della Scienza moderna, noi abbiamo il diritto di rivendicare il suo stesso privilegio e cioè di dire ciò che noi riteniamo sia la verità" 6.

    Non sappiamo cosa gli altri potranno o vorranno rispondere a tale asserzione ma, per quanto ci riguarda, la nostra risposta sarà delle più semplici: noi non professiamo il minimo rispetto nei confronti della 'Scienza moderna" e "ufficiale", dei suoi metodi e delle sue teorie; lo abbiamo già dimostrato altrove e quello che diciamo sempre a proposito dell'evoluzionismo ne è una prova ulteriore. Non riconoscono dunque alla scienza, come alla filosofia, alcun diritto in più che al teosofismo e siamo pronti all'occorrenza a denunciare parimenti le false opinioni dei dotti "ufficiali", ai quali dobbiamo solo riconoscere, in genere, il merito di una certa franchezza che troppo spesso manca ai teosofisti.

    Per coloro che, fra questi ultimi, sono veramente sinceri noi non desideriamo altro che illuminarne il più gran numero possibile, poiché sappiamo che vi è molta gente la quale, entrata nella Società Teosofica per semplice curiosità o perché non aveva altro da fare, ignora tutto della sua storia e quasi tutto dei suoi insegnamenti, e costoro forse non hanno subito tutti la deformazione mentale che alla lunga risulta inevitabile, frequentando un simile ambiente.

    Ci resta da aggiungere solo questo: se non siamo di quelli che amano parlare "in nome della Scienza" e che mettono la "ragione" al di sopra di tutto, ancor meglio non pretendiamo di parlare "a nome della Chiesa", tanto più che non avremmo alcuna qualificazione per farlo; se alcuni teosofisti hanno supposto una cosa del genere (e la conferenza su La Chiesa e la Teosofia sembra indicarlo) è bene che si ricredano. Del resto, noi riteniamo che anche i loro contraddittori ecclesiastici non lo abbiano mai fatto e che abbiano potuto parlare o scrivere solo a titolo personale; la Chiesa, per quanto ne sappiamo, è intervenuta solo una volta per condannare il teosofismo e dichiarare formalmente che "queste dottrine sono inconciliabili con la fede cattolica" 7.

    In ogni caso, da parte nostra, il comportamento assunto in merito, a ciò che sappiamo essere un errore, ed un errore pericoloso per la mentalità contemporanea, è stato da noi adottato in maniera del tutto indipendente; non ci associamo ad alcuna campagna organizzata, né vogliamo sapere neppure se ne esistono e non permettiamo a nessuno di dubitarne neanche un po'. Se i teosofisti vogliono conoscere i motivi di tale nostro comportamento, possiamo loro assicurare che non ve n'è altri che questo: traducendo ed applicando, meglio di quanto fanno loro, il motto indù di cui si sono audacemente appropriati, noi riteniamo che "non vi è diritto superiore di quello alla verità" 8.

    Note

    1. La Nouvelle Théosophie, di P. de Grandinaison, p. 54.

    2. Le Procès de Madras, p. 41.
    In quegli anni esistevano delle "Società Teosofiche Nazionali" nei seguenti paesi: Inghilterra, Scozia, Francia, Belgio, Olanda, Scandinavia, Danimarca, Austria, Boemia, Ungheria, Svizzera, Italia, Russia, Finlandia, Stati Uniti, America Centrale, India, Australia, Nuova Zelanda, Africa del Sud.
    La Spagna e l'America del Sud contavano dei gruppi meno importanti o meno organizzati, diretti da "agenti presidenziali".
    D'altronde, sembra che il numero dei teosofisti sia cresciuto considerevolmente da dopo la guerra; oggi si pensa che sia arrivato perfino a 50000; al recente congresso di Parigi erano rappresentate trentatré nazioni.
    (n.a.) Attualmente la Società Teosofica conta 33 sezioni dette "Società Teosofiche Nazionali"; ed eccone l'elenco così come figura sul Bulletin Théosophique: Stati Uniti, Gran Bretagna, India, Australia, Svezia, Nuova Zelanda, Olanda, Francia, Italia, Germania, Cuba, Ungheria, Finlandia, Russia, Cecoslovacchia, Sudafrica, Scozia, Svizzera, Belgio, Indie Olandesi, Birmania, Austria, Norvegia, Egitto, Danimarca, Irlanda, Messico, Canada, Cile, Argentina, Brasile, Bulgaria, Islanda, Spagna, Portogallo, Galles.

    3. Conferenza del 6 marzo 1921, tenuta nella sede della Società Teosofica da Georges Chevrier.
    L'autore è attualmente a capo della "sezione esoterica" parigina, cosa che fa assumere una certa importanza alle sue affermazioni.
    (n.a.) Abbiamo già visto che Georges Chevrier ha abbandonato, nell'ottobre del 1922, la direzione della "sezione esoterica" parigina; in tale funzione è stato rimpiazzato dalla sig.na Aimée Blech, sorella del segretario generale della "Società Teosofica Francese".

    4. Genn.-febb., marzo-aprile, maggio-giugno e luglio-agosto 1921.

    5. (n.a.) - La Revue de Philosophie non deve essere confusa con la Revue Philosophique, organo universitario; richiamiamo l'attenzione su tale differenza perché un teosofista è incorso di recente nella detta confusione ed a causa di ciò ha creduto di dover riscontrare una sorta di incompatibilità fra la pubblicazione del nostro studio su una tale rivista e la nostra poca considerazione per la "scienza ufficiale"; se fosse stato meglio informato, avrebbe potuto rendersi conto che non esisteva nulla di contraddittorio: la Revue de Philosophie non ha alcun rapporto con gli ambienti ove la cosiddetta "scienza ufficiale" è in onore.

    6. L'église et la Théosophie, p. 8.

    7. Decisione della Congregazione del Sant'Uffizio, 19 luglio 1919: Acta Apostolicae Sedis, 1 agosto 1919, p. 317.
    Questa decisione è stata commentata da Padre Giovanni Busnelli in un articolo intitolato Teosofia e Teologia, pubblicato nella rivista Gregorianum, genn. 1920, e di cui una traduzione francese è apparsa nella Documentation Catholique, 10-17 sett. 1921.

    8. (n.a.) Dal momento che le insinuazioni nei nostri riguardi, da noi rilevate nella conferenza di Georges Chevrier su La Chiesa e la Teosofia, da allora si sono ripetute a più riprese, e dato che sono state riprese ancora ultimamente in forma esplicita, teniamo ad affermare ancora una volta la nostra completa indipendenza e riteniamo sia il caso di indicare in maniera più esauriente le nostre reali intenzioni nello scrivere la presente opera.
    La prima ragione, il cui valore può essere compreso con più immediatezza da tutti, è quella che abbiamo enunciato chiaramente: scorgendo nel teosofismo uno degli errori più pericolosi per la mentalità contemporanea, abbiamo ritenuto utile denunciarlo, proprio nel momento in cui, in seguito allo squilibrio provocato dalla guerra, esso acquistava una estensione che non aveva mai avuto fino ad allora; d'altronde, un po' più tardi abbiamo fatto la stessa cosa con lo spiritismo.
    Tuttavia vi è anche una seconda ragione che per noi aveva un'importanza particolare e che rendeva questo lavoro ancora più urgente, e cioè: dal momento che ci proponevamo di esporre in altri studi le autentiche dottrine indù, giudicavamo necessario dimostrare innanzi tutto che queste dottrine non hanno niente in comune con il teosofismo, le cui pretese, a tale riguardo, come abbiamo fatto rilevare, sono troppo spesso accettate dai suoi stessi avversari; per fare luce sulle confusioni che, come sapevamo, esistevano nel mondo occidentale era necessario respingere il più nettamente possibile ogni solidarietà con questa fraudolenta contraffazione che è il teosofismo.
    Aggiungiamo anche che l'idea di questo libro ci era già stata suggerita da tempo da degli Indù, i quali ci hanno anche fornito una parte della documentazione; così, a dispetto di tutto quello che potrebbero pretendere i teosofisti, i quali hanno naturalmente il più grande interesse a causare confusione in merito al vero punto di partenza di un'offensiva come questa, né la, Chiesa né i "Gesuiti" c'entrano proprio per niente e tantomeno una qualunque altra organizzazione occidentale.



    Da: Loggia René Guénon

  3. #63
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Rene' Guenon

    Prefazione e Conclusione di Errore dello spiritismo
    (René Guénon)




    Prefazione
    Affrontando la questione dello spiritismo ci preme dire subito, nel modo più chiaro possibile, con quale spirito intendiamo trattarla. Molte opere sono già state dedicate a questo argomento, e negli ultimi tempi sono diventate più numerose che mai; tuttavia noi non pensiamo che sia già stato detto tutto quanto c'era da dire, né che il presente lavoro rischi di essere il doppione di qualche altro. Non ci proponiamo, d'altra parte, di fare un'esposizione completa dell'argomento in tutti i suoi aspetti: ciò ci obbligherebbe a ripetere troppe cose che si possono facilmente trovare in altre opere, e sarebbe di conseguenza un lavoro tanto enorme quanto poco utile. Riteniamo preferibile limitarci ai punti che sono stati trattati finora nel modo più insufficiente: per questo motivo ci dedicheremo innanzi tutto a dissipare le confusioni e gli equivoci che in quest'ordine di idee abbiamo avuto frequentemente occasione di constatare e mostreremo poi, soprattutto, gli errori che sono alla base della dottrina spiritistica, se pure sia ammissibile chiamarla dottrina.

    Pensiamo che sarebbe difficile, e comunque poco interessante, considerare la questione nel suo insieme dal punto dì vista storico; in effetti, si può tracciare la storia di una setta ben definita, che formi un tutto chiaramente organizzato, o possieda almeno una certa coesione; ma non così si presenta lo spiritismo. é necessario far notare che gli spiritisti sono stati, fin dall'origine, divisi in parecchie scuole - le quali si sono ancora moltiplicate in seguito - e hanno sempre costituito innumerevoli gruppi indipendenti, talvolta rivali fra loro. Se anche fosse possibile redigere un elenco completo di tutte queste scuole e di tutti questi gruppi, la fastidiosa monotonia di una simile enumerazione non sarebbe certo compensata dal risultato che se ne potrebbe ottenere. Resta poi ancora da aggiungere che, per potersi dire spiritisti, non è affatto indispensabile appartenere a una qualsivoglia associazione: è sufficiente ammettere certe teorie, che comunemente sono accompagnate da pratiche corrispondenti; molte persone possono fare dello spiritismo isolatamente, o in piccoli gruppi, senza ricollegarsi a nessuna organizzazione, e questa è una situazione che lo storico non può verificare. In ciò lo spiritismo si presenta in modo del tutto diverso dal teosofismo e dalla maggior parte delle scuole occultistiche; questa caratteristica è lungi dall'essere la più importante fra tutte quelle che lo contraddistinguono, ma è la conseguenza di certe altre differenze meno esteriori, che avremo occasione di spiegare. Noi confidiamo che quanto detto sia sufficiente a far comprendere il motivo per cui non introdurremo in questo studio considerazioni storiche se non nella misura in cui esse ci sembreranno capaci di chiarire la nostra esposizione, e senza farne oggetto di una parte speciale.

    Un altro punto che non intendiamo trattare in modo completo è l'esame dei fenomeni che gli spiritisti invocano in appoggio alle loro teorie e che altri, pur ammettendone ugualmente la realtà, interpretano però in maniera totalmente diversa. Parleremo di ciò in modo sufficiente a indicare quel che ne pensiamo, ma la descrizione più o meno particolareggiata di tali fenomeni è stata così spesso fornita dagli sperimentatori stessi, che sarebbe del tutto superfluo ritornarci sopra; del resto, non è questo che ci interessa particolarmente, e preferiamo, al riguardo, segnalare la possibilità di certe spiegazioni che gli sperimentatori di cui dicevamo, spiritisti o no, certamente neanche sospettano. Senza dubbio è opportuno notare che, nello spiritismo, le teorie non sono mai separate dalla sperimentazione, né noi intendiamo considerarle completamente separate nella nostra esposizione; noi però sosteniamo che i fenomeni forniscono soltanto una base affatto illusoria alle teorie spiritistiche, e che, in assenza di queste ultime, non ci si troverebbe più di fronte allo spiritismo. D'altra parte, ciò non ci impedisce di ammettere che, se lo spiritismo fosse soltanto teorico, sarebbe molto meno pericoloso di quanto è e non eserciterebbe la stessa attrazione su tanta gente; su tale pericolo tanto più insisteremo in quanto esso costituisce il più urgente dei motivi che ci hanno spinto a scrivere il presente libro.

    Abbiamo già detto altrove come sia nefasta, a nostro giudizio, la diffusione di quelle teorie che sono comparse meno di un secolo fa, e che si possono definire in modo generale con il nome di "neospiritualismo". Certamente vi sono, nella nostra epoca, molte altre "controverità" che è bene ugualmente combattere; le prime, però, hanno un carattere del tutto speciale, che le rende forse più nocive - e in ogni caso in modo diverso - rispetto a quelle che si presentano sotto una forma semplicemente filosofica e scientifica. Tutte queste cose, in effetti, appartengono più o meno al campo della "pseudoreligione"; l'espressione, che è stata da noi attribuita al teosofismo, potrebbe essere ugualmente riferita allo spiritismo. Sebbene quest'ultimo avanzi spesso pretese scientifiche a causa dell'aspetto sperimentale nel quale crede di trovare non solamente il fondamento, ma la fonte stessa della sua dottrina, esso non è in definitiva che una deviazione dello spirito religioso, conformemente alla mentalità "scientistica" posseduta da molti nostri contemporanei. Inoltre, fra tutte le dottrine "neospiritualistiche", lo spiritismo è certamente la più diffusa e la più popolare, e ciò si comprende facilmente, poiché è la forma più "semplicistica", diremmo volentieri la più grossolana, di tali dottrine: esso è alla portata di tutte le intelligenze, anche le più mediocri, e i fenomeni su cui si appoggia, o almeno i più comuni di essi, possono per giunta essere facilmente ottenuti da tutti. é quindi lo spiritismo a fare il più gran numero di vittime, e le devastazioni da esso causate si sono ulteriormente accresciute in questi ultimi anni in proporzioni inattese, a causa dello scompiglio che i recenti avvenimenti hanno provocato nelle coscienze. Quando parliamo di devastazioni e di vittime, non si tratta affatto di semplici metafore; le cose di questo genere, e lo spiritismo più di tutte le altre, hanno come risultato di squilibrare e rovinare in modo irrimediabile una quantità di sventurati che, se non le avessero incontrate sulla loro strada, avrebbero potuto continuare a condurre una vita normale. Si tratta di un pericolo che non dovrebbe essere ritenuto trascurabile e che, soprattutto nelle attuali circostanze, è particolarmente necessario e opportuno denunciare con insistenza. Queste considerazioni rafforzano in noi la preoccupazione, di ordine più generale, di difendere i diritti della verità contro tutte le forme di errore.

    Dobbiamo aggiungere che non è nostra intenzione limitarci a una critica puramente negativa; occorre che la critica, giustificata dalle ragioni che abbiamo detto precedentemente, sia per noi, nello stesso tempo, un'occasione per esporre certe verità. E nonostante il fatto che su parecchi punti saremo costretti a limitarci a indicazioni piuttosto sommarie per restare nei confini che intendiamo imporci, riteniamo ugualmente di poter fare intravedere molte questioni non conosciute, capaci di aprire nuove vie di ricerca a coloro che saranno in grado di valutarne la portata. D'altra parte ci preme avvertire che il nostro punto di vista è molto differente, sotto molteplici aspetti, da quello della maggior parte degli autori che hanno trattato dello spiritismo, tanto per combatterlo quanto per difenderlo; noi ci riferiamo sempre, innanzi tutto, al dati della metafisica pura, quali le dottrine orientali ci hanno fatto conoscere; riteniamo infatti che certi errori soltanto così si possano confutare pienamente, e non ponendosi sul loro stesso terreno. Sappiamo sin troppo bene, poi, che dal punto di vista filosofico, così come dal punto di vista scientifico, si può discutere indefinitamente senza con ciò avanzare di un passo, e che prestarsi a simili controversie equivale spesso a fare il gioco dell'avversario, per quanto poca sia la sua abilità nel far deviare la discussione. Siamo pertanto convinti più di chiunque altro della necessità di una direzione dottrinale dalla quale non si deve mai deviare, e che, sola, permette di accostarsi impunemente a certe cose. D'altra parte, poiché non vogliamo chiudere la porta ad alcuna possibilità e schierarci se non contro ciò che sappiamo essere falso, tale direzione può essere per noi soltanto di ordine metafisico, nel senso in cui, come abbiamo altrove spiegato, il termine va compreso. Naturalmente, uno studio come questo non deve essere considerato propriamente metafisico in tutte le sue parti; ma non temiamo di affermare che vi è, nella sua ispirazione, più vera metafisica di quanta ve ne sia in tutto ciò a cui i filosofi attribuiscono indebitamente tale nome. Quest'ultima affermazione non deve spaventare nessuno: la vera metafisica, a cui facevamo riferimento, non ha nulla in comune con le astruse sottigliezze della filosofia né con tutte le confusioni che questa provoca e alimenta a profusione; inoltre il presente studio, nel suo insieme, non avrà nulla del rigore di una esposizione esclusivamente dottrinale. Ciò che intendiamo dire è che noi siamo costantemente guidati da principi i quali, per chiunque li abbia compresi, sono di una certezza assoluta e senza i quali si rischia seriamente di perdersi nei tenebrosi labirinti del "mondo inferiore", cosa di cui troppi esploratori temerari, nonostante i loro titoli scientifici e filosofici, ci hanno fornito il triste esempio.

    Tutto ciò non significa affatto che noi disprezziamo gli sforzi di coloro che si sono situati in punti di vista differenti dal nostro; al contrario, noi riteniamo che tutti i punti di vista, purché siano legittimi e validi, non possano che armonizzarsi e completarsi. Ci sono però distinzioni da fare e una gerarchia da osservare: un punto di vista particolare vale soltanto entro un certo ambito, e bisogna fare molta attenzione ai limiti oltre i quali cessa di essere applicabile; è quanto dimenticano troppo spesso gli specialisti delle scienze sperimentali. D'altro canto, coloro che si pongono dal punto di vista religioso hanno sì l'inestimabile vantaggio di una direzione dottrinale simile a quella di cui abbiamo parlato, ma tale direzione, a causa della forma da essa rivestita, non è universalmente accettabile, anche se basta a impedire che essi si perdano pur non fornendo soluzioni adeguate a tutte le questioni. Comunque sia, di fronte alle attuali circostanze, siamo convinti che non si farà mai troppo per opporsi a certe perniciose attività, e che ogni sforzo compiuto in tal senso, a patto che sia ben diretto, avrà la sua utilità, potendo forse essere più idoneo di altri ad avere effetti su questo o quel punto determinato; e, per parlare un linguaggio che alcuni comprenderanno, aggiungeremo che non si diffonderà mai troppa luce per dissipare tutte le emanazioni provenienti dal "Satellite oscuro".




    Conclusione

    Qualcuno sarà forse tentato di rimproverarci di aver discusso con troppa serietà teorie che sono in definitiva poco serie; a dire il vero, fino a qualche anno fa eravamo noi stessi di questo avviso, e a quel tempo avremmo certamente esitato a intraprendere un lavoro di questo genere. Ma la situazione è cambiata, si è aggravata in modo considerevole; è questa una constatazione che non può essere dissimulata, e ha fatto riflettere anche noi: se lo spiritismo diventa ogni giorno più invadente, se minaccia di concludersi in un vero e proprio avvelenamento della mentalità pubblica, occorrerà pure decidersi a prenderlo in considerazione e combatterlo con mezzi tali che tengano conto del suo non essere soltanto un'aberrazione di pochi individui isolati e senza influsso. Certo, lo spiritismo è stupidità; ma è terribile che questa stupidità sia riuscita a esercitare un'azione così straordinariamente estesa. Ciò prova che esso corrisponde a tendenze abbastanza generalizzate, e questa è la constatazione che poco fa ci faceva dire che le questioni di opportunità non sono da trascurare: poiché non è possibile combattere tutti gli errori senza eccezione, dato che sono innumerevoli, tanto vale non tener conto di quelli relativamente inoffensivi e senza possibilità di successo; sennonché lo spiritismo, disgraziatamente, non fa parte di questi ultimi. Sarebbe certamente molto facile deridere "quelli che fanno ballare le tavole" e i "presentatori di spiriti", o far divertire la gente assennata a loro spese spiattellando tutte le loro stravaganze (e qualcuna l'abbiamo segnalata quando se n'è presentata l'occasione), o denunciare le soperchierie dei falsi medium, o descrivere i personaggi grotteschi che si incontrano negli ambienti degli spiritisti. Ma tutto questo non sarebbe sufficiente: il ridicolo è un'arma inadeguata. Del resto, si tratta di qualcosa di troppo nocivo per essere realmente comico, anche se comico certamente è sotto più di un aspetto. Si osserverà senza dubbio che gli argomenti da noi esposti sono troppo difficili da afferrare, che hanno il difetto di non essere alla portata di tutti; in una certa misura ciò è forse vero, anche se ci siamo sforzati di conservare sempre la più grande chiarezza. è inoppugnabile però che noi non siamo fra coloro che ritengono sia bene nascondere certe difficoltà, o semplificare le cose a spese della verità. D'altronde pensiamo che non sia il caso di esagerare, e che sarebbe un peccato lasciarsi respingere dall'apparenza un po' arida di certe dimostrazioni; tutti sono in grado di capire quel tanto che basta per convincersi della falsità dello spiritismo. In fondo si tratta di cose più semplici di quanto non appaiano, al primo approccio, a chi non ha l'abitudine a certi ragionamenti. Inoltre non si può pretendere (e ciò vale per qualsiasi questione) che ogni cosa sia allo stesso modo comprensibile da parte di tutti, date le inevitabili differenze intellettuali esistenti fra gli uomini; chi capisce solo parzialmente sarà obbligato perciò a riferirsi, per quanto riguarda il resto, alla competenza di chi capisce di più. Non si tratta da parte nostra di un richiamo all'"autorità", trattandosi soltanto di supplire a un'insufficienza naturale; e ci auguriamo che ciascuno si sforzi per procedere con le proprie forze il più lontano possibile; si tratta della semplice constatazione di una diseguaglianza nei confronti della quale nessuno può far nulla, e che non si manifesta soltanto nel campo metafisico. In ogni caso, ci preme ripetere ancora una volta, per concludere, che soltanto ponendosi dal punto di vista della metafisica si può provare in modo assoluto la falsità dello spiritismo; non esiste altro modo per dimostrare che le sue teorie sono assurde, ossia che sono pure impossibilità. Tutto il resto sono soltanto approssimazioni, ragioni più o meno plausibili ma mai rigorose e pienamente sufficienti, le quali potranno sempre prestarsi a discussione; al contrario, nella sfera della metafisica la comprensione comporta di necessità, e in modo immediato, l'assenso e la certezza. Dicendo approssimazione non pensiamo però ai pretesi argomenti sentimentali, i quali non rappresentano nulla, e non riusciamo a capire come taluni avversari dello spiritismo si intestardiscano a sviluppare tali meschinità. In questo modo, costoro rischiano soprattutto di provare che mancano della vera intellettualità quasi quanto quelli che vogliono combattere. Intendiamo invece parlare degli argomenti scientifici e filosofici; ammesso che qualcuno di essi abbia un certo valore, si tratterà ancora sempre di un valore molto relativo. e nessuna di queste cose può avere la pretesa di costituire una confutazione definitiva; si è di fronte a qualcosa che occorre affrontare partendo da molto più in alto. Possiamo perciò sostenere senza tema di smentita di aver fatto non solo qualcosa di diverso ma anche molto più di quanto era stato intrapreso finora nella stessa direzione; e diciamo questo con animo tanto più leggero in quanto, tutto sommato, il merito non è personalmente nostro ma della dottrina a cui ci ispiriamo, dottrina nel confronti della quale le individualità non contano. Da attribuire esclusivamente a noi sono invece le imperfezioni dell'esposizione, giacché queste sono inevitabili, per quanto grande sia stata la cura che vi abbiamo portato. Oltre all'interesse che può presentare di per se stessa, la confutazione dello spiritismo ci ha permesso di esporre, come dicevamo al principio, certe importanti verità; queste verità, soprattutto quelle metafisiche, anche quando siano esposte con riferimento a un errore, hanno una portata essenzialmente positiva. Certo, avremmo di gran lunga preferito aver soltanto da esporre la verità pura e semplice senza doverci preoccupare dell'errore, o anche solo di tutte le complicazioni secondarie provocate dall'incomprensione, sennonché anche a questo proposito occorre tener presente la questione dell'opportunità. Del resto, ciò può presentare taluni vantaggi quanto ai risultati; il fatto che la verità sia presentata a proposito di questa o quella cosa contingente può richiamare su di essa l'attenzione di persone che, sebbene tutt'altro che incapaci di capirla, pensano - forse a torto - che, non avendo fatto studi speciali, essa non sia alla loro portata, e non avrebbero l'idea di andarla a cercare in trattati troppo didattici. Non si insisterà mai abbastanza su questo punto: che la vera metafisica non è da "specialisti", che la comprensione propriamente intellettuale non ha niente in comune con il sapere puramente "libresco", che essa differisce in modo totale dall'erudizione e altrettanto dalla scienza ordinaria. Quella che abbiamo chiamato in un altro studio "élite intellettuale"1 non si presenta ai nostri occhi composta di scienziati e di filosofi; anzi, noi pensiamo addirittura che pochissimi di costoro avrebbero le qualifiche richieste per farne parte. Occorre, a questo scopo, essere ben più liberi dai pregiudizi di quanto tali persone siano abitualmente, e spesso ci sono più possibilità in un ignorante, il quale può istruirsi e svilupparsi, che non in qualcuno nel quale certe abitudini mentali hanno impresso una deformazione irrimediabile. Oltre le verità di carattere metafisico che sono servite da principio alla nostra confutazione, ne abbiamo indicate altre, in particolare a proposito della spiegazione dei fenomeni; queste ultime sono ai nostri occhi soltanto secondarie, tuttavia presentano un certo interesse. Confidiamo che il lettore non si fermerà all'apparente stranezza di taluna di quelle considerazioni, le quali urteranno solo coloro che sono imbevuti del più deplorevole spirito sistematico, e non è certo a costoro che noi ci rivolgiamo, perché sarebbe fatica sprecata. D'altronde, se temiamo qualcosa, è piuttosto che si attribuisca a queste cose un'importanza eccessiva, o a causa del loro stesso carattere insolito o, soprattutto, perché esse hanno a che fare con la sfera fenomenica; comunque sia, non avremo certo da rimproverarci di aver trascurato a tale proposito le precauzioni e gli avvertimenti, anzi, siamo convinti di non aver detto niente più di quanto era rigorosamente necessario allo scopo di eliminare le confusioni e i malintesi e di farla finita con le false interpretazioni. Anche senza tener conto del riserbo che è di regola su certi punti, non avevamo la pretesa di sviluppare in modo completo tutti gli argomenti che abbiamo avuto occasione di trattare; ci sono questioni che riprenderemo più tardi; ce ne sono altre a proposito delle quali le nostre indicazioni, come dicevamo all'inizio, apriranno forse ad altri vie di ricerca che non sospettavano. L'unica cosa che non ci è possibile incoraggiare è l'esperimentazione, i risultati della quale non hanno mai tanto valore da controbilanciarne taluni inconvenienti, in molti casi anche taluni pericoli. Tuttavia, se ci sono persone che vogliono a tutti i costi sperimentare, è preferibile che lo facciano fondandosi su basi serie, anziché partire da dati assurdi o perlomeno erronei. A ogni modo, ancora una volta, siamo convinti che in quanto abbiamo esposto non ci sia nulla di cui si possa approfittare per lanciarsi in avventure più o meno disgraziate; crediamo, al contrario, che quel che abbiamo detto sia tale da distoglierne gli imprudenti, mostrando loro di quanto difettano per poter riuscire in imprese del genere. Aggiungeremo una sola riflessione: al nostri occhi la storia dello spiritismo non è che un episodio della formidabile deviazione mentale che caratterizza l'Occidente moderno; per capirla in modo completo sarebbe perciò opportuno situarla nell'insieme di cui fa parte; ma è evidente che per fare ciò occorrerebbe risalire molto più lontano nel tempo, onde poter individuare le origini e le cause della deviazione e poi seguirne il corso con le sue molteplici peripezie. Si tratterebbe di un lavoro immenso, di cui non è ancora mai stata fatta neppure una parte; la storia, come viene insegnata ufficialmente, tocca esclusivamente gli avvenimenti esteriori, i quali sono solo gli effetti di qualcosa di più profondo, e per di più li espone in un modo tendenzioso, in cui si ritrova chiaramente l'influsso di tutti i pregiudizi moderni. Ma non basta: si assiste a un vero e proprio accaparramento degli studi storici a favore di determinati interessi di parte, sia politici sia religiosi; in particolare vorremmo che qualcuno, specificamente competente, avesse il coraggio di denunciare, con prove a sostegno, i maneggi attraverso i quali gli storici protestanti sono riusciti ad assicurarsene un monopolio di fatto, riuscendo a imporre. quasi per una specie di suggestione, i loro punti di vista e le loro conclusioni fin negli ambienti cattolici. Si tratterebbe di un lavoro estremamente istruttivo, e i suoi benefici sarebbero notevoli. La falsificazione della storia sembra chiaramente essere stata compiuta seguendo un piano preordinato; ma se è così, dal momento che essa ha come fine essenziale di travestire da "progresso", agli occhi dell'opinione pubblica, la deviazione di cui abbiamo parlato, tutto sembra indicare che quest'ultima deve essere essa stessa l'opera di una determinata volontà direttrice. Su questo argomento non vogliamo, almeno per il momento, essere più affermativi; in ogni caso si potrebbe trattare soltanto di una volontà collettiva, giacché siamo di fronte a qualcosa che va manifestamente oltre la sfera d'azione degli individui singolarmente intesi. Ma pure il parlare di una volontà collettiva è forse soltanto una rappresentazione più o meno difettosa. A ogni buon conto, a meno di non credere nel caso, si è obbligati ad ammettere l'esistenza di qualcosa che equivale a un programma in qualche modo concertato, il quale non ha evidentemente bisogno di essere mai stato formulato in alcun documento. Il timore di scoperte di questo genere è forse una delle ragioni che hanno fatto della superstizione del documento scritto il fondamento esclusivo del "metodo storico". Con simili basi di partenza, quello che è essenziale sfugge necessariamente alle ricerche, e a chi vuole approfondire le questioni si fa presto a obiettare che ciò non è "scientifico", il che dispensa da ogni ulteriore discussione; nulla è più efficace dell'abuso dell'erudizione per riuscire a restringere l'"orizzonte intellettuale" di un uomo e impedirgli di veder chiaro in certe cose. Quanto stiamo dicendo permette forse di capire perché i metodi che fanno dell'erudizione qualcosa di fine a se stesso siano stati imposti con estremo rigore dalle autorità universitarie. Ma ritorniamo alla questione che stavamo esaminando: ammesso che vi sia un piano, qualunque forma esso assuma, occorrerebbe indagare come ognuno degli elementi che ne fanno parte possa concorrere alla sua realizzazione e come questa o quella individualità abbia potuto, a tal fine, servire da strumento consapevole o no. è il caso di ricordare a questo punto quanto abbiamo dichiarato a proposito delle origini dello spiritismo, ossia che ci è impossibile credere alla produzione spontanea di movimenti di una certa importanza. In realtà le cose sono ancora più complesse di quanto stiamo suggerendo: invece di un'unica volontà occorrerebbe tener conto di più volontà diverse e delle loro risultanti; si tratta anzi di una "dinamica" speciale, le cui leggi sarebbero assai curiose da stabilire. Quello che ne diciamo serve solo a far vedere come la verità sia ben lontana dall'essere generalmente conosciuta - e anche soltanto supposta - in questo come in molti altri campi. Concludendo, quasi tutta la storia sarebbe da ricostruire su basi completamente diverse, ma disgraziatamente troppi interessi sono in gioco perché coloro che vorranno tentare l'impresa non abbiano da superare temibili resistenze. Questo lavoro non compete a noi, trattandosi di un campo che non è specificamente nostro; per quanto ci riguarda, possiamo soltanto dare al proposito indicazioni e abbozzare scorci, e del resto un'opera del genere potrebbe essere soltanto collettiva. Comunque, si tratta di tutto un insieme di ricerche che a nostro parere sarebbero ben più interessanti e utili dell'esperimentazione psichica; ciò richiederebbe ovviamente predisposizioni di cui non tutti sono in possesso, ma noi pensiamo che almeno alcuni le abbiano, e costoro potrebbero dirigere con profitto la loro attività in questa direzione. Il giorno in cui si potesse ottenere un risultato apprezzabile in tal senso, molte suggestioni sarebbero rese impossibili per l'avvenire; si tratterebbe probabilmente di uno dei mezzi che potrebbero contribuire a riportare, in un'epoca più o meno lontana, la mentalità occidentale sulle vie normali dalle quali essa, ormai da molti secoli, si è tanto allontanata.

    Note

    1 Cfr. la conclusione della nostra Introduction générale à l'étude des Doctrines Hindoues.



    Da: http://www.loggia-rene-guenon.it/Sit...oreSpiritismo/ Prefazione.htm

  4. #64
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Rene' Guenon

    Premessa, Conclusione ed Aggiunta di Oriente e Occidente (René Guénon)




    Premessa

    Rudyard Kipling scrisse un giorno queste parole: "East is East and West is West, and never the twain shall meet, L'Oriente è l'Oriente e l'Occidente è l'Occidente, e i due mai s'incontreranno". Vero è che, nel seguito del testo, egli modifica la sua affermazione, ammettendo che "la differenza scompare quando due uomini forti si trovino a faccia a faccia, dopo essere venuti dalle estremità della terra"; in realtà anche questa precisazione non è del tutto soddisfacente, perché è ben poco probabile che così dicendo egli abbia pensato ad una "forza" di ordine spirituale. Comunque sia, l'abitudine è di citare isolatamente il primo verso, come se tutto ciò che rimane nel pensiero del lettore fosse l'idea della differenza insormontabile che esso esprime; indubbiamente quest'idea rappresenta l'opinione della maggior parte degli Europei, e si sente in essa affiorare tutta la stizza del conquistatore costretto ad ammettere che coloro che crede di aver vinto e sottomesso portano in sé qualcosa su cui egli non può aver presa. Ma, qualunque sia il sentimento che ha dato origine a una tale opinione, quel che ci interessa innanzi tutto è sapere se essa sia fondata, o in quale misura lo è. Certamente, se si considera lo stato attuale delle cose, si trovano molteplici indizi che sembrano giustificarla; e tuttavia se noi la condividessimo completamente, se pensassimo che nessun avvicinamento è possibile né mai lo sarà, non avremmo intrapreso a scrivere questo libro.

    Forse più di chiunque altro noi abbiamo coscienza di tutta la distanza che separa l'Oriente dall'Occidente, soprattutto dall'Occidente moderno; del resto, nella nostra Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, abbiamo particolarmente insistito sulle differenze, a tal punto che qualcuno ha potuto pensare a una certa esagerazione. Siamo tuttavia persuasi di non aver detto nulla che non sia rigorosamente esatto; nello stesso tempo abbiamo però preso in considerazione, nella conclusione del nostro studio, le condizioni di un riavvicinamento intellettuale, il quale, pur se verosimilmente abbastanza lontano, ci appariva ciò nonostante possibile. Se allora ci pronunciammo contro le false assimilazioni tentate da certi Occidentali, è proprio perché esse sono uno del principali ostacoli che si oppongono a questo riavvicinamento; quando si parte da una concezione erronea, sovente i risultati sono opposti al fine che ci si era proposto. Rifiutandosi di vedere le cose come sono e di riconoscere certe differenze attualmente irriducibili, ci si condanna a non comprendere nulla della mentalità orientale, e in tal modo non si fa che aggravare e perpetuare i malintesi, mentre, al contrario, bisognerebbe prima di tutto cercare di dissiparli. Fintanto che gli Occidentali immagineranno che esista un solo tipo di umanità e non ci sia che una sola "civiltà", a diversi gradi di sviluppo, nessuna intesa sarà mai possibile. La verità è che esistono molteplici civiltà, le quali si sono sviluppate in direzioni molto differenti, e che la civiltà dell'Occidente moderno presenta caratteri tali da far di essa un'eccezione piuttosto singolare.

    Non si dovrebbe mai parlare di superiorità o di inferiorità, in senso assoluto, senza precisare da quale punto di vista si considerano le cose che si intendono confrontare; ammesso che effettivamente esse siano comparabili. Non esiste una civiltà superiore alle altre sotto tutti gli aspetti, e ciò sia perché non è possibile all'uomo sviluppare la propria attività in modo uguale e contemporaneamente in tutte le direzioni, sia perché esistono sviluppi che si dimostrano veramente incompatibili, è però lecito pensare che una certa gerarchia debba essere rispettata, e che le cose di carattere intellettuale, per esempio, valgano più di quelle di ordine materiale; se così è, una civiltà che si dimostri inferiore nel riguardi delle prime, quando pur sia incontestabilmente superiore dal secondo punto di vista, si troverà sempre ad essere svantaggiata nell'insieme, qualunque siano le apparenze esteriori: è questo il caso della civiltà occidentale quando sia messa a confronto con le civiltà orientali. Sappiamo perfettamente che questo modo di vedere infastidisce la gran maggioranza degli Occidentali, contrario com'è a tutti i loro pregiudizi; ma, a parte ogni questione di superiorità, essi saranno almeno disposti ad ammettere che le cose a cui attribuiscono l'importanza più grande non necessariamente interessano tutti gli uomini nella stessa misura, che certuni possono anche considerarle come completamente trascurabili, e che si può dar prova d'intelligenza in altri modi oltre che costruendo delle macchine. Sarebbe già qualcosa se gli Europei arrivassero a capire questo e si comportassero di conseguenza; le loro relazioni con gli altri popoli ne risulterebbero un poco modificate, e in modo grandemente vantaggioso per tutti.

    Questo è però soltanto l'aspetto più esteriore della questione: se gli Occidentali riconoscessero che non tutto, nelle altre civiltà, è necessariamente da disprezzare per l'unica ragione che esse sono differenti dalla propria, nulla più impedirebbe loro di studiare queste civiltà nel modo giusto, senza il partito preso, cioè, di denigrarle, e senza ostilità preconcetta; grazie a uno studio di questo genere taluni di essi non tarderebbero forse ad accorgersi di tutto quel che manca a loro stessi, soprattutto da un punto di vista puramente intellettuale. Presupponiamo naturalmente che costoro sarebbero stati in grado di pervenire, almeno in una certa misura, alla comprensione vera dello spirito delle diverse civiltà, ciò che richiede ben altro che lavori di semplice erudizione; indubbiamente non tutti sono atti a tale comprensione, ma se qualcuno lo fosse, come pare nonostante tutto probabile, ciò potrebbe essere sufficiente per condurre presto o tardi a risultati inestimabili. Già abbiamo fatto allusione alla funzione che potrebbe avere un'élite intellettuale se essa giungesse a costituirsi nel mondo occidentale, nel quale agirebbe a modo di "fermento" per preparare e dirigere nel senso più favorevole una trasformazione mentale che un giorno o l'altro, si voglia o no, diventerà inevitabile. Alcuni, del resto, cominciano a sentire più o meno confusamente che le cose non possono continuare indefinitamente ad andare nel senso in cui vanno, e addirittura a parlare di un "fallimento" della civiltà occidentale come di una possibilità, cosa che solo pochi anni fa nessuno avrebbe osato fare; sennonché le vere cause che possono provocare questo fallimento sembrano ancora sfuggir loro in gran parte. Poiché queste cause sono precisamente, nello stesso tempo, quelle che impediscono ogni intesa tra l'Oriente e l'Occidente, dalla loro conoscenza si potrà trarre un doppio beneficio: lavorare a preparare questa intesa sarà anche sforzarsi per evitare le catastrofi da cui l'Occidente è minacciato per colpa propria; i due fini sono molto più strettamente collegati di quanto si potrebbe credere.

    Denunciare gli errori e le illusioni occidentali, come abbiamo nuovamente intenzione di fare in primo luogo, non è dunque affatto un'opera di critica vana e puramente negativa; le ragioni di questa attitudine sono ben altrimenti profonde, né noi mettiamo in ciò alcuna intenzione "satirica", che del resto si addirebbe assai poco al nostro carattere; se qualcuno ha creduto di vedere qualcosa di simile nel nostro atteggiamento si è singolarmente sbagliato. Da parte nostra, preferiremmo di gran lunga non aver bisogno di dedicarci a questo lavoro piuttosto ingrato, e poterci accontentare di esporre certe verità senza mai doverci preoccupare delle interpretazioni false, le quali non fanno che complicare e imbrogliare le questioni senza nessun costrutto; sennonché è indispensabile tener conto anche di queste contingenze, giacché, se non cominciassimo con lo sbarazzare il campo, tutto quel che abbiamo da dire rischierebbe di rimanere incompreso. D'altra parte, anche quando sembri che ci limitiamo a eliminare errori o a rispondere ad obiezioni, possiamo sempre trovare l'occasione di esporre cose che hanno un'importanza realmente positiva; mostrare perché certi tentativi di riavvicinamento fra Oriente e Occidente sono falliti, non è già forse, ad esempio, far intravedere per contrasto le condizioni a cui una simile impresa sarebbe invece suscettibile di successo? Speriamo perciò che le nostre intenzioni non siano fraintese; e se non cerchiamo di dissimulare le difficoltà e gli ostacoli, se al contrario insistiamo su di essi, ciò è dovuto al fatto che per poterli appianare e superare bisogna prima di tutto conoscerli. Non possiamo soffermarci su considerazioni troppo secondarie, né domandarci ciò che piacerà o non piacerà ad ognuno; l'argomento che affrontiamo è ben altrimenti serio, anche a volersi contenere a quelli che possiamo chiamare i suoi aspetti esteriori, vale a dire a quanto non si riferisce all'ordine dell'intellettualità pura.

    In effetti, noi non intendiamo far qui un'esposizione dottrinale, e ciò che diremo sarà in generale accessibile a un pubblico più vasto di quello che le vedute espresse nella nostra Introduzione generale allo studio delle dottrine indù hanno potuto raggiungere. Neppure quest'opera, tuttavia, era stata scritta per pochi "specialisti"; se qualcuno è stato in questo senso tratto in inganno dal suo titolo, è perché questi argomenti sono abitualmente l'appannaggio di eruditi che li studiano in modo piuttosto ostico e, ai nostri occhi, privo di vero interesse. Il nostro atteggiamento è ben diverso: per noi si tratta essenzialmente, non di erudizione, ma di comprensione, che è totalmente diverso; non è certo fra gli "specialisti" che si hanno le maggiori probabilità d'incontrare le possibilità di una comprensione estesa e profonda, al contrario; e salvo rarissime eccezioni, non è su di loro che c'è da contare per formare quell'élite intellettuale di cui abbiamo parlato. è probabile che taluni abbiano giudicato un male il nostro attacco all'erudizione, o piuttosto ai suoi abusi e ai suoi pericoli, pur se ci siamo astenuti accuratamente da tutto quel che avrebbe potuto presentare i caratteri di una polemica; sennonché, una delle ragioni per le quali abbiamo condotto questo attacco, è precisamente che l'erudizione, con i suoi metodi speciali, ha l'effetto di distogliere da determinate cose proprio coloro che sarebbero più capaci di comprenderle. Molti infatti, vedendo che si tratta di dottrine indù e pensando subito al lavoro di qualche orientalista, immaginano che "non è pane per i loro denti"; ora, fra costoro vi sono certamente degli individui che hanno il torto più completo a pensare in questo modo, e ai quali forse non occorrerebbero molti sforzi per acquisire conoscenze che gli stessi orientalisti non hanno e non avranno mai: una cosa è l'erudizione, un'altra il sapere reale, e anche se non sempre i due sono incompatibili, non è affatto vero che essi siano necessariamente solidali. Indubbiamente se l'erudizione acconsentisse a contenersi nel compito ausiliario che deve normalmente competerle, non troveremmo nulla a ridire, dal momento che con ciò stesso cesserebbe di essere pericolosa, e anzi, potrebbe avere qualche utilità; entro questi confini riconosceremmo molto volentieri il suo valore relativo. Ci sono casi in cui il "metodo storico" è legittimo, e l'errore contro cui ci siamo dichiarati consiste soltanto nel credere che esso sia applicabile a tutto, e nel voler trarre da esso qualche cosa di diverso da ciò che può effettivamente dare; pensiamo di aver dimostrato altrove1, senza con ciò esserci messi minimamente in contraddizione con noi stessi, di essere capaci di applicare questo metodo altrettanto bene quanto chiunque altro, quando ne sia il caso, e ciò dovrebbe essere sufficiente a provare che non abbiamo nessun "partito preso" contro di esso. Ogni questione deve essere trattata seguendo il metodo che conviene alla sua natura; è un ben strano fenomeno questo, di cui l'Occidente ci dà abitualmente spettacolo, d'una confusione di ordini diversi e di differenti domini. Insomma, occorre saper mettere ogni cosa al suo posto, e noi non abbiamo mai detto niente di diverso; sennonché, seguendo questa linea, ci si accorge per forza che vi sono cose che possono essere soltanto secondarie e subordinate nei confronti di altre, nonostante le manie "ugualitaristiche" di certi nostri contemporanei; è per questo che l'erudizione, anche quando presenti qualche valore, non può essere per noi che un mezzo, e mai un fine in se stessa.

    Queste spiegazioni ci sono parse necessarie per diverse ragioni: prima di tutto, teniamo a dire quel che pensiamo nel modo più netto possibile, tagliando corto con ogni malinteso, anche nel caso che questo sorga nonostante le nostre precauzioni, ciò che è pressoché inevitabile. Pur riconoscendosi generalmente la chiarezza dei nostri scritti, ci sono state talvolta attribuite delle intenzioni che non abbiamo mai avuto; avremo qui l'occasione di dissipare alcuni equivoci e di precisare certi punti sui quali non ci eravamo forse sufficientemente spiegati. In secondo luogo: la diversità degli argomenti che trattiamo nei nostri studi non compromette affatto l'unità della concezione che vi presiede; teniamo anzi, in particolare, all'affermazione espressa di questa unità, che potrebbe passare inosservata a coloro che vedono le cose troppo in superficie. I nostri studi sono talmente legati gli uni agli altri che per molti dei punti che toccheremo qui, avremmo dovuto, ai fini di un'esposizione più completa, rimandare il lettore alle indicazioni complementari che si trovano negli altri nostri scritti; questo l'abbiamo fatto soltanto quando ci è parso strettamente indispensabile; per tutti gli altri casi, ci accontenteremo di questo avvertimento dato una volta per tutte e in modo generale, al fine di non importunare il lettore con riferimenti troppo numerosi. Sempre in quest'ordine di idee, dobbiamo ancora far notare che, anche quando non giudichiamo che sia il caso di dare all'espressione del nostro pensiero una forma propriamente dottrinale, ciò non impedisce che ci ispiriamo costantemente alle dottrine di cui abbiamo compreso la verità: è lo studio delle dottrine orientali che ci ha permesso di scorgere i difetti dell'Occidente e la falsità di un gran numero delle idee che hanno corso nel mondo moderno; è in queste dottrine, e soltanto in esse, che abbiamo trovato, come già ci è occorso di dire altrove, delle cose di cui l'Occidente non ci ha mai offerto il minimo equivalente.

    In quest'opera, come del resto nelle altre nostre, non abbiamo assolutamente la pretesa di esaurire tutte le questioni che saremo condotti ad esaminare; pensiamo che non ci possa venir rimproverato di non scrivere tutto in un solo libro, ciò che, d'altra parte, sarebbe assolutamente impossibile. Quel che ci accontenteremo di indicare qui, lo potremo forse riprendere e spiegare più completamente altrove, se le circostanze ce lo permetteranno; se ciò non si avvererà, quel che ne avremo detto potrà almeno suggerire ad altri delle riflessioni che suppliranno, in modo utilissimo per loro, agli sviluppi che non avremo noi stessi potuto fornire. Vi sono cose che a volte è interessante notare incidentalmente anche se non ci si può soffermare su di esse, e noi non pensiamo che sia meglio passarle interamente sotto silenzio; conoscendo però la mentalità di un certo pubblico, crediamo necessario avvertire che in ciò non vi è da vedere niente di straordinario. Sappiamo troppo bene cosa valgano i cosiddetti "misteri", di cui nella nostra epoca si è tanto sovente abusato, i quali non sono tali se non perché coloro che ne parlano sono i primi a non capirne niente; il vero mistero è soltanto quello che per la sua stessa natura è inesprimibile. Non pretendiamo tuttavia che sia sempre ugualmente bene dire in modo aperto qualsiasi verità, o che non vi siano dei casi in cui un certo riserbo si impone per ragioni di opportunità, o cose che sarebbe più dannoso che utile esporre pubblicamente; ma ciò avviene soltanto in certi campi di conoscenza in fondo abbastanza ristretti, e se d'altronde qualche volta ci capita di fare allusione a cose di questo genere,2 non manchiamo mai di dichiarare formalmente di cosa si tratta, senza ricorrere a nessuna di quelle chimeriche proibizioni che gli scrittori di certe scuole tirano in ballo ad ogni piè sospinto, vuoi per provocare la curiosità dei loro lettori, vuoi, più semplicemente, per dissimulare il loro imbarazzo. Simili artifici ci sono del tutto estranei, non meno che le creazioni puramente letterarie; il nostro proposito è soltanto di dire ciò che è, nella misura in cui lo conosciamo e come lo conosciamo. Non possiamo dire tutto quel che pensiamo perché ciò ci condurrebbe spesso troppo lontano dal nostro argomento, e anche perché il pensiero va oltre i limiti dell'espressione in cui si cerca di racchiuderlo; non diciamo però mai nient'altro che quel che realmente pensiamo. Per questo non possiamo ammettere che le nostre intenzioni

    Note

    1. Le Tbéosophisme, histoire d'une pseudo-religion.

    2. Questo ci è accaduto effettivamente, a più riprese, nella nostra opera su L'Erreur spirite, a proposito di certe ricerche sperimentali il cui interesse non ci sembra compensare gli inconvenienti, ma che per scrupolo di verità dovevamo tuttavia indicare come possibili.

    Conclusione

    Potremmo anche fare a meno di aggiungere, all'esposizione che precede, una conclusione che ci sembra possa desumersene abbastanza facilmente, e nella quale non potremmo far altro che ripetere, in forma più o meno riassuntiva, un certo numero delle considerazioni che abbiamo già sviluppato con insistenza sufficiente a farne comprendere tutta l'importanza. Pensiamo infatti di aver mostrato nel modo più chiaro e più esplicito quali sono i pregiudizi principali che attualmente allontanano l'Occidente dall'Oriente; questo allontanamento è dovuto al fatto che tali pregiudizi sono contrari alla vera intellettualità, che l'Oriente ha conservato integralmente, mentre l'Occidente è arrivato al punto di perderne ogni nozione, fosse pur vaga e confusa. Chi abbia capito tutto questo avrà afferrato con ciò anche il carattere "accidentale" (in tutti i diversi sensi di questa parola) della divergenza dell'Occidente nei confronti dell'Oriente; il riavvicinamento di queste due parti dell'umanità e il ritorno dell'Occidente a una civiltà normale costituiscono in fondo un'unica cosa, ed è questa la ragione principale dell'importanza di tale riavvicinamento, di cui abbiamo esaminato la possibilità per un avvenire più o meno lontano.

    Per civiltà normale intendiamo una civiltà che si fondi su dei principi nel vero senso del termine, e nella quale tutto sia ordinato e disposto gerarchicamente in conformità con essi, in modo che ogni cosa vi appaia come l'applicazione e il prolungamento di una dottrina puramente intellettuale o metafisica nella sua essenza; questo è altresì il significato di ciò che chiamiamo civiltà tradizionale. E non si creda, poi, che la tradizione possa essere d'ostacolo al pensiero, a meno di pretendere - e ciò noi non possiamo ammetterlo - che l'impedirgli di sviarsi significhi limitarlo; forse che è lecito affermare che l'esclusione dell'errore costituisce una limitazione della verità? Respingere delle impossibilità, le quali non sono che mancanza pura, non significa affatto apportare restrizioni alla possibilità totale e universale, necessariamente infinita; anche l'errore non è che una negazione, una "privazione" nell'accezione aristotelica della parola; esso non ha, in quanto errore (giacché vi si possono trovare particelle di verità incompresa), nulla di positivo, e questa è la ragione per cui si può escluderlo senza dar minimamente prova di mentalità sistematica. La tradizione per contro, ammette tutti gli aspetti della verità, non opponendosi a nessun adattamento legittimo; essa permette, a coloro che la comprendono, concezioni ben più vaste di tutti i sogni dei filosofi che passano per i più arditi, ma anche ben più solide e ben più reali; infine, essa apre all'intelligenza possibilità illimitate come la stessa verità.

    Tutto questo discende immediatamente dai caratteri della conoscenza metafisica, la sola ad essere di fatto assolutamente illimitata appunto perché ha carattere universale; e ci pare qui opportuno ritornare sulla questione, da noi già trattata altrove, dei rapporti tra la metafisica e la logica 1. Quest'ultima, riferendosi alle condizioni proprie all'intendimento umano, è contingente; essa ha carattere individuale e razionale, e quelli che vengono chiamati ì suoi principi sono principi soltanto in un senso relativo; con ciò intendiamo dire che essi, come quelli della matematica o di qualunque altra scienza particolare, non possono essere che l'applicazione e la specificazione dei veri principi in un campo determinato. La metafisica domina dunque necessariamente la logica, come d'altra parte domina tutto il resto; non riconoscere ciò significa capovolgere i rapporti gerarchici inerenti alla natura stessa delle cose; ma per quanto evidente ciò possa sembrarci, abbiamo dovuto constatare che si tratta invece di qualcosa che sconcerta i nostri contemporanei. Costoro ignorano totalmente tutto ciò che abbia carattere metafisico e "sovraindividuale"; essi non conoscono che cose appartenenti alla sfera della ragione, ivi compresa la "pseudo-metafisica" dei filosofi moderni; e nel campo della razionalità la logica occupa effettivamente il primo posto, tutto il resto essendole subordinato. La vera metafisica non può però dipendere né dalla logica né da qualsiasi altra scienza; l'errore di coloro che pensano il contrario proviene dal fatto che essi non concepiscono la conoscenza se non nel campo della ragione, e non hanno il minimo sospetto di che cosa sia la conoscenza intellettuale pura. Questo l'abbiamo già detto; e abbiamo avuto cura di far osservare come occorra distinguere tra la concezione delle verità metafisiche, che in se stessa sfugge a ogni limitazione individuale, e la loro esposizione formulata, la quale, nella misura in cui è possibile, non può esserne che una specie di traduzione in modo discorsivo e razionale; se dunque tale esposizione assume la forma di un ragionamento e un'apparenza logica, ovvero dialettica, il fatto è che, data la costituzione del linguaggio umano, senza un tal procedimento non si potrebbe dire nulla; ma non si tratta che di una forma esteriore, la quale non ha nessuna influenza sulle verità in questione, poiché queste ultime sono essenzialmente superiori alla ragione.

    D'altra parte, esistono due maniere molto diverse di considerare la logica: c'è la maniera occidentale, che consiste nel trattarla in modo filosofico e nello sforzarsi di ricollegarla a qualche concezione sistematica; e c'è la maniera orientale, in cui la logica è istituita in "scienza tradizionale" e legata ai principi metafisici, il che le conferisce, come d'altronde ad ogni altra scienza, una portata incomparabilmente maggiore. Certo può succedere che i risultati sembrino, in molti casi, praticamente uguali, ma ciò non diminuisce in nulla la differenza dei due punti di vista; tale differenza è altrettanto incontestabile quanto il fatto che la rassomiglianza esteriore delle azioni di individui diversi non basta da sola a dimostrare che esse sono state compiute con le stesse intenzioni. Ed ecco in definitiva la conclusione a cui vogliamo arrivare: la logica non è in se stessa qualcosa che presenti un carattere specificamente "filosofico", poiché essa esiste anche là dove non si trova la particolarissima forma di pensiero a cui questa denominazione è appropriata; se fino a un certo punto, e sempre con la riserva di quanto contengono di inesprimibile, le verità metafisiche possono venir rivestite di una forma logica, la logica tradizionale, e non la logica filosofica, è atta a questo scopo; e come potrebbe essere altrimenti dal momento che la filosofia ha assunto un carattere tale da non poter più sussistere che a condizione di negare la vera metafisica?

    Da questa spiegazione si dovrebbe capire come noi intendiamo la logica; se noi stessi ci serviamo di una certa dialettica, senza la quale non ci sarebbe possibile parlare di nulla, non ci si può rimproverare ciò come una contraddizione, giacché per noi questo non significa affatto fare della filosofia. E d'altronde, anche quando si tratti in particolare di confutare le concezioni dei filosofi, si può esser certi che sappiamo sempre mantenere le distanze che le differenze dei punti di vista esigono: noi non ci poniamo sullo stesso terreno, come fanno coloro che criticano o combattono una filosofia in nome di un'altra filosofia; quel che diciamo lo diciamo perché le dottrine tradizionali ci hanno permesso di comprendere l'assurdità o l'inanità di certe teorie, e, qualunque siano le imperfezioni che inevitabilmente vi apportiamo (le quali non devono essere imputate ad altri che a noi), il carattere di tali dottrine è tale che ci impedisce di scendere a qualsiasi compromesso. Quel che abbiamo in comune con i filosofi non può essere altro che la dialettica; ma nelle nostre mani essa è solo uno strumento al servizio di principi che essi ignorano; anche questa rassomiglianza è dunque del tutto esteriore e superficiale, come quella che si può constatare talvolta tra i risultati della scienza moderna e quelli delle "scienze tradizionali". A dire il vero, non ci serviamo dei metodi propri dei filosofi neppure per quel che riguarda la dialettica, poiché tali metodi, in ciò che hanno di valido, non appartengono loro in proprio, ma rappresentano semplicemente qualcosa il cui possesso è comune a tutti gli uomini, compresi quelli che sono più lontani dal punto di vista filosofico; la logica filosofica non rappresenta che un impoverimento della logica tradizionale, e quest'ultima le è quindi sempre superiore.

    Se insistiamo su questa distinzione che vediamo essenziale, non è per nostra soddisfazione personale, ma perché è importante tener sempre presente il carattere trascendente della metafisica pura, e perché tutto quel che procede da quest'ultima, sia pure in modo secondario e in un campo contingente, riceve come una partecipazione a tale carattere, che ne fa qualcosa di completamente diverso dalle conoscenze semplicemente "profane" del mondo occidentale. Ciò che caratterizza un genere di conoscenza e lo differenzia dagli altri non è soltanto il suo oggetto, ma soprattutto il modo in cui tale oggetto viene preso in esame; questa è la ragione per cui problemi che per la loro natura potrebbero avere una certa portata metafisica, la perdono completamente quando si trovano incorporati in un sistema filosofico. Sennonché la distinzione tra metafisica e filosofia, che pure è fondamentale e non dovrebbe mai essere dimenticata quando si voglia capire qualcosa delle dottrine orientali (giacché senza di essa non si può sfuggire al pericolo delle false assimilazioni), è talmente inusitata per gli Occidentali che molti di essi non arrivano nemmeno ad afferrarla: abbiamo infatti avuto la sorpresa di veder affermare qua e là che noi avevamo parlato della "filosofia indù", quando al contrario ci eravamo sforzati di chiarire che ciò che esiste in India è cosa completamente diversa dalla filosofia!

    Accadrà forse la stessa cosa per quel che stiamo dicendo a proposito della logica, e, nonostante tutte le nostre precauzioni, non ci stupiremmo che in certi ambienti ci si accusasse poi di far della filosofia contro la filosofia, mentre quel che andiamo facendo è tutt'altra cosa. Se per esempio esponessimo una teoria matematica, e se a qualcuno venisse in mente di chiamarla "fisica", certo non potremmo impedirglielo, ma tutti coloro che conoscono il significato delle parole saprebbero perfettamente quel che devono pensarne; pur trattandosi in questo caso di nozioni meno correnti, le confusioni e gli errori che cerchiamo di prevenire sono di un genere abbastanza simile. Se qualcuno sarà tentato di formulare delle critiche basate su confusioni del genere, lo avvertiamo che esse non hanno nessun fondamento, e se così facendo giungessimo a risparmiargli qualche errore, ne saremmo lietissimi; di più non possiamo fare, giacché non è nei nostri mezzi (né nei mezzi di nessuno) dare la comprensione a chi non ne abbia le capacità in se stesso. Se quindi, nonostante tutto, queste critiche mal fondate verranno fatte, per conto nostro avremo il diritto di non tenerne il minimo conto; ma d'altra parte, se ci accorgeremo di non aver ancora messo in evidenza certe distinzioni in modo abbastanza netto, ritorneremo sull'argomento fino a quando ci parrà che l'equivoco non sia più possibile, o, per lo meno, finché esso non possa più venire attribuito che a cecità incurabile o a evidente malafede.

    Lo stesso si dica per quanto riguarda i mezzi con i quali l'Occidente potrà riavvicinarsi all'Oriente ritornando alla vera intellettualità: crediamo che le considerazioni da noi esposte nel presente studio siano atte a dissipare molte confusioni tanto a questo proposito quanto riguardo al modo in cui consideriamo lo stato ulteriore del mondo occidentale, quale esso sarebbe se le possibilità di cui abbiamo parlato potessero un giorno realizzarsi. Tuttavia non possiamo evidentemente avere la pretesa di prevedere tutti i malintesi; nel caso che se ne presenti qualcuno d'importanza veramente reale, ci sforzeremo sempre di dissiparlo, e tanto più volentieri in quanto ciò potrà costituire un'eccellente occasione per precisare il nostro pensiero su taluni punti. In ogni caso, non ci lasceremo mai distrarre dalla linea che ci è tracciata da tutto quel che abbiamo compreso grazie alle dottrine tradizionali dell'Oriente; noi ci rivolgiamo a coloro che possono e vogliono a loro volta comprendere, chiunque essi siano e da qualunque parte vengano, ma non a coloro che l'ostacolo più insignificante o più illusorio basta ad arrestare, che hanno la fobia di certe cose o di certe parole, o si sentono perduti appena oltrepassano certi limiti convenzionali e arbitrari. Non vediamo, infatti, di quale utilità potrebbe essere per l'élite intellettuale la collaborazione di queste persone dall'animo timoroso e inquieto; chi non è capace di guardare in faccia ogni verità, chi non si sente la forza di penetrare nella "grande solitudine", secondo l'espressione consacrata dalla tradizione estremo-orientale (di cui l'India pure ha l'equivalente), questi non potrebbe andar molto lontano nel lavoro metafisico di cui abbiamo parlato e da cui tutto il resto dipende strettamente.

    Si direbbe che, per qualcuno, vi sia quasi un partito preso d'incomprensione; ma in fondo non crediamo che coloro che hanno delle possibilità intellettuali veramente estese siano soggetti a questi vani terrori, poiché essi sono abbastanza equilibrati da avere, quasi istintivamente, la sicurezza che non correranno mai il rischio di cedere a nessuna vertigine mentale; bisogna pur dire che tale sicurezza non è pienamente giustificata finché non abbiano raggiunto un certo grado di sviluppo effettivo, ma il solo fatto di possederla, senza neppure rendersene conto molto chiaramente, dà già loro un notevole vantaggio. Non intendiamo parlare qui di coloro che hanno una fiducia più o meno eccessiva in se stessi; in realtà le persone di cui parliamo, anche se non lo sanno ancora, ripongono la loro fiducia in qualcosa di più alto della loro individualità, poiché in qualche modo presentono quegli stati superiori la cui conquista totale e definitiva può essere ottenuta mediante la conoscenza metafisica pura.

    Quanto agli altri, a coloro che non osano andare né troppo in alto né troppo in basso, la causa di ciò è che non riescono a vedere oltre certi limiti, di là dai quali non sanno nemmeno più distinguere ciò che è superiore da ciò che è inferiore, ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è possibile da ciò che è impossibile; immaginando che la verità possa essere misurata col loro proprio metro e debba trovarsi a un livello medio, costoro si trovano a loro agio nei quadri della mentalità filosofica, e quand'anche riuscissero ad assimilare certe verità parziali non potrebbero mai servirsene per estendere indefinitamente la propria comprensione; che ciò sia dovuto alla loro stessa natura o soltanto all'educazione che hanno ricevuto, la limitazione del loro "orizzonte intellettuale" è ormai irrimediabile, cosicché il loro "partito preso", se di partito preso si può parlare, è realmente involontario, o addirittura del tutto incosciente. Fra di essi certamente qualcuno è vittima dell'ambiente in cui vive, e questo è il caso più increscioso; le sue facoltà, che in una civiltà normale avrebbero potuto avere l'occasione di svilupparsi, sono state invece atrofizzate e compresse fino all'annichilazione; nelle condizioni attuali dell'educazione e dell'istruzione moderna, si è portati a pensare che proprio gli ignoranti siano quelli che hanno più probabilità di aver conservato intatte le loro possibilità intellettuali. In confronto alle deformazioni mentali che sono la conseguenza più abituale della falsa scienza, l'ignoranza pura e semplice ci sembra veramente un minor male; e benché noi mettiamo la conoscenza al di sopra di tutto, non si tratta qui di un paradosso o di una incoerenza da parte nostra, poiché la sola conoscenza che ai nostri occhi sia veramente degna di questo nome è totalmente diversa da quella che coltivano gli Occidentali moderni. E non ci si venga a rimproverare, su questo o su altri punti, un atteggiamento troppo intransigente; un tale atteggiamento ci è imposto dalla purezza della dottrina e da quella che abbiamo chiamato "ortodossia" nel senso intellettuale; e d'altronde, poiché è esente da ogni pregiudizio, esso non può mai spingerci ad essere ingiusti verso alcunché. Noi ammettiamo tutta la verità, sotto qualunque aspetto si presenti; ma non essendo né scettici né eclettici, non possiamo ammettere nient'altro che la verità.

    Sappiamo bene che il nostro punto di vista non è di quelli da cui ci si pone abitualmente in Occidente, e che, di conseguenza, può essere abbastanza difficile da comprendere, almeno a prima vista; ma, naturalmente, non domandiamo a nessuno di adottarlo senza esame. Quel che ci interessa è soltanto incitare alla riflessione coloro che di riflettere sono ancora capaci; ognuno comprenderà quel che sarà in grado di comprendere e, per poco che sia, sarà sempre qualcosa; d'altronde noi pensiamo che ci sarà pur qualcuno che andrà più lontano. Tutto sommato, non c'è ragione perché non ci siano altri che facciano quel che abbiamo fatto noi; tenuto conto dello stato attuale della mentalità occidentale, senza dubbio non saranno che eccezioni, ma è sufficiente che qualcuna di tali eccezioni esista, anche se il loro numero sarà piccolo, perché le nostre previsioni siano giustificate e le possibilità che indichiamo siano suscettibili di realizzarsi prima o poi. D'altra parte, tutto quel che noi faremo e diremo farà sì che coloro che verranno in seguito trovino delle facilitazioni che noi, per quel che ci riguarda, non abbiamo trovato; anche in questo caso, come sempre, la cosa più ardua è incominciare il lavoro, e lo sforzo da compiere è tanto più grande quanto più le condizioni sono sfavorevoli.

    Che la credenza nella "civiltà" sia più o meno scossa in persone che fino a non molto tempo fa non avrebbero osato discuterla, che lo "scientismo" sia attualmente in declino in certi ambienti, tutte queste sono circostanze che possono forse aiutarci un pochino, perché provocano una specie di incertezza la quale permette agli animi di inoltrarsi con minor resistenza in vie differenti; ma a questo riguardo non possiamo dire niente di più, e le nuove tendenze che abbiamo constatato finora non hanno proprio nulla di più incoraggiante di quelle che cercano di soppiantare. Razionalismo o intuizionismo, positivismo o pragmatismo, materialismo o spiritualismo, "scientismo" o "moralismo", sono tutte cose che dal nostro punto di vista si equivalgono esattamente; passando dall'una all'altra non si guadagna nulla, e finché non ci si sarà completamente liberati da tutto ciò, non si sarà compiuto neppure il primo passo nel dominio della vera intellettualità. Teniamo a dichiararlo espressamente, così come teniamo a dire, una volta di più, che qualsiasi studio delle dottrine orientali che venga intrapreso dall'"esterno" è perfettamente inutile allo scopo che ci proponiamo; si tratta di cose di tutt'altra portata e di ordine ben altrimenti profondo.

    Infine, faremo osservare ai nostri contraddittori che se ci sentiamo di dare un giudizio pienamente indipendente sulle scienze e sulla filosofia dell'Occidente, è perché siamo coscienti di non dover loro nulla; è solo all'Oriente che siamo debitori di quel che siamo intellettualmente, cosicché non abbiamo dietro di noi nulla che possa metterci minimamente in imbarazzo. Se abbiamo studiato la filosofia, l'abbiamo fatto quando già le nostre idee erano completamente centrate su tutto l'essenziale, che è probabilmente il solo modo per non riceverne nessun influsso negativo; ciò che abbiamo visto attraverso tale studio non ha fatto che confermare in modo esattissimo quanto già prima pensavamo della filosofia. Sapevamo che non c'era da aspettarsene nessun beneficio intellettuale; ed infatti il solo vantaggio che ne traemmo fu di capire meglio le precauzioni necessarie per evitare le confusioni e gli inconvenienti che possono sorgere se si usano certi termini, i quali rischiano di far nascere equivoci. Si tratta di cose dalle quali talvolta gli Orientali non si guardano abbastanza; e in questo campo nascono numerose difficoltà di espressione che non avremmo sospettato, prima di aver avuto occasione di esaminare da vicino il linguaggio speciale della filosofia moderna, con tutte le sue incoerenze e sottigliezze inutili. Ma ciò rappresenta un vantaggio soltanto ai fini dell'esposizione, nel senso che, pur obbligandoci ad introdurre complicazioni che non hanno nulla di essenziale, ci permette di prevenire numerosi errori di interpretazione che troppo facilmente commetterebbero coloro che sono abituati esclusivamente alle forme del pensiero occidentale; per noi personalmente non è per nulla un vantaggio, giacché non ci procura nessuna conoscenza reale. Queste cose le diciamo non per costituirci ad esempio, ma per portare una testimonianza di cui, per lo meno, anche coloro che non condividessero il nostro modo di vedere non potranno sospettare la sincerità; se insistiamo in modo particolare sulla nostra assoluta indipendenza nei riguardi di tutto ciò che è occidentale, lo facciamo soltanto perché questo può anche contribuire a far capire meglio le nostre vere intenzioni. Pensiamo di avere il diritto di denunciare l'errore dovunque si trovi, tutte le volte che riteniamo opportuno farlo; esistono però delle questioni dalle quali a tutti i costi vogliamo rimanere estranei, e pensiamo di non doverci schierare per l'una o per l'altra concezione occidentale; siamo pronti a riconoscere imparzialmente ciò che si può trovare di interessante in talune di esse, ma non vi abbiamo mai trovato nient'altro e niente di più di una piccolissima parte di quel che già conoscevamo per averlo trovato altrove, e, quando le stesse cose sono prese in considerazione in modi diversi, il confronto non è mai stato vantaggioso per le prospettive occidentali. è soltanto dopo aver lungamente riflettuto che ci siamo decisi ad esporre considerazioni come quelle che costituiscono l'oggetto del presente studio, ed abbiamo spiegato perché ci sia parso necessario farlo prima di sviluppare concezioni di carattere più propriamente dottrinale: l'interesse di queste ultime potrà così apparire a persone che, altrimenti, non essendo preparate a tali concezioni, non vi presterebbero sufficiente attenzione, e che invece possono essere perfettamente in grado di capirle.

    Da un riavvicinamento con l'Oriente, l'Occidente ha tutto da guadagnare; se in ciò anche l'Oriente può avere qualche interesse, non si tratta certo di un interesse dello stesso ordine, né di una importanza paragonabile, e, in ogni caso, certamente esso non è tale da giustificare la benché minima concessione riguardo alle cose essenziali; del resto, non c'è nulla che possa prevalere sui diritti della verità. Mostrare all'Occidente i suoi difetti, i suoi errori e le sue insufficienze non significa affatto dar prova di ostilità nel suoi riguardi, al contrario, dal momento che anzi è l'unico modo di rimediare al male di cui soffre e di cui può morire, se non si riprende in tempo. Indubbiamente il compito è arduo e non privo di contrarietà; ma ciò poco importa quando si è convinti della sua necessità; tutto quel che ci auguriamo è che ci sia qualcuno che comprenda tale necessità. E poi, quando la si abbia veramente compresa, non ci si può fermare a questo punto, così come quando vengono assimilate certe verità non si può più perderle di vista né rifiutare di accettarne tutte le conseguenze; esistono degli obblighi inerenti a ogni vera conoscenza, in confronto ai quali tutti gli "impegni" esteriori appaiono vani e ridicoli; tali obblighi, proprio perché puramente interiori, sono gli unici che non si possono eludere. Quando si ha dalla propria parte la potenza della verità, quand'anche non si possieda nient'altro di fronte agli ostacoli più temibili, non si può cedere allo scoraggiamento, perché questa potenza è tale che nulla riuscirà infine a prevalere contro di essa; soli possono dubitarne coloro che non sanno che tutti gli squilibri parziali e transitori devono necessariamente concorrere al grande equilibrio totale dell'Universo.

    Note

    1. Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, parte 2a, cap. VIII.




    Aggiunta (1948)

    Crediamo che nessuno possa contestare che dal giorno in cui questo libro fu scritto 1 la situazione è più che mai peggiorata, non soltanto in Occidente ma in tutto il mondo, sola cosa da attendersi quando non si fosse verificato un ristabilimento dell'ordine nel senso da noi indicato; d'altra parte, ed è pressoché superfluo dirlo, non ci siamo mai aspettati che tale ristabilimento dell'ordine potesse effettuarsi in così breve tempo. Bisogna tuttavia dire che il disordine è andato aggravandosi in modo ancora più rapido di quanto si sarebbe potuto prevedere, e di ciò bisogna tener conto, anche se non influisce per nulla sulle conclusioni da noi formulate.

    In Occidente, il disordine in tutti i campi è diventato così evidente, che sempre più numerosi sono coloro che cominciano a mettere in dubbio il valore della civiltà moderna. Ma, benché si tratti di un segno in un certo qual modo favorevole, il risultato ottenuto non rimane con ciò meno puramente negativo; molti emettono eccellenti critiche sul presente stato di cose, ma non sanno praticamente quale rimedio porvi, e di quel che suggeriscono nulla va oltre il livello delle contingenze, per cui tutto ciò rimane manifestamente privo di ogni efficacia. Da parte nostra non possiamo se non ripetere che l'unico vero rimedio consiste in una restaurazione dell'intellettualità pura; purtroppo da questo punto di vista le probabilità di una reazione che provenga dall'Occidente in quanto tale sembrano diminuire ogni giorno di più, giacché quel che di tradizionale rimane in Occidente è sempre più contaminato dalla mentalità moderna, e di conseguenza sempre meno atto a costituire un solido fondamento per una tale restaurazione; cosicché, senza escludere nessuna delle possibilità che ancora possono esistere, pare più che mai verosimile che l'Oriente debba intervenire più o meno direttamente, nel modo da noi esposto, se un giorno o l'altro questa restaurazione dovrà realizzarsi.

    D'altra parte, per quanto riguarda l'Oriente, dobbiamo convenire che i danni causati dalla modernizzazione sono andati considerevolmente aumentando, almeno dal punto dì vista esteriore; nelle regioni che più a lungo vi avevano resistito, il cambiamento sembra ormai effettuarsi a ritmo accelerato; l'India stessa ne è un esempio caratteristico. Tuttavia nulla di tutto ciò ha ancora raggiunto il cuore della Tradizione: dal nostro punto di vista, questa è la sola cosa che importi, e sarebbe senza dubbio errato attribuire un'importanza eccessiva ad apparenze che possono essere soltanto transitorie; ad ogni modo, è sufficiente che il punto di vista tradizionale, con tutto ciò che esso comporta, sia integralmente preservato in Oriente in qualche luogo inaccessibile all'agitazione della nostra epoca. E inoltre non bisogna dimenticare come in realtà tutto quel che è moderno, anche in Oriente, non sia che il segno dell'invadenza della mentalità occidentale; l'Oriente vero, l'unico che meriti realmente tale nome, è e sarà sempre l'Oriente tradizionale, quand'anche i suoi rappresentati siano ridotti a non essere più che una minoranza, ciò che attualmente è ancora ben lungi dall'esser vero. è di questo Oriente che noi intendiamo parlare, così come, parlando dell'Occidente, ci riferiamo alla mentalità occidentale, e cioè alla mentalità moderna e antitradizionale, in qualunque luogo si possa trovare: di fatto, quella che prendiamo in considerazione è prima di tutto l'opposizione di questi due punti di vista, e non semplicemente quella di due termini geografici.

    Approfitteremo infine di quest'occasione per aggiungere che siamo più che mai inclini a considerare lo spirito tradizionale, in quanto ancora vivente, come rimasto intatto unicamente nelle sue forme orientali. Se l'Occidente possiede ancora in se stesso i mezzi per ritornare alla propria tradizione e restaurarla pienamente, sta ad esso provarlo. Nell'attesa, siamo obbligati a dichiarare che finora non abbiamo rilevato il minimo indizio che ci autorizzi a supporre che l'Occidente, abbandonato a se stesso, sia realmente in grado di portare a termine questo compito, qualunque sia la forza con cui s'imponga ad esso l'idea della sua necessità.

    Note

    1. 1924




    Da: http://www.loggia-rene-guenon.it/Sit...enteOccidente/ Premessa.htm

  5. #65
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  6. #66
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  7. #67
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  8. #68
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  9. #69
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    Senso apparente e senso nascosto - Da L'esoterismo di Dante (René Guénon)




    "0 voi che avete gl'intelletti sani,
    Mirate la dottrina che s'asconde
    Sotto il velame delli versi strani!"

    Con queste parole (1), Dante indica in modo molto esplicito che nella sua opera vi è un senso nascosto, propriamente dottrinale, di cui il senso esteriore e apparente è soltanto un velo, e che deve essere ricercato da coloro i quali sono capaci di penetrarlo. Altrove, il poeta va più lontano ancora, poiché dichiara che tutte le scritture, e.non soltanto quelle sacre: "si possono intendere e debbonsi sponere massimamente per quattro sensi" (2). è evidente, d'altronde, che questi diversi significati non possono in nessun caso distruggersi od opporsi, ma debbono invece completarsi ed armonizzarsi come le parti di uno stesso tutto, come gli elementi costitutivi di una sintesi unica.

    Così, che la Divina Commedia, nel sue insieme, possa interpretarsi in più sensi, è una cosa che non può essere messa in dubbio, poiché abbiamo a tal riguardo proprio la testimonianza del suo autore, sicuramente meglio qualificato di ogni altro per informarci delle sue intenzioni. La difficoltà comincia solamente quando si tratta di determinare questi diversi significati, soprattutto i più elevati o i più profondi, e anche a tal riguardo cominciano naturalmente le divergenze di vedute fra i commentatori. Questi si trovano generalmente d'accordo nel riconoscere, sotto il senso letterale del racconto poetico, un senso filosofico, o piuttosto filosofico-teologico, ed anche un senso politico e sociale; ma, con il senso letterale stesso, non si arriva così che a tre sensi, e Dante ci avverte di cercarne quattro; quale è dunque il quarto? Per noi, non può essere che un senso propriamente iniziatico, metafisico nella sua essenza. ed al quale si riattaccano molteplici dati, i quali senza essere tutti d'ordine puramente metafisico, presentano un carattere ugualmente esoterico. è precisamente in ragione di questo carattere che un tal senso profondo è completamente sfuggito alla maggior parte dei commentatori; e tuttavia, se viene ignorato o misconosciuto, gli altri sensi stessi non possono essere afferrati che parzialmente, poiché esso è come il loro principio, nel quale la loro molteplicità si coordina e si unifica.

    Coloro stessi che hanno intravisto questo lato esoterico dell'opera di Dante si sono molto ingannati quanto alla sua vera natura, dato che, il più delle volte, non avevano la reale comprensione di queste cose, e dato che la loro interpretazione risentiva di pregiudizi che era loro impossibile evitare. Così Rossetti e Aroux, che furono fra i primi a segnalare l'esistenza di questo esoterismo, credettero poter concludere all'"eresia" di Dante, senza rendersi conto che così mischiavano delle considerazioni riferentisi a dominii del tutto differenti; la verità è che, pur sapendo certe cose, ve ne sono molte altre che essi ignoravano e noi cercheremo di indicarle, senza avere affatto la pretesa di dare un'esposizione completa di un soggetto che sembra veramente inesauribile.

    La questione per Aroux si è posta in questi termini: Dante fu cattolico o albigese? Per altri, essa sembra piuttosto porsi nel modo seguente: fu cristiano o pagano (3)? Da parte nostra, non pensiamo che questo sia il punto di vista da cui porsi, poiché il vero esoterismo è una cosa del tutto differente dalla religione esteriore, e, se ha qualche rapporto con questa, non può essere che in quanto trova nelle forme religiose un modo d'espressione simbolico; d'altronde, importa poco che queste forme siano quelle di tale o di tal'altra religione, poiché ciò di cui si tratta è l'unità dottrinale essenziale la quale si dissimula dietro la loro apparente diversità. Tale è la ragione per cui gli iniziati antichi partecipavano indistintamente a tutti i culti esteriori, secondo i costumi stabiliti nei diversi paesi dove si trovavano; ed è anche perché Dante vedeva questa unità fondamentale, e non per l'effetto di un "sincretismo" superficiale, che ha usato indifferentemente, secondo i casi, un linguaggio preso sia dal cristianesimo e sia dall'antichità greco-romana. La metafisica pura non è né pagana né cristiana, è universale; i misteri antichi non erano paganesimo, ma vi si sovrapponevano (4); e parimenti, nel medio-evo, vi furono organizzazioni il cui carattere era iniziatico e non religioso, ma che avevano la loro base nel cattolicesimo. Se Dante appartenne a qualcuna di queste organizzazioni, il che ci sembra incontestabile, non è dunque questa una ragione per dichiararlo "eretico"; coloro che pensano in tal modo hanno del medio evo una idea falsa o incompleta; non ne vedono per così dire che l'esteriore, poiché, per tutto il resto, non vi è più nulla nel mondo moderno che possa servir loro da termine di paragone.

    Se tale fu il carattere reale di tutte le organizzazioni iniziatiche, non vi furono che due casi per i quali l'accusa di "eresia" potette essere portata contro alcune di esse o contro qualcuno dei loro membri, e ciò per nascondere altre accuse molto meglio fondate o per lo meno più vere, ma che non potevano essere formulate apertamente. Il primo di questi due casi è quello per cui alcuni iniziati hanno potuto abbandonarsi a divulgazioni inopportune, a rischio di gettare disturbo negli spiriti non preparati alla conoscenza delle verità superiori, ed anche di provocare disordini dal punto di vista sociale; gli autori di simili divulgazioni avevano il torto di creare essi stessi una confusione fra i due ordini esoterico e exoterico, confusione che, insomma, giustificava sufficientemente il rimprovero, di "eresia"; e questo caso si è presentato diverse volte nell'Islam (5), dove tuttavia le scuole esoteriche non incontrano normalmente alcuna ostilità da parte delle autorità religiose e giuridiche rappresentanti l'exoterismo. In riguardo al secondo caso, è quello per cui la stessa accusa fu semplicemente presa a pretesto da un potere politico per rovinare degli avversari che esso stimava tanto più temibili quanto più erano difficili a raggiungere con i mezzi ordinarii; la distruzione dell'ordine del Tempio ne è l'esempio più celebre, e questo. avvenimento ha precisamente un rapporto diretto col soggetto del presente studio.

    Note

    (1) Inferno, IX, 61-63.

    (2) Convito, t. II, cap. 1°.

    (3) Cf. Arturo Reghini, L'Allegoria esoterica di Dante, nel "Nuovo Patto", settembre-novembre 1921, pp. 541-548.

    (4) Dobbiamo anche dire che preferiremmo un altro termine a quello di "paganesimo", imposto da un lungo uso, ma che all'origine fu soltanto un termine di disprezzo applicato alla religione greco-romana quando questa, all'ultimo grado della sua decadenza, si trovò ridotta allo stato di semplice "superstizione" popolare.

    (5) Facciamo specialmente allusione al celebre esempio di El-Hallâj, messo a morte a Baghdad nell'anno 309 dell'Egira (921 dell'era cristiana), e la cui memoria è venerata da coloro stessi che stimano che fu condannato giustamente per le sue imprudenti divulgazioni.


    Da: http://www.loggia-rene-guenon.it/Sit...oterismoDante/ Capitolo1.htm

  10. #70
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    Predefinito Rif: Rene' Guenon

    Premessa a L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta (René Guénon)




    Nelle nostre opere precedenti abbiamo a più riprese annunciato l'intenzione di pubblicare una serie di studi nei quali ci sarebbe stato possibile, secondo i casi, o esporre direttamente taluni aspetti delle dottrine metafisiche dell'Oriente, o adattare queste stesse dottrine nel modo che ci fosse apparso più intelligibile e proficuo, sempre però restando rigorosamente fedeli al loro spirito. Il presente lavoro costituisce il primo di questi studi: in esso, per ragioni che abbiamo già avuto occasione di spiegare, assumiamo come punto di vista centrale quello delle dottrine indù, e specialmente del Vêdânta, che è il ramo più puramente metafisico di tali dottrine; va però chiarito che ciò non ci impedirà di fare, ogni qual volta ci parrà opportuno, confronti e paragoni con altre teorie, qualunque ne sia la provenienza, e, in particolare, che faremo anche ricorso agli insegnamenti degli altri rami ortodossi della dottrina indù, nella misura in cui vengono, su certi punti, a precisare e a completare quelli del Vêdânta. Non sarebbe logico rimproverarci questo modo di procedere, dato che le nostre intenzioni non sono affatto quelle di uno storico: teniamo a ribadire ancora espressamente, a questo proposito, che vogliamo fare opera di comprensione, non di erudizione, e che ciò che esclusivamente ci interessa è la verità delle idee. Se dunque abbiamo ritenuto opportuno fornire qui riferimenti precisi, è per motivi che non hanno niente a che vedere con le preoccupazioni particolari degli orientalisti; con ciò abbiamo soltanto voluto dimostrare che non inventiamo nulla e che le idee da noi esposte hanno davvero un'origine tradizionale, e al tempo stesso fornire il mezzo, a coloro che ne fossero capaci, di riferirsi ai testi, nei quali potranno trovare indicazioni complementari, poiché va da sé che non abbiamo la pretesa di offrire una trattazione esauriente, nemmeno di un punto determinato della dottrina.

    Una trattazione complessiva, del resto, è assolutamente impossibile: sarebbe un lavoro interminabile, oppure richiederebbe una formulazione così sintetica da risultare perfettamente incomprensibile a mentalità occidentali. Inoltre, sarebbe difficilissimo evitare, in un'opera di questo genere, una parvenza di sistematizzazione che è incompatibile con i caratteri essenziali delle dottrine metafisiche; per quanto solo una parvenza, essa sarebbe lo stesso, inevitabilmente, causa di errori estremamente gravi, tanto più che gli Occidentali, per le loro abitudini mentali, sono fin troppo inclini a scorgere "sistemi" anche là dove non ve ne possono essere. è importante non dare il minimo appiglio a queste assimilazioni ingiustificate cui sono usi gli orientalisti; e meglio sarebbe astenersi dall'esporre una dottrina piuttosto che contribuire a snaturarla, fosse pure per semplice inavvedutezza. Fortunatamente, però, esiste un mezzo per sfuggire al suddetto inconveniente: basta trattare, in una stessa esposizione, soltanto un punto o un aspetto più o meno definito della dottrina, salvo prendere poi altri punti per farne l'oggetto di altrettanti studi distinti. D'altronde, questi lavori non rischieranno mai di diventare ciò che gli eruditi e gli "specialisti" chiamano "monografie", poiché i principi fondamentali non saranno mai perduti di vista e, quanto ai punti secondari, essi vi dovranno comparire soltanto come applicazioni dirette o indirette di questi principi da cui tutto deriva: nell'ordine metafisico, che si riferisce alla sfera dell'Universale, non può esserci il minimo posto per la "specializzazione".

    è facile ora comprendere perché facciamo oggetto del presente studio solamente quanto concerne la natura e la costituzione dell'essere umano: per rendere intelligibile quel che abbiamo da dire al riguardo dovremo necessariamente affrontare altri punti che, a prima vista, possono sembrare estranei all'argomento, mentre è sempre in rapporto a esso che li prenderemo in esame. I principi hanno, di per sé, una portata che supera immensamente ogni loro applicazione possibile; ma non per questo è meno legittimo esporli, per quanto è possibile, relativamente a tale o talaltra applicazione, anzi, è un procedimento che, sotto vari punti di vista, offre molti vantaggi. D'altra parte, una questione può dirsi trattata metafisicamente solo nella misura in cui viene ricollegata ai principi; non bisogna mai dimenticarlo, se si vuol fare della vera metafisica e non della "pseudo-metafisica" alla maniera dei filosofi europei.

    Se abbiamo deciso di esporre in primo luogo le questioni relative all'essere umano, non è perché abbiano, dal punto di vista puramente metafisico, un'importanza eccezionale, poiché, essendo questo punto di vista essenzialmente libero da tutte le contingenze, il caso dell'uomo non vi appare mai come un caso privilegiato; cominciamo da esse perché tali questioni si sono già presentate durante i nostri lavori precedenti, che richiedevano, sotto questo riguardo, un supplemento che si troverà nella presente opera. L'ordine che adotteremo per gli studi che seguiranno dipenderà ugualmente dalle circostanze e sarà, in larga misura, determinato da considerazioni di opportunità; abbiamo reputato utile dirlo sin d'ora, affinché nessuno sia tentato di scorgervi una specie di ordine gerarchico quanto all'importanza degli argomenti o alla loro dipendenza; significherebbe attribuirci un'intenzione che non abbiamo, ma sappiamo fin troppo bene con quanta facilità si producano equivoci di questo genere e perciò ci sforzeremo di prevenirli ogni qual volta sarà nelle nostre possibilità.

    C'è ancora un punto che ci sta troppo a cuore per passarlo sotto silenzio in queste osservazioni preliminari, un punto su cui, tuttavia, pensavamo in un primo momento di esserci sufficientemente spiegati in precedenti occasioni; ci siamo invece accorti che non tutti l'avevano ben capito; occorre dunque insistervi di più. Il punto è il seguente: la conoscenza vera, a cui esclusivamente miriamo, non ha che pochissimi rapporti, posto che ne abbia, con il sapere "profano"; gli studi che lo compongono non sono in alcuna misura né ad alcun titolo una preparazione, sia pure lontana, per accostarsi alla "Scienza sacra", anzi, talvolta sono al contrario un ostacolo, data la deformazione mentale, spesso irrimediabile, che è la conseguenza più comune di una certa educazione. Per dottrine come quelle che esponiamo, uno studio cominciato "dall'esterno" non può essere di alcun profitto; l'abbiamo già detto, non si tratta di storia e nemmeno di filologia o di letteratura; e aggiungiamo ancora, a rischio di ripeterci in un modo che alcuni troveranno forse fastidioso, che non si tratta neppure di filosofia. Tutte queste cose, infatti, fanno ugualmente parte di quel sapere che chiamiamo "profano" o "esteriore", non per disprezzo, ma perché in realtà non è che questo; riteniamo di non doverci preoccupare di piacere agli uni o dispiacere agli altri, ma solo di dire le cose come sono e di attribuire a ogni cosa il nome e il posto che normalmente le convengono. La "Scienza sacra" è stata odiosamente parodiata, nell'Occidente moderno, da impostori più o meno coscienti, ma non per questo bisogna astenersi dal parlarne e dare l'impressione, se non di negarla, per lo meno d'ignorarla; al contrario, noi affermiamo apertamente, non soltanto che esiste, ma che abbiamo l'intenzione di occuparcene esclusivamente. Coloro che vorranno riferirsi a quello che abbiamo detto altrove sulle stravaganze degli occultisti e dei teosofisti comprenderanno immediatamente che ciò di cui si tratta è tutt'altra cosa e che anche queste persone non sono ai nostri occhi che semplici "profani", anzi, dei "profani" che aggravano singolarmente la loro posizione cercando di farsi passare per quello che non sono affatto, e questa, d'altro canto, è una delle ragioni principali per cui giudichiamo necessario mostrare l'inanità delle loro pretese dottrine ogni qual volta se ne presenti l'occasione.

    Quello che abbiamo detto deve anche far capire che le dottrine di cui ci proponiamo di parlare eludono, per la loro stessa natura, ogni tentativo di "volgarizzazione"; sarebbe ridicolo voler "mettere alla portata di tutti", come tanto spesso si dice nella nostra epoca, concezioni che non possono essere destinate che a una élite, e cercare di farlo sarebbe il modo più sicuro per deformarle. Abbiamo altrove spiegato quello che intendiamo per élite intellettuale, quale sarà la sua funzione se riuscirà un giorno a costituirsi in Occidente, e come lo studio reale e approfondito delle dottrine orientali sia indispensabile per prepararne la formazione. In vista di un simile lavoro, i cui risultati si faranno indubbiamente sentire solo a lunga scadenza, crediamo di dover esporre certe idee per coloro che sono capaci di assimilarle, senza mai fare subire a esse alcuna di quelle modificazioni e semplificazioni, tipiche dei "volgarizzatori", che si opporrebbero direttamente allo scopo che ci proponiamo. Infatti, non è la dottrina che deve abbassarsi e restringersi per il limitato intelletto del volgo; sono invece quelli che lo possono che devono elevarsi alla comprensione della dottrina nella sua purezza integrale, ed è solo in tal modo che può formarsi una vera élite intellettuale. Fra quelli che ricevono uno stesso insegnamento, ognuno lo capisce e l'assimila più o meno completamente, più o meno profondamente, secondo le proprie capacità intellettuali: così si opera naturalmente la selezione senza la quale non può esistere una vera gerarchia. Abbiamo già detto queste cose, ma era necessario ricordarle prima di intraprendere una esposizione propriamente dottrinale; quanto più esse sono estranee alla mentalità occidentale attuale, tanto meno è inutile ripeterle insistentemente.



    Da: http://www.loggia-rene-guenon.it/Sit.../UomoDivenire/ Premessa.htm

 

 
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